RASSEGNA STAMPA di martedì 22 febbraio 2005

 

seconda edizione

 

SOMMARIO

 

E’ morto nella notte don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione.

Il Patriarca Scola lo ricorda così: “La sua è una vita riuscita.

Ha speso tutta la sua esistenza per il bene più prezioso: educare gli uomini all’amicizia con Gesù Cristo negli affetti e nel quotidiano lavoro.

La morte di don Giussani diventa il più decisivo dei suoi insegnamenti:

dare la propria vita per la gloria di Cristo e degli uomini.” (a.p.)

 

1 – IL PATRIARCA

 

AGENZIA ANSA

CL: DON GIUSSANI; PATRIARCA VENEZIA, LA SUA E' VITA RIUSCITA

 

2 - PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag I La gazzetta di don Armando su Internet di Alvise Sperandio

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag V E’ morto don Ivano Bellin

Lutto

 

LA NUOVA

Pag 18 Oggi i funerali di don Ivano

A Chirignago

 

ITALIA CARITAS di gennaio / febbraio 2005

Pag 37 Spezzare il pane globale nel tempo – spazio del Signore di Crispino Valenziano

 

IL POPOLO (sett. dioces. di Concordia - Pordenone) di domenica 20 febbraio 2005

Pag 4 Il piccolo apprendista ateo di Toni Zanette

Il Vangelo secondo la nuora e quello secondo la suocera

 

IL NUOVO TORRAZZO (sett. dioces. di Crema) di sabato 12 febbraio 2005

Pag 6 Dateci un po’ di speranza… per favore ! (lettera firmata al direttore)

 

4 – ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, GRUPPI

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag V “Lo scoutismo a Carpenedo”

Al Candiani

 

Pag VII Cercansi volontari per 45 ore di preghiera contro i peccati del mondo di Daniela Ghio

Emeronitti

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Lavoro, aumentano le aziende in crisi di Samuele Costantini

Dalla Sav all’Alcoa: crescono esuberi e cassaintegrazioni, gli avviamenti scendono del 18%

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag III Nasce sul 45° parallelo il Nordest che unifica le due sponde adriatiche di Francesco Jori

Progetto congiunto veneto, friulano, sloveno e croato per coordinare i porti attirando i traffici dal Far East

 

LA NUOVA

Pag 13 “Previdenza integrativa, una necessità”

Sech (Cisl): “Dev’esserci un’adesione consapevole dei lavoratori”


6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag VIII Veneto, il cuore matto uccide ogni due ore di Daniele Boresi

Conta anche il calendario: l’infarto colpisce soprattutto di lunedì, nei mesi invernali, tra le 8 e le 11 di mattina

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 9 Lista Costa, Orsoni possibile candidato sindaco di Stefano Ciancio e Raffaele Rosa

Oggi il giorno decisivo per l’impasse nella coalizione di centrosinistra. Maurizio Crovato presenta manifesti e sito internet in attesa di Roma…

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Il cerino torna in mano di Democratici di sinistra di Silvio Testa

Il Polo rossoverde non raccoglie le aperture del candidato sindaco Alessio Vianello ma la Margherita fa quadrato sul suo uomo

 

Pag IV Tutta Mestre diventa a targhe alterne di Marco Bampa

Si parte giovedì: dalle 9.30 alle 18.30 percorribili solo le grandi arterie

 

LA NUOVA

Pag 17 Antenna, il parroco guida la rivolta di Michele Bugliari

Assemblea con i residenti di viale S. Marco: “Fermate i lavori, pronti al blocco stradale”

 

Pag 21 Cacciari pronto a guidare una lista unitaria di Alberto Vitucci

Il filosofo offre la sua disponibilità a Ds e Margherita. Sprint finale per Vianello. Casa delle libertà sempre al guado

 

8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 Risposte di Alessandro Russello

 

Pag 3 Strage sulla strada del sesso, muoiono due poliziotti di Angiola Petronio

Investigatore privato uccide una prostituta e spara sulla volante, gli agenti rispondono al fuoco: tutti morti

 

LA NUOVA

Pag 11 Il gioco del listino bloccato a destra di Renzo Mazzaro

Candidature regionali: la Casa delle libertà passa la mano a Roma per sciogliere i nodi

 

9 – GVRADIO INBLU (Fm 92 e 94.6)

 

“Stili di vita” si occupa oggi della carne che mangiamo: se è buona e sana, se e quanto fa bene, come sceglierla e leggere bene le etichette…

 

Un progetto singolare e innovativo arriva da Treviso (Comune e Camera di Commercio): delle “baby sitter casalinghe” che ospitano e custodiscono i bambini direttamente nelle loro case

 

“Il male oscuro” di Giuseppe Berto è al centro della puntata odierna de “I classici della letteratura” a cura di Annalisa Bruni

 

12 – FINESTRA SUL MONDO

 

THE TIMES

Road to Damascus

Bush uses his Brussels speech to highlight major change in the Middle East

 

DIE WELT

Lernen Sie von Bismarck, Mr. President! di Hanspeter Born

Schockieren und beruhigen: Wenn George W. Bush das Beispiel des großen Preußen beherzigt, könnte er ein bedeutender Staatsmann werden

 

ABC

El corazòn de Europa di Ignacio Sànchez Càmara

 

LE MONDE

Europe - Etats-Unis : les deux universalismes di Pierre Rosanvallon

 

LE FIGARO

Bush découvre l'Europe di Pierre Rousselin

 

THE NEW YORK TIMES di sabato 19 febbraio 2005

A Soccer Superstar Prepares to Hang Up His Whistle di Jason Horowitz

 

ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 8 Europa, attenta alla Pace fredda di George W. Bush

Il discorso del presidente Usa davanti agli alleati per i rapporti dopo la crisi irachena

 

LA NUOVA

Pag 1 Lo Stato dietro l’agente di Ferdinando Camon

Fatalità e giustizia

 

IL FOGLIO

Pag II Il brutto embrione che stupì il ginecologo nascendo bello di Emanuele Boffi

Orazio Piccinni, pioniere dei bimbi in provetta al Sud, racconta come ha deciso di smettere dopo sette ricchi anni

 

Pag II Così Bignardi schiera la progressista Azione Cattolica per l’astensione di ab

 

AVVENIRE

Pag 2 Un ospite si infiltra ma non scappiamo di Francesco Ognibene

La cultura massmediale secondo il Papa

 

Pag 14 “Non abbiate paura di raccontare la verità”

Il testo integrale della lettera apostolica di Giovanni Paolo II ai responsabili delle comunicazioni sociali

 

Pag 28 Claudel, le tracce di Dio sulle rovine del900 di Claire Lesegretain

Cinquant’anni fa moriva il grande poeta e scrittore francese

 

LA REPUBBLICA

Pag 7 Parole infondate di Sebastiano Messina

 

 

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1 – IL PATRIARCA

 

AGENZIA ANSA

CL: DON GIUSSANI; PATRIARCA VENEZIA, LA SUA E' VITA RIUSCITA

 

VENEZIA, 22 FEB - "Il dolore per la morte di mons. Luigi Giussani dice che la sua è una vita riuscita. Ha speso tutta la sua esistenza per il bene più prezioso: educare gli uomini all'amicizia con Gesù Cristo negli affetti e nel quotidiano lavoro". Lo afferma il patriarca di Venezia, Angelo Scola. "Il dono che lo Spirito ha fatto nella sua persona e, attraverso di essa, a decine di migliaia di uomini e donne di svariate nazioni - sottolinea il patriarca - splende ora, nella speranza certa della Risurrezione, come una straordinaria ricchezza per la Chiesa santa di Dio e per la comunità degli uomini". Scola si dice grato a Don Luigi "perché in un momento delicato della mia giovinezza l'incontro con lui ha segnato una svolta decisiva nella mia vita". "Ogni morte che avviene nel Signore Gesù partecipa dei benefici effetti della Sua morte - conclude - la morte di Don Giussani diventa allora il più decisivo dei suoi insegnamenti: dare la propria vita per la gloria di Cristo e degli uomini".

 

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2 - PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag I La gazzetta di don Armando su Internet di Alvise Sperandio

 

Un modo curioso e al passo con i tempi per parlare della parrocchia e di tutto ciò che in essa avviene. L'ultima intuizione di don Armando Trevisiol si chiama Gazzetta dei Carpini. Si tratta di una nuova iniziativa editoriale pubblicata sul mezzo di comunicazione di massa oggi più in voga: internet. Dunque, non più solo Lettera aperta o Carpinetum per raccontare che cosa capita nella chiesa di Carpenedo. L'informazione dei Santi Gervasio e Protasio adesso sbarca anche sul computer. Basta cliccare all'indirizzo "parrocchiacarpenedo.it" e la home page del sito ufficiale offre il link per entrare in un batter d'occhio sulla Gazzetta. Don Armando ha messo su una redazione dove c'è chi si occupa dei testi, lui stesso che pure è responsabile della direzione, chi delle fotografie, Franco Ferronato e Gianni Bonaldo, e chi della pubblicazione, Gabriele Favrin. Il nuovo settimanale illustrato sfogliabile sul web altro non è che una carrellata di immagini su quanto avviene nelle diverse realtà che compongono ed animano la parrocchia. Il tutto accompagnato da brevi didascalie che contestualizzano l'evento inserendolo nel ricco calendario degli appuntamenti di ogni settimana. Il progetto è partito con il nuovo anno e sta prendendo sempre più piede come dimostrano i dati dei visitatori in costante crescita. E' un'iniziativa vincente perché è originale e perché valorizza il lavoro degli operatori dando spazio e voce alle proposte e alle attività di ciascuno. Il numero aggiornato esce puntuale e talvolta s'aggiunge anche un'edizione speciale dedicata ad un fatto in particolare. La Gazzetta funziona perché è alla portata di tutti. Per realizzarla è bastata una macchina fotografica digitale, la buona volontà e competenza di quanti ci lavorano. Un'altra scommessa vinta da don Armando.

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag V E’ morto don Ivano Bellin

Lutto

 

E' morto domenica mattina al centro Nazareth di Zelarino - dove, infermo, risiedeva da qualche anno - il sacerdote diocesano don Ivano Bellin. Nato a Chirignago nel 1926, don Ivano era sacerdote da quasi 53 anni; il suo ultimo incarico pastorale era stato quello di parroco di Portegrandi (dal 1982 al 1994). In precedenza aveva guidato la parrocchia di Castello di Lugugnana di Caorle (in due periodi distinti, dal 1958 al 1963 e dal 1976 al 1982) e quella di Campalto (dal 1963 al 1976); prima ancora era stato vicario parrocchiale a Gambarare, Treporti e Dese. I funerali di don Ivano si celebrano oggi martedì alle ore 11 presso la chiesa parrocchiale di S. Giorgio a Chirignago. L'estremo saluto a don Ivano Bellin sarà presieduto dal Patriarca di Venezia card. Angelo Scola alla presenza del Patriarca emerito card. Marco Cè che pronuncerà l'omelia.

 

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LA NUOVA

Pag 18 Oggi i funerali di don Ivano

A Chirignago

 

Chirignago. E’ morto al centro Nazareth di Zelarino il sacerdote don Ivano Bellin. Nato a Chirignago nel 1926, don Ivano era sacerdote da 53 anni. Il suo ultimo incarico pastorale era stato quello di parroco di Portegrandi. Prima aveva guidato le parrocchie di Lugugnana, Campalto, Gambarare, Treporti e Dese. I funerali sono oggi alle 11 nella chiesa di San Giorgio a Chirignago: saranno presieduti dal patriarca di Venezia Angelo Scola, alla presenza del cardinale Marco Cè.

 

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ITALIA CARITAS di gennaio / febbraio 2005

Pag 37 Spezzare il pane globale nel tempo – spazio del Signore di Crispino Valenziano

 

Liturgia, catechesi, carità: le tre realtà dovrebbero costituire, nella vita della chiesa, a tutti i livelli, un funiculus triplex. Sta scritto: funiculus triplex difficile rumpitur. In questa prospettiva dobbiamo affrontare la questione del dominicum. Con troppa disinvoltura siamo soliti tradurre dominicum con “domenica”. E’ riduttivo. Facciamo ricorso ai martiri del dominicum; è sempre pastoralmente produttivo ascoltare la teologia dei martiri. Sappiamo che il sine dominico non possumus è martirio: qualcuno ci ha speso il sangue. Tradurre tutto questo con “domenica”, ridurre al tempo del Signore - e lo è, eccome! - la questione del dominicum è ciò che i linguisti dicono “far l’asse paradigmatico”, cioè prendere la domenica come paradigma. Il dominicum non s’oppone alla domenica, ma non basta. Il paradigma deve anche fare sintesi: ne deriva che c’è un “domenicale tempo”, ma anche un “domenicale spazio” e un “domenicale altro”. C’è dunque un dominicum spaziale, senza del quale non possumus (stare, vivere), come non possumus senza il dominicum temporale, perché la vicenda umana si svolge nello spazio-tempo. Agostino ripetutamente intende per dominicum non la domenica tempo soltanto, ma l’insieme del Sacramentum paschale. Che noi dobbiamo sperimentare nella sua ricchezza, pregnanza misterica, sacramentale.

Contro zavorre e individualismi - Neanche il sabato ebraico, lo shabat, era questione solo di tempo. Basti pensare alla polemica di Gesù sul sabato. E una polemica contro la riduzione dello shabat. E perché non dovrebbe essere polemizzata anche una nostra eventuale riduzione della domenica? E allora. Dobbiamo con-venire tutti nello stesso luogo: uno, spazio. il primo giorno dopo il sabato: due, tempo. Per la frazione del pane: tre, scopo. Questo è dominicum. Noi non dobbiamo tanto ipotizzare una pastorale integrata, come se fossimo noi che integrassimo elementi. Dobbiamo ipotizzare una pastorale integrale. A noi compete non aggiungere, ma esplicitare, scavare, ritrovare le ricchezze. Allora il funiculus triplex da auspicare - parola, sacramento, carità - trova un campo privilegiato. Bisogna condurre questa nostra cultura verso l’ora e il luogo del dominicum, adversus tutte le sue insidie, tutte le giornate che ne insidiano il giorno, i raggruppamenti che ne insidiano lo spazio, ogni appendice, ogni divagazione, ogni zavorra, più o meno dipinta, verniciata di pastoralità. Quel punto lì è il dominicum, che consiste nel con-venire tutti nello stesso luogo, in quel giorno primo della settimana, per la frazione del pane. Adversus ogni individualismo, ogni separazionismo più o meno spirituale. E domando qualcosa di molto urgente. Noi occidentali affermiamo (ed è giusto): “Nella celebrazione eucaristica sia pane azzimo”. Ma perché non dovremmo anche aggiungere: “Sia pane spezzato e condiviso”? Ma come vogliamo recuperarla questa domenica? Come potremmo non far entrare la condivisione totale nel pane soprasostanziale? Pane sostanziale, pane globale. Nel tempo-spazio non c’è altra possibilità di frazione del pane. Forse temiamo che la condivisione, ovvero l’orizzontalità della frazione del pane, ci distragga dalla verticalità, dal sacrificio? Le due dimensioni devono convivere, sennò che domenica è? Di quale domenica non possumus?

 

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IL POPOLO (sett. dioces. di Concordia - Pordenone) di domenica 20 febbraio 2005

Pag 4 Il piccolo apprendista ateo di Toni Zanette

Il Vangelo secondo la nuora e quello secondo la suocera

 

Ogni mattina siora Gigia accompagnava il nipotino Simone alla scuola materna. Si tenevano per mano e il piccolo era contento tanto che non voleva più andarci con l’auto di mamma. Nonna e nipotina avevano il loro rituale: prima una preghierina al Signore e poi una storia che finiva in gloria all’entrata della scuola. Ma un bel mattino di febbraio, lucente di un pallido sole, qualcosa si inceppò. “Ciao, Signore, tu mi vedi, mi sei sempre vicino...”, cominciò la nonna ma il piccolo restò muto. Anzi, dopo un secondo dichiarò con la vocina decisa: “No. Non voglio che lui mi guardi...”. Nonna non credeva ai suoi orecchi: “Ma come, lo sai che Gesù ti vuole bene?!”. Simone di Gesù non ne voleva più sapere.. A nonna yenne un sospetto. Anziché raccontargli la storia provò a chiedergli chi gli avesse messo in testa certe idee. Di sorpresa in sorpresa: era stata la mamma a dirgli di non credere a tutto ciò che diceva nonna e che non era vero che Gesù stesse lì giorno e notte a guardarlo e ad ascoltarlo. La Gigia tornò a casa furibonda. Ma come? La nuora non andava mai a Messa e aveva tolto dalle pareti tutti i santi, i Cristi e le Madonne, dopo il matrimonio anche il marito, il suo Muco, non andava più in chiesa, ma quella di tirare sul piccolo, il suo caro nipote, come un apprendista ateo, era troppo. A pranzo scoppiò la guerra. Se ne dissero di tutti i colori finché alla Gigia scappò di dire: “Vado dal parroco a dire che qui non c’è più timor di Dio”. “Ma vada anche dal Vescovo e dal Papa... che gliene dico quattro anche a loro”. Cinque minuti dopo nonna Gigia era in lacrime; alla porta della canonica. Avevo appena terminato il pranzo e mi venne da dire:” Il Vescovo è occupato, il Papa è malandato, per il momento verrò io a sentirne quattro. Dai Gigia, è l’ora del caffè vengo a prenderlo da voi”. Romina stava sparecchiando e mi guardò tra il sorpreso e l’incavolato:“Giorno... Cosa vuole, prende qualcosa?”. “Prendo ciò che passa il convento…’. “Reverendo, qui non siamo né in chiesa né in convento...”. “Ma guarda un po’, risposi sorridendo, a quest’ora avrei gradito un buon cappuccino”. Le venne da ridere. Dopo un po’ eravamo seduti, un macchiato a me, un liscio alla nuora e un tè alla suocera, per ribadire che erano in disaccordo su tutto. Parlando del più e del meno venni a sapere che Romina insegnava matematica alle medie. Parlammo dei ragazzi di oggi, di educazione in genere e anche di quella religiosa. La donna era meno feroce di quanto pensassi e a un certo punto mi chiese di darle del tu: “Potrebbe essere mio padre”, mi disse più serena. “Non sono la mangiapreti che crede. Anzi fino a vent’anni sono stata una buona cristiana. Troppo buona... Vengo da famiglia molto religiosa che mi ha messo a studiare in un convitto di suore. Sono cresciuta facendo “ciò che piaceva a Gesù”. “Se fai capricci Gesù piange. Se continui così Gesù non ti vuole più bene”. La ricreazione era breve mentre le messe e i rosari non finivano mai. Anche da ragazza fra me e quello che mi piaceva c’era sempre Gesù che soffriva se mettevo la minigonna o andavo in discoteca, se mi piaceva un ragazzo. Invidiavo le mie amiche che a queste storie neppure ci pensavano. Quando è nato Simone mi sono detta: voglio che almeno lui cresca libero e sereno”. Si fermò guardandomi in modo interrogativo. Voleva sentire il mio parere. “Ti capisco anche perché siamo in molti ad avere avuto un’educazione di devozioni e catechismi mal digeriti. Io sono riconoscente ai miei genitori e ai preti che mi hanno insegnato a vivere alla presenza del Signore ma, devo dirlo, spesso ce l’hanno presentato non come un padre ma come un babau per tenerci buoni. Ci hanno soprattutto insegnato a non fare peccati mortali e veniali, perché a lui nulla sfugge, neanche i pensieri più segreti. Era il Dio che mandava all’inferno chi non andava a Messa, chi andava al ballo e i morosi che si baciavano. Quand’ero in seminario una volta la settimana scendevamo in fila a lavarci i piedi nei sotterranei dove c’erano ad appassire delle splendide mele, più seducenti di quella di Eva. Pensando che come peccato non era più originale ma solo veniale, cedevamo alla tentazione finché una volta apparve un cartello: “Non toccare i pomi. Dio ti vede”. Sotto qualcuno aggiunse: “Sì, ma non fa la spia”. I nostri genitori, gente di preghiera, ci hanno spesso ossessionato con un Gesù manipolato dalle loro paure, dalla preoccupazione di farci crescere buoni e bravi. Tanto buoni e bravi da restare bambini complessati. Ma per questo ti sembra giusto non parlare di Dio a Simone? Il Dio della Bibbia lo ama come un papà o meglio, come lo ami tu che lo consideri la cosa più bella della tua vita. Nei suoi occhi vispi splende l’anima, l’immagine viva di Dio. Non puoi crescerlo come fosse un orfano del Padre dei cieli. Un bambino pieno di domande può aiutarti a ritrovare il Gesù della bella notizia, quello del vangelo”. Le lasciai un vangelo e il catechismo “Lasciate che i bambini vengano a me”. La Gigia ascoltava pensosa. Domenica scorsa, con gioia, ho notato che in fondo c’era anche Romina con Mirco e il piccolo. Era la Messa di metà mattina. La Gigia, come sempre, era stata a quella prima che qualcuno scherzando chiama la “Messa delle Madonne”, che da queste parti vuol dire suocere.

 

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IL NUOVO TORRAZZO (sett. dioces. di Crema) di sabato 12 febbraio 2005

Pag 6 Dateci un po’ di speranza… per favore ! (lettera firmata al direttore)

 

Spett. direttore de “Il Nuovo Torrazzo”, volevo dibattere della difficoltà di sentirci cattolici. Sì, perché cristiani, tutti noi sappiamo di esserlo, ma cattolici... Cos’è la Chiesa cattolica? O meglio cosa è diventata? Dove è finito il sacro? Lo Spirito? Dove è finito Dio? Basta, basta con la politica. Non c’è un giornale della Chiesa cattolica che non faccia politica. Recentemente ho letto un settimanale cattolico del Veneto: ebbene, al suo confronto, il Manifesto diventava il quotidiano delle clarisse. Ma dove va, dove sta andando a parare la Chiesa cattolica? In Spagna ha fiancheggiato la sinistra e quando questa ha stravinto si èmessa a blaterargli contro... mah! Chi c’azzecca? E in Italia? Non è certo su posizioni neutre e non è neanche su posizioni filoevangeliche. Che ormai il vangelo è roba vecchia, o meglio, secondo un sacerdote della diocesi di Crema, un insieme di leggende (sì, proprio così ha detto: un insieme di leggende). Ormai è tutto un fervore prodiano, ma a me cattolico (o ex) che me ne frega di Prodi? Perché devo sentire ovunque questa marmellata buonista? Gli islamici mozzano teste, lapidano donne, crocefiggono i cristiani (e sì accade anche questo, ma non si deve dire...), o no, non fa nulla, sono fratelli che sbagliano. Anche i giudici che liberano i terroristi la pensano allo stesso modo.. Povera Italia ! Invece il povero Berlusca si prende tre piedi in testa e tutti contenti, evviva. Anche “Il Nuovo Torrazzo” ci dà dentro con vignette contro il Berlusca (80% in questi anni: le ho controllate). La “Padania” si dichiara per le radici cristiane, e giù critiche, sono razzisti, eh sì, si dichiarano cristiani e non filo islamici e quindi sono razzisti. Che poi le radici cristiane non ci Sono manco più nella Chiesa cattolica perché dovrebbero essere nella Europa? Quanta falsità, quanta ipocrisia. Su l’ultimo numero di Famiglia Cristiana ho letto che le cattedrali belghe Sono vuote di fedeli e che la colpa è dei cattolici che non vanno in chiesa! Si è ben guardata dal dire che in Belgio in molte città l’islam è la religione dominante e i cattolici una sparuta minoranza Che ipocriti! Noi vogliamo un po’ di sacro, un qualcosa che abbia sapore di Cristo, ci basta anche solo un qualcosa… ma datecelo. Non cene frega un bel nulla del Berlusca e di Prodi. Dateci un po’ di speranza… per favore.                               (Lettera firmata)

    

Egregio lettore, prendo la sua lettera come una provocazione e la pubblico, sperando in un ampio dibattito.

                                                                                                                               (Risposta del direttore del Nuovo Torrazzo)

 

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4 – ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, GRUPPI

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag V “Lo scoutismo a Carpenedo”

Al Candiani

 

Oggi pomeriggio, alle 17.30, al centro culturale Candiani (sala conferenze, quarto piano), Tony Marra presenta il suo libro "Lo scoutismo a Carpenedo. La storia del Mestre 2", edito da Carpinetum. Con l'autore intervengono il prosindaco Gianfranco Bettin, il presidente del consiglio di quartiere Sandro Simionato ed il parroco di Carpenedo don Armando Trevisiol. Una bella occasione dunque per conoscere il mondo dello scoutismo.

 

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Pag VII Cercansi volontari per 45 ore di preghiera contro i peccati del mondo di Daniela Ghio

Emeronitti

 

La tradizione si ripete da 427 anni: il prossimo fine settimana gli Emeronitti si preparano a 45 ore di preghiera consecutive. A dire il vero l'antica confraternita laica degli Emeronitti (dal greco emera, giorno, e nuctos, notte) normalmente si riunisce a pregare contro i comportamenti dissoluti del Carnevale, ma quest'anno il periodo è stato necessariamente spostato per l'impossibilità di essere ospitati dai frati del Redentore alla Giudecca. E così questo fine settimana la confraternita si riunirà per 45 ore di adorazione eucaristica per i peccati dell'umanità e in onore dell'anno eucaristico. I quattordici confratelli (più otto sovrannumerari e due emeriti) come sempre cercano volontari per la loro preghiera non stop, da venerdì 25 alle 18.30 a domenica 27 febbraio alle 15, nella chiesetta di Santa Maria degli Angeli, interna al convento dei frati cappuccini alla Giudecca. Il programma è intenso: si inizia venerdì alle 18.30 con la messa ed esposizione eucaristica; alle 19.30 inizio dei turni di adorazione; alle 21 primo incontro con lettura e commento della mariegola. Sabato 26 alle 8 messa e lodi; alle 10 lezione e commento sull'eucaristia, relatore padre Raimondo; alle 12 Angelus con canto dell'inno della congregazione; alle 16 seconda lezione e commento, relatore don Franco; alle 18 vespri; alle 21 secondo incontro sulla mariegola e votazioni. Domenica 27 alle 8 messa e lodi; alle 10 lezione e commento di padre Gabriel Angelo Caramore, assistente degli Emeronitti, sul tema "Io vi ho dato l'esempio perché come io ho fatto, facciate anche voi"; alle 12 Angelus; alle 15 vespri, processione alla chiesa del Redentore, benedizione e chiusura delle 45 ore. Gli incontri sono aperti a tutti.  Per la circostanza i confratelli della Compagnia delle 40 ore hanno voluto rileggere con attenzione e cura la loro "Mariegola", regola madre, per apportarvi gli eventuali aggiornamenti avvenuti, soprattutto nel secolo scorso, sia nella società ma anche nella compagnia stessa. Un'apposita commissione, presieduta dal priore Giovanni Seno, da ben 45 anni nella compagnia, ha eliminato alcune voci superate, come quella dell'esistenza del vivandiere, del cuoco e dell'infermiere; così come oggi non si dorme più in un solo stanzone ma si è ospitati nelle celle dei frati. Inoltre l'appartenenza non è più strettamente legata all'isola della Giudecca, ma tra i sovrannumerari vi sono anche sei persone romane. E proprio insieme ai "romani" i confratelli hanno celebrato l'inizio dell'anno eucaristico ad Orvieto.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Lavoro, aumentano le aziende in crisi di Samuele Costantini

Dalla Sav all’Alcoa: crescono esuberi e cassaintegrazioni, gli avviamenti scendono del 18%

 

Mestre — Si potrebbe far l'elenco. Una sull'altra le aziende veneziane in difficoltà riempirebbero due fogli protocollo. Nei giorni dell'allarme per il futuro della chimica (domani i sindacati incontrano Unindustria) a provare a tracciare un quadro della situazione del settore produttivo in provincia, se ne ricavano tinte fosche. Trentadue dipendenti in cassa integrazione alla Prometon di Marghera (una fonderia con 260 dipendenti); 25 alla Oat (information technology, 40 dipendenti con sede a Mestre); 15 alla Getronix (ancora informatica), sempre a Mestre. E poi i grandi nomi: la Speedline, l'azienda di cerchi in alluminio in crisi da mesi con 800 dipendenti (350 in cassa integrazione straordinaria). O l'Aprilia, l'azienda di motociclette che dopo esser stata comprata dalla Piaggio ha messo 40 dei suoi, soprattutto amministrativi, in cassa integrazione straordinaria. Alla Sav (handling aeroportuale) sono in 139 ad aver subìto la procedura per la mobilità. « O così o si chiude », ha detto qualche giorno fa l'azienda. Un altro allarme è lanciato dal presidente dell'Ordine dei consulenti del lavoro della provincia di Venezia Antonio Vegna, che ha analizzato i dati del Centro per l'impiego di Dolo per la Riviera del Brenta. In due anni si sono registrati 1.872 nuovi posti in meno, sparsi un po' ovunque nei paesi della Riviera. Qui la mobilità è passata dalle 344 unità del 2002 alle 543 del 2004. Nello stesso periodo gli avviamenti al lavoro sono passati da 10.169 a 8.297 unità, con una contrazione del 18,4%. Ancor più grave la situazione del Tessile. In poco meno di un anno chiude la Frabell, azienda « total look » di Santa Maria di Sala (60 dipendenti), il suolificio Unitet (40 dipendenti), Sante Borella (scarpe a Fiesso d'Artico, 30 dipendenti); Fargin (scarpe a Strà, 45 dipendenti). I sindacati parlano di 4.000 aziende nel settore « Made in Italy » e circa un migliaio in difficoltà fra cessazioni, cassa integrazione, ristrutturazione e 1.300 iscritti alle liste di mobilità. La crisi delle aziende del veneziano colpisce tutti i settori. Tanto che i sindacati hanno già previsto uno sciopero generale della provincia. «Eppure quel che ci preoccupa è quello che non si vede — commenta Michele Zanocco segretario veneziano della Fim Cisl — è quando non si confermano i tempi determinati, è quando nelle aziende del Veneto non si fanno più straordinari che fra noi sindacalisti ci si guarda da tre quarti» . « Stiamo entrando in sofferenza e siamo preoccupati — dice Sergio Chiloiro segretario generale della Cgil veneziana — stiamo avviando un confronto per accompagnare la ristrutturazione delle aziende ». E come « accompagnare » gli artigiani in crisi? Per loro non esiste cassa integrazione. Esiste una specie di «cassa salvagente » dalla quale, nei momenti di difficoltà, ogni azienda attinge giornate di lavoro per un massimo di due mesi. Si chiama «Sospensione », usata per un 50% in più rispetto l'anno scorso. Il 195% in più nel Metalmeccanico, il 185% in più nel Legno: 8.338 giornate «spese » dagli artigiani nel 2003, quasi 12.500 l'anno scorso. Le ragioni, dicono gli operatori, sono diverse: « il dollaro se si esporta », « il costo del lavoro » se si è qui e non si va di là, la « crisi dei servizi alla telefonia » se si lavora su questa, in quella della chimica se si è a Porto Marghera. E poi, c'è sempre la Cina. Dice la Cgil Veneto che al settembre 2004 in provincia di Venezia su 4.403 lavoratori 943 stavano usufruendo degli ammortizzatori sociali, di questi, 50 nel terziario, 367 nel metalmeccanico, 300 nella chimica, 226 nell'edilizia.

 

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IL GAZZETTINO NORDEST

Pag III Nasce sul 45° parallelo il Nordest che unifica le due sponde adriatiche di Francesco Jori

Progetto congiunto veneto, friulano, sloveno e croato per coordinare i porti attirando i traffici dal Far East

 

Il nuovo Nordest, il Nordest anomalo, quello che riesce a fare sistema proprio mentre intorno a lui tanti settori vanno in frantumi, nasce attorno al 45mo parallelo. Una dimensione virtuale sulle carte geografiche, ma realissima nell'esperienza: perché fa da filo portante, oltre che da logo, della nascita di un sistema della logistica i cui principali attori, anziché ignorarsi o peggio ancora farsi la guerra, si mettono assieme per contare davvero. E per riuscire a intercettare le nuove grandi direttrici prossime venture dei traffici internazionali. È un concetto che Gianni De Michelis va mettendo in campo da qualche tempo: il corridoio 5, quando verrà, sarà già superato, anzi lo è già oggi. Utile, per carità, ma non determinante: il nuovo viene dal profondo est, cioè dall'Asia, attraverso Suez e il Mediterraneo, per poi spargersi da qui in tutto il mondo. E se il Nordest saprà attrezzasi per diventare il nuovo fondaco della Cina e dell'India, così come la Serenissima lo era stata con turchi e tedeschi,potrà giocare un ruolo strategico. Renzo Sartori, presidente dei Magazzini Generali di Padova, è totalmente d'accordo con questa diagnosi, e ci aggiunge la terapia: un efficace sistema della logistica. Spiega Sartori: «Ben venga il corridoio 5, ma non dimentichiamo che quando se ne cominciò a parlare, nasceva in prospettiva per preparare l'integrazione in Europa dei nuovi Paesi del centro-est europeo. Oggi l'ingresso è avvenuto, e dobbiamo guardare avanti. La nuova sfida è rappresentata dall'asse che partendo dal sudest asiatico e passando per il Mediterraneo può trovare nell'Adriatico un punto di riferimento». La storia del 45mo parallelo nasce da qui. Perché è la direttrice che taglia la pianura padana. E che fa da etichetta a un progetto denominato appunto «Across 45 Parallel», che vede coinvolti da un lato dell'Adriatico il Nordest, dall'altro Slovenia e Croazia. «I Paesi dell'area balcanica stanno crescendo; o ci riduciamo a rincorrerli, o riusciamo a diventare loro partner». Per riuscirvi, occorre dar vita a un sistema attrezzato dal punto di vista economico e finanziario, con la capacità di andare a investire lì dove c'è il mercato; ma occorre anche che l'aggregazione sia in grado di calmierare i costi, e di essere competitiva dal punto di vista economico. E la logistica, spiega il presidente di Magazzini Generali, «non può essere terza rispetto allo sviluppo, ma dev'essere in grado di diventare attore attivo per entrare nel business della logistica stessa». Proprio facendo leva su questi concetti, i Magazzini padovani sono al centro di un grande lavoro in atto ormai da tempo: l'anno scorso ci si è concentrati su energia, fiere e un Osservatorio della logistica, quest'anno sull'approvazione dei progetti legati a quest'ultima realtà e sulla costituzione di una struttura permanente in Russia specie a servizio dei settori del marmo, del legno e della logistica. Fa notare Sartori: «Sono tutte azioni accomunate da un unico scopo, e cioè dar vita a un sistema della logistica. Questo perché la logistica stessa sta diventando uno degli elementi-chiave dello sviluppo del Nordest, specie in questa fase di cambio di modello. Ma per poter assumere in pieno il ruolo che le compete, deve saper garantire la qualità dell'intervento economico, e la capacità di entrare attivamente nel business». L'operazione che si snoda a cavallo del 45mo parallelo rappresenta già una prima concreta esemplificazione del Nordest che fa sistema. Da questa sponda dell'Adriatico vi concorrono infatti, assieme ai Magazzini Generali di Padova, gli Interporti di Rovigo e Venezia e la Sdag di Gorizia; dall'altra parte, cioè quella slovena e croata, i porti di Pola, Vukovar (fluviale), Belgrado (fluviale), Ploce e il governo del distretto di Brcko. Le finalità sono ambiziose: verificare le reali condizioni per lo sviluppo dell'intermodalità fra le due sponde adriatiche; e in particolare, verificare se possano essere creati e sviluppati mercati per la logistica, cioè se percorsi logistici alternativi alle autostrade di gomma del Nordest comportino, attraverso analisi economiche e di mercato, risultati tangibili come la riduzione dei costi, il miglioramento del servizio, una maggior flessibilità, il miglioramento delle competenze strategiche dell'azienda-cliente del servizio alternativo a quanto organizzato fino a oggi tra le due sponde dell'Adriatico. Insomma, si tratta di capire se sia possibile dar vita a vere e proprie autostrade via acqua, utilizzando i porti adriatici all'interno di un sistema coordinato; occorre tenere presente, tra le altre cose, che realtà portuali da noi pressoché sconosciute come Ploice stanno in realtà crescendo a ritmi esponenziali. Il progetto cui si sta lavorando prevede una serie di attività, a partire dall'analisi empirica dello stato di fatto del trasporto merci tra le due sponde. E ancora: progettazione e programmazione del possibile servizio logistico internazionale; azioni di marketing per legare al servizio i due punti estremi delle «supply chains»; innovazione e nuove tecnologie (un teleporto Adria-Balcanico con sede all'Interporto di Rovigo) e un progetto di telechip e telecontrollo trasporto merci; la conoscenza reciproca dei sistemi doganali in atto tra Italia, Croazia e Slovenia; attività di diffusione e comunicazione tra partner; attività di gestione, rendicontazione e valutazione del progetto. Il progetto ha chiaramente una sua finalità complessiva, che consiste nello sviluppo dell'intermodalità sull'asse est-ovest da Belgrado a Mantova e Cremona, nel trasferimento modi del trasporto merci, e nella realizzazione di un centro servizi per l'intermodalità. Bisogna tenere presente a questo riguardo, che il teatro d'operazioni non si limita all'Adriatico in senso stretto, ma è in grado di utilizzare la rete navigabile interna, sia in Croazia che in Italia; si pensi, per quest'ultima, alle opere idroviarie che consentono di spingersi all'interno della pianura padana appunto fino a Mantova e Cremona. È un'operazione complessa, che coinvolge dal punto di vista delle infrastrutture porti e terminal marittimi, interporti e centri intermodali, e dal punto di vista dei soggetti una serie di protagonisti come trasportatori, armatori, spedizioneri, agenti marittimi, operatori di servizi portuali, riparatori e manutentori di contenitori. Una filiera vera e propria, insomma, che costituisce la spina dorsale di una moderna logistica. Insiste Sartori: «Dobbiamo riuscire a dimostrare che è possibile costruire progetti determinanti per il futuro economico del Nordest, attraverso alleanze che sappiano mettere insieme le risorse specifiche di ciascuna realtà geografica con le competenze e il know-how dei vari soggetti che operano nella logistica e nel terziario. Solo così si potrà competere in un mercato sempre più dinamico e allargato». Un mercato rispetto al quale non ci sono alternative: o ci si sta da protagonisti, o bene che vada ci si riduce a comparse.

 

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LA NUOVA

Pag 13 “Previdenza integrativa, una necessità”

Sech (Cisl): “Dev’esserci un’adesione consapevole dei lavoratori”

 

Treviso. La pensione integrativa come necessità, soprattutto per i giovani e le donne, che pur sono le categorie che con più difficoltà si avvicinano ai fondi pensione. Se ne è discusso ieri a villa Braida, a Mogliano Veneto (Treviso) nel convegno organizzato dalla Cisl per i 15 anni del fondo pensione «Solidarietà Veneto» promosso dalla Cisl e dalle associazioni industriali del Veneto per i lavoratori dipendenti delle industrie della regione. All’incontro hanno partecipato, tra gli altri, Franco Sech, segretario regionale della Cisl, e Tiziano Treu, senatore della Margherita.  All’incontro erano presenti anche Francesco Borga, direttore industriali del Veneto, e Luigi Scimia, presidente della Commissione di vigilanza sui Fondi pensione (Covip). Partendo dal presupposto che la legge delega in materia previdenziale prevede il meccanismo del silenzio assenso per il trasferimento del Tfr maturando alla previdenza complementare prevista dal proprio Ccnl, Sech ha espresso il bisogno di lavorare affinché «ci sia molto assenso e poco silenzio». «Deve esserci un’adesione consapevole dei lavoratori ai fondi integrativi - ha spiegato - sapendo che il fondo ormai non è più una opportunità ma una necessità». In un contesto in cui «la denatalità è una bomba ad orologeria già innescata - ha detto Treu - e rappresenta uno dei problemi strutturali più gravi per il welfare», la previdenza sociale dovrà essere garantita da due pilastri: uno pubblico ed un privato. Ma le categorie che più dovrebbero valutare l’adesione ad un fondo pensione, giovani e donne, sono i più restii. I primi perché tra i 20 e 30 anni, ha sottolineato Treu, «vivono situazioni di lavoro molto instabile che hanno bisogno di cinque, sei o sette anni, per diventare stabili» e le seconde perché, dopo i disagi legato all’inserimento nel mondo del lavoro, devono risolvere le pratiche relative alla maternità. Luigi Scimia, presidente della Covip, ha detto che «per il sistema della previdenza complementare il 2004 può essere considerato ancora un anno interlocutorio, anche se non mancano segnali positivi in relazione alla solidità di fondo dimostrata e alle prospettive di sviluppo. In Veneto, il fondo Solidarietà Veneto promosso dalla Cisl e dagli Industriali conta oggi circa 15 mila lavoratori iscritti, con un patrimonio pari a circa 70 milioni di euro. In tutta Italia invece, al dicembre 2004, ha illustrato Scimia, del Covip, erano un milione e 450 mila gli iscritti ai fondi pensione di nuova istituzione con una crescita del 3% rispetto alla fine del 2003. Il numero dei fondi di nuova istituzione è invece di 134 di cui 42 di tipo negoziale e 92 di tipo aperto.

 

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6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag VIII Veneto, il cuore matto uccide ogni due ore di Daniele Boresi

Conta anche il calendario: l’infarto colpisce soprattutto di lunedì, nei mesi invernali, tra le 8 e le 11 di mattina

 

Nel Veneto ogni 116 minuti una persona è colpita da morte improvvisa, nel Friuli Venezia Giulia ogni 444 minuti, nel Trentino Alto Adige ogni 559 minuti. Dati preoccupanti che nelle regioni maggiormente a rischio sono ancora più pesanti, addirittura un morto ogni 58 minuti in Lombardia, o uno ogni 92 minuti in Campania. Oasi invece le regioni montane; in valle d'Aosta "cede un cuore" ogni 4397 minuti, uno ogni 1639 in Molise. Se lo stile di vita ha il suo peso, lo ha anche il calendario. Da un recente studio è infatti emerso che è il primo lunedì del mese il giorno killer del cuore. In quelle 24 ore il rischio di un attacco cardiaco che porta a morte improvvisa è quattro volte superiore a quello degli altri giorni della settimana, come è emerso dall'indagine condotta nell'ambito della campagna "Cuore vivo" promossa dal Ministero della Salute e dalle associazioni che si occupano di cardiologia e che ha preso in considerazione uno studio internazionale condotto sugli eventi cardiaci registrati dai defibrillatori impiantati in 592 pazienti candidati a morte improvvisa, di cui 444 italiani. Le ore di maggior pericolo sono quelle comprese tra le 8 e le 11 del mattino. Ed è soprattutto nei mesi invernali che si concentra il rischio di morte cardiaca improvvisa: 7 attacchi su 10 si registrano infatti tra ottobre e febbraio. E il primato negativo spetta a dicembre: è nelle settimane del mese di Natale che si verifica un attacco di cuore su quattro. La morte cardiaca improvvisa colpisce in Italia 57.000 persone ogni anno e interessa principalmente i pazienti affetti da cardiopatia. Questi numeri potrebbero essere ridotti attraverso la conduzione di uno stile di vita adeguato e una corretta strategia di prevenzione, terapie farmacologiche e dispositivi specifici. La diffusione sul territorio di un sistema di soccorso precoce è in grado di salvare la vita ai cardiopatici colpiti dalla patologia. Ma purtroppo non tutte le regioni italiane hanno un sistema di osservazione e d'intervento all'altezza. Nel 2003 in Italia sono stati impiantati appena 4.200 defibrillatori, solo un terzo dei 12.000 necessari secondo stime dell'Associazione Italiana Aritmologia e Cardiostimolazione (AIAC): 2 pazienti su 3, quindi, non ricevono cure adeguate. Nel Veneto i defibrillatori impiantati sono stati 368 contro i 953 che sarebbero stati necessari; nel Friuli Venezia Giulia 103, su un fabbisogno di 240. Impiantare un defibrillatore per un'azienda ospedaliera rappresenta un costo non trascurabile che le Regioni rimborsano in maniera diversa da nord a sud d'Italia. Di fatto, quindi, nelle Regioni dove questo rimborso è minimo l'intervento viene garantito solo nei casi più gravi. Il rimborso nel Veneto è pari a 28.783 euro, il più alto d'Italia. Mentre nel Friuli Venezia Giulia è di 19.755 euro. Il fatto che il Veneto offra un livello di rimborsabilità tra i più elevati ha fatto sì che molti siano i pazienti che hanno deciso di spostarsi dal Sud d'Italia al Nord per trovare assistenza e condizioni migliori. Mete preferite il Veneto, Emilia Romagna e Lombardia. A parità di condizioni di salute un cittadino del Veneto ha dunque maggiori probabilità di avere impiantato un defibrillatore rispetto ad un abitante della Sardegna - afferma Gianni Spinella, Presidente Nazionale di Conacuore l'Associazione che riunisce oltre 80 Associazioni di cardiopatici in Italia. Noi cardiopatici siamo spesso vittime di lunghe liste di attesa che non ci consentono di accedere in tempo agli esami diagnostici e di poter usufruire delle migliori opzioni terapeutiche, giudicate troppo costose sebbene efficaci. Auspichiamo dunque una più omogenea tutela della salute e un diritto alla salute uguale per tutti».

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 9 Lista Costa, Orsoni possibile candidato sindaco di Stefano Ciancio e Raffaele Rosa

Oggi il giorno decisivo per l’impasse nella coalizione di centrosinistra. Maurizio Crovato presenta manifesti e sito internet in attesa di Roma…

 

Venezia — Giorgio Orsoni sarà il candidato sindaco per la lista vicino a Paolo Costa « Governare per Venezia e Mestre ». Massimo Cacciari intanto invita alla convocazione urgente del tavolo di tutta la coalizione, mentre a Roma si vivono ore decisive per la scelta definitiva. Ormai siamo agli sgoccioli: a brevissimo il centrosinistra dovrà imboccare la strada definitiva che lo porterà alle elezioni di aprile. Sul piatto resta ferma la candidatura di Alessio Vianello (che oggi potrebbe convocare il tavolo per la decisione finale), proposta dalla Margherita e accolta dai Ds solo a patto che ci sia la convergenza di tutto lo schieramento. Un nome tuttavia osteggiato dai rossoverdi che, come condizione per una loro adesione unitaria fin dal primo turno, hanno chiesto di ripartire da zero (ovvero ritiro delle candidature Vianello e Bettin) e di individuare un nome esterno (vedi il pm Felice Casson). Un Alessio Vianello osteggiato soprattutto dal sindaco uscente, e suo compagno di partito, Paolo Costa. Alla vigilia del tavolo nazionale dell'Unione di oggi a Roma, spunta come « disturbo » a Vianello la candidatura Orsoni. Secondo alcuni Orsoni non sarebbe sgradito ai rossoverdi, ma Bettin replica: « Noi il nostro candidato l'abbiamo (lui, ndr). Quella di Orsoni e la nostra sono due proposte diverse che potrebbero fare sintesi solo in una coalizione che riesce a mantenersi unita, non in una che, nello sforzo di mantenersi unita, ha prodotto una candidatura che separa ». Orsoni, però, ormai non fa mistero della sua disponibilità a candidarsi a sindaco con la lista civica costiana. Unica possibile retromarcia, il ritiro dal tavolo della candidatura del giovane avvocato mestrino. Non a caso Orsoni, anche lui avvocato ma veneziano, dice: «Ci sto riflettendo, sto ragionando con alcuni amici, dipende anche da come evolve la situazione. Ci sono momenti in cui bisogna marcare le differenze». Se nessun appello all'unione produrrà effetti e il centrosinistra dovesse presentarsi alle elezioni con tre candidati, la Fed potrebbe decidere di fare una lista unica e di mettere come capolista l'ex sindaco Massimo Cacciari, principale sponsor di Vianello. Lo stesso Cacciari che ieri ha ribadito: « I tempi – dice – sono diventati cogenti. I partiti devono sapere quale sarà il candidato se non altro perché mancano pochissimi giorni alla scadenza della presentazione delle liste. Sarebbe doveroso a questo punto che si convocasse il tavolo dell'Unione e ognuno esprimesse la propria posizione ». Cacciari chiama Ds e rossoverdi allo scoperto: « Se hanno una proposta in grado di coagulare la coalizione più di Alessio Vianello, la cosa è anche auspicabile. Basta che facciano nomi se davvero li hanno. Ritengo che con i rossoverdi non ci siano elementi politico programmatici di divisione dal resto del centrosinistra. Mi sfugge davvero il motivo di una eventuale divisione ». Una presa di posizione rispetto alla quale si mette in scia anche la componente diessina del Correntone, che lancia un estremo appello: «Si avvicina – dicono gli esponenti della sinistra Ds inesorabilmente il momento di non ritorno, con l'esito inaccettabile di una coalizione denominata a livello nazionale Unione, ma qui non in grado di presentarsi unita e credibile al primo turno. Riteniamo che non vi possano essere motivazioni degne per giustificare un simile sciagurato evento e che sia inaccettabile l'inerzia dei partiti con cui si scivola fatalisticamente verso questo esito che delegittima l'intero schieramento. È necessario che ognuno metta da parte ogni logica particolare di primato » .

 

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IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Il cerino torna in mano di Democratici di sinistra di Silvio Testa

Il Polo rossoverde non raccoglie le aperture del candidato sindaco Alessio Vianello ma la Margherita fa quadrato sul suo uomo

 

Venezia. Altro che D - day: quello che doveva essere il giorno chiave per il Centrosinistra veneziano si è risolto invece nell'ennesimo siparietto interlocutorio, in attesa che oggi il tavolo nazionale dell'Unione, convocato a Roma, affronti anche il caso lagunare. La situazione, anzi, si è ulteriormente complicata, perché proprio ieri sarebbe sceso in campo anche Giorgio Orsoni, accettando di essere il candidato sindaco della lista civica di Paolo Costa. Non siamo stati in grado di raggiungere direttamente Orsoni, e la notizia è stata confermata dal vicesegretario provinciale "dissidente" della Margherita, Alessandro Maggioni, che sta organizzando la civica di Costa. «Orsoni ha sciolto la riserva - ha infatti annunciato. Noi andiamo avanti, pronti però a fermarci in qualsiasi momento se si trovasse una soluzione unitaria, che già ora ci sarebbe (Roberto D'Agostino? ndr). Speriamo non servano prove di forza».A questo punto, il cerino torna in mano ai Ds, e pensandoci viene irresistibilmente in mente l'apologo dell'asino di Buridano che, incapace di scegliere tra il pascolare in un campo di orzo o in un campo di grano, finì per morire di fame. È un po' l'alternativa di fronte alla quale si trova la Quercia che, avendo come stella polare l'unità dell'intera coalizione, sta ormai trascinando la vicenda della ricerca del candidato sindaco oltre ogni limite, quando ormai i giorni sarebbero pochi anche "solo" per preparare le liste e raccogliere le firme. Polo Rossoverde o Margherita? Margherita o Polo Rossoverde? Sembra ormai che non ci sia scampo, perché se da un lato Bettin & C insistono nel loro isolazionismo, e non hanno accolto l'invito al dialogo lanciato dal candidato sindaco Alessio Vianello, sull'altro versante la Margherita vera, non quella minoritaria di Costa, tiene duro, e non ha nessuna intenzione di mollare il "suo" uomo, quel giovane avvocato mestrino uscito a fatica, ma alla fine uscito unitariamente dal tavolo del Centrosinistra. Allo stato, "tertium non datur", e dunque non sembra esserci spazio neppure per una candidatura assolutamente alternativa, come potrebbe essere quella in capo ai Ds (si fa il nome del segretario regionale, Cesare De Piccoli). «Le aperture di Vianello sono poesia - ha sostenuto Pietrangelo Pettenò (Prc) -, ma il problema non è il candidato quanto il modo con cui è maturato e i buchi programmatici. Lo ringraziamo, e vorrà dire che ci metteremo d'accordo per convergere al secondo turno: o noi su di lui, o lui su di noi». Sulla stessa linea Gianfranco Bettin, che in più nega l'esistenza di un asse privilegiato con Costa e D'Agostino che molti hanno creduto di cogliere quantomeno nel no a Vianello e nella candidatura di Felice Casson (destinato poi, secondo radio fante, ad aprire la strada o a D'Agostino o a Orsoni). «Noi siamo Rifondazione e i Verdi - ha detto ieri Bettin - e contro il Mose e la Sublagunare c'è la mia candidatura. Non ci allarghiamo a Costa: farà la sua lista con D'Agostino, o con Orsoni, ed è problema suo». I Rossoverdi, dunque, non mollano, ma non molla neppure la Margherita. Lo ha garantito l'ex ministro Tiziano Treu, quando ha sostenuto che il percorso che ha portato alla candidatura di Vianello va concluso, certo con spirito unitario «ma rispettando l'indicazione emersa e evitando di ricercare ulteriori improbabili candidature». Lo ha riconfermato anche il segretario regionale, Diego Bottacin. «Restiamo serenamente convinti che non ci siano alternative, il partito non accetterebbe soluzioni diverse», ha scandito ieri ricordando «tre fatti politici veri»: che la coalizione ha fatto la sua scelta, che il programma è stato in buona parte costruito assieme al Polo Rossoverde, che Alessio Vianello ha dato ampie aperture per ulteriori spazi di dialogo. Se nessuno farà un passo indietro, i Ds dunque dovranno scegliere: o mollare il Polo Rossoverde, o mollare la Margherita, anche se la sinistra Ds ritiene «che non vi possano essere motivazioni degne per giustificare un simile sciagurato evento», e ha rivolto un appello a tutti per mettere da parte ogni logica particolare sulla base del comune programma. Nel caso di rottura, però, «è meglio se i Ds scelgono noi - ha sostenuto il segretario provinciale della Margherita, Rodolfo Viola - perché sono convinto che lavorando ancora sul programma il Polo Rossoverde lo si potrebbe recuperare». Ieri, infine, Massimo Cacciari ha invitato a convocare immediatamente il tavolo del Centrosinistra. «Ma subito - ha sostenuto - perché è questione di ore, non più di giorni, sennò non ci sarà più tempo neppure per le firme. Ognuno dica la sua - ha concluso - e poi si tirino le somme, anche perché poi ognuno dovrà avere ancora del tempo per decidere cosa fare». A proposito: Giovanni Buridano è un filosofo medioevale, allievo di Guglielmo di Ockham, ricordato soprattutto perché Leibnitz ne ha utilizzato il noto apologo per ribadire la necessità della scelta...

 

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Pag IV Tutta Mestre diventa a targhe alterne di Marco Bampa

Si parte giovedì: dalle 9.30 alle 18.30 percorribili solo le grandi arterie

 

Tutta Mestre a targhe alterne. Da Campalto a Favaro, da Marghera alla Gazzera, da Zelarino fino a Marocco, sul Terraglio. Fatte salve le grandi strade di scorrimento, ogni giovedì e venerdì fino al 25 marzo, dalle 9.30 alle 18.30, il consueto quadrilatero che finora aveva fatto da cornice ai limiti di circolazione si allarga fino ad abbracciare l'intera città. Una scelta obbligata, visto che il limite di 35 giorni di sforamento dei limiti del Pm10, le micidiali polveri killer dei nostri polmoni, è stato varcato da un pezzo e qualcosa bisogna fare per cercare di abbattere l'inquinamento. Così, dando seguito a quanto stabilito dal Tavolo tecnico zonale, Mestre si adegua ed estende i limiti al traffico a tutto il territorio comunale, mentre anche gli altri comuni di fascia A, i più inquinati (Spinea, Mirano, Mira, Chioggia, Jesolo e Portogruaro, solo San Donà si è tirato indietro) si accingono a fare altrettanto: per partire tutti assieme giovedì prossimo con la prima giornata di targhe alterne a livello provinciale. CHI NON PUÒ CIRCOLARE - I divieti, previsti dalla nuova ordinanza emanata ieri dal Comune, riguardano le consuete categorie: auto non catalizzate, auto a gasolio immatricolate prima del 1. gennaio 1997, veicoli a gasolio immatricolati prima del 1. ottobre 1997, moto e ciclomotori a 2 tempi immatricolati prima del 1. gennaio 2000. Via libera invece alle auto catalizzate (a seconda del numero di targa) e alle moto a 4 tempi. DOVE SI PUÒ CIRCOLARE- Poche le strade percorribili, che consentiranno di circumnavigare Mestre e arrivare sino a Venezia: Tangenziale, bretella dell'Aeroporto, la Romea, via Fratelli Bandiera e rampa Rizzardi, la zona industriale e Porto Marghera, la Strada regionale 11 (via Libertà) compreso il ponte della Libertà, via Martiri della Libertà e i raccordi di San Giuliano, la Statale 14 ad esclusione dei tratti interni al centro abitato di Tessera e Campalto. PARK SCAMBIATORI - Saranno come al solito in funzione i park scambiatori, con percorsi obbligati di andata e ritorno. Ne sono stati aggiunti alcuni (via Oriago, via Miranese e via Altinia a Favaro) visto che la zona si è allargata, mentre saranno potenziate le corse dei bus Actv, con un nuovo servizio navetta di collegamento dal parcheggio scambiatore Ceccherini (Auchan) al Candiani. ESENZIONI- Oltre alle consuete esenzioni (per certe categorie saranno necessarie le solite autocertificazioni), ci sono delle novità: si sono aggiunti, dopo la vittoria al Tar, gli avvocati (almeno quelli impegnati in cause urgenti riguardanti la libertà personale), mentre la possibilità per i genitori di accompagnare i figli a scuola si estende sino a chi frequenta le medie, non più dunque solo nidi e materne. Via libera parziale anche a chi fa attività agonistica, mentre, adeguandosi alle grandi città, potranno circolare anche le auto omologate Euro4 (cioè quelle a più basse emissioni: la sigla si trova nella carta di circolazione) o dotate di Fap, il filtro anti particolato che molti modelli ora iniziano a montare e che riducono in pratica a zero la dispersione di polveri nell'aria.

 

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LA NUOVA

Pag 17 Antenna, il parroco guida la rivolta di Michele Bugliari

Assemblea con i residenti di viale S. Marco: “Fermate i lavori, pronti al blocco stradale”

 

Cittadini in rivolta contro l’antenna. I residenti di viale San Marco, giovedì pomeriggio, si recheranno, al centro Candiani, per chiedere la vicesindaco Michele Mognato, il blocco dell’antenna Tim del campo da calcio. La decisione è stata presa, ieri sera, da 150 residenti in assemblea, nella sala parrocchiale di San Giuseppe. Erano presenti i due promotori dell’iniziativa, il parroco don Cristiano Bobbo e il vicepresidente del Quartiere di Mestre centro, Vincenzo Conte. I cittadini si recheranno giovedì alle 16, al Candiani, per la presentazione del regolamento comunale delle antenne della telefonia mobile, che sarà fatta dal vicesindaco Michele Mognato, dal prosindaco Gianfranco Bettin e dall’assessore comunale all’Ambiente Paolo Cacciari. «Se non riceveremo risposte, siamo pronti a bloccare il traffico tra via Sansovino e viale San Marco», afferma il vicepresidente di Mestre centro. I cittadini si sono mobilitati, visto che martedì scorso, dietro la porta del campo da calcio, tra viale Vespucci e viale San Marco, sono iniziati i lavori, per del basamento del palo dell’antenna. I cittadini temono i possibili danni alla salute che l’elettrosmog potrebbe creare alla salute dei piccoli frequentatori del campo da calcio e dei residenti. Infatti, il ripetitore dovrebbe essere installato a soli 60 metri dalle case, in un’area densamente abitata. Nei mesi scorsi, l’antenna era stata contestata da cittadini con centinaia di firme e dal Consiglio di Quartiere. In particolare, la Circoscrizione aveva chiesto al Comune, che l’impianto Umts fosse posto sull’altro lato di viale Vespucci, vicino all’Osellino, sull’area di espansione del bosco di Mestre. L’installazione del ripetitore, poi, è stata bloccata, per un periodo, a causa del solito problema delle bonifiche. Infatti, l’area vicina al campo da calcio, come le corti femminili e gran parte delle zone interne del viale San Marco, è inserita fra i siti inquinati di interesse nazionale, alla pari di Marghera. Quindi, prima di fare lavori è necessario fare delle analisi del terreno ed eventualmente procedere alla bonifiche. Lo scorso dicembre, l’assessorato comunale all’Ambiente ha dato il via libera, all’intervento per l’antenna. «Non capisco - puntualizza Conte - come mai per l’antenna si sia arrivati velocemente ad una soluzione, mentre i lavori per le fognature delle corti femminili, non vanno avanti, sono bloccati da sei anni».

 

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Pag 21 Cacciari pronto a guidare una lista unitaria di Alberto Vitucci

Il filosofo offre la sua disponibilità a Ds e Margherita. Sprint finale per Vianello. Casa delle libertà sempre al guado

 

Massimo Cacciari capolista della lista unitaria del centrosinistra. La disponibilità del filosofo è stata espressa in sedi ufficiose. Ma è un segnale preciso ad alleati e avversari a ricercare l’unità, per recuperare consensi anche tra i movimenti civici. Un’ipotesi, che sarà discussa in settimana, una volta definita la questione del candidato sindaco, ormai allo scadere. Alessio Vianello, il giovane avvocato della Margherita, resta in pista, sostenuto da Margherita, Ds, Sdi, Pdci, Italia dei Valori, civiche. Il problema sono i rossoverdi, che non intendono almeno per ora convergere sul candidato proposto dal Tavolo del centrosinistra. E Paolo Costa, il sindaco uscente che ha sempre espresso la sua contrarietà all’ipotesi del giovane avvocato, che pure era stato da lui stesso lanciato in politica. Problemi legati soprattutto all’oscura vicenda del casinò di Malta, quando Vianello aveva difeso il manager Gianni Corradini, licenziato in tronco dal sindaco. Nelle ultime ore le trattative si sono fatte frenetiche. Linee roventi tra Venezia e Roma, pressioni di ogni tipo (non soltanto politiche) sui leader nazionali dei partiti del centrosinistra. Per oggi pomeriggio a Roma è previsto un incontro tra i leader sulla questione dei radicali e sulla situazione delle amministrative. Non si potrà non parlare del caso Venezia, unico luogo dove il centrosinistra non riesce a mettersi d’accordo. «Ma non sono previste riunioni», smentisce il segretario provinciale della Margherita Rodolfo Viola, «il candidato ce l’abbiamo, adesso cercheremo l’accordo con i rossoverdi». E’ come la storiella della capra e il cavolo. Se si mantiene Vianello, si rischia di perdere per strada i rossoverdi, che minacciano di andare da soli al primo turno candidando Gianfranco Bettin, come peraltro già successo nel 2000. Se Vianello venisse ritirato, si rischia invece di perdere per strada la Margherita, che si è espressa nella sua quasi totalità a favore del candidato. Entrambe ipotesi che i Ds non possono permettersi. Dunque? Ultime ore per trovare una strada in grado di unificare tutto lo schieramento. C’è chi pensa al’ipotesi del pm Felice Casson, ben vista da rossoverdi e Ds (soprattutto a livello nazionale), ma incontra l’opposizione di Margherita, repubblicani e Sdi, le altre tre gambe della Federazione. Si racconta di interventi su Prodi perché intervenga in favore della candidatura unitaria del magistrato. Che a quel punto, piuttosto del «nemico» Vianello, potrebbe andare bene anche a Paolo Costa. Ma in realtà c’è un’area politica trasversale - sostenuta anche da imprese e professionisti - che vedrebbe piuttosto del magistrato che ha già indagato sulla chimica, gli appalti e il Consorzio Venezia Nuova - più favorevolmente altri candidati. Come uscire allora dal vicolo cieco? Appare difficile, a questo punto, che la coalizione possa convergere sul nomi diversi, come quello di Giorgio Orsoni, avvocato civilista sostenuto da Costa - che però mantiene un rigoroso silenzio, come del resto fa il pm Felice Casson - oppure Roberto D’Agostino, assessore da 13 anni e ora autocandidato con il sostegno di professionisti veneziani. Intanto il candidato Alessio Vianello lavora in silenzio, incontra civiche ed esponenti politici, incassa il «via libera» anche da Tiziano Treu, fino a qualche tempo fa molto critico nei suoi confronti. Le grandi manovre volgono al termine. Ora tocca decidere e raccogliere le firme, perché mancano 10 giorni alla presentazione delle liste, il 3 aprile.

 

Quattro candidati nella Casa delle Libertà. Anche se sono in corso manovre di avvicinamento. «Noi manteniamo il nostro appoggio a Crovato», assicura il senatore dell’Udc Ugo Bergamo, «anche se una riflessione è in corso. Come facciamo ad andare al voto con quattro candidati?» Ultime ore per decidere, dunque, non soltanto a sinistra. Fino a questo momento nessuno si è ancora ritirato per confluire sugli alleati. Ecco allora Cesare Campa, deputato azzurro e coordinatore veneziano del partito, pronto ad annunciare la sua scesa in campo. Giovedì sera a Venezia è prevista la prima convention con Renato Brunetta e lo stato maggiore del partito di Berlusconi. «Lavoriamo per l’unità», dice Campa, «ma intanto andiamo avanti convinti». Per dimostrare che fa sul serio, e che non ha alcuna intenzione di farsi ridimensionare, Forza Italia ha messo in campo il suo «cavallo di razza», già assessore ai Lavori pubblici per la Dc con il sindaco Nereo Laroni a metà degli anni Ottanta, poi assessore regionale e ora deputato. Ma in campo resta anche Raffaele Speranzon, giovane mestrino, capogruppo di An in Consiglio comunale. Si presenta sindaco sostenuto dal suo partito, e ha già presentato la lista e avviato una campagna molto aggressiva sui problemi della città. L’altro candidato, sostenuto dalla lista «Uno di Noi» e dall’Udc di Ugo Bergamo è Maurizio Crovato, giornalista Rai che ha deciso di tentare l’avventura in politica. E infine la Lega. nelle prossime ore dovrebbe essere ufficializzata la candidatura di un uomo del Carroccio, con ogni probabilità Alberto Mazzonetto o il segretario provinciale Corrado Callegari. Il candidato della Lega sarà sostenuto dal partito e anche da una lista civica trasversale. In mancanza di accordi dell’ultima ora, saranno dunque quattro i candidati del centrodestra. Ai quali si aggiungeranno gli indipendenti dai due poli Carlo Ripa di Meana, Augusto Salvadori, Mario d’Elia.

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 Risposte di Alessandro Russello

 

Dopo il sangue, far grondare la retorica sarebbe un esercizio insulso. Ma non guardare in faccia i numeri della tragedia è lasciare a terra per sempre quel sangue e quei corpi. Perché la morte, a Verona, è cinque volte morte. Ed è due volte morte nella stessa famiglia. La famiglia di Massimiliano e Davide Turazza, fratelli uniti da un destino che ha finito gli aggettivi; la famiglia della polizia, che a Verona, dal 1992 a oggi, ha perso cinque uomini ammazzati da rapinatori in servizio permanente effettivo. Morte dopo gli appelli (a vuoto) di chi i morti li piange. Morte dopo le richieste (a vuoto) della « politica » nostrana, che proprio in questi giorni viene accusata in un sondaggio, dalla classe dirigente veneta, di « non avere rappresentanza a Roma ». Certo, Verona non è Napoli, non è Scampìa, non ha la Camorra che gestisce l'Arena. E il Veneto non è la Campania, non ha i clan che fanno il Pil sui rifiuti. Ma se il Veneto, assieme alla Lombardia, è la regione dell'incubo degli assalti in villa, Verona, soprattutto negli ultimi mesi e negli ultimi giorni, nel conto dei « colpi » può vantare un « sottorecord » : si viaggia alla media di una rapina ogni 24 48 ore. A mani vuote, col temperino, con le siringhe, con le spranghe, con le pistole. Non solo albanesi, non solo slavi, non solo romeni. Anche, e sempre più, i colpi li fanno gli italiani. Tossici, border line, malavita più o meno cruenta, « borghesia » impazzita come il killer Andrea Arrigoni. Forse, chi lo sa, anche « nuovi poveri ». C'è un'emergenza? Come si dice, nessuna conferma e nessuna smentita. Se i vertici della polizia non sono deputati a gridare allarmi e lavorano anche sotto organico, il sindacato di chi vive e muore in divisa dipinge un clima da frontiera, mentre la demagogica politicante vorrebbe armare anche i cittadini e su altri fronti si minimizza. La realtà è sotto gli occhi di tutti: giudichi chi vive e chi vede. Di certo, dalla politica e alle istituzioni qualche risposta è dovuta. Soprattutto (ci rendiamo conto, anche questo suonerà retorico) a chi ogni giorno per uno stipendio improbabile rischia la vita per difendere gli altri con l'evidente difficoltà di non potere, a volte, difendere se stesso. Anche senza ricorrere all'elogio pasoliniano dello « sbirro proletario », i primi a meritare risposte sono loro: poliziotti, carabinieri, uomini in divisa. Risposte vere, equilibrate, senza enfasi ma nemmeno omissioni. Risposte.

 

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Pag 3 Strage sulla strada del sesso, muoiono due poliziotti di Angiola Petronio

Investigatore privato uccide una prostituta e spara sulla volante, gli agenti rispondono al fuoco: tutti morti

 

Verona — Piangeva Giuseppe, al suo cellulare. Aveva provato a chiamare la sala operativa della questura anche con il suo telefono e non solo con la radio di servizio che aveva ancora in mano quando l'hanno trovato al suo posto di guida, sulla volante « Brescia » . Ma alle 2,24 dell'altra notte, quando Giuseppe Cimarrusti, 26 anni, agente, ha chiamato i suoi colleghi in centrale, stava morendo. Moriva lui, in quel piazzale all'imbocco della «strada del sesso», subito dopo l'incrocio della Croce bianca, verso il lago, nello spiazzo all'ingresso del centrocaravan Bonometti. Stava morendo a pochi metri di distanza il suo collega, l'agente scelto Davide Turazza, 36 anni e un fratello anche lui poliziotto morto 10 anni fa in una sparatoria. Stava morendo Galyna Shafranek, 30 anni, ucraina, una delle veneri private, una delle lucciole che illuminano, più ravvicinate dei lampioni, la notte della statale 11. Era già morto Andrea Arrigoni, 36 anni, investigatore privato, titolare dell'agenzia « Mercury », bergamasco con un passato nei paracadutisti e una missione in Somalia, che avrebbe, stando alla ricostruzione fatta dalla squadra mobile e dalla scientifica, scaricato sui tre l'intero caricatore della sua pistola Glock, calibro 9 x 21, con proiettili « scamiciati », senza quella protezione in rame che rende il piombo devastante. LA SCENA — È stato alle 2,24 che alla sala operativa di lungadige Galtarossa è arrivata la chiamata di Giuseppe. « Mandate altre Volanti da Bonometti, c'è una sparatoria » . Poi ha richiamato dal suo cellulare. « Mandate un'ambulanza », ha detto con la voce spezzata. I suoi colleghi hanno provato a richiamare. Ma Giuseppe non ha più risposto. Quando le altre auto, con quelle della Mobile, sono arrivate sul posto la scena era quella di una guerriglia. In meno di dieci metri, quelli di quello spiazzo, quattro corpi e tre auto. Una Rover e una Panda 4x4 verde parcheggiate e la volante « Brescia » . A terra tre corpi. Due ancora in vita. Tra il muretto del centrocaravan e la Pan da la trentenne ucraina. A qualche metro l'agente scelto Davide Turazza. Loro due, in qualche maniera, era ancora vivi. Era morto invece Andrea Arrigoni, a terra vicino allo sportello laterale sinistro della volante al cui posto di guida, agonizzante, era ancora seduto, con la radio tra le mani, Giuseppe Cimarrusti. Per terra un lago di sangue e bossoli. Quasi una quarantina. I quindici esplosi dalla Glock di Arrigoni, la ventina sparati dalle calibro 9 dei due agenti delle volanti. Sul posto, inviate da Verona Emergenza, sono arrivate due automediche, una medicalizzata e tre ambulanze. Turazza, Cimarrusti e la Shafranek sono stati intubati sul posto e portati in ospedale. I due poliziotti in borgo Trento, la donna in borgo Roma. Davide Turazza è morto appena arrivato al pronto soccorso. Giuseppe Cimarrusti ha smesso di vivere mentre i medici tentavano il tutto per tutto in sala operatoria. Galyna ha resistito, prima di cedere, fino alle sei di ieri mattina. LA RICOSTRUZIONE I poliziotti della squadra mobile e della scientifica hanno lavorato fino a tarda mattina con il corpo di Arrigoni coperto da un lenzuolo, sulla strada. Lavoro difficile, il loro. Nessun testimone, in quell'alba nevosa che si stava facendo avanti, su quella statale dove le macchine, se non si devono fermare per le lucciole, a quell'ora filano via veloci. Davide Turazza e Giuseppe Cimarrusti avevano iniziato il loro turno a mezzanotte. Volante « Brescia», 24 7 di mattino. Cimarrusti su quella Marea non doveva neanche esserci. Ma il ritardo di un suo collega lo ha fatto cambiare di pattuglia. Con Davide hanno coperto il turno di sorveglianza al tribunale fino alle 2. Poi sono tornati per strada, in quella zona di Verona che prende il nome da quello della loro volante. E che contempla il pezzo della SS11 che va fino al casello di Verona nord. Sono passati davanti al parcheggio del centrocaravan. Devono aver notato qualcosa, in quella Panda verde, parcheggiata a pettine, con le portiere chiuse. Tanto da decidere di tornare indietro e puntarci addosso alla luce. Probabilmente hanno visto Galyna rannicchiata tra l'auto e il muretto, piena di sangue. Perché a lei Arrigoni, probabilmente aveva già sparato, colpendola al bacino e all'inguine. La ricostruzione vuole che Turazza sia sceso dall'auto e Cimarrusti sia rimasto al suo posto. Da qui sono solo supposizioni. Probabilmente mentre Turazza gli si avvicinava l'ex parà ha sparato alla volante. I tre colpi sul deflettore, blindato, non lo hanno sfondato. Cimarrusti ha aperto lo sportello, forse anche per difendersi. Si sono sparati a vicenda. Arrigoni ha colpito cinque volte l'agente. Cimarrusti ha sparato 9 colpi. Arrigoni è riuscito a sparare anche a Turazza, altri cinque colpi. L'agente ha risposto con dieci. IL MOVENTE Sarà comunque solo l'autopsia che verrà eseguita oggi a precisare la traiettoria dei proiettili. E da quanti e quali colpi sono stati raggiunti tutti e quattro i corpi. Resta da capire perché Arrigoni, persona senza ombre, abbia compiuto una carneficina. Sulla sua auto, la Panda, in un sacchetto sono stati trovati gli « abiti da lavoro » di Galyna e alcuni bossoli della Glock. E quel punto non è uno dei classici per l'abbordaggio dei clienti. Forse i due si conoscevano. Forse stavano litigando. Saranno le indagini della mobile a cercare di dare un perché a queste quattro morti.

 

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LA NUOVA

Pag 11 Il gioco del listino bloccato a destra di Renzo Mazzaro

Candidature regionali: la Casa delle libertà passa la mano a Roma per sciogliere i nodi

 

Venezia. C’è un misterioso foglietto che sta girando tra i segretari dei partiti di governo del Veneto. Ci sono scritti cinque numeri in serie: 3, 3, 2, 2, 1. Chi lo riceve ci fa qualche modifica, per esempio scrive 5, 2, 2, 1, 1; oppure 4, 3, 2, 1, 1; o che altro gli passa per la testa. L’importante è che la somma dia sempre 11. E lo passa al vicino, il quale continua la manfrina. Siamo in grado si svelare cosa si nasconde dietro questo passamano tra pochi intimi che, per quanto strano sembri, riguarda tutti i veneti: si chiama «gioco del listino bloccato del presidente». I numeri sono i posti disponibili per ogni partito. La serie dei partiti è la seguente: Forza Italia, Lega, An, Udc, Psi (partito socialista yes, it is, proprio quello di Gianni De Michelis). E’ uno dei passaggi obbligati delle prossime elezioni: 48 dei 60 consiglieri regionali vengono eletti proporzionalmente ai voti ottenuti da ciascun partito in ogni provincia; i rimanenti 12 (con qualche aggiustamento) approdano automaticamente in Consiglio regionale come “premio di maggioranza” del presidente della coalizione che vince (1+11). Per questo si chiama listino bloccato del presidente. Ovvio che tutti i candidati presidente stiano preparando il loro listino bloccato. E nessuno ha finito. Incuriosisce di più quello del centrodestra per l’attrazione fatale esercitata dal potere: chi governa già da 10 anni si trova al centro di mille appetiti consolidati e dunque di altrettanti saltimbanchi della politica. Non che non ce ne siano anche nei partiti di opposizione, ma a stare con chi comanda si rischia di meno e si guadagna infinitamente di più, come direbbe monsieur La Palisse. Basta solo agguantare un posto a tavola. Sgomitare è il minimo che sta succedendo. In ogni caso il termine ultimo per depositare liste e listini è il 3 marzo. Riunione a Roma. Partiamo dalla coda: domani è prevista una riunione nella capitale di tutti i segretari nazionali dei partiti della Cdl. Officia Sandro Bondi. Obiettivo: chiudere il listino del Veneto e i cosiddetti primi livelli delle poltrone di comando: presidenza e vicepresidenza della giunta, presidenza del Consiglio, assessorati pesanti. Lega. Voleva la vicepresidemnza della giunta da affidare a Luca Zaia, presidente della Provincia di Treviso. Purtroppo Zaia è incompatibile, dovrebbe dimettersi e porterebbe a elezioni anticipate in Provincia. E non farebbe mai il vice di uno che fa il presidente da 10 anni. Per lo stesso motivo non si vede in quella sedia un Bepi Covre. Il negoziato è condotto da Giampaolo Gobbo. La vicepresidenza verrebbe barattata con l’intero assessorato di Renato Chisso (lavori pubblici e viabilità) e tutto il comparto produttivo (industria, commercio, artigianato attualmente in capo a Giancarlo Conta), che andrebbe a fondersi con le deleghe attualmente gestite dal leghista Marino Finozzi. Udc. Agli alleati di centro andrebbe la gestione dell’assessorato alla sanità, da 10 anni in mano a Forza Italia e di quello del sociale, che invece è dell’Udc. A queste condizioni potrebbe ricandidarsi anche l’eurodeputato Antonio De Poli. Oppure, la vicepresidenza della giunta. Oppure la presidenza del Consiglio, ma solo come quarta opzione. An. Il giusto equilibrio con il partito di Fini sarebbe ottenuto con due poltrone: 1) la presidenza del Consiglio regionale per il veronese Massimo Giorgetti; 2) l’assessorato al turismo, altro centro di potere gestito da Forza Italia da 10 anni. Conduce le trattative il coordinatore Alberto Giorgetti. Forza Italia. Dissanguato dai tagli, il partito di maggioranza relativa resterebbe solo con agricoltura, ambiente, formazione professionale (assessorati di primo livello) e con bilancio, immigrazione e sicurezza, scuola, urbanistica, considerati assessorati minori per non dire “batteria” come si usa nei bar. Per tacitare i malumori si per scontato lo scorporo della viabilità (che resterebbe a Forza Italia) dai lavori pubblici consegnati alla Lega. Nuovo Psi. La spartizione dei posti nel listino bloccato va di pari passo con l’affidamento delle poltrone di comando in giunta. Risulta ad esempio che il Nuovo Psi abbia chiesto un assessorato: se dovesse ottenerlo dovrà rinunciare - dicono gli altri, non i socialisti ovviamente - a pretese sul listino bloccato. Listino bloccato. L’interesse e dunque lo sgomitamento a far parte del listino, è doppio: non si spende una lira per la campagna elettorale ma per avere la certezza matematica di essere eletti bisogna far parte dei primi 6 candidati. Altrimenti si rischia. E’ successo nel 2000: Barbara Degani e Lorena Milanato, inserite da Giancarlo Galan nel listino tra non poche polemiche, non furono elette perche la coalizione vinse a mani basse e non scattò l’intero premio di maggioranza. I privilegiati. Poi Barbara Degani e Lorena Milanato furono ripescate in altro modo: la prima in sostituzione degli assessori «dimissionati» da Galan da consiglieri (unica Regione in Italia ad averlo fatto); la seconda candidata al parlamento ed eletta. Si è parlato invece pochissimo di altri casi, degni di maggior pubblicità: per esempio, se Tiziano Zigiotto, veronese, fosse inserito per la terza volta nel listino bloccato di Galan, raggiungerebbe un record uguagliabile solo da Paolo Scaravelli, capogruppo di An, che si trova nella stessa situazione. Con l’aggravante per Scaravelli di essere un capogruppo che non è mai andato a «contare» i suoi voti. Passaggio che non gli perdonano prima di tutto dentro ad An. I blockers. In Forza Italia il blocco del coordinatore regionale Giorgio Carollo lavora su un fronte, quello di Giancarlo Galan su un altro. L’obiettivo del presidente è ottenere almeno tanti voti quanti la sua coalizione. Sinergie misteriose. Salvo errori e omissioni.

 

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12 – FINESTRA SUL MONDO

 

THE TIMES

Road to Damascus

Bush uses his Brussels speech to highlight major change in the Middle East

 

George W. Bush’s speech in Concert Noble, Brussels, yesterday was billed as an address on the US-EU relationship. In fact, it was broader, with a major focus on the Middle East and some pointed remarks reflecting American concerns about political developments in Russia. A number of European figures have asked that the White House provide more direct and personal leadership in the Middle East peace process in Mr Bush’s second term than was at times evident during his first. The President made it plain that he had a strategy to pursue in that region, which is entering a period of extraordinary volatility and opportunity. In making his most important statement of this tour, Mr Bush avoided, wisely, becoming ensnared in the awkward arguments about and within the European Union. He did not, as some had predicted that he would, mention the EU constitution, let alone endorse it. As 58 per cent of the Spanish electorate did not bother to express an opinion in their referendum, it would have been a little strange if a visiting American had shown ersatz enthusiasm. The President instead confined himself to hailing a “strong Europe, to praising the “democratic unity” of an EU that today includes members from East and West, and affirming the value of the transatlantic alliance. Mr Bush was, however, quite unambiguous in his ambitions for the Middle East peace process. While he made forceful demands of the Palestinians and their Arab neighbours, he was explicit in what he expected from Israel. He asserted bluntly that Ariel Sharon should “freeze settlement activity” and accept that a viable Palestinian state had to have “contiguous territory on the West Bank... A state of scattered territories will not work”. The EU can hardly claim that this is not an even-handed approach to this question. Peace in the Middle East, though, is at risk as much from the actions of Syria, the example set by Iran, or any failure in the effort to establish a secure democracy in Iraq, as it is from Israeli hawks or Palestinian zealots. It is this linkage that some nations in Europe have been reluctant to acknowledge, even if it is obvious in the Middle East itself. The peace process does not proceed in splendid isolation. Mr Bush is right, therefore, to be encouraged by what he described as an “arc of reform” in the Middle East running from Morocco to Bahrain to Iraq and on to Afghanistan. He is also correct to imply that the EU could and should do more to promote political reform in the countries surrounding Israel and the Palestinian Authority. He was no less than honest in directing criticism at Syria, whose Government is believed to be complicit in the killing of Rafik al-Hariri, the former Lebanese Prime Minister. Lebanon’s people took to the streets yesterday to demonstrate their disapproval of Syria’s murderous meddling, a practice that has also been a curse for Iraqis. This presidential trip is supposed to be about “building bridges” between the United States and Europe. For this to occur, both sides must be prepared to pick up their trowels. The White House has recognised what Mr Bush described as the “greatest opportunity and immediate goal” of peace in the Middle East, triggered by the death of Yassir Arafat and the election of Mahmoud Abbas as his replacement. Europe, in turn, must back Washington as it attempts to exert serious pressure on those, such as Syria, who are deliberately obstructing that peace process.

 

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DIE WELT

Lernen Sie von Bismarck, Mr. President! di Hanspeter Born

Schockieren und beruhigen: Wenn George W. Bush das Beispiel des großen Preußen beherzigt, könnte er ein bedeutender Staatsmann werden

 

Wer die historischen Hintergründe, Motive und Ziele von George W. Bushs umstrittener Außenpolitik verstehen will, kann nichts besseres tun, als das letztes Jahr von der Harvard University Press veröffentlichte schlanke Bändchen "Surprise, Security and the American Experience" zu Hand zu nehmen. Auf weniger als 150 großgedruckten Seiten beschreibt der als profunder Kenner des Kalten Kriegs bekannte Yale-Historiker John Lewis Gaddis, wie der Terroranschlag vom 11. September 2001 eine revolutionäre neue außenpolitische Strategie ins Leben rief und wie sich Bush - in Anlehnung an das Shakespearesche Stück - von einem unbesorgten Prinz Hal in den kühnen König Heinrich V. verwandelte. Gaddis stellt die These auf, daß drei überraschende und traumatisierende Angriffe auf das amerikanische Heimatland die US-Außenpolitik jeweils in eine neue Richtung gestoßen haben. Als Antwort auf das Eindringen britischer Truppen in Washington und die Niederbrennung des Weißen Hauses entwickelte Staatssekretär John Quincy Adams eine Doktrin, welche die Sicherheit des Landes durch die Ausdehnung der US-Vorherrschaft auf die ganze amerikanische Hemisphäre, durch unilaterales Handeln und durch vorbeugende Kriege ("Präemption") gewährleisten wollte. An Adams Strategie orientierten sich alle seine Nachfolger, bis der japanische Überfall auf Pearl Harbor vom 7. Dezember 1940 schmerzhaft erkennen ließ, daß die Ozeane keinen genügenden Schutz mehr boten. Um Amerikas Territorium zu schützen, wollte Franklin Delano Roosevelt den Feind - Japan und Nazideutschland - total niederringen, was eine Abkehr vom bisherigen Unilateralismus und die Bildung einer großen Allianz nötig machte. Multilaterales Vorgehen charakterisierte später auch die von George Kennan konzipierte Eindämmungsstrategie, die schließlich mit dem Berliner Mauerfall und der Auflösung der Sowjetunion erfolgreich zu Ende geführt wurde. Der Weckruf des 11. Septembers zwang George W. Bush dazu, die Sicherheitslage seines Landes radikal neu zu überdenken. Anders als Adams und Roosevelt hatte er es als Gefahren nicht mit souveränen Staaten und rationalen Staatslenkern zu tun, die diplomatisch beeinflußt, abgeschreckt oder notfalls militärisch besiegt werden konnten. Bei seinen Feinden handelte es sich um schattenhaften Terroristen, die überall und nirgends waren und zu einer Zeit ihrer Wahl und an einem Ort ihrer Wahl zuschlagen konnten. Abschreckung war keine Option mehr. Man mußte den Terroristen zuvorkommen und präemptiv zuschlagen, bevor sie neuen Schaden anrichten konnten. Bush neue Strategie ist im Dokument "National Security Strategy" (NSS) vom September 2002 definiert: "Wir werden den Frieden verteidigen, indem wir Tyrannen und Terroristen bekämpfen. Wir werden den Frieden bewahren, indem wir unter den großen Mächten gute Beziehungen aufbauen. Wir werden den Frieden ausdehnen, indem wir freie und offene Gesellschaften auf allen Kontinenten ermutigen." Eine Konsequenz der neuen Strategie war der Irakkrieg. Wieso brach Bush diesen Krieg gegen den Willen Rußlands, Deutschlands und Chinas vom Zaun? Gaddis glaubt, Bush habe damit eine psychologische Schockwirkung erzielen wollen. Durch die Vernichtung eines Regimes, das den Terrorismus unterstützt hatte und Massenvernichtungswaffen begehrte (auch wenn es sie nicht mehr besaß), sollte eine abschreckende Wirkung erzeugt und gleichzeitig wenn möglich der Modernisierung und Demokratisierung des Nahen Ostens der Boden geebnet werden. Der von vielen als überstürzt angesehene Krieg bewirkte, daß die bisher von der Welt stillschweigend akzeptierte amerikanische Hegemonie in Frage gestellt wurde. Gaddis schreibt, daß die USA innerhalb kürzester Frist, "ihren lang etablierten Ruf als hauptsächlicher Stabilisator des internationalen Systems gegen denjenigen des hauptsächlichen Destabilisators eingetauscht" hätten. In seinem Buch wie auch in einem die neusten Entwicklungen berücksichtigenden Artikel in der jüngsten Nummer von Foreign Affairs, betitelt "Grand Strategy for the Second Term", vergleicht Gaddis Bushs Schocktherapie mit derjenigen Otto von Bismarcks, der mit drei provozierten Kriegen - gegen Dänemark 1864, gegen Österreich 1866 und gegen Frankreich 1870 - das Staatensystem des Wiener Kongresses zerschlug und damit den Weg zur deutschen Einheit öffnete. Nach 1871 ließ Bismarck auf den Schock eine Politik der Konsolidierung und der Beruhigung folgen: "Er nahm nicht einfach an, daß die Teile automatisch an den von ihm gewünschten Ort fallen würden, sondern er vergewisserte sich, daß sie es taten - durch eine sorgfältige, geduldige Konstruktion einer neuen europäischen Ordnung, die allen daran Beteiligten Vorteile brachte." Aus dem Revolutionär Bismarck war ein Konservativer geworden. Schlechte Strategen, meint Gaddis, wissen nicht, wann die Zeit gekommen ist, von der Schock- auf die Beruhigungstherapie umzustellen. Wie einst Bismarck solle Bush jetzt besiegte Feinde, nervöse Verbündete und erschrockene Zuschauer davon überzeugen, daß sie besser fahren, wenn sie das durch den Irakkrieg geschaffene neue System akzeptieren, als wenn sie es bekämpfen und fürchten. Um dies zu erreichen, wird Bush in seiner zweiten Amtszeit viel diplomatisches Geschick benötigen. Er und seine Leute müssen den Details mehr Beachtung schenken und sich rhetorisch Zurückhaltung auferlegen. Wenn Bush Bismarcks Beispiel folgen kann, dann wird die Geschichte seine nach dem 11. September entwickelte Strategie positiv werten. Er wäre nicht der erste amerikanische Präsident - Reagan und Truman wurden einst belächelt -, der von den Europäern unterschätzt worden ist.

 

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ABC

El corazòn de Europa di Ignacio Sànchez Càmara

 

Somos acaso los españoles hoy más europeos que anteayer? Sólo un necio o un partidista podrían contestar afirmativamente. Lo que estaba en juego el domingo no era el europeísmo español sino, por un lado, la aprobación de un nuevo Tratado de la Unión (es bueno que el «sí» arrasara al «no»), y, por otro, la suerte de un proceso de apropiación partidista del proyecto europeo por parte del Gobierno, que no dudó en recurrir a las más viejas artes del populismo, sin excluir, si no me equivoco, las agresiones a la verdad (no es malo que la abstención haya sido tan alta). Pues se nos dijo que de no aprobarse el texto, Europa se vendría abajo. Incierto. Además, si tan grande era el riesgo, ¿por qué correrlo cuando bastaba la aprobación parlamentaria y la consulta no era vinculante? ¿Qué habría hecho el Gobierno si hubiera triunfado el «no»: romper Europa o sacrificar su talante democrático? También se nos dijo que España se quedaría fuera de la Unión si prosperaba el «no». Incierto. Si el Tratado no es ratificado por los veinticinco en el plazo previsto, la vida de la Unión seguirá aunque, sin duda, con un contratiempo. Incluso se ha dicho que el nuevo texto nos pondrá en el camino de la «paz perpetua». También incierto. O que nos asegura libertades que ya nos garantizan la legislación europea vigente y la Constitución española. No es la abstención, por lo demás la más alta de nuestra democracia, la que deteriora la legitimidad de la consulta, sino estas agresiones a la verdad y a la inteligencia. Si hubiera que medir el europeísmo español por la jornada electoral del domingo, estaría convaleciente. Pero la inmensa mayoría de los españoles, incluidos la mayoría de quienes se abstuvieron, votaron «no» o lo hicieron en blanco, no son euroescépticos. Nadie, salvo quizá algún representante de la residual derecha radical, dijo en 1978 que en el referéndum constitucional se decidiera a favor o en contra de España, sino sobre un concreto texto constitucional democrático. La valoración de la abstención es compleja, mas toda la que rebase el 25 ó 30 por ciento, en el que se cifra la abstención técnica, es significativa. En cualquier caso, quien se abstiene en un referéndum no hace necesariamente dejación de un derecho, sino que, entre otras cosas, puede rechazar la pregunta por impertinente o aborrecer las circunstancias en las que se plantea. Apañados estaríamos si nuestro europeísmo se limitara a uno de cada tres ciudadanos con derecho de voto. Hemos asistido a un intento fallido de apropiación indebida del proyecto europeo común. El presidente del Gobierno ha declarado, dejando el sonrojo para los demás, que nos situaba en el «corazón de Europa». Así, como suena. Ignoro en qué víscera europea nos alojábamos antes. Ni el Tratado de Niza es antieuropeo, ni Aznar dejó de hacer una firme política europea, ni es más europeísta quien se somete a los dictados del eje franco-alemán que quien apuesta, con otros europeos, por una relación de amigos y aliados con Estados Unidos. Si pretendía el presidente del Gobierno avalar su política exterior en las urnas y erigirse en el campeón hispano del europeísmo, sólo cabe decir que ha fracasado. Porque decir que el «sí» del domingo, como el «no», la papeleta en blanco o la abstención, versaban sobre Europa sin más, y no sobre la aprobación de un determinado Tratado constitucional, en general aceptable aunque no exento de errores, convocado además bajo condiciones populistas y plebiscitarias, es o error o mentira. El descrédito de nuestra política exterior sigue tan firme como nuestro europeísmo. No se trataba de eso. Por lo demás, el corazón de Europa late más fuerte en Roma, síntesis de Atenas y Jerusalén, que en Bruselas.

 

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LE MONDE

Europe - Etats-Unis : les deux universalismes di Pierre Rosanvallon

 

C'est entendu , nous sommes tous démocrates. C'est encore entendu, nous souhaitons tous que les idéaux démocratiques se répandent et gouvernent davantage le monde. Et pourtant nous sommes tous également au minimum exaspérés quand cette double affirmation se trouve martelée dans le discours de George Bush.   Cherchez l'erreur ! Comment expliquer en effet un tel sentiment d'écart entre Européens et Américains, alors que nous avons le sentiment de partager les mêmes valeurs ? Cela reste la grande question de l'heure. Et elle ne concerne pas que le champ diplomatique des relations transatlantiques. La paix et la stabilité du monde en dépendent au premier chef. Trois éléments sont généralement avancés pour expliquer un tel écart. La question du style serait d'abord essentielle. C'est le ton triomphaliste, missionnaire et moralisateur du président américain qui serait insupportable. L'appréciation du bien-fondé des méthodes employées par l'Amérique constituerait aussi le différend. Il s'agit là de discuter la légitimité de la promotion de la démocratie par la guerre ; et, en même temps, d'effectuer une véritable analyse coûts-avantages d'actions ayant cet objectif. L'absence de cohérence morale et politique de l'Amérique serait enfin en cause. L'Amérique exigerait des autres les vertus dont elle n'est pas toujours le parangon (voir, entre autres exemples, le problème du statut des prisonniers de Guantanamo). Elle aurait aussi l'indignation et le courage sélectifs (impitoyable avec l'Afghanistan, timide avec la Corée du Nord ou la Russie). Ces trois éléments constituent indéniablement les ressorts d'un écart. Mais creusent-ils pour autant un fossé infranchissable? Certainement pas. En matière de style, il est ainsi frappant de constater que le charme et le savoir-faire d'une Condoleezza Rice semblent avoir soudain fait le printemps dans les capitales européennes ! Pour la méthode et la cohérence, il est peut-être un peu facile d'instituer l'Amérique en victime expiatoire de ce qui constitue nos propres faiblesses et nos contradictions internes. Il y a certes bien des agacements, des divergences politiques ou stratégiques, même très profondes, des conflits d'intérêts en jeu dans ces différents domaines. Mais pas de distance que l'on pourrait qualifier de philosophique. Une telle distance philosophique entre l'Europe et l'Amérique existe cependant de façon latente à mes yeux ; mais elle est d'un autre ordre. Et c'est parce qu'elle s'est marquée sans que l'on soit bien capable de la formuler et de la décrire que les relations transatlantiques se sont fissurées en profondeur. Ce sont, en fait, deux conceptions de l'universalisme qui tendent à s'opposer : un universalisme "dogmatique" versus un universalisme "expérimental". L'universalisme dogmatique décrit un rapport simple et linéaire au monde. C'est un universalisme de l'équivalence, qui voit le progrès dans un processus d'homogénéisation du monde, dans une perspective diffusionniste. Il repose sur un présupposé essentiel : la connaissance et la maîtrise du bien. Il n'exclut pas le pluralisme, mais le situe dans une sorte d'horizon métapolitique et moral supérieur. La démocratie est ainsi conçue, dans ce cadre, comme le régime très particulier, absolument unique, qui concilie l'adoption d'un certain fondamentalisme global avec l'acceptation d'une diversité de la société civile. C'est dire que la démocratie est alors comprise comme une religion autant que comme un ensemble de procédures et d'institutions. Elle constitue une donnée intangible, un bien intrinsèque, qu'il n'y aurait qu'à répandre dans le monde. Cette vision diffusionniste est depuis longtemps celle de l'Amérique. Bush ne fait d'ailleurs là que prolonger la route des Wilson, Roosevelt ou Kennedy. Mais il est essentiel de rappeler comment cette vision s'est formée. Car elle n'a pas existé de tout temps. Dans l'Amérique des pères fondateurs, la question de la démocratie restait ouverte. Les formes du "bon régime" restaient discutées et faisaient l'objet d'âpres controverses, entre un Jefferson et un Madison par exemple. Le terme même de démocratie faisait d'ailleurs problème, certains y voyant le ferment d'une instabilité permanente, alors que d'autres considéraient qu'elle garantirait la paix sociale. Vers le milieu du XIXe siècle, un certain consensus s'est établi en Amérique sur ce point. Mais cela s'est fait au prix d'une sacralisation de l'idée démocratique, soudain expurgée des interrogations radicales qui la constituaient, débarrassée de son potentiel subversif. L'institution de la démocratie en dogme moral s'est ainsi accompagnée à cette époque de son abstractisation concrète, de la négation de sa dynamique sociale, de la dissimulation de ses difficultés. Dans Moby Dick (1851), Herman Melville exprime bien l'air du temps lorsqu'il parle de "la dignité démocratique sans fin qui irradie de Dieu en personne", assimilant la substance de la démocratie "au Dieu absolu", reflet terrestre de la "divine égalité". L'historien peut là accumuler sans peine des citations prouvant l'assimilation qui s'opère alors entre la démocratie et le "christianisme pratique". L'expérience européenne est tout autre. La démocratie n'y a pas été instituée en un ersatz de religion politique. Elle a plus prosaïquement nourri les actions terrestres, suscité d'âpres conflits, conduit même aux perversions extrêmes. La démocratie n'a cessé d'être comprise et vécue comme une expérience, liant en permanence des difficultés et des promesses. D'où, in fine, une vision à la fois plus modeste mais plus réaliste, parce que réfléchissant davantage les tâtonnements de la vie.

APPRENTIS DE LA DÉMOCRATIE - La démocratie comme religion d'un côté, la démocratie comme expérience de l'autre, ces deux approches entraînent des conceptions très différentes de la perspective universaliste. L'universalisme dogmatique, qui va de pair avec l'appréhension de la démocratie comme religion politique, est porteur d'une arrogance insupportable, qui ne fait qu'être redoublée par sa naïveté spontanée. La démocratie conçue comme une expérience ouvre au contraire la porte à un véritable universalisme: un universalisme expérimental. En reconnaissant que nous sommes tous des apprentis en démocratie, cette approche permet d'instaurer un dialogue politique beaucoup plus égalitaire entre les nations. La démocratie est un objectif à réaliser - nous sommes encore loin de la constitution d'une société des égaux et d'une maîtrise collective des choses, elle n'est pas un capital que l'on posséderait déjà. L'Europe a souvent été bien loin d'une telle modestie constructive. Mais c'est seulement si elle se fait le champion d'une telle philosophie qu'elle pourra faire entendre sa voix, et aider l'Amérique à prendre conscience de ce qui fonde au plus profond son désaccordement au monde. S'engager dans cette voie ne relève nullement d'une sorte de relativisme, que l'on pourrait à juste titre estimer coupable. Ce ne sont pas des traditions, des religions, des philosophies hostiles qu'il s'agit de faire cohabiter dans la tension (le "choc des civilisations") ou dans l'indifférence (le pluralisme comme relativisme). Ce n'est pas non plus sur le terrain utopique d'une conversion à une même religion politique que le monde pourra trouver une plus grande unité. Le seul universalisme positif possible est celui des problèmes et des questions, que tous ont à résoudre de concert. C'est seulement sur cette base que la reconnaissance de valeurs communes peut prendre sens.

 

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LE FIGARO

Bush découvre l'Europe di Pierre Rousselin

 

Il est bon que George W. Bush consacre le premier voyage de son second mandat à panser les plaies de l'Alliance atlantique. Le président américain a fort bien commencé. Décidément peu avare de bonnes intentions, il veut désormais «une Europe forte», avec laquelle il jure de travailler, sur à peu près tous les dossiers. A écouter ces belles paroles, on se demanderait presque quels ont pu être ces «désaccords passagers» qui font que sa nouvelle disposition retentit comme un coup de théâtre. George Bush n'en fait-il pas un peu trop, comme un enfant se rendant compte qu'il a cassé son jouet préféré? Des discours, des dîners, des toasts et des points de presse balisent son voyage. Tel que c'est parti, rien ne sera dit qui puisse fâcher: la consigne à la Maison-Blanche est de tout faire pour paraître en harmonie avec ceux qui, comme Jacques Chirac ou Gerhard Schröder, se sont mis en travers de son chemin. Le changement de ton est spectaculaire. Jusqu'à présent, la conception des relations transatlantiques qui avait cours à Washington consistait à monter les alliés les uns contre les autres. Bush découvre soudain que l'Europe existe. S'il a mis quatre ans à le faire, reconnaissons que la faute en revient, pour une grande part, aux Européens. N'ont-ils pas, de leur côté, mis quatre ans à accepter que Bush puisse être l'élu de l'Amérique? Sur ces nouvelles bases, l'alliance peut-elle se remettre à fonctionner? Oui, mais seulement à condition que chacun fasse l'effort d'aller au-delà des mots. Il faut que le dialogue qui s'amorce ouvre la voie à un véritable débat stratégique. On en est loin pour le moment, même si le président américain a amorcé un virage lors de son discours d'investiture. Son objectif n'est plus de partir en guerre, sa priorité n'est plus la croisade contre le terrorisme. La lutte contre la tyrannie et la propagation de la démocratie dans le monde ont pris le dessus. Ce fut dit en termes messianiques mais c'est un idéal auquel chacun devrait pouvoir souscrire. Plus difficile sera de s'accorder sur les moyens. En Irak et en Palestine, les élections de janvier incitent Bush à penser qu'il est sur la bonne voie. Les Européens restent sceptiques mais applaudissent au réengagement américain dans le conflit israélo-arabe. Au Liban, surtout, la France et les Etats-Unis se sont mis à oeuvrer ensemble pour un retrait des troupes syriennes. Avec l'Iran, en revanche, la négociation sur le nucléaire ne peut aboutir tant que Washington n'y souscrit pas: pourquoi les Iraniens feraient-ils des concessions aux Européens s'ils n'obtiennent pas de garanties des Américains ? Après sa réélection, George W. Bush a compris l'urgence qu'il y avait à instaurer un climat normal dans les relations transatlantiques. Telle est la raison d'être de sa venue. A-t-il vraiment besoin de l'Europe? Malgré ses assurances répétées, ce n'est pas certain.

 

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THE NEW YORK TIMES di sabato 19 febbraio 2005

A Soccer Superstar Prepares to Hang Up His Whistle di Jason Horowitz

 

Viareggio (Italy). Pierluigi Collina, Italy's most successful soccer star, has never even come close to scoring a goal. Yet his icy glare and head as bald and polished as a doorknob have made him one of the most recognizable figures in the world's most popular game. Not as a player, but as a referee. "That's not always helpful," Mr. Collina, a 45-year-old financial adviser, said of his conspicuous pate, which has led to his being called everything from Nosferatu in black shorts to soccer's bald beacon. "If you were doing a poor job, everyone would know it was you." By most accounts, Mr. Collina does not do shabby work. The international soccer federation has named him world's best referee in six out of the last seven seasons, during which time he has officiated the finals of the World Cup and other top tournaments. His swift and fearless dispensing of justice on the field, and the aplomb with which he throws the book at the most pampered prima donnas on the world's most revered teams, has made him a cult figure for millions of fans. At the 1996 Olympics in Atlanta, the entire Chinese team came up to him after a match, one by one, seeking autographs and pictures with Italy's unlikely idol. "Even an injured player came hopping off the bench," he said. But despite the accolades, this may be the last season for soccer's reigning lawman. The international and Italian soccer federations have a 45-year age limit on referees, which means that Mr. Collina, whose birthday was last week, will effectively be benched after the season's final whistle blows in June. "If they don't change the rule, it would be a shame, because Collina is a real treasure for the sport," said Tullio Lanese, the president of Italy's referees' union, which is currently lobbying to raise the retirement age to 48. "When there is a great athlete, he deserves a chance." Mr. Collina refuses to talk about efforts under way to change either the international or the Italian rule. But in his 2003 book, "The Rules of the Game," he wrote that the prospect of having to call it quits left "a bitter taste in my mouth" and that age discrimination against arbiters was "a real pity" for soccer. That book, translated into nearly a dozen languages, including Greek and Japanese, competes for space with dozens of trophies in his modest home in this seaside town. Mr. Collina, dressed in dark jeans and a black sweater, sat for a light lunch of pasta and pears before his training session on a recent afternoon. Intensely serious about refereeing, which earns him more than $200,000 a year, Mr. Collina works out four days a week. Before a match he also reads up on the players and spends up to 15 hours watching tape. Tall stacks of soccer videocassettes make a skyline on the television in the living room. "You must know everything," he said. "The tactics, the skills of the players; for a referee it is important not to react to something, but to know what is going to happen. Reacting is too late." He also claims to have an innate resistance to anxiety, and credits nerves of steel for getting him through everything from economics exams in college to championship matches. That mix of confidence and concentration has prompted corporations like IBM and Unilever to hire him as a consultant to help develop their employees' decision-making skills. His on-field performance, business savvy and distinctive dome have led to endorsements and appearances in television commercials, music videos and even a fashion show. They have also made him a somewhat peculiar icon for Italy, a country where court rulings are rarely final and where Prime Minister Silvio Berlusconi has characterized judges as lunatics. "I don't make bad calls," Mr. Collina said, explaining why a recent dinner with Mr. Berlusconi, who also owns one of Italy's top soccer teams, was so cordial. Not everyone agrees. Fans of Juventus, the New York Yankees of Italian soccer, charge that Mr. Collina is biased and say he has cost their team matches and championships. "The more you rule against Juventus, the more famous you get, and Collina wants fame because he wants sponsors and money," said Sergio Vessicchio, the creator of the "I Hate Collina" Web site, which has registered more than 200,000 hits over the last two years. "He makes more mistakes than anyone, but no one says anything because he is now considered a national treasure. Give me a break." Despite such criticism, Mr. Collina has consistently received the highest profile assignments in soccer and, for the most part, enjoys his country's esteem. After Mr. Collina presided over the World Cup final in 2002, the president of Italy, Carlo Azeglio Ciampi, honored him for exporting a positive image of Italy to the world. (On the other hand, the country's star player, Francesco Totti, was thrown out of last year's European Championships for spitting in an opponent's face.) On the field, Mr. Collina's approach to refereeing ranges from laissez-faire to rigorous interventionism, depending on the demands of the game. If the players abstain from kicking one another's shins or faking injuries to draw fouls, he is willing to silence his whistle and let them play. But when he senses that a player is trying to put one over on him, his blue eyes can pierce like ice picks, and his slow gait toward an offending player has left many a grown man quaking in his cleats. Aldo Biscardi, the host of one of Italy's more popular soccer talk shows, called Mr. Collina "one of the greatest of all time," citing his unwavering independence on and off the field. "There is a problem in Italy that the referees give too many calls to the big clubs," Mr. Biscardi said. "The big clubs don't love him, but he couldn't care less." That respect for law and order was instilled in Bologna, where he was brought up by his mother, a schoolteacher, his father, a clerk at the Ministry of Defense, and the strict nuns who taught in his grade school. He refereed his first match at 17, and immediately took a liking to dispensing of justice on the field. But some players started contesting his authority when, at 24, Mr. Collina developed Alopecia Areata, an autoimmune skin disease that causes hair to fall out of the body. "Some thought losing hair could be a problem for a referee. I showed that wasn't true," he said. "Plus, I save on hair products." Since making it to the Italian big leagues in 1991, he has used his silver whistle to humble the world's highest-paid players and then whittled away countless hours in locker rooms waiting for angry fans to go home. He has forced fascist hooligans to take down racist banners, and dodged water bottles, flares, smoke and concussion bombs launched from the stands onto the Italian fields. It is clear that sitting around the house and waiting for his future to be decided does not suit Mr. Collina well. "If you are used to taking decisions, it's not easy to let someone else take them for you. You don't have the last word," he said. Later, after his wife rebuked him for coming home late to lunch, he added, "At home, the only one who accepts my decisions is the dog."

 

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ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 8 Europa, attenta alla Pace fredda di George W. Bush

Il discorso del presidente Usa davanti agli alleati per i rapporti dopo la crisi irachena

 

Nel suo discorso di Bruxelles il presidente Bush ha riportato la Russia al centro del dibattito. Eclissata come problema dalla fine della Guerra fredda e dall'inizio della guerra al terrorismo, la relazione con Mosca torna importante per la svolta autoritaria del presidente Putin. Bush nel suo intervento di ieri, di cui qui diamo la parte centrale, non ha ancora riaperto i dossier della Guerra fredda, ma ha invitato Europa e Russia a evitare almeno una « pace fredda » . Il presidente americano ha dato tempo a Putin per le sue riforme, ricordandogli però che fermare il processo democratico gli alienerebbe alla lunga il rapporto sia con gli Usa che con l'Europa. È stato l'elemento più nuovo in un discorso che ha altrimenti ripercorso i temi del Medio Oriente e del riavvicinamento Washington Bruxelles. Ma ha toccato anche l'inquinamento mondiale e la lotta All'Aids, temi cari all'Europa. Un discorso accolto con applausi e qualche critica: « Bush sta cambiando la politica ma non ancora la retorica e gli europei restano in attesa » ha commentato lo storico inglese Timothy Gartoh Ash.

 

Presidente degli Stati Uniti Signor primo ministro, grazie per la gentile presentazione e per la calorosa ospitalità. Illustri ospiti, signore e signori, Laura e io siamo molto lieti di essere qui. Sono davvero felice di visitare di nuovo Bruxelles, la capitale di una bella nazione, sede dell'Unione Europea e dell'Alleanza della Nato. In questo viaggio in Europa seguo delle orme celebri. Più di due secoli fa Benjamin Franklin è arrivato in questo continente ricevendo grandi plausi. Un osservatore scrisse che « la sua fama era più universale di quella di Leibniz o di Newton, di Federico il Grande o di Voltaire, e la sua figura più amata e stimata della loro » . Quell'osservatore continuò dicendo che non c'era quasi contadino o cittadino che non lo considerasse un amico dell'umanità. Ho sperato di ricevere una simile accoglienza. Ma il segretario di Stato Rice mi ha detto di essere realista. Apprezzo la possibilità di poter parlare, in questa grande sala, ai popoli d'Europa. Per più di 60 anni le nostre nazioni hanno affrontato insieme grandi sfide della storia. Insieme ci siamo opposti a ideologie totalitarie con la nostra potenza e la nostra pazienza. Insieme abbiamo unito questo continente con i nostri valori democratici. E insieme segniamo, anno dopo anno, gli anniversari della libertà, dal D Day alla liberazione dai campi di sterminio, alle vittorie della coscienza nel 1989. La nostra alleanza transatlantica ha reso vani i piani di dittatori, servito gli alti ideali dell'umanità e indirizzato un secolo violento su una rotta nuova e migliore. E anche col passare del tempo non dobbiamo mai dimenticare i risultati che, fianco a fianco, abbiamo raggiunto. Tuttavia i nostri rapporti sono fondati su qualcosa di più della soddisfazione per il passato. In un nuovo secolo, l'alleanza tra l'Europa e il Nord America è il pilastro principale della nostra sicurezza. Le solide attività commerciali che intratteniamo sono uno dei motori dell'economia mondiale. Questo esempio di libertà economica e politica speranza a milioni di persone che soffrono per la povertà e l'oppressione. Sotto tutti questi aspetti la nostra forte amicizia è fondamentale per la pace e la prosperità del globo, e nessuna discussione contingente, nessun disaccordo passeggero tra i governi, nessun potere sulla terra ci potrà mai dividere. Oggi l'America e l'Europa si trovano di fronte a un momento di grande peso e denso di opportunità. Insieme, possiamo ancora una volta far imboccare alla storia la strada della speranza, che allontani povertà e disperazione e avvicini lo sviluppo e la dignità dell'autodeterminazione, rifugga dal risentimento e dalla violenza e vada verso la giustizia e una pacifica conciliazione delle differenze. Cogliere questo momento richiede idealismo; dobbiamo vedere in ogni persona ciò che c'è di giusto e la capacità di vivere nella libertà. Cogliere questo momento richiede realismo; dobbiamo agire con saggezza e decisione nei confronti di sfide complesse. E cogliere questo momento richiede anche cooperazione, perché quando l'Europa e l'America stanno insieme, non ci sono problemi insormontabili. Mentre le discussioni passate si affievoliscono, mentre i grandi impegni divengono chiari, disponiamoci ad avviare una nuova era di unità transatlantica. La nostra maggiore occasione e obiettivo immediato è la pace nel Medio Oriente. Dopo molte false partenze, speranze infrante e vite svanite, una risoluzione del conflitto tra gli israeliani e i palestinesi è ora a portata di mano. L'America e l'Europa hanno assunto un impegno morale. Non rimarremo a guardare mentre un'altra generazione nella Terra Santa cresce in un clima di violenza e disperazione. L'America e l'Europa condividono anche un interesse strategico. Contribuendo a costruire una pace duratura, rimuoveremo dei rancori irrisolti che sono usati per fomentare odio e violenza in tutto il Medio Oriente. I nostri sforzi sono guidati da una visione chiara. Siamo decisi a vedere due stati democratici, Israele e la Palestina, che vivono l'uno accanto all'altro in pace e sicurezza. Il popolo palestinese merita un governo che sia rappresentativo, onesto e pacifico. Il popolo israeliano ha bisogno che finisca il terrore e vi sia un partner affidabile e deciso alla pace. E il mondo non deve smettere di adoperarsi finché non si arrivi a una risoluzione giusta e duratura di questo conflitto. Tutte le parti devono assumere delle responsabilità. Gli stati arabi devono porre fine a ogni istigazione nei loro mezzi di comunicazione, tagliare i fondi al terrorismo, smettere di sostenere un'istruzione scolastica estremista e stabilire relazioni normali con Israele. I leader palestinesi devono affrontare e disarmare i gruppi terroristi, combattere la corruzione, incoraggiare la libertà d'impresa e stabilire una vera autorità nei confronti del popolo. Solo una democrazia può sostenere le speranze dei palestinesi, rendere Israele sicuro e alzare la bandiera di una Palestina libera. Il successo della democrazia in Palestina dovrebbe anche essere il principale scopo di Israele. Perciò Israele deve sospendere gli insediamenti, aiutare i palestinesi a costruire una economia florida e rendere possibile la costruzione di un nuovo stato palestinese con territori contigui sulla West Bank. Uno stato composto da territori sparsi non funzionerà. Cerchiamo la pace tra Israele e la Palestina per il valore della pace. Siamo anche consapevoli che una Palestina libera e pacifica possa dare maggior slancio al processo di riforme in tutto il Medio Oriente. A lungo andare non possiamo vivere in pace e sicurezza se il Medio Oriente continuerà a produrre ideologie volte all'assassinio e terroristi che cercano le armi più letali. Regimi che terrorizzano il proprio popolo non esiteranno ad appoggiare il terrore all'estero. Lo status quo della tirannia e la disperazione nel Medio Oriente, la falsa stabilità della dittatura e la stagnazione possono solo portare a un maggior risentimento in una regione martoriata e a maggiori tragedie nelle nazioni libere. Il futuro delle nostre nazioni e il futuro del Medio Oriente sono collegati e la nostra pace dipende dalle loro prospettive, dal loro sviluppo e dalla loro libertà. Riforme durevoli ed efficaci nell'arco del Medio Oriente non saranno imposte dall'esterno. Devono essere volute dall'interno. I governi devono scegliere di combattere la corruzione, abbandonare le vecchie abitudini di controllo, proteggere il diritto di coscienza e i diritti delle minoranze. I governi devono investire nella sanità e nell'educazione dei loro popoli e assumersi la responsabilità di risolvere i problemi invece di limitarsi a dare la colpa ad altri. I cittadini devono ritenere responsabili i propri governi. Il cammino non è sempre facile, come possono testimoniare tutti i popoli liberi. Tuttavia vi sono ragioni per aver fiducia. Alla fine uomini e donne che cercano il successo della propria nazione rifiuteranno un'ideologia fatta di oppressione, rabbia e paura. Alla fine gli uomini e le donne abbracceranno la partecipazione democratica e il progresso. Stiamo intanto assistendo ad un arco di riforme che va dal Marocco al Bahrain, all'Iraq all'Afghanistan. Il nostro compito è incoraggiare questo progresso accettando i doveri delle grandi democrazie. Dobbiamo stare dalla parte dei riformatori democratici. Dobbiamo incoraggiare i movimenti democratici. E dobbiamo appoggiare le transizioni verso la democrazia in modi concreti. L'Europa e l'America non devono aspettarsi e non devono pretendere che le riforme avvengano di colpo. Non è avvenuto così nella nostra storia. Al mio Paese sono occorsi molti anni per accogliere a pieno titolo le minoranze e le donne nel sistema americano e questa battaglia non è ancora finita. Tuttavia, mentre le nostre aspettative devono essere realistiche, i nostri ideali devono mantenersi saldi e chiari. Dobbiamo attenderci standard più alti dai nostri amici e partner mediorientali. Il governo dell'Arabia Saudita può dimostrare la sua leadership nella regione incrementando il ruolo del popolo nella possibilità di determinare il proprio futuro. E la grande e fiera nazione egiziana, che ha mostrato la strada verso la pace nel Medio Oriente, può ora mostrare la strada verso la democrazia. Il nostro comune impegno per un progresso democratico viene messo alla prova in Libano, un Paese una volta fiorente che ora soffre a causa di un vicino oppressivo. Il regime siriano, mentre deve agire in modo più deciso per fermare chi sostiene la violenza e la sovversione in Iraq, deve anche cessare di appoggiare gruppi terroristi che cercano di distruggere le speranze di pace tra israeliani e palestinesi. La Siria deve anche porre fine all'occupazione del Libano. Il popolo libanese ha il diritto di essere libero e gli Stati Uniti e l'Europa hanno un comune interesse a che il Libano sia uno stato democratico e indipendente. Il mio Paese e la Francia si sono adoperati per far approvare la risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza, che chiede che la sovranità del Libano sia rispettata, che i militari e gli agenti stranieri siano ritirati, e che si tengano libere elezioni senza interferenze straniere. Negli ultimi mesi il mondo ha visto uomini e donne prendere parte a elezioni storiche da Kabul a Ramallah a Baghdad. E senza l'interferenza siriana, le elezioni parlamentari nella prossima primavera in Libano potranno rappresentare un'altra pietra miliare della libertà. L'impegno nei confronti del processo democratico viene onorato in Afghanistan. Quel Paese sta costruendo una democrazia che riflette le sue tradizioni e la sua storia e mostra la strada alle altre nazioni della regione. Il presidente eletto sta lavorando per il disarmo e la smobilitazione delle milizie in preparazione delle elezioni per l'assemblea nazionale che si terranno questa primavera. La popolazione afgana sa che il mondo è dalla sua parte. Dopo tutto, la Germania sta fornendo un fondamentale addestramento alla polizia, il Regno Unito li sta aiutando a combattere il commercio della droga, l'Italia sta dando assistenza nei confronti della riforma del sistema giudiziario, la sempre più importante missione di sicurezza Nato è guidata da un generale turco. I governi europei stanno aiutando l'Afghanistan a farcela e l'America riconosce il valore della vostra leadership. Insieme dobbiamo spiegare al popolo iracheno che il mondo è anche con loro, perché hanno senz'altro mostrano il loro carattere al mondo. Un iracheno che lo scorso anno perse una gamba a causa di una bomba, ha voluto assolutamente partecipare al voto del 30 gennaio. Ha detto: « Sarei venuto qui carponi, se fosse stato necessario. Non voglio che i terroristi uccidano altri iracheni come hanno cercato di uccidere me. Oggi voto per la pace » . Ogni voto dato in Iraq è stato un atto di sfida al terrore. E il popolo iracheno si è guadagnato il nostro rispetto. Alcuni europei hanno partecipato alla battaglia per liberare l'Iraq, mentre altri no. Ma tutti noi riconosciamo il coraggio quando lo vediamo. E l'abbiamo visto nel popolo iracheno. Tutte le nazione ora hanno interesse che l'Iraq riesca a diventare un paese libero e democratico, che combatta il terrore, che sia un esempio di libertà e una fonte di stabilità nella regione. Nei mesi a venire l'assemblea recentemente eletta in Iraq avrà l'importante compito di istituire un governo, dare sicurezza, incrementare i servizi di base e scrivere una costituzione democratica. Questo è il momento per le democrazie consolidate di dare tangibile aiuto politico, economico e per la sicurezza alla più giovane democrazia del mondo, In Iran il mondo libero ha uno scopo comune. Per amore della pace il regime iraniano deve cessare di dare sostegno al terrorismo e non deve costruire armi nucleari. Nel salvaguardare la sicurezza delle nazioni libere, non si può escludere nessuna opzione. Tuttavia l'Iran è diverso dall'Iraq. Siamo alle prime fasi della diplomazia. Gli Stati Uniti sono membri del gruppo di governo dell'IAEA (International Atomic Energy Agency), che ha la responsabilità di affrontare questo problema. Stiamo lavorando in collaborazione con l'Inghilterra, la Francia e la Germania, che si oppongono alle ambizioni nucleari dell'Iran e insistono perché Teheran si adegui alle leggi internazionali. I risultati di questo modo di affrontare la questione dipendono ora in larga parte dall'Iran. Ci adoperiamo anche perché l'Iran attui le riforme promesse. È arrivato il momento per il regime iraniano di ascoltare il suo popolo, rispettarne i diritti e unirsi al movimento per la libertà che sta crescendo intorno a loro. In tutto il Medio Oriente, dai territori palestinesi al Libano, all'Iraq e all'Iran, credo che l'avanzamento della libertà all'interno delle nazioni costruirà la pace tra le nazioni stesse. E una ragione di questa convinzione deriva dall'esperienza dell'Europa. In due guerre mondiali, l'Europa ha visto la natura aggressiva della tirannia e il costo terribile della mancanza di fiducia e della divisione. Nella Guerra Fredda l'Europa ha visto che la cosiddetta stabilità di Yalta era una fonte costante di ingiustizia e paura. E ha anche visto che l'ascesa di movimenti democratici come Solidarnosc riusciva ad aprire la cortina di ferro tesa dai tiranni. Il diffondersi della libertà ha contribuito a risolvere vecchi conflitti e l'allargamento della Nato e l'Unione Europea hanno trasformato i rivali in alleati. L'America sostiene l'unità democratica dell'Europa per la stesse ragioni per cui appoggiamo il diffondersi della democrazia in Medio Oriente: perché la libertà porta alla pace. L'America appoggia un'Europa forte, perché abbiamo bisogno di un partner forte nel duro lavoro di far progredire la libertà e la pace nel mondo. Credo anche che il futuro della Russia sia all'interno della famiglia europea e della comunità transatlantica. L'America favorisce l'adesione della Russia alla WTO (World Trade Organization), perché adeguarsi agli standard della WTO rafforzerebbe i progressi della libertà e della prosperità di quel Paese. Tuttavia, perché la Russia divenga sempre più una nazione europea, il suo governo deve rinnovare l'impegno verso la democrazia e la legalità. Siamo consapevoli che le riforme non avvengono nell'arco di una notte. Dobbiamo sempre ricordare alla Russia, tuttavia, che la nostra alleanza sostiene la libertà di stampa, un'opposizione vitale, la condivisione del potere e la legalità. E gli Stati Uniti e tutti i paesi europei dovrebbero porre le riforme democratiche al centro del loro dialogo con la Russia. La nostra alleanza è decisa a mostrare una buona gestione della terra, e per questo è necessario affrontare il problema serio e di lungo periodo del cambiamento globale del clima. Tutti noi abbiamo espresso le nostre opinioni sul Protocollo di Kyoto e ora dobbiamo lavorare insieme per andare avanti. Tecnologie emergenti, come i veicoli a idrogeno, l'elettricità ricavata da fonti di energia rinnovabili, la tecnologia del carbone pulito incoraggeranno una crescita economica responsabile verso l'ambiente. Con la ricerca, la messa in atto, la promozione di nuove tecnologie nel mondo, tutte le nazioni, compresi i paesi in via di sviluppo, possono progredire economicamente rallentando al contempo l'emissione di gas a effetto serra ed evitando sostanze inquinanti che insidiano la salute pubblica. Tutti noi possiamo usare le potenzialità dell'ingegno umano per migliorare l'ambiente per le generazioni future. La nostra alleanza è decisa ad affrontare i disastri naturali, la fame e le malattie con aiuti rapidi e solidali. Mentre siamo qui, personale americano ed europeo sta aiutando le vittime dello tsunami in Asia. Il nostro impegno finanziario congiunto per sollevare le vittime dello tsunami e contribuire alla ricostruzione ha raggiunto quasi 4 miliardi di dollari. Stiamo lavorando attraverso il fondo globale per combattere l'Aids e altre malattie nel mondo. E il piano d'emergenza americano ha indirizzato risorse aggiuntive alle nazioni maggiormente bisognose. Attraverso tutti questi sforzi incoraggiamo la stabilità e il progresso per costruire una base più salda alle istituzioni democratiche. E, soprattutto, adempiamo al dovere morale di curare gli ammalati, dar da mangiare agli affamati e confortare gli afflitti. La nostra alleanza è anche decisa a difendere la nostra sicurezza, perché ci rifiutiamo di vivere in un mondo dominato dalla paura. I movimenti terroristi cercano di intimorire i popoli liberi e di capovolgere il corso della storia commettendo assassini di grande portata. Non ci faremo intimorire e i terroristi non fermeranno la marcia della libertà. Ringrazio le nazioni d'Europa per la grande collaborazione alla guerra contro il terrore. Insieme abbiamo smantellato le attività finanziarie del terrorismo, rafforzato i sistemi comuni di intelligence, intensificato la cooperazione nel promulgare leggi e migliorato la sicurezza dei commerci e dei viaggi internazionali. Daremo la caccia ai terroristi dovunque si nascondano. Nell'interesse della sicurezza del nostro popolo e della pace, saremo inesorabili nel dare la caccia agli ideologi dell'odio. L' 11 settembre l'America si è rivolta dapprima al problema della nostra sicurezza immediata e a dar la caccia a un nemico. E quell'importante lavoro continua. Abbiamo anche capito che una definizione ristretta della sicurezza non basta. Mentre ci occupiamo di una minaccia presente, abbiamo accettato la sfida a lungo termine di diffondere la speranza, la libertà e la prosperità come grandi alternative al terrore.

 

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LA NUOVA

Pag 1 Lo Stato dietro l’agente di Ferdinando Camon

Fatalità e giustizia

 

Nella fosca tragedia di Verona, quattro morti alle 2,30 di notte (una prostituta, il suo rapinatore e due poliziotti), diranno che c’entra la fatalità, contro la quale non c’è niente da fare. Quello del poliziotto è un mestiere rischioso, diranno, e chi fa il poliziotto accetta i rischi e sta zitto. Ma le cose non stanno così. il poliziotto ha il diritto di avere alle spalle uno Stato che lo protegge, lo garantisce, lo premia. Non deve andare allo sbaraglio, corpo a corpo contro una criminalità che cresce ogni mese, sempre meglio armata e sempre più efferata. La sicurezza è diventata il nostro problema numero uno. Abbiamo troppi delitti, troppo crudeli, e in risposta abbiamo una giustizia paralizzata, chiusa nell’impossibilità d’infliggere pene adeguate. A colpe feroci corrispondono pene irrisorie, che suonano come un invito a ripetere il crimine. Nella malavita è sparito ogni rapporto tra la violenza delle rapine e l’entità della posta in palio. Ormai si uccide per niente. La vita vale zero. Rapini, ammazzi, scaraventi il cadavere in un fosso, e torni a casa a dormire tranquillo. E che cosa ti ritrovi in tasca? Qualche centinaio di euro, non di più. Qui, a Verona, il delinquente (chiamiamolo così, è la sua definizione, anche se era un vigilante, e quindi doveva essere un cacciatore di delinquenti), quando è arrivata la polizia, aveva già sparato alla prostituta, per rubarle l’incasso. Che incasso sarà stato? La vita vale meno di quella somma? Questo assassino era un vigilante, anzi il responsabile di una compagnia di vigilanza. Come tale, aveva il diritto di portare armi. Ma come si concede questo diritto? Come si controlla se colui a cui glielo dai se lo merita? La società ha diritto che chi gira armato per le strade sia dalla sua parte, e lavori in sua difesa, non contro di lei. Qui si è concesso il diritto di girare armato a un assassino pronto a far fuori una sconosciuta per pochi euro. Costui aveva già avuto delle querele, non una ma numerose, per violenza. E come mai a un violento pluriquerelato non si ritira il porto d’armi? La prostituta che ha ucciso è una poveraccia ucraina clandestina e senza documenti. Il problema delle clandestine che fan le prostitute, che partono da casa con questa idea o che quando vengono qui non trovano altro da fare, è incancrenito. Cambiano i governi, ma nessuno l’ha mai, non dico risolto, ma nemmeno impostato. Si tira avanti sperando che non ci scappi la tragedia. Stavolta è successo, e non è la prima volta. Le prostitute son vittime facili, predestinate. Lo han capito subito i serali killer di Terrazzo e di Custoza. Ammazzare una prostituta e rubarle quel che ha in borsa ti dà l’idea di fare il bene della città, perché la ripulisci, e il tuo bene personale, perché intaschi il denaro. Contro questi «assassini nati» i veri poliziotti non hanno altra alternativa che affrontarli a tu per tu. Qui, a Verona, hanno inquadrato la Panda col cadavere della prostituta puntando i fari della volante, ma l’attimo in cui han capito tutto è stato l’attimo della loro fine: l’assassino gli ha scaricato addosso la pistola, e anche la sua aveva un caricatore da 14 colpi. Uno dei due poliziotti aveva perso un fratello, anche lui poliziotto, dieci anni fa, in uno scontro con un bandito della Mala del Brenta. Anche qui non c’era fatalità, ma un buco nelle regole. Il bandito era un pentito, godeva del sistema di protezione, e ne approfittava per rapinare. Il poliziotto lo trovò davanti a una banca, lo fermò per identificarlo, e l’altro lo fulminò. Come mai gli avevano scalato la pena? Come mai gli avevano assegnato il regime di protezione? Le leggi che trattano i diritti dei criminali e i doveri dei poliziotti hanno dei buchi. Per quei buchi passa e ripassa la morte dei poliziotti.

 

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IL FOGLIO

Pag II Il brutto embrione che stupì il ginecologo nascendo bello di Emanuele Boffi

Orazio Piccinni, pioniere dei bimbi in provetta al Sud, racconta come ha deciso di smettere dopo sette ricchi anni

 

Pubblichiamo l’anticipazione dell’articolo “Il Big Bang della fecondazione” che uscirà sul settimanale Tempi giovedì 24 febbraio.

 

Vennero da me perché desideravano avere un figlio. Erano sulla quarantina, benestanti, di Roma. L’età della coppia e le loro caratteristiche biologiche non permisero di ottenere in laboratorio che un solo embrione. Era però quello che io classificavo come un embrione ‘brutto’, cioè con caratteristiche non idonee per essere trasferito in utero. Se non fosse stata quella l’unica chance per esaudire il loro desiderio, non avrei mai proposto loro di provare. Embrioni simili, non avevo mai esitato a cestinarli. Oggi quell’embrione ha 13 anni, si chiama Marco ed è sano come un pesce”.

“Quella cellula ero io” - La storia risale al 1992, ma Orazio Piccinni la racconta con la dovizia di sfumature di uno cui è capitato ieri di aver fatto scampare all’embrione Marco il frigorifero o la discarica. Oggi Piccinni lavora nel reparto di Ostetricia e ginecologia di una famosa clinica di Bari e non fa più fecondazione in vitro (Fiv). Ma in Italia, almeno al sud, ne fu uno dei precursori. “Ero un allievo di Vincenzo Trama che mi insegnò la Fiv e, su sua indicazione, fondai nel 198911 centro di procreazione assistita nel capoluogo pugliese. Si era in pochi allora, soprattutto nel meridione e la gente arrivava a frotte. Anche perché fummo fra i primi a praticare la fecondazione in tempi in cui pochi conoscevano questo tipo di procedura e si limitavano all’inseminazione”. Piccinni rammenta il delirio di onnipotenza di quei giorni, l’illusione di sentirsi migliori della natura, la sbornia che ti prende la testa quando hai tra le mani la soddisfazione di un bisogno altrui. “Ritenevo di fare del bene. Credevo di essere buono perché fornivo dei figli a persone che non potevano averne. Poi capitò l’embrione Marco e Piccinni, tormentato da un po’ di tempo dallo sprone del dubbio, si ricredette: “Mi resi conto che quell’embrione che tutta la mia scienza avrebbe scartato e destinato alla distruzione, poteva invece arrivare ad essere un bambino. E pensai: quanti Marco ho buttato via fino ad oggi?”. Uno Shakespeare moderno affermerebbe che “ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua provetta, Orazio”. E’ il 1996, Piccinni abbandona la Fiv. “Mi costò fatica. Fatica economica, intendo. Si guadagnava molto, come avviene ancora oggi. I sostenitori della Fiv non mi imbrogliano con i loro propositi umanitari. Io so cos’è: un’ industria che funziona sulla domanda e sull’offerta. Si pensa di iniziare l’esistenza, ma il laboratorio è una fabbrica che produce morte, non solo vita”. Il 31 gennaio il ginecologo è stato invitato al convegno dell’Accademia dei Lincei su “Procreazione assistita: problemi e prospettive”. Nel testo del suo intervento parla di delirio di onnipotenza. “Quel delirio che ti assale quando annunci a una coppia sterile il risultato positivo del test. L’euforia di una buona notizia che ti fa dimenticare che per arrivarci hai dovuto sacrificare la gran parte degli embrioni prodotti”. Piccinni si sente un po’ come san Tommaso, “perché noi siamo fatti così: non crediamo finché non mettiamo il dito nella piaga, finché non ci accorgiamo che stiamo parlando di carne e ossa”. Si è convertito guardando dentro a un microscopio perché “sì, ero cristiano, ma diciamo che lo ero così, per tradizione. Insomma, non me ne importava più di tanto e certamente non ero un praticante”. Poi, però, guardando quel momento in cui i due

gameti si uniscono “iniziarono a venirmi i brividi. Man mano che scoprivo le potenzialità di quella cellula, aumentava la mia sete di conoscenza e con essa i miei dubbi — fa una pausa — e le mie domande”. Intanto inizia a pensare che “quella cellula ero io. Io sono un ex embrione, e insistevo con le mie pazienti di portare rispetto al nato, ma anche agli embrioni che erano stati congelati o cestinati perché quel nato ci fosse”. Il dottore giura che la sua non fu una conversione sulla via di Damasco, ma un processo lungo e graduale. Assicura con altrettanta certezza “di essere diventato cattolico in laboratorio, con l’occhio appoggiato sul microscopio”. Perché nelle primissime fasi del concepimento, quando l’ovocita e lo spermatozoo, due cellule in sé insignificanti, si uniscono, “lì, in quel momento lì, c’è un mistero. C’è una scintilla e poi via di seguito dei fenomeni a cascata che ininterrottamente porteranno a quello che è Orazio Piccinni oggi”. Eppure molti scienziati parlano di ootide, di diverse fasi di sviluppo di un oggetto e non di una persona, di convenzioni, ma per il medico “sono distinzioni che non stanno in piedi. Nelle prime venti ore dopo la scintilla c’è già una comunicazione unica e attiva fra i due fusi di cromosomi, materno e paterno, i cosiddetti pronuclei”. Nella memoria presentata ai Lincei, Piccinni ha scritto che “già nei primi minuti e nelle prime ore in seguito alla penetrazione dello spermatozoo nell’ovocita si definisce dove spunterà la testa, i piedi e da quale parte si formerà la schiena e la pancia”. “La natura — riprende il ginecologo — fa tutto alla perfezione, è la natura che ci mostra il mistero. Io dico sempre che nel processo di fecondazione è nascosto lo stesso mistero che c’è stato nel Big Bang, il passaggio dal non esistente all’esistente”. Davanti a quel quid insondabile, Piccinni non ha potuto altro che “fare un passo indietro. Nel dubbio ci si ferma, è il principio di precauzione ad insegnarcelo, no?”. Per Piccinni la legge 40 (“erroneamente -intercala nel discorso — definita ‘procreazione medicalmente assistita’, non si tratta di ‘procreazione’ ma di ‘riproduzione’ artificiale”) “è una norma che non tutela la dignità della coppia e dell’embrione, ma è il male minore”. Piuttosto, quel che non gli garba, è che nessuno rammenti le contraddizioni della Fiv. Ha scritto ai Lincei: “Il tasso di gravidanza si è attestato nei migliori centri al 30 per cento circa per ciclo di trattamento. Molti test positivi di gravidanza sono destinati precocemente a negativizzarsi a causa di un aumentato numero di aborti biochimici o cimici nei primi tre mesi. Abbiamo comè risultato finale, rispetto ai 30 per cento iniziale illusorio, solo il 10-12 per cento di bambini nati cosiddetti in braccio. Su cento embrioni prodotti ne nascono massimo quindici. Se si trattasse di un’industria di automobili, avrebbe chiuso già da tempo per fallimento. Se io fossi un embrione pretenderei più garanzie di sopravvivenza”. E poi ha aggiunto: “In questo senso la Fiv, per numero di vite soppresse, è indubbiamente peggiore della interruzione di gravidanza. Spesso le pazienti non conoscono questo dato, così come l’aumento dal 2 al 6 per cento delle malformazioni”.

La tecnica ha reso il concepimento un test - “Finché la gente non capisce veramente che cosa accade in laboratorio — spiega oggi Piccinni — non avrà la libertà di una scelta responsabile, e si continuerà a parlare di diritti e desideri esaudibili dalla scienza e dalla tecnica”. Con la Fiv “si è stravolto il concetto di gravidanza che non inizia più dal concepimento, ma dall’esito di un test”. Questo crea delle tensioni e delle aspettative assolutamente nefaste per la coppia stessa. Piccinni lo dice osservando la propria esperienza: “Quando oggi una coppia che si ritiene sterile mi consulta, io cerco innanzitutto di tranquillizzarli e spiego loro che anche in condizioni ottimali, ad ogni rapporto, esiste solo il 25 per cento di fecondazione (che è la più bassa tra le specie animali). A volte servono due, tre, dieci anni prima che si possa parlare effettivamente di sterilità. Questo lo prova anche il fatto che molte coppie, dopo aver avuto figli con la Fiv, li abbiano poi naturalmente e scoprano così di non essere mai stati sterili. La natura ha i suoi tempi per ognuno di noi”. Purtroppo viviamo immersi in una cultura che pretende dalla scienza l’esaudimento dei propri desideri, “e molti colleghi non si fanno scrupoli ad alimentare questo convincimento”.

 

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Pag II Così Bignardi schiera la progressista Azione Cattolica per l’astensione di ab

 

Roma. “Non si tratta solo di procreazione assistita e non è qualcosa che riguarda soltanto le coppie sterili, è in gioco la concezione dell’uomo e della vita, è in gioco il nostro futuro: per questo avremmo fatto volentieri a meno dei referendum, che chiedono con nettezza di collocarsi di qua odi là come fosse una questione politica o ideologica, per questo cogliamo comunque l’occasione per tentare una discussione più profonda”. Paola Bignardi, presidente di Azione cattolica, ha aderito al comitato “Scienza & vita” in difesa della legge 40, che ha scelto l’astensione come doppio no. “La mia astensione di oggi ha lo stesso valore che ebbe nel referendum sull’aborto il ‘sì’ di allora: noi accogliamo la vita, ne riconosciamo il valore assoluto e la dignità, in tutte le sue forme, e vogliamo riuscire a dar voce alle ragioni di chi ritiene che non si tratti di un oggetto su cui mettere le mani; non voglio usare la parola ‘sacro’, laicamente dirò soltanto che la vita è quanto di più universale esista, ed è indisponibile anche se culturalmente questo elemento va affievolendosi e viene messo in discussione dai nuovi problemi di bioetica, che ci mettono di fronte a situazioni estreme e a rischi prima d’oggi mai avvertiti ma che ci riguardano tutti”. Non per tutti l’embrione è vita, c’è chi lo considera un grumo di cellule, chi conta le ore dal momento della fecondazione, chi afferma che, se pure fosse vita, sarebbe giusto sacrificarla per la ricerca, per salvare altre vite (quelle dei malati), ed ecco che la legge 40 si trasforma in una legge che impedisce la vita invece di tutelarla, a causa di tutti quei limiti e divieti. “Quand’anche ci fosse un dubbio sull’essenza dell’embrione — spiega Paola Bignardi al Foglio — quel dubbio deve comunque trattenerci dal rischiare di mettere le mani su qualcosa per cui non esiste la prova di non vita, e in ogni caso nessuna vita può mai essere sacrificata per decisione altrui, perché non ci sono esistenze più e meno degne”. Allora l’embrione è come il concepito, è già figlio, in più è un figlio cercato e desiderato e, dice la Bignardi, “ci vuole grande rispetto per le storie di sofferenza, di maternità negata che spesso portano le persone a rivolgersi ai centri per la fertilità, anche sé dovremmo ricordarci che la maternità e la paternità non sono soltanto naturali, e possono passare per altre strade: in ogni caso, ciò che conta e rendersi conto che un figlio non è in nessun caso un diritto, perché generare significa riconoscere l’alterità di una persona ma se questa percezione manca, e manca perché prevale una diversa concezione culturale, allora diventa facile proiettare il proprio desiderio sulla scienza, chiedere aiuto per realizzare la propria aspirazione a un figlio coi requisiti giusti, sano, bello, perfetto, e liberarsi con leggerezza di ciò che perfetto non è “La prospettiva giusta non è il diritto ma la responsabilità” dice la Bignardi, e spiega che è questa l’informazione necessaria, che Azione cattolica si impegna a realizzare attraverso discussioni, dibattiti, confronti, valorizzando la nostra struttura associativa e l’azione educativa e formativa che ci prefiggiamo”. Contro la fecondazione eterologa, “perché ogni bambino ha diritto a un’identità, a conoscere i propri genitori biologici, a sapere chi è”, contro le sperimentazioni scientifiche sugli embrioni, contro la diagnosi preimpianto, “contro una cultura della vita che non è la nostra, e che disprezza i più deboli, leva loro dignità”. Secondo Paola Bignardi il dibattito sulla fecondazione assistita nasconde un senso profondo, rilevatore proprio della grandezza della vita: “E’ l’esplodere del desiderio, è la fatica di sopportare e accettare che la vita abbia strutturalmente un limite, per questo siamo pervasi da desideri indefiniti e umanissimi, dall’anelito a una vita piena, dalla ricerca della non sofferenza, dall’ansia della perfezione: ciò dimostra la trascendenza della vita umana, ma certo il limite va accettato, e contro la sofferenza si deve lottare, ma accettando che faccia parte della vita stessa e che di essa si debba, a un certo punto, riuscire a dire il senso”.

 

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AVVENIRE

Pag 2 Un ospite si infiltra ma non scappiamo di Francesco Ognibene

La cultura massmediale secondo il Papa

 

Internet era solo un'ipotesi, la tv disponeva solo di qualche canale in bianco e nero, di telefonia cellulare discettavano soltanto gli scrittori di fantascienza. Un'altra epoca. Ma i padri conciliari allungarono lo sguardo e a loro modo "videro" quel che sarebbe accaduto. Senza prospettare le innovazioni tecnologiche che oggi sono l'arredamento della nostra quotidianità, certo. Ma, promulgando il decreto «Inter mirifica» il 4 dicembre 1963, mostrarono di aver intuito l'impatto dei mass media sull'uomo del nostro tempo. Così inserirono un testo atipico al magistero del Vaticano II, che per il resto si occupò di questioni assai meno "secolari" delle «meravigliose invenzioni tecniche» lodate dal documento. Poco più di quarant'anni dopo quello che oggi ci appare sempre più come un testo profetico, Giovanni Paolo II amplia ancora la visuale della Chiesa sul villaggio mediatico e firma una lettera apostolica sulle comunicazioni sociali che - pur nata nel solco di un anniversario - è dettata da nuovi interrogativi culturali e pastorali. Verrebbe da dire che il Papa prende atto del punto cui è giunta la società dell'informazione, tira una somma e cerca di trarne conseguenze operative. Sarebbe però un'analisi riduttiva, perché quello davanti al quale la lettera ci pone non è un approdo ma un punto di svolta, da considerare con grande attenzione. Nel momento in cui raggiunge la sua piena maturità, il «media-evo» - com'è stata definita la nostra epoca costruita su un reticolo di comunicazioni - mostra infatti i segni e gli effetti di altre «invenzioni tecniche che l'ingegno umano, con l'aiuto di Dio, ha tratto dal creato», come direbbe il Concilio. Il «rapido sviluppo delle tecnologie nel campo dei media» ci pone infatti al cospetto di uno scenario in continuo divenire, caratterizzato non più dalla "strumentalità" dei mezzi di comunicazione ma dalla loro continua e sempre più raffinata metamorfosi nei mattoni stessi che strutturano la nostra vita: i media diventano pròtesi del corpo, ambiente sociale, linguaggio, pensiero e immaginario, utensile e cultura, estensione dei sogni e delle percezioni. Si stanno come "dissolvendo", si fanno solubili e onnipresenti dentro le nostre giornate, diventando impercettibili, parte indivisibile dell'esperienza che ciascuno fa del mondo. La crescente diffusione di strumenti che, pur al servizio dell'uomo, si scambiano informazioni anche al di fuori del nostro controllo volontario amplia a dismisura il catalogo tradizionale dei "media". Nessuno può dirsi estraneo, e la lettera apostolica da ieri è lì a sancirlo in modo autorevolmente definitivo. È vero, come scrive il Papa, che «esistono nuovi modi di comunicare con tecniche e linguaggi inediti», e che questi generano una cultura con la quale è inevitabile confrontarsi: essa infatti si infiltra ovunque, e altera - sono ancora parole di Giovanni Paolo II - «la formazione della personalità e della coscienza, l'interpretazione e la strutturazione dei legami affettivi, l'articolazione delle fasi educative e formative, l'elaborazione e la diffusione dei fenomeni culturali, lo sviluppo della vita sociale, politica ed economica». Tutto, ovunque. È la descrizione della nostra umanità mediatizzata, che mai però induce il Papa a toni apocalittici o accigliati. Anzi: «Rendiamo grazie a Dio per la presenza di questi potenti mezzi», prorompe, per poi esortare a «non avere paura», «nemmeno della vostra debolezza e della vostra inadeguatezza». La sfida, pare dirci paternamente, ci è data non per sentircene soggiogati, ma fa tutt'uno con le risorse per vincerla.

 

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Pag 14 “Non abbiate paura di raccontare la verità”

Il testo integrale della lettera apostolica di Giovanni Paolo II ai responsabili delle comunicazioni sociali

 

Pubblichiamo il testo integrale della lettera apostolica di Giovanni Paolo II ai responsabili delle comunicazioni sociali «Il rapido sviluppo», presentata ieri mattina in Vaticano.

 

1. Il rapido sviluppo delle tecnologie nel campo dei media è sicuramente uno dei segni del progresso dell'odierna società. Guardando a queste novità in continua evoluzione, appare ancor più attuale quanto si legge nel decreto del Concilio ecumenico Vaticano II Inter mirifica, promulgato dal mio venerato predecessore, il servo di Dio Paolo VI, il 4 dicembre 1963: «Tra le meravigliose invenzioni tecniche che, soprattutto ai nostri giorni, l'ingegno umano, con l'aiuto di Dio, ha tratto dal creato, la Madre Chiesa accoglie e segue con speciale cura quelle che più direttamente riguardano lo spirito dell'uomo e che hanno aperto nuove vie per comunicare, con massima facilità, notizie, idee e insegnamenti d'ogni genere» (1).

 

I. UN FECONDO CAMMINO SULLA SCIA DEL DECRETO «INTER MIRIFICA»

2. Ad oltre quarant'anni dalla pubblicazione di quel documento appare quanto mai opportuno tornare a riflettere sulle «sfide» che le comunicazioni sociali costituiscono per la Chiesa, la quale, come fece notare Paolo VI, «si sentirebbe colpevole di fronte al suo Signore se non adoperasse questi potenti mezzi» (2). La Chiesa, infatti, non è chiamata soltanto ad usare i media per diffondere il Vangelo ma, oggi più che mai, ad integrare il messaggio salvifico nella «nuova cultura» che i potenti strumenti della comunicazione creano ed amplificano. Essa avverte che l'uso delle tecniche e delle tecnologie della comunicazione contemporanea fa parte integrante della propria missione nel terzo millennio. Mossa da questa consapevolezza, la comunità cristiana ha compiuto passi significativi nell'uso degli strumenti della comunicazione per l'informazione religiosa, per l'evangelizzazione e la catechesi, per la formazione degli operatori pastorali del settore e per l'educazione ad una matura responsabilità degli utenti e destinatari dei vari strumenti della comunicazione.

3. Molteplici sono le sfide per la nuova evangelizzazione in un mondo ricco di potenzialità comunicative come il nostro. In considerazione di ciò nella lettera enciclica Redemptoris missio ho voluto sottolineare che il primo areopago del tempo moderno è il mondo della comunicazione, capace di unificare l'umanità rendendola — come si suol dire — «un villaggio globale». I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Si tratta di un problema complesso, poiché tale cultura, prima ancora che dai contenuti, nasce dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con tecniche e linguaggi inediti. La nostra è un'epoca di comunicazione globale, dove tanti momenti dell'esistenza umana si snodano attraverso processi mediatici, o perlomeno con essi devono confrontarsi. Mi limito a ricordare la formazione della personalità e della coscienza, l'interpretazione e la strutturazione dei legami affettivi, l'articolazione delle fasi educative e formative, l'elaborazione e la diffusione di fenomeni culturali, lo sviluppo della vita sociale, politica ed economica. In una visione organica e corretta dello sviluppo dell'essere umano, i media possono e devono promuovere la giustizia e la solidarietà, riportando in modo accurato e veritiero gli eventi, analizzando compiutamente le situazioni e i problemi, dando voce alle diverse opinioni. I criteri supremi della verità e della giustizia, nell'esercizio maturo della libertà e della responsabilità, costituiscono l'orizzonte entro cui si situa un'autentica deontologia nella fruizione dei moderni potenti mezzi di comunicazione sociale.

 

II. DISCERNIMENTO EVANGELICO E IMPEGNO MISSIONARIO

4. Anche il mondo dei media abbisogna della redenzione di Cristo. Per analizzare con gli occhi della fede i processi e il valore d elle comunicazioni sociali può essere di indubbio aiuto l'approfondimento della Sacra Scrittura, la quale si presenta come un «grande codice» di comunicazione di un messaggio non effimero ed occasionale, ma fondamentale per la sua valenza salvifica. La storia della salvezza racconta e documenta la comunicazione di Dio con l'uomo, comunicazione che utilizza tutte le forme e le modulazioni del comunicare. L'essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, per accogliere la rivelazione divina e per intessere un dialogo d'amore con Lui. A causa del peccato, questa capacità di dialogo a livello sia personale che sociale si è alterata, e gli uomini hanno fatto e continuano a fare l'amara esperienza dell'incomprensione e della lontananza. Dio però non li ha abbandonati e ha inviato loro il suo stesso Figlio (cfr Mc 12, 1-11). Nel Verbo fatto carne l'evento comunicativo assume il suo massimo spessore salvifico: è così donata all'uomo, nello Spirito Santo, la capacità di ricevere la salvezza e di annunciarla e testimoniarla ai fratelli.

5. La comunicazione tra Dio e l'umanità ha raggiunto dunque la sua perfezione nel Verbo fatto carne. L'atto d'amore attraverso il quale Dio si rivela, unito alla risposta di fede dell'umanità, genera un dialogo fecondo. Proprio per questo, facendo nostra, in un certo modo, la richiesta dei discepoli «insegnaci a pregare» (Lc 11,1), possiamo domandare al Signore di guidarci a capire come comunicare con Dio e con gli uomini attraverso i meravigliosi strumenti della comunicazione sociale. Ricondotti nell'orizzonte di tale comunicazione ultima e decisiva, i media si rivelano una provvidenziale opportunità per raggiungere gli uomini in ogni latitudine, superando barriere di tempo, di spazio e di lingua, formulando nelle modalità più diverse i contenuti della fede ed offrendo a chiunque è in ricerca approdi sicuri che permettano di entrare in dialogo con il mistero di Dio rivelato pienamente in Cristo Gesù. Il Verbo incarnato ci ha lasciato l'esempio di come comunicare con il Padre e con gli uomini, sia vivendo momenti di silenzio e di raccoglimento, sia predicando in ogni luogo e con i vari linguaggi possibili. Egli spiega le Scritture, si esprime in parabole, dialoga nell'intimità delle case, parla nelle piazze, lungo le strade, sulle sponde del lago, sulle sommità dei monti. L'incontro personale con Lui non lascia indifferenti, anzi stimola ad imitarlo: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10,27). Vi è poi un momento culminante in cui la comunicazione si fa comunione piena: è l'incontro eucaristico. Riconoscendo Gesù nella «frazione del pane» (cfr Lc 24,30-31), i credenti si sentono spinti ad annunciare la sua morte e risurrezione e a diventare coraggiosi e gioiosi testimoni del suo Regno (cfr Lc 24,35).

6. Grazie alla Redenzione, la capacità comunicativa dei credenti è sanata e rinnovata. L'incontro con Cristo li costituisce nuove creature, permette loro di entrare a far parte di quel popolo che Egli si è conquistato con il suo sangue morendo sulla Croce, e li introduce nella vita intima della Trinità, che è comunicazione continua e circolare di amore perfetto e infinito tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La comunicazione permea le dimensioni essenziali della Chiesa, chiamata ad annunciare a tutti il lieto messaggio della salvezza. Per questo essa assume le opportunità offerte dagli strumenti della comunicazione sociale come percorsi dati provvidenzialmente da Dio ai nostri giorni per accrescere la comunione e rendere più incisivo l'annuncio (3). I media permettono di manifestare il carattere universale del Popolo di Dio, favorendo uno scambio più intenso e immediato tra le Chiese locali, alimentando la reciproca conoscenza e la collaborazione. Rendiamo grazie a Dio per la presenza di questi potenti mezzi che, se usati dai credenti con il genio della fede e nella docilità alla luce dello Spiri to Santo, possono contribuire a facilitare la diffusione del Vangelo e a rendere più efficaci i vincoli di comunione tra le comunità ecclesiali.

 

III. CAMBIAMENTO DI MENTALITÀ E RINNOVAMENTO PASTORALE

7. Nei mezzi della comunicazione la Chiesa trova un sostegno prezioso per diffondere il Vangelo e i valori religiosi, per promuovere il dialogo e la cooperazione ecumenica e interreligiosa, come pure per difendere quei solidi principi che sono indispensabili per costruire una società rispettosa della dignità della persona umana e attenta al bene comune. Essa li impiega volentieri per fornire informazioni su se stessa e dilatare i confini dell'evangelizzazione, della catechesi e della formazione e ne considera l'utilizzo come una risposta al comando del Signore: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). Missione certamente non facile in questa nostra epoca, in cui va diffondendosi la convinzione che il tempo delle certezze sia irrimediabilmente passato: per molti l'uomo dovrebbe imparare a vivere in un orizzonte di totale assenza di senso, all'insegna del provvisorio e del fuggevole (4). In questo contesto, gli strumenti di comunicazione possono essere usati «per proclamare il Vangelo o per ridurlo al silenzio nei cuori degli uomini» (5). Ciò rappresenta una sfida seria per i credenti, soprattutto genitori, famiglie e quanti sono responsabili della formazione dell'infanzia e della gioventù. Con prudenza e saggezza pastorale vanno incoraggiati nella comunità ecclesiale coloro che hanno particolari doti per operare nel mondo dei media, perché diventino professionisti capaci di dialogare con il vasto mondo mass-mediale.

8. Valorizzare i media non tocca però solamente agli «addetti» del settore, bensì a tutta la comunità ecclesiale. Se, come è stato già rilevato, le comunicazioni sociali interessano diversi ambiti dell'espressione della fede, i cristiani devono tenere conto della cultura mediatica in cui vivono: dalla li turgia, somma e fondamentale espressione della comunicazione con Dio e con i fratelli, alla catechesi che non può prescindere dal fatto di rivolgersi a soggetti che risentono dei linguaggi e della cultura contemporanei. Il fenomeno attuale delle comunicazioni sociali spinge la Chiesa ad una sorta di revisione pastorale e culturale così da essere in grado di affrontare in modo adeguato il passaggio epocale che stiamo vivendo. Di questa esigenza devono farsi interpreti anzitutto i pastori: è infatti importante adoperarsi perché l'annuncio del Vangelo avvenga in modo incisivo, che ne stimoli l'ascolto e ne favorisca l'accoglimento (6). Una particolare responsabilità, in questo campo, è riservata alle persone consacrate, che dal proprio carisma istituzionale sono orientate all'impegno nel campo delle comunicazioni sociali. Formate spiritualmente e professionalmente, esse «prestino volentieri il loro servizio, secondo le opportunità pastorali [...] affinché da una parte siano scongiurati i danni provocati dall'uso viziato dei mezzi e dall'altra venga promossa una superiore qualità delle trasmissioni, con messaggi rispettosi della legge morale e ricchi di valori umani e cristiani» (7).

9. È proprio in considerazione dell'importanza dei media che già quindici anni or sono giudicavo inopportuno lasciarli all'iniziativa di singoli o di piccoli gruppi, e suggerivo di inserirli con evidenza nella programmazione pastorale (8). Le nuove tecnologie, in particolare, creano ulteriori opportunità per una comunicazione intesa come servizio al governo pastorale e all’organizzazione dei molteplici compiti della comunità cristiana. Si pensi, ad esempio, a come internet non solo fornisca risorse per una maggiore informazione, ma abitui le persone ad una comunicazione interattiva (9). Molti cristiani stanno già utilizzando in modo creativo questo nuovo strumento, esplorandone le potenzialità nell’evangelizzazione, nell’educazione, nella comunicazione interna, nell’amministrazione e nel governo. Ma a fianco di internet vanno utilizzati altri nuovi media e verificate tutte le possibili valorizzazioni di strumenti tradizionali. Quotidiani e giornali, pubblicazioni di varia natura, televisioni e radio cattoliche rimangono molto utili in un panorama completo della comunicazione ecclesiale. Mentre i contenuti vanno naturalmente adattati alle necessità dei differenti gruppi, il loro scopo dovrebbe sempre essere quello di rendere le persone consapevoli della dimensione etica e morale dell’informazione (10). Allo stesso modo, è importante garantire formazione ed attenzione pastorale ai professionisti della comunicazione. Spesso questi uomini e queste donne si trovano di fronte a pressioni particolari e a dilemmi etici che emergono dal lavoro quotidiano; molti di loro «sono sinceramente desiderosi di sapere e di praticare ciò che è giusto in campo etico e morale», e attendono dalla Chiesa orientamento e sostegno (11).

 

IV. I MEDIA, CROCEVIA DELLE GRANDI QUESTIONI SOCIALI

10. La Chiesa, che in forza del messaggio di salvezza affidatole dal suo Signore è anche maestra di umanità, avverte il dovere di offrire il proprio contributo per una migliore comprensione delle prospettive e delle responsabilità connesse con gli attuali sviluppi delle comunicazioni sociali. Proprio perché influiscono sulla coscienza dei singoli, ne formano la mentalità e ne determinano la visione delle cose, occorre ribadire in modo forte e chiaro che gli strumenti della comunicazione sociale costituiscono un patrimonio da tutelare e promuovere. È necessario che anche le comunicazioni sociali entrino in un quadro di diritti e doveri organicamente strutturati, dal punto di vista sia della formazione e della responsabilità etica che del riferimento alle leggi ed alle competenze istituzionali. Il positivo sviluppo dei media a servizio del bene comune è una responsabilità di tutti e di ciascuno (12). Per i forti legami che i media hanno con l’economia, la politica e la cultura, è necessario un sistema di gestione che sia in grado di salvaguardare la centralità e la dignità della persona, il primato della famiglia, cellula fondamentale della società, ed il corretto rapporto tra i diversi soggetti. 11. S’impongono alcune scelte riconducibili a tre fondamentali opzioni: formazione, partecipazione, dialogo. In primo luogo occorre una vasta opera formativa per far sì che i media siano conosciuti e usati in modo consapevole e appropriato. I nuovi linguaggi da loro introdotti modificano i processi di apprendimento e la qualità delle relazioni umane, per cui senza un’adeguata formazione si corre il rischio che essi, anziché essere al servizio delle persone, giungano a strumentalizzarle e condizionarle pesantemente. Questo vale, in modo speciale, per i giovani che manifestano una naturale propensione alle innovazioni tecnologiche, ed anche per questo hanno ancor più bisogno di essere educati all’utilizzo responsabile e critico dei media. In secondo luogo, vorrei richiamare l’attenzione sull’accesso ai media e sulla partecipazione corresponsabile alla loro gestione. Se le comunicazioni sociali sono un bene destinato all’intera umanità, vanno trovate forme sempre aggiornate per rendere possibile un’ampia partecipazione alla loro gestione, anche attraverso opportuni provvedimenti legislativi. Occorre far crescere la cultura della corresponsabilità. Da ultimo, non vanno dimenticate le grandi potenzialità che i media hanno nel favorire il dialogo, divenendo veicoli di reciproca conoscenza, di solidarietà e di pace. Essi costituiscono una risorsa positiva potente, se messi a servizio della comprensione tra i popoli; un’«arma» distruttiva, se usati per alimentare ingiustizie e conflitti. In maniera profetica il mio venerato predecessore, il beato Giovanni XXIII, nell’enciclica Pacem in terris, aveva già messo in guardia l’umanità da tali potenziali rischi (13). 12. Grande interesse desta la riflessione sul ruolo «dell’opinione pubblica nella Chiesa» e «della Chiesa nell’opinione pubblica». Incontrando gli editori dei periodici cattolici, il mio venerato predecessore Pio XII ebbe a dire che qualcosa mancherebbe nella vita della Chiesa se non vi fosse l’opinione pubblica. Questo stesso concetto è stato ribadito in altre circostanze (14), e nel Codice di diritto canonico è riconosciuto, a determinate condizioni, il diritto all’espressione della propria opinione (15). Se è vero che le verità di fede non sono aperte ad interpretazioni arbitrarie e il rispetto per i diritti degli altri crea limiti intrinseci all’espressione delle proprie valutazioni, non è meno vero che in altri campi esiste tra i cattolici uno spazio per lo scambio di opinioni, in un dialogo rispettoso della giustizia e della prudenza. Sia la comunicazione all’interno della comunità ecclesiale che quella della Chiesa con il mondo richiedono trasparenza e un modo nuovo di affrontare le questioni connesse con l’universo dei media. Tale comunicazione deve tendere a un dialogo costruttivo per promuovere nella comunità cristiana un’opinione pubblica rettamente informata e capace di discernimento. La Chiesa ha la necessità e il diritto di far conoscere le proprie attività, come altre istituzioni e gruppi, ma al tempo stesso, quando necessario, deve potersi garantire un’adeguata riservatezza, senza che ciò pregiudichi una comunicazione puntuale e sufficiente sui fatti ecclesiali. È questo uno dei campi dove maggiormente è richiesta la collaborazione tra fedeli laici e pastori, giacché, come opportunamente sottolinea il Concilio, «da questi familiari rapporti tra i laici e i Pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti si è fortificato nei laici il senso della loro responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all’opera dei pastori. E questi, aiutati dall’esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e più giustamente sia in materia spirituale che temporale, così che tutta la Chiesa, sostenuta da tutti i suoi membri, possa compiere con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo» (16).

 

V. COMUNICARE CON LA FORZA DELLO SPIRITO SANTO

13. Per i credenti e per le persone di buona volontà la grande sfida in questo nostro tempo è sostenere una comunicazione veritiera e libera, che contribuisca a consolidare il progresso integrale del mondo. A tutti è chiesto di saper coltivare un attento discernimento e una costante vigilanza, maturando una sana capacità critica di fronte alla forza persuasiva dei mezzi di comunicazione. Anche in questo campo i credenti in Cristo sanno di poter contare sull’aiuto dello Spirito Santo. Aiuto ancor più necessario se si considera quanto amplificate possano risultare le difficoltà intrinseche della comunicazione a causa delle ideologie, del desiderio di guadagno e di potere, delle rivalità e dei conflitti tra individui e gruppi, come pure a motivo delle umane fragilità e dei mali sociali. Le moderne tecnologie aumentano in maniera impressionante la velocità, la quantità e la portata della comunicazione, ma non favoriscono altrettanto quel fragile scambio tra mente e mente, tra cuore e cuore, che deve caratterizzare ogni comunicazione al servizio della solidarietà e dell’amore. Nella storia della salvezza Cristo si è presentato a noi come «comunicatore» del Padre: «Dio, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,2). Parola eterna fatta carne, Egli, nel comunicarsi, manifesta sempre rispetto per coloro che ascoltano, insegna la comprensione della loro situazione e dei loro bisogni, spinge alla compassione per la loro sofferenza e alla risoluta determinazione nel dire loro quello che hanno bisogno di sentire, senza imposizioni o compromessi, inganno o manipolazione. Gesù insegna che la comunicazione è un atto morale: «L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio, poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato» (Mt 12,35-37). 14. L’apostolo Paolo ha un chiaro messaggio per quanti sono impegnati nella comunicazione sociale – politici, comunicatori professionisti, spettatori: «Bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri [...] Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano» (Ef 4,25.29). Agli operatori della comunicazione, e specialmente ai credenti che operano in questo importante ambito della società, applico l’invito che fin dall’inizio del mio ministero di Pastore della Chiesa universale ho voluto lanciare al mondo intero: «Non abbiate paura!». Non abbiate paura delle nuove tecnologie! Esse sono «tra le cose meravigliose» – «inter mirifica» – che Dio ci ha messo a disposizione per scoprire, usare, far conoscere la verità, anche la verità sulla nostra dignità e sul nostro destino di figli suoi, eredi del suo Regno eterno. Non abbiate paura dell’opposizione del mondo! Gesù ci ha assicurato «Io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). Non abbiate paura nemmeno della vostra debolezza e della vostra inadeguatezza! Il divino Maestro ha detto: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Comunicate il messaggio di speranza, di grazia e di amore di Cristo, mantenendo sempre viva, in questo mondo che passa, l’eterna prospettiva del Cielo, prospettiva che nessun mezzo di comunicazione potrà mai direttamente raggiungere: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo: queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9). A Maria, che ci ha donato il Verbo della vita e di Lui ha serbato nel cuore le imperiture parole, affido il cammino della Chiesa nel mondo d’oggi. Ci aiuti la Vergine Santa a comunicare con ogni mezzo la bellezza e la gioia della vita in Cristo nostro Salvatore. A tutti la mia Benedizione!

 

Dal Vaticano, 24 gennaio 2005, memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti

 

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Pag 28 Claudel, le tracce di Dio sulle rovine del900 di Claire Lesegretain

Cinquant’anni fa moriva il grande poeta e scrittore francese

 

Un uomo della terra che ama l'universo e che sa che il mondo è amato. Questo appello dell'universale - al quale Paul Claudel ha tre volte risposto, essendo ambasciatore, scrittore e credente - riassume lo straordinario percorso professionale e personale di questo profeta inclassificabile. E il poeta ha fecondato il diplomatico tanto quanto l'inverso! Una vocazione che nulla lasciava presagire nell'infanzia. A Villeneuve-sur-Fère in Tardenois, dove Claudel nacque il 6 agosto 1868 - giorno della Trasfigurazione, come egli noterà più tardi -, la sua famiglia è poco socievole, chiusa. Il bambino è chiamato Paul da uno zio materno, morto suicida a 23 anni, ed è consacrato alla Vergine, come primo maschio. Dopo il decesso di un piccolo Henri, in effetti, i genitori hanno avuto due figlie: Camille, che diventerà scultrice, e Louise. Dopo qualche anno di scuola a Bar-Le-Duc, il ragazzo arriva a Parigi a 13 anni, con la madre e le sorelle. Al liceo Louis-le-Grand, dove ha per condiscepolo Romain Rolland, Paul è un allievo brillante: legge Baudelaire a 14 anni, scopre Goethe a 16... Ma è verso Rimbaud - il quale, come lui, è spirito d'assoluto - che egli riconosce un debito capitale, nell'ordine di una filiazione spirituale. A 18 anni, la sera di Natale 1886, fuggendo l'ombrosa atmosfera familiare, Paul va ad ascoltare i vespri a Notre-Dame: è la sua conversione. Tre anni dopo «questo avvenimento che domina la mia vita», come lo designa, Claudel pubblica la sua seconda opera teatrale, Testa d'oro, dopo L'addormentata. «Certamente il teatro è in lei», gli scrive Mallarmé. Tuttavia, più che nelle lettere, il giovane s'impegna nel diritto e nelle scienze politiche. Ammesso al concorso per gli affari esteri, si installa al ministero. Per andare al Quai d'Orsay la passeggiata è piacevole: camminando solitario, egli scrive La ragazza Violaine. Primo del suo corso, viene nominato viceconsole e mandato a New York, poi a Boston (1893). Lì stabilisce l'orario di tutta la sua vita: levata alle 6 per pregare o recarsi a Messa; lavori personali fino alle 10, il resto del tempo dedicato alla diplomazia. Riprende Testa d'oro, scrive le sue pièces La città e Lo scambio nelle quali esprime la sua scoperta della città e della società del profitto. Claudel ha trovato la sua forma espressiva: il poema e il teatro innanzitutto, il romanzo gli appare come una poesia inespressa. Quanto allo stile, è potente, impetuoso, talvolta impenetrabile, sovente virulento. A 27 anni s'imbarca per la Cina. Su consiglio del suo confessore, porta con sé le due «summe» di Tommaso d'Aquino, che leggerà per cinque anni. I cinesi lo interessano e lo divertono: ama la loro gaiezza, ne osserva i templi, le risaie, gli artigiani e anche la pasticceria... Altrettante suggestioni visuali, ch'egli tradurrà in Conoscenza dell'Est. Dopo quattro anni rientra in patria passando per la Palestina, dove s'inchina sui Luoghi santi. Nella primavera del 1900, a 32 anni, si presenta all'abbazia benedettina di Solesmes, poi qualche mese più tardi a quella di Ligugé per un ritiro. Ma comprende di non essere fatto per la vita monastica. «Fu un momento molto crudele nella mia vita», scriverà a Louis Massignon nove anni dopo. «Benché non sia piaciuto a Dio di farmi uno dei suoi preti, amo profondamente le anime», scriverà ugualmente ad André Gide con cui (e con Jacques Rivière) fonderà La Nouvelle Revue française (1909). Claudel pratica da allora la letteratura come una missione, un sacerdozio. Per guadagnare le anime a ciò che fa la sua felicità - l'amore di Dio -, mette in scena le questioni morali e spirituali proprie del cattolicesimo e testimonia i piani divini attraverso le realtà terrestri. Persino dalla guerra non dubita che si possa cavare del bene. In ottobre s'imbarca sull'Ernest-Simons che deve riportarlo in Cina. Lui che si dice «vuoto, spossato», incontra sul transatlantico lussuoso Rosalie Vetch, detta Rose, una donna bella, passiva, sposata e madre di quattro figli. Suo marito non impedisce i loro incontri. Qualche mese più tardi, tutta la famiglia Vetch s'installerà a Fou-Tchéou, in prossimità del console celibe. Una liaison s'instaura e durerà tre anni. La passione che Claudel prova per Rose si attizza delle proibizioni divine ch'egli trasgredisce. Dopo aver valutato la possibilità di divorziare per risposarsi con Paul, Rose sparisce infine con un terzo uomo. Claudel parlerà di questo «orribile tradimento» nella notte del 24 febbraio 1905 come della «notte di Sessagesima». Rientra in Francia e cerca di raggiungere Rose che aspetta un bambino da lui. Con fedeltà, veglierà su quella donna e sulla figlia sino alla fine dei suoi giorni. In attesa, rimugina il dispiacere nel modo che gli è proprio: scrive uno dei suoi più bei drammi, La crisi meridiana (1905), di cui licenzierà il manoscritto solo nel 1939. A Parigi, Claudel ritrova il confessore che gli indica il miglior rimedio alle punture della carne: nel marzo 1906 sposa Reine Sainte-Marie Perrin, che descrive come «un'amabile giovane persona». Due giorni dopo, s'imbarca con lei per Pechino. In dieci anni, malgrado alcune separazioni regolari, avranno cinque bambini che Claudel ama teneramente. La diplomazia gli dà i mezzi materiali per compiere la sua vocazione. Percorre l'universo da un continente all'altro, ogni posto gli dà l'occasione di scoperte artistiche, di architettura, teatrali, musicali, ma anche tecniche o ecologiche... In Giappone (1922-1926), ritrova Rose: cercando di sublimare la passione redige la sua ultima pièce, La scarpina di raso (1929), tentativo di creare un teatro totale dove si mescolano il mondo terrestre e il mondo divino. Quando scoppia la guerra di Spagna, Claudel si schiera in favore del partito dei cattolici contro i repubblicani «empi». Ma, come aveva rigettato l'Action française, respinge senza ambiguità dal 1933 il nazional-socialismo di Hitler e si sforza, alla Società delle nazioni, di proteggere il resto d'Europa dal nazismo. Durante gli anni dell'occupazione, ritirato nelle sue terre del Delfinato, si rimette come tanti altri al maresciallo Pétain. Il suo antigiudaismo, che l'aveva visto prendere il partito degli antidreyfusardi (cosa che rimpiangerà amaramente nel 1930 quando l'innocenza di Dreyfus emerse con chiarezza), lo porta a rifiutarsi di firmare la petizione contro l'espulsione di Bergson dal Collège de France nel 1941. Tuttavia, scriverà al cardinale Gerlier e al rabbino Schwarz lettere che testimoniano un impegno poco frequente tra i cattolici dell'epoca. A partire dal 1943 Claudel conosce la gloria teatrale. Tuttavia, con l'età, quest'uomo già taciturno diviene sordo, tanto che gli è impossibile seguire una conversazione. Il suo isolamento ricorda (fatte le dovute proporzioni) quello della sorella maggiore, che aveva cominciato a isolarsi dall'età di 30 anni. Non esente dai drammi e da dolori (la follia di Camille, il tradimento di Rose, la morte del nipote Charles Paris), il suo percorso personale può essere considerato come preservato (non si designava lui stesso come una «sorta di Giobbe prima della caduta»?) e il suo percorso professionale come largamente riuscito. Gli ultimi anni di Claudel si dividono tra il Delfinato e l'appartamento parigino di boulevard Lannes, dove la sua vita resta molto attiva. Quando, nel 1955, l'Annuncio a Maria è rappresentato alla Comédie-Française, si organizza la replica nel suo appartamento. La prima ha luogo il 17 febbraio, di fronte al presidente della Repubblica. Cinque giorni più tardi il suo cuore cede. Claudel muore il 23 febbraio, alle 2 del mattino, dopo essersi comunicato. Le ultime parole che il figlio maggiore intende dalla sua bocca sono: «Non ho paura».

 

(per gentile concessione del quotidiano «La Croix»)

 

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LA REPUBBLICA

Pag 7 Parole infondate di Sebastiano Messina

 

Nella sua lettera apostolica sulle comunicazioni sociali, il Papa ha citato Gesù. Il quale, secondo il Vangelo, lanciò un monito severissimo: “Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio, poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato» (Matteo 12,36-37). Ecco qualcosa che fa venire voglia di assistere — se e quando, s’intende — al giudizio universale, e di piazzarsi in prima fila giusto per sentire come tenteranno di cavarsela alcuni politici oggi, che qualche «parola infondata», per restare al Vangelo, se la sono lasciata scappare. Non che mi aspetti nulla di nuovo, per carità. Davanti alla lunga lista di frasi incriminate, Berlusconi darà la colpa ai giornalisti comunisti che l’hanno travisato, l’onorevole Pecorella invocherà la prescrizione dell’infondatezza preterintenzionale, il ministro Castelli spedirà gli ispettori negli uffici del Paradiso, l’avvocato Ghedini chiederà l’annullamento della Bibbia perché non è scritta in carta da bollo e l’onorevole Previti ricuserà San Pietro e San Paolo tirando fuori, a sorpresa, un fascicolo con le intercettazioni dei loro peccati di gioventù.

 

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