RASSEGNA STAMPA di martedì 7 dicembre 2004

 

seconda edizione

 

SOMMARIO

 

Si amplificano, nei giornali, gli approfondimenti e le polemiche

sul “presepe vietato” nelle scuole e la situazione coinvolge direttamente

il territorio veneto e veneziano. Voci diverse, anche all’interno della Chiesa…

Grandi manovre azionarie in corso al Gazzettino e a giugno il giornale

non sarà più controllato da un gruppo di imprenditori veneti ma passerà

all’imprenditore e costruttore romano Caltagirone, autore di una maxiofferta.

Un’inchiesta su un giornale inglese racconta, poi, che alle due opposte estremità della Sardegna ci sono due italiani: tutti e due hanno pochi capelli e molti soldi ma una visione completamente diversa del futuro del loro paese. Uno è Silvio Berlusconi - imprenditore miliardario e primo ministro - che ha appena messo a tacere le polemiche sugli imponenti lavori nella sua villa in Sardegna definendoli "segreto di Stato". L'altro è Renato Soru, definito il Bill Gates italiano ed eletto presidente della Sardegna pochi mesi fa… (a.p.)

 

IN PRIMO PIANO: LA SCUOLA E IL NATALE, DA GESÙ BAMBINO A CAPPUCCETTO ROSSO FINO ALLE “FESTE DELLA LUCE”…

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 3 Presepi “vietati” a scuola, la Chiesa: “Un’ingiustizia” di Daniele Rea

Il vescovo di Verona Carraro: per non offendere i musulmani si nega ai bimbi la possibilità di conoscere le nostre radici. Don Fausto Bonini, arciprete di Mestre: “Tutto avviene sotto il segno della falsa tolleranza, non si sa nei confronti di chi”. Il prete giornalista don Cesare Contarini: “Ma troppe statuine sono messe lì per abitudine”

 

AVVENIRE

Pag 2 Quella rima a perdere di Marina Corradi

Nei canti di Natale Gesù sostituito con virtù. Gli imam stupiti mandano a dire: cantate pure, a noi non dà fastidio

 

LA NUOVA

Pag 1 L’identità e il presepe. La scuola lasciata sola di Renzo Guolo

 

Pag 9 Niente Natale nella recita in classe di Michela Santi

Polemica a Treviso per l’iniziativa degli insegnanti dell’elementare Ciardi di proporre come protagonista Cappuccetto Rosso e non il Presepe. Don Giuliano Vallotto: “Privilegiamo i valori e non la confessionalità. La scuola è laica, per il presepio c’è posto in parrocchia”

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag V Natale con Cappuccetto, ed è bufera di Alessandra Vendrame

Nel centro storico di Venezia la maggior parte delle materne non farà presepi ma “feste della luce”

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag II Gesù bambino messo al bando dalle materne di Yuri Calliandro

Un docente: “Evitiamo di citarne il nome per non offendere altri credenti”. Eliminati nelle classi i riferimenti religiosi. La diocesi: “Rispettiamo tutti, ma è la nostra cultura”. Gli istituti cattolici: “Chi si iscrive da noi sa che tutti gli anni celebriamo la Natività seconda tradizione”. L’assessore Celegato: “C’è chi celebra il 25 dicembre come festa della luce o dei doni ma non serve fare drammi”

 

2 - PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VI Anziani della parrocchia ospiti in ristorante

A Carpenedo

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

LA NUOVA

Pag 25 La Quatordesona riporta a casa le spoglie di Santa Barbara di Sebastiano Giorgi

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 3 Scuola babele: 100 lingue in classe di Paola Stringa

 

LA NUOVA

Pag 13 Caltagirone vince il duello per Il Gazzettino di Paolo Possamai

Offerta di 126 milioni di euro per conquistare il 54,59 del giornale veneziano

 

Pag 13 Industriali incapaci di fare sistema di Alessandra Carini

Dalla Marzotto ai Benetton, i centri decisionali delle imprese lasciano il Nordest

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag III Paolo Costa e Venezia, è l’ora della svolta di Luigi Bacialli

“Chi verrà dopo di me avrà davanti una sfida importante. Per governare la città a volte bisogna rischiare il consenso”

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 10 Vecchio ospedale di Mestre, la maggioranza punta i piedi di C.F. e S. Ci.

Il Consiglio affronta la variante che trasforma l’area in un pezzo di città

 

LA NUOVA

Pag 17 Autobus gratis, domani si comincia di Michele Bugliari

Si replica il 12, 19 e 24 dicembre. Il 23 gennaio prima domenica ecologica

 

Pag 22 Cremazioni, l’ultimo saluto in una sala poco dignitosa di Sebastiano Giorgi

La protesta di una signora

 

Pag 23 Cacciari: “Primarie a gennaio, seggi nei quartieri e 5 euro” di Alberto Vitucci

Verso le elezioni: i candidati ci sono, manca l’intesa…

 

8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag V Treviso e Venezia leader nei furti in casa di Giancarlo D’Agostino

Il rapporto Censis conferma l’allarme

 

12 – FINESTRA SUL MONDO

 

THE LOS ANGELES TIMES di lunedì 6 dicembre 2004

Stark Choice for Palestinians

Editorial

 

HAARETZ di lunedì 6 dicembre 2004

Fini's way di Adar Primor

 

THE INDEPENDENT di lunedì 6 dicembre 2004

Billionaire's battleground di Peter Popham

Silvio Berlusconi has finally met his match - the Tiscali entrepreneur turned politician who has banned coastal development on the island of Sardinia

 

ed inoltre oggi segnaliamo…

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Al posto di blocco dei clan. "Andate via da qui. Subito" di Giovanni Marino

Napoli. In taxi nel quartiere Terzo Mondo dove le vedette della camorra fermano gli sconosciuti. "Piove" la parola in codice per i sospetti

 

Pag 24 Il cardinale: la vita non è un reality di Carlo Brambilla

Milano, appello di Tettamanzi: “Più solidarietà, la gente soffre”

 

Pag 24 Uno schiaffo ai politici di Marco Politi

 

AVVENIRE

Pag 9 Tettamanzi: Milano, dov’è il tuo “cuore in mano”? di Riccardo Maccioni

L’accusa del cardinale: troppe “distrazioni” mettono in crisi la solidarietà

 

Pag 29 Cristiani, facciamo la differenza di Riccardo Maccioni

Enzo Bianchi: “Invece di sentirci sotto l’assedio dei laici, dobbiamo mostrare che i nostri valori sono al servizio dell’umanità e rendono la vita più buona e felice”

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Il mercatino degli ideali in crisi di Massimo Fini

 

Pag 1 Per chi suona quella campana di Alberto Sensini

 

 

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IN PRIMO PIANO: LA SCUOLA E IL NATALE, DA GESÙ BAMBINO A CAPPUCCETTO ROSSO FINO ALLE “FESTE DELLA LUCE”…

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 3 Presepi “vietati” a scuola, la Chiesa: “Un’ingiustizia” di Daniele Rea

Il vescovo di Verona Carraro: per non offendere i musulmani si nega ai bimbi la possibilità di conoscere le nostre radici. Don Fausto Bonini, arciprete di Mestre: “Tutto avviene sotto il segno della falsa tolleranza, non si sa nei confronti di chi”. Il prete giornalista don Cesare Contarini: “Ma troppe statuine sono messe lì per abitudine”

 

Venezia — Un atto di ingiustizia. O, come minimo, una decisione che non rappresenta un gesto di tolleranza o di rispetto verso soggetti di altre religioni. La Chiesa del Veneto, ma anche rappresentanti della società civile, della cultura e del mondo islamico, commentano così i « casi » che caratterizzano queste settimane che precedono il Natale. In primis la rinuncia alla realizzazione del presepe e della recita natalizia in una scuola elementare di Treviso, ma anche le resistenze da parte di molti istituti scolastici vicentini all'invito della Provincia a partecipare al concorso per il presepe più bello. Il tutto, a quanto pare, per non urtare le sensibilità di alunni e famiglie di religione islamica.

LA CHIESA VENETA — «Eliminando i presepi o i canti natalizi si crede di fare un gesto di rispetto nei confronti dei bambini delle altre religioni — dice monsignor Flavio Roberto Carraro, vescovo di Verona — ma in realtà si commette un atto di ingiustizia. Ingiustizia perché si "deruba" questi piccoli della possibilità di conoscere la nostra cultura e le nostre tradizioni. Li si priva dell'occasione di diventare davvero "universali" e di avvicinarsi al vero messaggio della nostra religione, che è un messaggio d'amore » . Il problema, secondo il presule, è che i cattolici non hanno molto chiara la propria identità, al contrario dei musulmani. «Non amiamo abbastanza la nostra religione. La fede cattolica rappresenta le nostre radici, nasconderla è come mettere nel cassetto la foto dei nostri genitori quando arrivano in casa degli ospiti». Don Floriano Abrahamovitz, cappellano dei cattolici tradizionalisti del Veneto, parla di declino del cristianesimo in Italia e in Europa. «Non c'è più consapevolezza della nostra identità — dice — e così facendo siamo agli sgoccioli. Non realizzare il presepe non significa affatto fare un piacere agli islamici, bensì rinunciare e negare i propri fondamenti religiosi. Il vero cristiano dovrebbe fare il presepe ma anche esporre il crocifisso in tutte le aule scolastiche ». Netta anche la posizione di don Fausto Bonini, arciprete di Mestre: « Ogni anno siamo alle solite, quando arriva il Natale tornano i problemi su "presepe sì, presepe no". E tutto sotto il segno della falsa tolleranza. Di chi non si sa, visto che solo qualche musulmano integralista lo chiede » .

IL MONDO ISLAMICO — E il fatto che gli islamici del Veneto non abbiamo alcuna contrarietà nei confronti della tradizioni religiose cristiane, viene confermato anche da Kamal Layachi, presidente del Consiglio islamico di Vicenza. « Riteniamo sia giusto che i bimbi cristiani seguano le tradizioni della propria cultura e religione, ma in un principio di reciprocità altrettanto dovrebbero poter fare anche i bambini di religione islamica. Non abbiamo alcun pregiudizio, masolo grande rispetto: Maria viene citata per nome anche nel testo del Corano, ed è l'unico caso per una donna. Questo significa che c'è grande considerazione, per Maria e per Gesù Cristo. Sarebbe importante che ci fosse altrettanto rispetto anche per musulmani, buddisti o ebrei: non so, però, quanta voglia ci sia di ascoltarsi a vicenda » .

GLI INTELLETTUALI — « Non si aiuta l'integrazione negando reciprocamente la propria appartenenza — sostiene il sociologo trevigiano Ulderico Bernardi — perché se non si fa conoscere e capire la propria tradizione, il bambino non riesce ad apprendere. Non si fa crescere una società multietnica in questo modo, negando cioè i confronti culturali » . Stefano Zecchi, ordinario di Estetica all'università degli studi di Milano, segue un ragionamento espresso sul piano della logica. «Che in Italia e nel mondo occidentale ci sia una forte componente cristiana — sostiene — è un dato di fatto che tutti conoscono. Di conseguenza, anche soggetti di religione diversa si aspettano da noi comportamenti di una certo tipo. E poi il presepe fa parte della nostra tradizione, racconta una storia: e questo fa sì che si rafforzi anche il senso di appartenenza » .

 

Padova — « Rinunciare al presepe non serve a nessuno, rinunciare alle proprie tradizioni non significa portare rispetto verso il prossimo. Secondo me, per quanto è accaduto a Treviso, siamo in presenza di una scuola che non sa fare bene il proprio lavoro » . Chiaro e diretto il pensiero di don Cesare Contarini, direttore del settimanale diocesano di Padova « La difesa del popolo » , dopo il caso trevigiano delle scuole elementari Ciardi dove al posto della tradizionale recita natalizia e del presepe verrà rappresentato « Cappuccetto rosso » . Don Contarini, spariscono i Re Magi e arrivano cacciatore e lupo cattivo: qual è il suo pensiero, da esponente della Chiesa cattolica? « Sarei curioso di capire se questa rinuncia corrisponda ad una precedente posizione di laicismo, oppure se risponda a ragioni di rispetto nei confronti degli alunni di religione islamica. Ma in ogni caso si tratta di una scelta che suscita perplessità » . Perplessità di che tipo, in particolare? « Mi sembra che negli ultimi anni si sia sviluppata una riscoperta della radici cattoliche e cristiane, si tratta di un dato inequivocabile. Rinunciare al presepe non ha senso perché, nel rispetto delle tradizioni di ognuno, si poteva organizzare qualcosa che riportasse anche le frasi contenute nel Corano che riguardano il cristianesimo » . Lei parla di scuola che non fa bene il proprio lavoro: perché? « Perché in questo modo si rinuncia al proprio ruolo, piuttosto che fare ricerca si cerca di eliminare il problema. Non mi sembra la strada migliore, così facendo viene meno la funzione critica che è invece propria dell'insegnamento » . Ma il significato del presepe e della rappresentazione del Natale attraverso simboli tradizionali, è ancora sentito nella società contemporanea? « Dal mio punto di vista forse si sente di più a livello culturale che a livello religioso. A volte la realizzazione del presepe piuttosto che dell'albero di Natale è legata a fattori di abitudine, più che ad autentica tradizione » . In sostanza, la nostra cultura e le nostre tradizioni crescono nel confronto con quelle esterne, non con la negazione dei propri valori... « Esatto. Senza volontà polemiche o di rivendicazione della propria identità a tutti i costi, credo che ci sia un interesse a presentarci per quello che siamo. In questo modo rafforzeremo la nostra tradizione e permetteremo agli altri di conoscerci meglio » .

 

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AVVENIRE

Pag 2 Quella rima a perdere di Marina Corradi

Nei canti di Natale Gesù sostituito con virtù. Gli imam stupiti mandano a dire: cantate pure, a noi non dà fastidio

 

Pare che gli imam interpellati a proposito dei canti di Natale e dei presepi censurati da maestre molto zelanti nell'intento di non offendere gli alunni di fede islamica abbiano risposto con grande ragionevolezza: non preoccupatevi, i segni del Natale non ci offendono, voi mantenete i vostri riti, che noi manterremo i nostri. Come sorpresi di questa delicatezza non richiesta; come non comprendendo bene questo non sollecitato pudore nel nascondere la visibilità, se non della fede, almeno della tradizione cristiana. In effetti, i cori di scolari che invece di "Gesù" cantano "virtù" - infelicissima sostituzione, pur capendo l'esigenza di far rima - o la recita di Natale rimpiazzata da Cappuccetto Rosso paiono in realtà una questione italiana. Fra di noi, come negli altri Paesi occidentali, fra cattolici e no, ma anche fra cattolici di matrici differenti, si pone il problema di che cosa tramandare ai propri figli, della fede ereditata. La presenza crescente di compagni islamici nelle scuole è l'occasione, ma non la causa prima, di certe iniziative tra l'ingenuità e il sopruso, prese nel nome dell'ecumenismo, o del pacifismo, o del "vogliamoci bene". Viene da domandarsi se qualcuno dei genitori i cui figli vedranno a scuola "Cappuccetto rosso" anziché la grotta di Betlemme, abbia manifestato qualche, diciamo, contrarietà. C'è da augurarselo, perché sostituire la rappresentazione della Natività con una favola è, questo sì, offendere. Cappuccetto Rosso e Gesù Cristo che viene al mondo, sullo stesso piano. Entrambi fiabe, dolci storie per bambini - è Natale, bisogna essere buoni, e raccontarsi liete fantasie. Solo con questo retropensiero è possibile pensare di sostituire, a Betlemme, Perrault. Fiaba per fiaba. Fantasia l'una, fantasia l'altra. Senonché, la nascita di Gesù Cristo, nell'anno che divenne l'anno zero della storia, è appunto storia. Uomo o Dio, credere sta alla coscienza di ciascuno. Ma, proprio in nome del rispetto dovuto anche ai cattolici, non si baratta Gesù Cristo con il Lupo cattivo. Né per l'ecumenismo, né per un abborracciato pacifismo che sogna di cancellare tutto, ogni memoria, ogni segno, e che poi ci si abbracci tutti, in una fratellanza primigenia, magari sotto a un grande arcobaleno. Per questi confusi maestri, per rispettarsi bisognerebbe non "essere" niente, non avere una faccia, venire dal nulla. Tutti uguali, in un utopico "philein" universale. Hanno ansia dunque di nascondere crocefissi e presepi. Segni di un'appartenenza di cui ben prima dell'arrivo degli islamici han cominciato a vergognarsi. È la vergogna di cui parla il cardinale Ratzinger, di un cristianesimo occidentale memore solo delle sue ombre, e non della sua luce. E quei bambini che vedranno Perrault invece di Betlemme impareranno che la loro fede è una cosa vera per modo di dire. Vera quanto una favola. Che è quanto di peggio si possa fare a dei bambini. Con gaio pacifismo, con natalizio ecumenismo, credendo di far bene, pensando che "Gesù" e "virtù" siano suppergiù sinonimi, attenzione a non disfare, fra stelle e cori, le radici. Mentre gli imam stanno a guardare e stupiti mandano a dire: cantate pure, a noi non dà fastidio.

 

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LA NUOVA

Pag 1 L’identità e il presepe. La scuola lasciata sola di Renzo Guolo

 

Com’era prevedibile la scuola diventa istituzione di frontiera e luogo sociale del conflitto culturale. E’ ancora una volta attorno ai simboli, dopo la vicenda del crocifisso, che divampa la polemica. A Treviso come a Como, questa volta sono riti e simboli del Natale, canti e presepi che provocano discussione. Ancora una volta, al di là delle scelte di zelanti maestre, più realiste del re tanto da apparire zelote, e delle dure polemiche di xenofobi di professione, la scuola è lasciata sola nel cercare di trovare il bandolo della matassa dell’educazione nei tempi della società multiculturale. Una solitudine, a volte auspicata come male minore dagli stessi insegnanti, che temono come la peste interventi di organi centrali di cui spesso diffidano per astrusità burocratica e orientamento politico. Una solitudine che, però, non può più fare velo al fatto che la scuola non può supplire, da sola, all’assenza di un discussione collettiva sulla difficile e complessa questione dell’integrazione culturale dei propri allievi. Del resto la solitudine degli insegnanti non è sempre una scelta. Ma un esito obbligato. Il ceto politico ha sin qui evitato di prendere posizione su certi temi. Toccare la questione dell’identità culturale di una comunità scolastica oggi non più omogenea, significherebbe toccare i delicati nodi della presenza della religione nelle aule, della laicità dello stato, del pluralismo religioso nella sfera pubblica. O della mancata intesa, un sistema pattizio simile a quello che regola il rapporto tra stato e le altre confessioni, con l’islam. Per cui si lasciano gli insegnanti soli sul fronte delle identità, sempre più plurime, dei loro allievi. Solitudine che a volte conduce a soluzioni di buon senso, sorrette dall’esperienza o dalla vocazione con cui tanti insegnanti sostengono una scuola che non vivrebbe senza la loro sincera passione e competenza. A volte conduce invece a scelte infarcite del peggior politically correct o della più raffinata esclusione. Non aiuta certo l’integrazione il cambio di una strofa di un canto natalizio come a Como, in cui per non offendere i bambini musulmani si muta, mantenendo rigorosamente la rima baciata, la parola «Gesù» in «virtù». Soluzione bandita persino da quelle comunità islamiche che gli xenofobi vorrebbero a loro volta bandire, timorose di veder subire un giorno la stessa sorte i loro testi. aiuta, di per sé, sostituire il presepe con la favola, dal sapore freudiano, di Cappuccetto Rosso, per non scontentare nessuno. Così come non aiuta ignorare pervicacemente, per impreparazione o scelta, il fatto che esistono altre identità nelle classi e che l’esclusione è un fattore dirompente nel gruppo dei pari. Rimuovere la propria identità o quella altrui è la scorciatoia peggiore sulla via dell’integrazione. Occorrerebbe invece renderle visibili. E cercare di tracciare il terreno sul quale sia possibile farle convivere o favorire il loro mutamento. In realtà queste discussioni mostrano il nervo scoperto della società italiana. Profondamente monoculturale sino a poco più che un decennio fa, deve oggi fare i conti con identità altre, alle quali non riesce a dare piena cittadinanza. Così è invitabile che ogni Natale la discussione si ripeta. Se i dati demografici e le proiezioni sulla popolazione studentesca sono esatti, avremmo probabilmente tra quindici anni più di duecentomila allievi musulmani in classe. Si potranno ignorare? E i ragazzi italiani dovranno rinunciare alla loro tradizione culturale per non offendere i loro coetanei? Qualcuno, ricordando la questione del velo, invoca a muso duro il modello francese. Ma i modelli di integrazione non si adottano a spizzichi. Il repubblicanesimo transalpino bandisce qualsiasi segno religioso dalla scuola; non solo il velo, ma anche la croce o la kippah. E concede la cittadinanza, e diritti annessi, a chiunque nasca sul suolo francese. Altri teorizzano il modello pluralista, che permette alle identità di manifestarsi nella loro totalità. Producendo autostima di sé, ma anche comunità non comunicanti, che vivono a fianco e non accanto all’altro. Una questione calda, quella dell’identità; che non riguarda solo la politica scolastica. Eppure, facendosi provvidenziale scudo dell’autonomia, è alla scuola che si delega, senza alcun filo conduttore, una questione che non ha solo valenze pedagogiche ma investe la sfera della cittadinanza e dei diritti. Oltre che la stessa natura della polis e del patto che la fonda. Rinunciando ad affrontare seriamente, e senza pregiudizi, questi temi si ipoteca il futuro del paese. Lasciando che xenofobi e multiculturalisti ingenui occupino il terreno, seminandolo di macerie difficili da rimuovere.

 

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Pag 9 Niente Natale nella recita in classe di Michela Santi

Polemica a Treviso per l’iniziativa degli insegnanti dell’elementare Ciardi di proporre come protagonista Cappuccetto Rosso e non il Presepe. Don Giuliano Vallotto: “Privilegiamo i valori e non la confessionalità. La scuola è laica, per il presepio c’è posto in parrocchia”

 

Treviso. Cento firme a favore della recita di Natale senza Gesù Bambino. Così la maggioranza dei genitori delle elementari Ciardi di Fiera, quartiere di Treviso, risponde alla polemica aperta da altri genitori, critici verso gli spettacoli scolastici che per coinvolgere tutti i bambini, immigrati compresi, non contengono riferimenti alla Natività e al Natale. Sotto accusa anche la Lega, che in difesa del Presepe ha annunciato interrogazioni parlamentari. Le maestre, definite «vergognose» dal senatore Stiffoni, pensano a una denuncia. L’iniziativa dei genitori è stata lanciata ieri mattina con una doppia raccolta firme per sottoscrivere una lettera di solidarietà nei confronti delle maestre e una presa di posizione pubblica. «Siamo la maggioranza - spiega Maurizio De Rossi, uno dei genitori promotori della contro-protesta - e da anni appoggiamo le scelte didattiche delle insegnanti. I genitori che chiedono la rappresentazione del presepe al posto di Cappuccetto Rosso, sono pochi e non hanno avuto il coraggio di sollevare la questione nelle riunioni che le stesse maestre hanno tenuto per illustrare il progetto didattico». Molti i genitori che ieri mattina, accompagnando a scuola i figli, hanno espresso la loro indignazione e rabbia. Soprattutto nei confronti dei politici (Lega Nord in primis) accusati di «strumentalizzazioni», rei di lanciare accuse contro le stesse maestre, un anno prima premiate dallo stesso vicesindaco Gentilini con il riconoscimento «Ponte della Bontà». «L’anno scorso - raccontano alcuni genitori - lo spettacolo di Natale era stato dedicato al tema della pace. I bambini di diverse nazionalità avevano presentato ciascuno un loro dono. E’ stato commovente. Quest’anno si parte da Cappuccetto Rosso per aiutare i bambini a superare le loro paure ed educarli ad accogliere il diverso. Il soggetto diventa un pretesto ancora una volta per trasmettere valori di pace, fratellanza, accoglienza. Non è questo il Natale?». Non mancano però genitori che si schierano a favore del presepe. «Mia figlia non parteciperà alla recita se non ci sarà un riferimento a Gesù Bambino o a Babbo Natale - dichiara Bruno Dal Pont - è giusto rispettare le tradizioni». Lo stesso parere è espresso dal nonno Ettore Covis: «Non firmerò a favore delle insegnanti - annuncia - hanno evitato appositamente il Presepio, quando c’erano mille altri modi per inserire nello spettacolo gli alunni di religione e culture diverse».  Commenti e proteste si intrecciavano ieri davanti alla scuola. Già prima delle 8 un cartellone appeso al cancello annunciava: «Si raccolgono firme per il documento di protesta contro l’attacco alle Ciardi». La risposta dei genitori è stata immediata. «Vado a firmare - commenta Roberta Cagnato - perché sono per la scuola laica. I miei bambini non sono battezzati e penso che la scelta delle maestre di rispettare tutti sia quella giusta. Nella scuola è fondamentale non creare contrasti, in questo dovremmo imparare dai bambini». Daniele Brunello sottolinea il senso della scuola pubblica. «Si sa già al momento dell’iscrizione di scegliere una scuola di Stato - dice - se si vuole il Presepe ci sono le scuole cattoliche». C’è chi risale al significato francescano del presepio. «Penso che questa polemica faccia rivoltare nella tomba San Francesco - dichiara Silvia Valenti - il Natale è incontro, amicizia, pace. Non centra la presenza di stranieri sempre strumentalizzata dalla politica. Anche la Chiesa ha preso le distanze da certi abusi iconografici del Natale». Alcuni genitori chiedono un faccia a faccia con i promotori della polemica. «Vogliamo conoscere chi ha scritto la lettera contro la recita di Natale su Cappuccetto Rosso - dice Bruna Cernecca - sono cinque anni che assisto alla recita di Natale e ogni volta resto stupita». «Anche Cappuccetto Rosso - continua Antonella Meneguzzi - può essere protagonista di una storia di fraternità e pace, in tema con il Natale». «Eccesso di zelo, pressapochismo, incompetenza». Il presidente della Provincia Luca Zaia non esita a condannare così la scelta delle maestre della Ciardi. «Il presepe - dichiara in un comunicato - oltre ad essere parte fondamentale delle nostre tradizioni religiose, è già multietnico. Basta pensare all’arrivo dei Re Magi. Chi è a favore dell’integrazione non può prescindere dal presepe, a meno che la sua preoccupazione non sia solo quella di essere sempre rispettoso fino all’esagerazione, al punto da mettere in discussione i nostri valori più profondi». Zaia definisce una recita senza Gesù Bambino «assurda, inconcepibile, intollerabile». «Fare il presepe insieme ai bambini musulmani - aggiunge - è anche un segnale di integrazione nei loro confronti». Contro le opinioni della Lega prende posizione La Margherita, critica soprattutto nei confronti di Stiffoni. «I rappresentanti della Lega si ergono a difensori della cattolicità, a pedagoghi, ad inquisitori - si legge nel comunicato - con l’auspicio che anche la scuola pubblica diventi finalmente confessionale. Il tutto per evitare discriminazioni alla rovescia. Dalle accuse della Lega parrebbe che il progetto didattico delle insegnanti abbia voluto sostituire il ricordo della nascita di Gesù con la favola di Cappuccetto Rosso. Non era questa l’intenzione delle maestre. Va riconosciuto che non esiste un tema obbligato per la rappresentazione festosa. Anche il messaggio cristiano ha senza dubbio un valore assoluto proprio in tema di pace. Ci sono molti altri momenti a scuola per celebrare i valori legati alla tradizione cristiana». Si schiera con le insegnanti anche Nereo Marcon, della segreteria regionale della Cisl: «Sono meravigliato che chi parla tanto di federalismo e autonomia metta in discussione l’autonomia scolastica appena conquistata. Alle singole scuole e alle insegnanti spetta scegliere le attività didattiche. Mi preoccupa che si utilizzi la scuola come terreno di scontro politico».

 

Treviso.  «Mi domando qual è il senso delle polemiche religiose in un’istituzione laica come la scuola di Stato». Don Giuliano Vallotto, incaricato per la Diocesi dei rapporti con l’Islam, reagisce alla polemica sulla recita di Natale alle Ciardi. Il suo distacco diventa esemplare di fronte a prese di posizione ben più rigide e «bacchettone» da parte di alcuni politici. «Penso possa essere motivo di richiamo se in una Chiesa non si parla del Natale cristiano. Ma in una scuola laica e per di più all’interno di un progetto didattico sulla Pace...». Don Vallotto non nasconde la meraviglia che in una società sempre meno credente possa scoppiare una simile critica. La sua visuale aperta parte da un contatto quotidiano con le associazioni di immigrati. Don Vallotto, è conveniente inserire la Natività nelle recite scolastiche? «E’ giusto parlare a scuola dei valori universali che vengono celebrati a Natale: la festa cristiana ha una base condivisibile tra popoli diversi. Se si può mettere in scena una recita su questi valori, tanto meglio. Tutto contribuisce all’arricchimento e alla formazione degli alunni». La Lega ne ha fatto un motivo di difesa della tradizione locale, un’occasione per non rinnegare le proprie radici... «Non condivido la commistione di diatribe che non distinguono istituzioni laiche e confessionali. L’unica prospettiva per una scuola statale è il riconoscimento dei valori che accomunano la celebrazione del Natale. Per noi forse è un’esperienza nuova, ma non era così per i nostri antenati, che prima di noi hanno trovato il modo per mettere insieme tradizioni e motivi di festa. La Repubblica di Venezia ha tenuto i rapporti col mondo musulmano molto prima di noi». Il Natale può dunque essere vissuto in modi diversi non strettamente confessionali? «Se si tratta di una istituzione laica, ci sono molti modi per vivere il contenuto e i messaggi del Natale. Si può raccontare e mettere in scena il presepe, ma festeggiare anche in altri modi. Non capisco perché ci scandalizziamo per Cappuccetto Rosso e non per la festa di Halloween». E’ dunque importante che il presepe non diventi un motivo di contrapposizione? «Respingo con decisione ogni strumentalizzazione. La scuola laica può diventate un momento di integrazione tra diverse tradizioni, religioni e culture. Ogni insegnante propone ai suoi alunni l’attività didattica che ritiene opportuna. Per il Presepio ci sono anche altre occasioni: c’è l’ora di religione, c’è la parrocchia».

 

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IL GAZZETTINO NORDEST

Pag V Natale con Cappuccetto, ed è bufera di Alessandra Vendrame

Nel centro storico di Venezia la maggior parte delle materne non farà presepi ma “feste della luce”

 

Treviso. Levata di scudi ieri mattina davanti alla scuola elementare Ciardi di Treviso. Oltre un centinaio di genitori ha sottoscritto un documento per difendere la scelta delle insegnanti che hanno deciso di mettere in scena "Cappuccetto Rosso" in occasione della tradizionale recita natalizia. Hanno risposto così alle proteste di altri genitori che protestavano per la mancanza di riferimenti cristiani nello spettacolo della scuola, che erano stati tolti per rispetto degli alunni di altre religioni: "Se i bambini cattolici festeggiano il Natale con canti tradizionali e temi a sfondo religioso, nessuno vieta che gli altri non propongano il loro modo di festeggiare il Natale. Integrazione non vuol dire rifiuto, cancellazione della nostra storia o cultura. Vuol dire aprirsi al dialogo per comunicare con gli altri" hanno scritto i genitori chiedendo di "ripristinare" il Natale nelle recite. Non si è fatta attendere la risposta dei genitori solidali con le insegnanti: "Siamo esterrefatti di fronte a rimostranze di basso profilo sull'assenza di iconografia natalizia, come se il presepio fosse l'unico momento saliente della cattolicità. Siamo indignati per le argomentazioni pretestuose intorno a tradizioni cristiane che confondono Natale con Babbo Natale e finiscono per addossare responsabilità a scelte educative troppo tolleranti verso presenze di stranieri e che rilevano, al contrario, moralismi ipocriti. Siamo stanchi di politici poco probabili e di giornali in cerca di notizie". La questione dello spettacolo di Natale privato della Natività tiene banco sulla scena politica, accendendo la polemica. Ieri il presidente del consiglio comunale Giancarlo Iannicelli ("Forza Marca" ma vicino alla Lega) ha sollecitato un'inchiesta sulle maestre. "Invito l'assessore all'Istruzione a dare ordine di approntare un presepe alla Ciardi e fare in modo che questo sia il più bello della città". La presa di posizione segue le bacchettate giunte da parte del sen. Piergiorgio Stiffoni, segretario della Commissione per l'infanzia del Senato: "Qui tutto sembra lecito anche violare la libertà dei bambini: queste maestre si vergognino. Non sono degne di coprire tale incarico. Con questi atteggiamenti possono turbare la sensibilità degli alunni cattolici ai quali è stata scippata la festa più simbolica". Immediata la replica della Margherita locale a quelli che definisce i "violentissimi" attacchi di Stiffoni: «I rappresentanti della Lega si ergono a difensori della cattolicità, a pedagoghi e a inquisitori con l'auspicio che anche la scuola pubblica diventi finalmente confessionale». Visto dall'opposizione la scelta delle maestre della Ciardi non dipende dalla presenza di bambini stranieri: "Non pare sia stata questa l'intenzione: non esiste un tema obbligato per il Natale, per cui vengono scelti motivi diversi dal presepe". La polemica non risparmia Venezia dove il docente di una scuola materna giustifica la rimozione dei simboli cristiani del Natale dalla sua classe (avvenuta prima che scoppiasse la polemica nazionale sui casi di Treviso e Como) dicendo di «non voler offendere gli altri credenti». Un'inchiesta condotta nella scuole per l'infanzia del centro storico conferma che la maggior parte degli istituti non celebrerà il Natale ricorrendo a simboli tradizionali come il presepe o a canti in cui si fa riferimento a Gesù Bambino, ma sostituirà la festa della Natività con la "festa della luce" o la "festa dei doni". L'assessore veneziana all'Istruzione Loredana Celegato cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche.

 

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IL GAZZETTINO NORDEST

Pag II Gesù bambino messo al bando dalle materne di Yuri Calliandro

Un docente: “Evitiamo di citarne il nome per non offendere altri credenti”. Eliminati nelle classi i riferimenti religiosi. La diocesi: “Rispettiamo tutti, ma è la nostra cultura”. Gli istituti cattolici: “Chi si iscrive da noi sa che tutti gli anni celebriamo la Natività seconda tradizione”. L’assessore Celegato: “C’è chi celebra il 25 dicembre come festa della luce o dei doni ma non serve fare drammi”

 

Venezia. Rinunciare al presepe e ai canti di Natale cattolici nelle scuole materne ed elementari per rispetto nei confronti dei bambini di diverse confessioni religiose. Una scelta che in questi giorni sta sollevando polemiche anche in Veneto, ma che in realtà non suona come una particolare novità nel centro storico di Venezia. Da una rassegna di alcune realtà lagunari infatti, emerge come questa scelta, che tanto fa discutere, in molti casi sia una consuetudine già radicata che si ripete quest'anno come negli anni scorsi senza sostanziali modifiche, specialmente nelle scuole dell'infanzia comunali.«Da noi il problema del presepe e dei riferimenti alla religione cattolica nei canti natalizi esiste - afferma un'insegnante della materna "Comparetti", in Ghetto - Essendo situati in una zona con molte famiglie di religione ebraica, la questione ci tocca da molti anni, ed in passato talvolta alcuni genitori hanno manifestato malumori in presenza di rimandi troppo espliciti al cattolicesimo. Per quanto riguarda il presepe non è mai stato allestito, mentre per evitare di urtare la sensibilità di qualcuno anche quest'anno festeggeremo semplicemente Babbo Natale e nei canti potrebbe essere eliminato il riferimento alla figura di Gesù». Da Cannaregio alla scuola per l'infanzia "Sant'Elena" il discorso cambia poco. «La presenza di bimbi di altre religioni è alta - racconta un'insegnante - Oramai da tanti anni non si fa più il presepe ed evitiamo di citare direttamente Gesù. Più semplicemente facciamo l'albero e celebriamo la festa del Natale».Niente presepe quest'anno anche alla materna "San Girolamo", ma non per motivi ideologici: «Non lo allestiamo per motivi tecnici - spiega una docente - Ma da anni oramai, all'infuori dell'insegnamento della religione, abbiamo eliminato i canti natalizi che fanno esplicito riferimento a quella cattolica». Situazione analoga anche alla "Duca d'Aosta" dove un'insegnante sottolinea: «Evitiamo i canti religiosi non solo per rispetto dei bimbi musulmani o di altre confessioni, ma anche nei confronti di quelle famiglie che scelgono di non far frequentare ai propri figli le ore di religione. In questo modo non corriamo il rischio di offendere qualcuno». Da una scuola per l'infanzia all'altra il quadro non muta. Anche alla "Diego Valeri" il presepe non è mai stato fatto, e nei canti natalizi ci si preoccupa di non includere cenni troppo espliciti al cattolicesimo. Lo stesso accade alla "Santa Teresa". Passando dalla scuola dell'infanzia all'istruzione elementare, la situazione muta leggermente, almeno per quanto riguarda il circolo didattico "San Girolamo". «Eliminare i riferimenti alla religione cattolica nei canti natalizi? Francamente mi sembra ridicolo - dice il direttore Riccardo Carlon - e non credo che ciò si verifichi negli istituti di mia competenza (San Girolamo, Manzoni, Canal, Duca d'Aosta e Zambelli ndr). Certo, come in tutte le scuole statali la religione è un insegnamento opzionale, ma credo che in un periodo di grande multiculturalità, più che eliminare qualcosa si debbano aggiungere elementi di altre religioni. Per ciò che riguarda il crocefisso, non è mai stata consuetudine affiggerlo in aula». All'elementare "Diaz" il Natale verrà celebrato con poesie e temi che parlano di pace e fratellanza tra i popoli: «Abbiamo ritenuto fosse la scelta più opportuna non toccare temi strettamente religiosi - conferma un docente - e puntare l'attenzione su un discorso più generale. Il crocefisso? Non c'è mai stato, dunque non ci siamo posti il problema».

 

Venezia. Giovedì scorso, durante un incontro tra i sacerdoti della diocesi e il patriarca Angelo Scola, don Walter Perini, responsabile dell'Ufficio scuola della diocesi, aveva lanciato un messaggio chiaro: «Promuovete la cultura cristiana del Natale, allestite i presepi e invitate le famiglie e gli insegnanti a fare altrettanto, per mantenere accesa una tradizione che appartiene alla nostra cultura, alla nostra storia». Una risposta a quanto avviene in molte scuole della città, dove presepi e canti natalizi sono stati messi da parte, nel rispetto del "melting pot" di religioni che caratterizza sempre di più anche le classi veneziane. «Credo che sia un bene mantenere la tradizione del presepe e dei canti natalizi - aggiunge don Perini - Il Natale, oltre al suo significato religioso per i cristiani, lancia anche un messaggio di pace e di fratellanza ed è un evento storico, che dà un senso alla nostra cultura, all'arte, alla letteratura. Ed è anche un modo per giustificare le vacanza di due settimane che si concedono agli alunni e alle famiglie». «La nostra società - dice don Perini - sta diventando sempre più multiculturale e proprio per questo bisogna valorizzare le differenze, non annullarle. Laicità vuol dire rispetto delle diversità, non cancellazione e negazione. Così come è giusto approfondire la conoscenza di altre manifestazioni religiose per imparare la tolleranza, così non va dimenticata la nostra tradizione, quella di un Paese che ha radici cristiane. Cancellare l'una e l'altra è oscurantismo. Un insegnante può benissimo far costruire un presepe o far eseguire i canti di Natale senza cancellare il nome di Gesù Bambino, così come può spiegare l'importanza del Ramadan quando cade questa ricorrenza musulmana». La chiesa, ovviamente, guarda preoccupata al rischio di secolarizzazione e il recente messaggio del patriarca a comprendere il significato del messaggio religioso delle opere d'arte va anche nella direzione di un ritorno alle radici cristiane. «Il nostro Ufficio dei beni culturali - conclude don Perini - ha proposto il Natale nell'arte, per presentare i cicli pittorici e artistici presenti nelle nostre chiese e legate a questa ricorrenza, che occorre riscoprire e tenere viva».

 

Il dibattito su presepi e canti natalizi "politicamente corretti", se investe in pieno le scuole comunali e statali laiche, lascia completamente indifferenti le scuole dell'infanzia paritarie cattoliche, che non appaiono assolutamente investite dal problema o comunque disposte a modificare le proprie abitudini, ma anzi attendono con impazienza il periodo del Natale per esibire presepi ed intonare strofe come da tradizione. «Quest'anno sarà come gli altri anni - dice la direttrice della "San Giuseppe" - con presepe, canti e la santa messa di Natale, a cui parteciperanno tutti i bambini. All'atto dell'iscrizione i genitori degli alunni sono consapevoli della scelta che stanno attuando per i loro figli, e dunque nel corso dell'anno non riceviamo alcun tipo di lamentela». Sulla stessa lunghezza d'onda la direttrice della materna "Santa Dorotea", che definisce quella dei genitori ad inizio anno una "scelta consapevole". Canti e presepi molto attesi dai bambini anche all'istituto delle Suore Canossiane, alla "Casa dei bambini" di Santa Maria dei miracoli ed alla "San Francesco di Sales" a San Polo.

 

Venezia - «A Venezia la situazione è tranquilla, non ci sono le polemiche sorte in altre città perché le scelte degli istituti sono fatte nella piena serenità». Loredana Aurelio Celegato, assessore comunale alla pubblica istruzione, si richiama all'autonomia delle scuole. «D'altra parte - spiega - Il Comune ha 70 sezioni per l'infanzia distribuite da Pellestrina a Malcontenta. So di scuole che a Natale faranno il presepe e di altre che hanno fatto scelte diverse, ma non vedo il caso di fare drammi. Io stessa ho sempre insegnato che il Natale è una continuità della festa del sole dei pagani. E ci sono docenti che il 25 dicembre celebrano la festa della luce o la festa dei doni. Trovo che sia giusto far conoscere anche culture diverse. Un docente può far cantare "Tu scendi dalle stelle", come far conoscere ai suoi alunni aspetti etnici di culture diverse». Del resto negli ultimi anni la multietnicità negli istituti per l'infanzia di Venezia è aumentata e da tempo, in molti casi, sono stati tolti riferimenti religiosi, anticipando ciò che altrove (a Treviso o a Como, ad esempio) ha suscitato un vespaio di polemiche. Ci sono classi in cui un bambino su cinque proviene da altri Paesi. In alcuni sestieri, come Cannaregio, si è registrato un boom di iscrizioni rispetto a fasi storiche precedenti, non solo perché sono nati più bambini veneziani, ma anche perché si sono insediate molte famiglie straniere. A ciò si aggiunge la richiesta di molti genitori di non ammettere i loro figli all'insegnamento della religione cattolica e alle attività collegate. Per questo molti istituti hanno deciso di togliere qualsiasi riferimento alla tradizione cristiana.

 

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2 - PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VI Anziani della parrocchia ospiti in ristorante

A Carpenedo

 

Voleva fare della beneficenza, dare qualcosa a chi ne ha bisogno, ma anziché andare in posta e compilare un bollettino a favore di una delle tante associazioni nazionali di volontariato, ha preferito guardarsi attorno. La scelta non è stata difficile: avendo un ristorante, perché non invitare chi ha bisogno non tanto di un pasto, quanto di un po' di compagnia? Così Marco Simonetti, che lo scorso settembre con altri due soci ha aperto a Carpenedo, in via Pasqualigo, il ristorante "La Vivanderia", ha bussato alla porta del parroco di viale Don Sturzo e a don Rinaldo ha presentato la sua proposta: invitare nel locale un gruppo di anziani della parrocchia per un pranzo natalizio. Detto, fatto. Don Rinaldo ha garantito a Simonetti che domenica prossima, 12 dicembre, a mezzogiorno e mezzo porterà nel ristorante di via Pasqualigo un bel gruppo di parrocchiani, anziani soli, per l'esattezza 45, tanti quanti ne può ospitare il locale. «Io credo che la malattia di questi nostri tempi sia la solitudine e credo che ci sia troppa indifferenza nei confronti delle persone sole, specie se anziane - dice Simonetti - Nel periodo natalizio, poi, la solitudine si sente ancora di più». Il giovane ristoratore domenica avrà con sé i genitori e tutto il locale da servire. Già pronto il menu che sarà completamente offerto agli ospiti: come antipasti cestino di frico, frittatina al radicchio e salame con cipolla e Tocai; come primi l'orzotto al Montasio e radicchio e gnocchi al ragù; come secondi piatti cosciotto di maiale al forno e musetto con puré di patate. Dulcis in fundo, tiramisù e biscotti accompagnati da una flute di Verduzzo.

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

LA NUOVA

Pag 25 La Quatordesona riporta a casa le spoglie di Santa Barbara di Sebastiano Giorgi

 

Le sacre spoglie di Santa Barbara sono state riportate ieri mattina a remi dalla terraferma a Burano. A trasportare con grande solennità le spoglie della Santa, poste al centro dell’imbarcazione, sono stati i soci della Voga Veneta Mestre a bordo dell’ammiraglia della società, la bellissima Quatordesona. Lungo il suggestivo tragitto lagunare, svoltosi in un suggestivo clima autunnale, sotto la sorveglianza e con la scorta delle forze dell’ordine, c’è stato anche l’alzaremi davanti al Cimitero di San Michele. Le spoglie di Santa Barbara erano state portate da Burano alla chiesa di Santa Barbara di Chirignago nei giorni scorsi per le consuete celebrazioni in onore della Santa, la cui ricorrenza cadeva sabato. Ieri le spoglie sono invece tornate nella loro storica sede nella chiesa di Burano. Per quanti hanno incrociato il solenne corteo, una visione emozionante e rara, che sembrava uscita da altri tempi ben lontani dalla frenesia di quelli che quotidianamente viviamo.

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 3 Scuola babele: 100 lingue in classe di Paola Stringa

 

Un centinaio di nuove lingue censìte, di cui oltre quaranta solo tra Lombardia e Piemonte. Settanta testate giornalistiche straniere registrate negli ultimi tre anni. Quasi 300mila scolari che hanno come idioma materno una parlata minoritaria. Sono i numeri di una «subcultura» che avanza lentamente all'interno della società, dando origine a fenomeni inaspettati e contribuendo al cambiamento del quadro linguistico italiano. L'Italia, a causa di un'immigrazione che diventa ogni giorno più rilevante, si avvia a diventare un Paese multietnico, con minoranze che rappresentano una sfida concreta per la società e per le istituzioni. «La presenza di nuove lingue sul territorio non creerà problemi alla società italiana, se saprà gestire l'accresciuto patrimonio di idiomi come una risorsa - afferma Marina Chini, docente di Sociolinguistica presso l'Università di Pavia e autrice del saggio Plurilinguismo e immigrazione in Italia, appena uscito da Franco Angeli -. Questo implica, naturalmente, uno sforzo da parte della scuola e delle istituzioni, per la necessità di strumenti e figure professionali rinnovati. In parte l'emergenza è già stata affrontata: c'è un personale scolastico che si sta adeguando e un'editoria che si sta muovendo in questo senso, ma ci vuole un progetto sistematico che ancora manca». La lingua delle minoranze, infatti, sollecitando i sistemi formativi a elaborare progetti che tengano conto della specificità della condizione degli immigrati, crea spesso difficoltà alla società ospite. «Queste lingue non minacciano in alcun modo l'italiano, al massimo enfatizzano cambiamenti che erano già stati avviati da forze endogene - sottolinea l'autrice -, tuttavia non è realistico pensare che le scuole possano proporre corsi nelle lingue d'origine di ogni alunno straniero. Ritengo però opportuno che gli insegnanti si documentino su tali lingue, per favorire utili confronti con l'italiano, oltre che per mostrare un reale interesse verso il discente». Al di fuori del livello istituzionale, negli ultimi anni, sono sorte varie iniziative per l'insegnamento dell'italiano agli stranieri. Dai consolati, alle associazioni di volontariato, dalle cooperative ai gruppi di categoria, tanti sono stati gli esperimenti pilota per avviare un reciproco scambio tra l'italiano e le lingue di nuova immigrazione. Molti di questi corsi hanno visto la partecipazione di italiani, spinti dall'interesse verso idiomi, una volta lontani e sconosciuti, oggi parlati sull'angolo della strada di casa. Le lingue d'origine degli immigrati si conservano in modo diverso secondo la generazione (i giovani sono ovviamente meno conservativi), il Paese di provenienza, la distanza tra la lingua d'origine e l'italiano, l'esistenza di una comunità coesa a cui far riferimento, che comprenda una rete etnica, dei centri religiosi, dei negozi, dei locali. Non ultimo, aiuta la conservazione di una lingua, l'esistenza di supporti istituzionali e mass-mediatici. Dalla ricognizione svolta dalla Chini sulla presenza e sull'uso delle lingue d'origine degli immigrati nell'Italia nord occidentale, emerge un panorama molto variegato. Nella ricerca si scopre, ad esempio, che, i cinesi che hanno una rete etnica molto solidale, sia in casa sia sul lavoro mantengono l'uso della lingua d'origine. D'altra parte, l'incidenza della cultura cinese è testimoniata anche dalla presenza di alcuni giornali a discreta diffusione, che circolano da alcuni anni nella China Town del capoluogo lombardo. Tra i bambini intervistati, invece, i marocchini risultano essere i più conservativi. Un bambino su due parla abitualmente arabo in famiglia, anche se sta apprendendo l'italiano a scuola. Nel nostro Paese, rispetto ad altri Paesi europei, non è ancora stata elaborata una strategia pedagogica uniforme verso l'immigrazione. Alcuni tentativi di integrazione sono stati fatti, ma ci vogliono tempo, energia e fondi perché la scuola si adegui davvero alla nuova situazione multietnica. In alcuni casi sono state avanzate ipotesi di insegnamento separato, per dar tempo ai bambini stranieri di adattarsi e per far sì che possano conservare, almeno inizialmente lingua e religione diversa. «Nelle prime fasi dell'apprendimento l'ipotesi di classi non miste, tenute insieme dalla lingua non va demonizzata - spiega Marina Chini - . Se questo però dovesse significare la creazione di classi impermeabili, che procedono parallelamente senza incontrarsi mai, non lo considererei più un fatto positivo. Si potrebbero creare gruppi di stranieri per aiutarli nell'apprendimento dell'italiano, con la prospettiva di un successivo inserimento in classe. Per quanto riguarda la religione il discorso è più delicato, perché non si può pensare di realizzare tante ore di religione quanti sono i bambini immigrati». La fotografia scattata sul mondo della scuola lombarda e piemontese ci restituisce, comunque, l'immagine, al di là di rare strumentalizzazioni, di una realtà dinamica e integrata, dove bambini italiani e bambini stranieri crescono e studiano insieme, consapevoli delle proprie differenze. Partire dalla scuola può essere un primo passo verso una reale integrazione, che non significa necessariamente appiattimento delle differenze, quanto piuttosto reciproco scambio tra culture. In un Paese multietnico non si tratta di tutelare delle lingue, ma di tutelare il diritto di libertà linguistica degli immigrati.

 

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LA NUOVA

Pag 13 Caltagirone vince il duello per Il Gazzettino di Paolo Possamai

Offerta di 126 milioni di euro per conquistare il 54,59 del giornale veneziano

 

Venezia. Francesco Gaetano Caltagirone stringeva d’assedio Il Gazzettino da un anno e più. Un anno fa, al primo assalto fu respinto. Ma venerdì scorso ha infine conquistato il 54,59% del maggior quotidiano veneto. Il costruttore romano ha sottoscritto un contratto con Arturo Bastianello, René Fernando Caovilla, Paolo Sinigaglia e Giuseppe Stefanel proponendo loro una valorizzazione assai premiante: Il Gazzettino vale oltre 230 milioni, le loro quote quasi 126. Vi sono ancora vari capitoli da scrivere, nella storia che vede protagonista Francesco Gaetano Caltagirone nel suo tentativo di sbarcare a Venezia. Ma intanto alcuni punti fermi l’imprenditore romano li ha acquisiti. Il primo consiste, appunto, in un accordo che gli assicura la maggioranza assoluta. Un anno fa, quando aveva tentato di comprare il 30,47% di Sep messo all’asta dalla cordata guidata da Rossi, l’offerta di Caltagirone valeva 13,5 euro per azione. Stavolta il prezzo è schizzato a 23,5 euro. Un valore esorbitante, per quanto in questo caso sia in gioco la maggioranza assoluta. Un anno fa, comunque, Caltagirone ha imparato la via per arrivare all’obiettivo: fu fermato perché lo statuto di Sep assegna a ciascun azionista il diritto di prelazione, nel caso di vendita da parte di altri soci. Il meccanismo contrattuale elaborato stavolta tiene conto dell’esperienza maturata. I quattro venditori, che sono legati a Edizione Holding (Benetton) e a Serenissima Holding (Chiarotto) da un patto di sindacato, lasceranno decadere il patto. Bastianello, Caovilla, Sinigaglia e Stefanel si sono impegnati a convocare fra maggio e giugno un’assemblea straordinaria di Sep, all’interno della quale procedere alla cancellazione del diritto di prelazione contenuto nello statuto. Ne consegue che il contratto, articolato in una opzione put/call al maturare di determinate condizioni, rivelerà i propri effetti solo fra sei mesi, quando saranno rimossi i vincoli che impedirebbero a Caltagirone di impadronirsi del Gazzettino. Fino all’ultimo i Benetton hanno tentato di opporsi alla manovra dell’editore romano, cui sono legati da un paio di partecipazioni comuni e con il quale, tuttavia, da lungo tempo non c’è alcun feeling. Bastianello, Caovilla, Sinigaglia e Stefanel da parecchi mesi hanno stretto un patto che li vincola a vendere contestualmente e alle medesime condizioni a uno stesso acquirente. Vale a dire che da mesi stavano valutando le forme più profittevoli per dismettere la loro partecipazione. Segno di una marcata insoddisfazione rispetto all’impresa e, soprattutto, riguardo alla possibilità incidere concretamente nella gestione e nelle strategie. Tale insoddisfazione è da sempre nota ai Benetton e difatti, una decina di giorni fa, le due parti avevano convenuto il passaggio del 54,59% in palio a un prezzo fra 20,5 e 21,5 euro per azione. Ma a questo punto è intervenuta la contro-offerta di Caltagirone. Il costruttore/editore romano è atterrato con il suo jet executive verso le 10 di venerdì scorso all’aeroporto Marco Polo, con folto stuolo di avvocati, consulenti fiscali, advisors bancari. Lo attendevano i rappresentanti dei quattro venditori. Aspirante compratore e potenziali venditori hanno noleggiato una sala delle business rooms allo scalo aeroportuale di Tessera. Tutta la giornata di venerdì è trascorsa nelle trattative. Nel tardo pomeriggio l’estremo tentativo con i Benetton: da Tessera è partita una telefonata, per avvisarli dell’evoluzione del confronto con Caltagirone. Ma dal quartier generale di Ponzano Veneto l’ultima replica si è fermata alla soglia di 22,5 euro per azione. I Benetton hanno pure invocato la necessità che il controllo del maggiore quotidiano del Veneto rimanga a esponenti dell’imprenditoria regionale. Argomenti che non hanno convinto i quattro venditori. I Benetton paiono dunque destinati a perdere il controllo del quotidiano per una differenza di 5 milioni di euro. Non che l’impresa editoriale in sé sia particolarmente redditizia, dato che il gruppo Sep ha registrato nel 2003 un utile consolidato di 148 mila euro, ma appare evidente il significato strategico dello storico quotidiano. A questo punto non rimane che attendere l’evoluzione degli eventi. Il 13 dicembre è in agenda il prossimo consiglio di amministrazione della società editrice del Gazzettino. Non è da escludere l’evenienza che i quattro venditori lascino il proprio posto nel board presieduto da Mario Bertolissi. Sarà da vedere chi li rimpiazzerà, forse professionisti funzionali a guidare la società verso l’esito concordato con Caltagirone. L’assetto azionario della Società editrice padana (Sep), che pubblica Il Gazzettino, era una sorta di cantiere dal 28 giugno 2001, quando dopo 18 anni di presidenza fu detronizzato Luigino Rossi. Da allora data l’instabilità degli equilibri fra soci e la difficoltà a definire strategie condivise. In questa dimensione di fragilità ha piantato un potente cuneo Caltagirone. Un cuneo che va espresso in euro.

 

Venezia. Caltagirone Spa governa cinque società quotate, tutte contraddistinte da notevole solidità patrimoniale e cospicua redditività. Dentro a questo impianto, caratterizzato in particolare da due linee di business (costruzioni e editoria), spicca il controllo di due storici quotidiani quali Il Mattino di Napoli e Il Messaggero di Roma. L’elenco delle controllate presenti a Piazza Affari comprende Vianini Lavori e Vianini Industria, Cementir, Caltagirone Editore e infine la holding Caltagirone Spa. Quest’ultima a fine 2003 aveva un indice di solidità finanziaria (rapporto fra capitale netto tangibile e debiti) del 476%, autentico record dato che la media italiana è ferma al 76% circa. Tale dato è coerente con altri indicatori quali il capitale proprio (a fine 2003 consisteva in 1,075 miliardi di euro), mentre le risorse libere erano pari al 49% del capitale investito. Relativamente al business coltivato sul versante dell’editoria, con una società posseduta dalla famiglia romana al 70%, emerge che i principali indici reddituali segnano da anni una costante progressione: nel 2001 l’incidenza del margine operativo lordo sul fatturato totale era fermo al 18%, mentre è salita al 24% nei primi nove mesi del 2004. I ricavi sono arrivati nel 2003 a 193 milioni (+6,7%). A parte le società direttamente gestite, nel portafoglio di Caltagirone rientrano anche numerose partecipazioni di evidente rilevanza. Il costruttore romano, assieme a Pirelli e alle francesi Sncf, è socio dei Benetton nella società che detiene il 40% di Grandi Stazioni. A Caltagirone risalgono inoltre quote importanti in Rcs (2,1%), in Monte paschi Siena (4,7%), in Acea (2,96%), in Bnl. A proposito di quest’ultima banca, Francesco Gaetano Caltagirone è fra i promotori - unitamente a Coppola, Lonati, Grazioli, Bonsignore, Statuto - del cosiddetto contro-patto che si oppone al patto di sindacato che riunisce gli azionisti di maggioranza Bbva, Generali e Della Valle.

 

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Pag 13 Industriali incapaci di fare sistema di Alessandra Carini

Dalla Marzotto ai Benetton, i centri decisionali delle imprese lasciano il Nordest

 

Partiamo dalle notizie, magari proprio da quelle che non fanno grossi titoli sui giornali. La Marzotto trasferirà la sede legale da Valdagno, luogo storico dove nacque l’azienda veneta, a Milano. La mossa fa parte di una strategia più complessa che vede la separazione della produzione tessile, che ormai è collocata in gran parte tra la Cina e l’Est, europeo, da quella della moda, concentrata nel marchio Hugo Boss, che, appunto per questo, sceglie il capoluogo lombardo come centro della sua attività. Qui, in Veneto, resterà forse il solo nome Marzotto mentre il cuore del gruppo, la ragione oggi del suo guadagno, prenderà la via di Milano. Il piano, di cui è inutile discutere l’evidente svolta storica e simbolica, verrà esaminato a dicembre dai vertici della società. Spostiamoci a Verona, centro fieristico di eccellenza del Veneto. Nei giorni scorsi è arrivato l’annuncio che l’ente scaligero ha perso Traspotec Logitec, il salone biennale dell’autotrasporto (centomila visitatori, 6 milioni di euro di fatturato). Trasmigra anche esso verso Milano: «Se volevamo restare sul mercato e vincere la concorrenza degli stranieri, dovevamo puntare sulla crescita e non potevamo che rivolgerci al più grande quartiere fieristico d’Europa», è stata la spiegazione di Ferruccio Macola, fino ad oggi gestore della manifestazione in proprio e presidente di PadovaFiere, ente dilaniato dalla scelta del suo futuro destino, tra un accordo con le altre fiere venete e la possibilità di rispondere a un offerta dei francesi di Gl Event. Andiamo avanti, mettendo tra parentesi la partenza di Aprilia verso l’impero mantovano di Colaninno, i singulti di questi giorni intorno al destino di Antonveneta, per passare alla notizia, questa sì destinata a far clamore, della cessione a Caltagirone del giornale storico del Veneto, il Gazzettino. Gli industriali veneti, che ne avevano la proprietà, lo hanno ceduto ad un prezzo cui i Benetton, che ne avevano detenuto finora il controllo, non hanno voluto rispondere per un soffio, rassegnandosi, per un soffio, alla sua perdita. Un prezzo che appare oggi talmente alto da far prefigurare un interesse da parte del gruppo romano delle costruzioni e dell’editoria, che va al di là dei puri aspetti editoriali. Quali che siano le ragioni di Caltagirone, un altro cuore veneto batterà tra qualche tempo in un altro corpo che ne deciderà strategie e obbiettivi, politici o economici che siano. Se si mettono così insieme gli avvenimenti di questi giorni ci si può rendere conto di quanto la realtà si incarichi di far giustizia delle chiacchiere. Ci riferiamo, ovviamente, a quel refrain di moda di questi tempi, almeno nelle tavole rotonde e nei dibattiti politici pre-elettorali, sul rilancio del Veneto, la necessità di «fare sistema» del Nordest, l’ambizione di far vivere a questa regione un salto di qualità, facendo sì che qui rimangano centri strategici e decisionali e le possibilità future di uno sviluppo che sia alternativo, o almeno che accompagni, il declino inevitabile e doloroso di un modello industriale. Proprio gli industriali, che hanno lanciato questo tema, denunciando i limiti evidenti di una classe politica regionale che non se ne sa assumere il carico e la responsabilità, mostrano anche essi di avere le gambe (se non la vista) corte quando si tratta di fare il salto: la lite e l’interesse del singolo prevale sul fare sistema, l’uovo del business di oggi fa premio sulla gallina di domani. Di tutto questo non c’è niente di male, per carità. Ognuno è padrone in casa propria e soprattutto dei propri denari investiti in fabbriche, fiere, banche o giornali che siano. Basta chiamare le cose con il proprio nome e non mettere avanti presunti interessi generali. Quelli non pare che ci siano. Magari qualcuno dirà che ha vinto il mercato e le sue regole. Non c’è che da esserne contenti. Speriamo che con esso ce la faccia a vincere anche il Veneto, cosa che appare oggi assai più difficile. E’ una lezione di cui è bene che la classe politica faccia tesoro in vista delle prossime elezioni chiarendo, se vuol far sistema, quali sono le sue prossime promesse e i prossimi obbiettivi.

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag III Paolo Costa e Venezia, è l’ora della svolta di Luigi Bacialli

“Chi verrà dopo di me avrà davanti una sfida importante. Per governare la città a volte bisogna rischiare il consenso”

 

Per alcuni c'è già. Per altri rischia di sprofondarvi. Per gli amministratori, invece, la definizione è (e non potrebbe essere diversamente) dura da digerire. Venezia città nella melma? Non dal punto di vista del bilancio comunale, almeno: in questo campo l'amministrazione ha appena ricevuto il rating AA di Standard & Poor's. Il sindaco Paolo Costa guarda il ponte di Rialto dal suo ufficio a Ca’ Farsetti e si leva qualche sassolino dalla scarpa. «E' la conferma di una buona gestione della macchina comunale, un ennesimo riconoscimento del lavoro svolto. E' un risultato importante che ci garantisce stabilità finanziaria e ci consente un tasso di interesse più basso sui mutui: significa credibilità, ma anche risparmio».

Sindaco, le amministrazioni si succedono, le idee e gli interventi sembrano nascere ma senza risultati immediati, problemi vecchi e nuovi si accavallano. Non si riesce davvero a far nulla?

«Venezia è una città complessa e, specie nel centro storico, la sua grande attrattiva, la sua bellezza e le forti possibilità di rendita rischiano di essere letali per la città».

Ogni anno, infatti, se ne vanno almeno duemila residenti, mentre le attività commerciali si stanno omologando in modo preoccupante, con sempre meno artigiani e sempre più maschere e boutique. C'è il rischio che Venezia diventi una Disneyland disabitata?

«Facciamo attenzione a non cadere in letture semplicistiche, perché chi vive a Venezia e a Mestre vede come sono cambiate le cose negli ultimi anni. Restano i dati di partenza: in centro storico, per diverse attività, le rendite sono molto elevate, con grandi interessi legati al turismo. Il discorso riguarda anche gli stessi negozianti: se vendi pane non guadagni, se vendi maschere sì. Quello di una Venezia trasformata in Disneyland è un pericolo reale, anche perché certe categorie economiche ne trarrebbero comunque forti guadagni. Se decadesse a luna-park disabitato, se perdesse la sua consistenza di città vera, Venezia perderebbe anche parte del suo appeal. Poi ricordiamoci che il blocco turistico è importantissimo, ma non decisivo: anche in centro storico le persone impiegate nella pubblica amministrazione e nelle attività culturali sono più di quelle che vivono di turismo. In più l'equilibrio tra attività turistiche e attività altre muta appena vai al di là del Ponte, e il mix sociale cambia completamente. L'equilibrio, alla fine, lo hai mettendo insieme Mestre e Venezia».

Il referendum, in questo senso, ha parlato chiaro. Eppure sembrano ancora esserci due anime e due città.

«Mentre in passato era stata Mestre a volersi separare, e più di recente lo stesso centro, il referendum, col "no" che ha vinto ovunque, ha dimostrato che c'è la percezione di un'unica città. Devi però costruirla, collegarne le parti, con il tram, la metropolitana, le infrastrutture».

Basterà a Venezia una maggior vicinanza a Mestre?

«La necessità di una specializzazione delle parti diverse della città nel suo insieme è ormai un concetto assodato. Resta l'esigenza che, da questo lato dell'acqua, ci sia una nuova base economica (penso alla Giudecca e al recupero dell'Arsenale). E' necessaria la massima attenzione sul problema dello sviluppo, a partire da una domanda cruciale: di cosa vivranno i nostri figli fra dieci anni in quest'area? Questo è il vero argomento di oggi e dei prossimi mesi, quando si delineeranno le politiche per la città. Invece sembriamo ancora fermi al dibattito nato il 4 novembre 1966: "salvaguardia sì, salvaguardia no", con il corollario "Marghera sì, Marghera no". Come difendersi dall'acqua alta, come risolvere il problema del polo petrolchimico affacciato sulla laguna: questo dibattito ha assorbito il confronto politico per più di trent'anni. Senza contare la tangenziale. Sono blocchi che hanno rischiato di impedire qualsiasi azione e qualsiasi ragionamento pragmatico sullo sviluppo».

Oggi come oggi, non è paradossale difendere solo pochi posti di lavoro e non prendere decisioni definitive su Marghera?

«Il confronto "chimica versus occupazione" fatto nelle piazze e sugli organi di informazione rischia di essere strumentale. Da una parte gli striscioni "via la chimica" della Lega e dei Verdi, dall'altra certe posizioni che dicono di voler difendere ad oltranza i posti di lavoro. Ma, parlando seriamente, il problema è un altro: a Porto Marghera ci sono un paio di pezzi di chimica di base che costituiscono il cuore della chimica italiana. Servono al Paese? Venezia deve fare il sacrifico di mantenerli ancora per tutelare un interesse nazionale? Bene, il Paese, da parte sua, lo deve riconoscere. E deve garantire che a Venezia rimanga solo ciò che è essenziale, con le migliori tecnologie produttive e il minor inquinamento possibile. Questo è l'accordo: servizio al Paese e senza rischi. Solo se ciò avviene, allora si può mantenere il sistema, ma non più di dieci o quindici anni, il tempo di un nuovo ciclo di investimenti».

La salvaguardia, Marghera, la tangenziale, la sublagunare assorbono in pratica le energie politiche di tutti. Che cosa deve fare Venezia per sopravvivere?

«Oggi abbiamo l'occasione di domandarci che cosa succede e dove siamo. Nell'era del postindustriale, Venezia torna ad essere un luogo in cui si possono insediare attività d'avanguardia: ricerca, sperimentazione, design, cultura. E nell'era della globalizzazione, la città diventa uno strumento di comunicazione fondamentale per sé e tutto il Nordest. In Cina, ad esempio, conoscono cinque parole europee: due sono Venezia e Marco Polo. Il futuro dunque è deideologicizzare e superare il dibattito antico su quei quattro punti storici: se lo si fa, allora si può andare avanti, per tornare a giocare un ruolo di primo piano».

Che cosa ha fatto lo Stato per Venezia?

«Storicamente tantissimo. Venezia da sola non sta in piedi: è un lusso della civiltà occidentale. Nasce peraltro da questa consapevolezza la legge istitutiva del Casinò, che ci permette un bilancio complessivo sano. Noi prendiamo in un anno più dal Casinò che dall'Ici: gli 80 milioni di euro del Casinò del 2000 sono diventati 106 nel 2004. D'altra parte, lo Stato riconosce che Venezia è una città unica anche con la Legge speciale. Una legge che continuiamo a proporre di riscrivere, poiché dopo la riforma del titolo V della Costituzione, voluta dal centrosinistra nel 2001, non c'è più un unico soggetto, lo Stato, ad occuparsi della città. Le competenze dunque sono distribuite tra Stato, Regione e Comune, e rischiano di disperdersi. Di recente ho scritto al Presidente del Consiglio per chiedergli se non ritiene di fare un richiamo costituzionale specifico su Venezia».

Quanto al mondo, che cosa fa per Venezia?

«Venezia è una specie di parola magica. Gli stranieri hanno fatto molto per la città, però ancora non siamo riusciti a costruire un impegno reale del mondo su Venezia».

Parlando di consorterie e di rendite, quando si interviene su questi temi, si scatenano sempre le polemiche. Lei è stato più un mediatore oppure ha imposto le sue scelte?

«Si dice, per altri aspetti, che ho mediato poco, non ascoltando le categorie, dai gondolieri ai commercianti. La verità è che ho sempre ascoltato, e poi ho preso le decisioni che consideravo giuste per la città, anche se "fastidiose" per qualcuno. Se vuoi governare, devi andare avanti anche a prescindere dal consenso e dalla mediazione. E' una fase della storia di Venezia in cui occorre "rompere" con le abitudini del passato».

Paolo Costa, da un recente sondaggio, è oggi al 47 per cento dei consensi. Nel 2000 al primo turno, prima di vincere al ballottaggio, era al 38. Avendo scelto di non rinunciare al ruolo di europarlamentare, non si potrà ripresentare come candidato sindaco alle amministrative del 2005. Chi verrà dopo di lei?

«Non so chi verrà, ma direi piuttosto che cosa troverà. A Ca' Farsetti le finanze sono in ordine, ed è stato fatto un grosso lavoro dal punto di vista del riordino della macchina amministrativa. Del nuovo ruolo della città nel Nordest ho già detto: tanto è stato fatto, tante sono le potenzialità. Chi verrà dopo di me, infine, avrà un ruolo delicato da svolgere: governare una città che è dei suoi cittadini, ma anche patrimonio dell'Italia e del mondo».

Ha glissato sulle possibili candidature delle prossime amministrative. Rimane molta confusione preelettorale. Come finirà?

«Non penso che Venezia non sia in grado di esprimere candidature. Per governarla c'è bisogno di radicamento, autorevolezza, esperienza e competenza. E c'è bisogno di saper svolgere il ruolo di sindaco, in un rapporto di collaborazione con gli altri poteri, soprattutto oggi che la Regione e il Paese hanno governanti non "affini" al nostro schieramento politico. Ma ripeto: Venezia può esprimere candidature all'altezza. Mi preoccupa invece l'affievolirsi della tensione sulla figura del sindaco che, a partire dalla nuova legge sulla sua elezione diretta, aveva acquisito autorevolezza e "libertà di movimento". Mi dà l'impressione che si voglia risucchiare il sindaco in un sistema protettivo, quello delle segreterie e dei partiti, di cui non c'è bisogno. Questo potrebbe fare venir meno a qualcuno la voglia di presentarsi. Occorre quindi continuare sulla strada indicata in questi anni. Dicendo no alla vecchia politica del fare e disfare. Abbiamo mandato Penelope in esilio. La speranza è che non si ceda alla tentazione di farla tornare».

 

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CORRIERE DEL VENETO

Pag 7 Shopping congelato in attesa della tredicesima di Martina Zambon

Negozi e mercatini vuoti nel primo week end di Natale. Caccia ai regali da poco prezzo

 

Mestre — Un Natale freddo nei consumi, con un'unica speranza: l' « effetto tredicesima » . Strade sgombre dal traffico da shopping, niente code nei dintorni dei grandi centri commerciali: il bilancio del primo fine settimana dello shopping natalizio suona già nero. Salvo domenica pomeriggio, quando complice la pioggia più di qualcuno ha deciso di fare una puntatina ai centri commerciali, infatti, il grande balzo dei consumi natalizi non c'è stato. I commercianti di via Piave, chiusa al traffico da sabato e trasformata fino a domani in un mercatino in stile nordico all'aria aperta, sono cauti. « Il giorno dell'inaugurazione — spiega Franca Benozzi, dell'associazione commercianti di via Piave — c'è stato un po' di movimento. La pioggia battente di domenica, invece, ha scoraggiato la gente. Certo è che si cerca di spendere un po' meno » . Nei negozi si cercano pensierini e piccoli regali poco costosi, così i negozianti si adeguano con piccole proposte ben confezionate. « Non è stato un avvio in grande stile — commenta Maurizio Franceschi segretario di Confesercenti — speriamo nelle prossime settimane » . Parlare apertamente di promozioni ante saldo non si può per legge, ma ammiccanti inviti pubblicitari lasciano intendere che a cercare qualche offerta anche sotto Natale si trova. Ostentano ottimismo i centri commerciali della cintura mestrina. « Il nostro è un bilancio positivo — taglia corto Riccardo Muschi, direttore di Valecenter — sia sabato che domenica abbiamo registrato un buon afflusso, in termini di scontrini si conferma un aumento del 13% rispetto all'anno scorso e un fatturato del 3% in più. È vero però, che si privilegiano acquisti di minore entità e non manca qualche attività che va male » . Se i mercatini all'aperto puntano anche sull'atmosfera, dalla moquette rossa alle musiche natalizie, non sono da meno i grandi centri commerciali: Valecenter, per esempio, allestisce una baita di Babbo Natale per i più piccoli e ingaggia cori con repertorio tradizionale. Secondo Panorama un giudizio sul Natale 2004 è prematuro: rispetto al primo fine settimana di dicembre del 2003 la flessione non c'è, ma non c'è neppure un miglioramento. Cauto anche Roberto La Rosa, direttore di Auchan: « I clienti sono più numerosi rispetto allo scorso anno — spiega — ma spendono in modo diverso, regalini più piccoli per gli amici e spese più generose per gratificare se stessi, dal telefonino allo schermo al plasma. L'era della corsa allo shopping natalizio che durava un mese intero è finita, ormai le spese si fanno a ridosso delle festività » . Il miracolo è atteso oltre il 15 del mese, a tredicesime intascate. « Ci ha penalizzato il maltempo — commenta Gianni De Checchi segretario della Confartigianato di Venezia — il mercatino di Campo Santo Stefano sta riuscendo bene, in tempi di vacche magre i piccoli oggetti d'artigianato a prezzi contenuti sono il regalo ideale, ma attendiamo l'effetto tredicesima. È un sintomo che la dice lunga: la gente non ha più quel polmone finanziario che permetteva di fare acquisti già a inizio dicembre, ora deve aspettare » . Dichiaratamente pessimista, infine, Antonio Invaso, presidente dei Commercianti di Mestre: « È stata calma piatta — spiega — siamo penalizzati dalle strisce blu e dai cartelli che avvisano delle targhe alterne all'ingresso della città anche nei giorni in cui non ci sono, la gente si spaventa e cambia strada. Nel complesso sarà un Natale un po' critico » .

 

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Pag 10 Vecchio ospedale di Mestre, la maggioranza punta i piedi di C.F. e S. Ci.

Il Consiglio affronta la variante che trasforma l’area in un pezzo di città

 

Venezia — Tocca al sindaco fare chiarezza sui conti. E' a lui che la maggioranza chiede spiegazioni dettagliate sugli accordi firmati con la Regione e con l'Asl, in vista dell'approvazione della variante urbanistica che trasforma l'Umberto I in un pezzo di città, dando all'azienda sanitaria le risorse finanziarie per pagare una parte del nuovo ospedale. « Il Comune deve fare ogni sforzo economico per il nuovo ospedale — sintetizza Livio Marini, capogruppo dei Ds — anche vendere palazzi per finanziarne una parte, ma nella trasparenza dei conti e del rispetto reciproco degli accordi, di cui il sindaco è stato garante » . La trasparenza dei conti agita l'intera maggioranza, ieri Rifondazione ha presentato un'interrogazione alla giunta regionale per chiedere spiegazioni sul rapporto con i privati che partecipano al finanziamento attraverso il project- financing, sui servizi che gestiranno, se saranno o meno anche medici. La variante è pronta per essere discussa dal Consiglio comunale, ma i fronti aperti sono molti. A partire dall'opposizione del direttore dell'Asl 12 Antonio Padoan che contesta alcune scelte della variante, per prima la previsione di una quota di residenza protetta (anziani, disabili, categorie protette dal Comune) che farebbe perdere valore all'area il giorno in cui sarà messa all'asta. Aprendo un « buco » nei conti dell'Asl che punta a coprire una quota di spesa del futuro Umberto I e la realizzazione della nuova sede della Fondazione Banca degli occhi, ricavando 41 milioni di euro dalla vendita dell'Umberto I. Prima di affrontare il dibattito in Consiglio comunale, la maggioranza ieri ha fatto il punto. Oggi il piano prevede che il vecchio ospedale venga trasformato in residenza (fino a un massimo del 51% della cubatura, di cui il 20 per cento residenza convenzionata e il 10 per cento protetta), negozi (15 per cento degli spazi) uffici (22 per cento) con la presenza di un albergo (nel nuovo monoblocco) e uffici pubblici (la vecchia casetta). L'Asl ha offerto una « mediazione » : aumento della percentuale di edilizia convenzionata, ma niente case per le categorie protette e, a risarcimento, il cambio di destinazione d'uso per il terreno dell'area Bellinato da uffici a residenza. La parola passa al sindaco, ma per la maggioranza le case a favore delle categorie protette restano un punto fermo. C'è chi ha dubbi invece sull'albergo. I Verdi chiedono di eliminarlo dalle previsioni, tanto più che pochi giorni fa la giunta ha approvato un atto di indirizzo per autorizzare nuovi hotel solo in presenza della rottamazione di quelli vecchi: « Nel monoblocco nuovo — dice Flavio Dal Corso — possono trovare posto uffici pubblici » . Questo resta un capitolo aperto. « Il problema non è l'hotel — dice Marini — piuttosto gli accordi con la Regione. Il nuovo ospedale prevede una riorganizzazione dell'intera sanità, Gava ha firmato un accordo su elisoccorso, ospedali di distretto, assistenza domiciliare integrata. Vorremmo sapere a che punto è. L'Asl ha bisogno di soldi? E' giusto che il Comune partecipi, ma prima vogliamo sapere quanti soldi mettono i privati e in cambio di quali servizi, qual'è la quota della Regione, quanto ha già messo il Comune. La chiarezza è d'obbligo, stiamo discutendo del cuore della città e del nuovo ospedale » .

 

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LA NUOVA

Pag 17 Autobus gratis, domani si comincia di Michele Bugliari

Si replica il 12, 19 e 24 dicembre. Il 23 gennaio prima domenica ecologica

 

Domenica 23 gennaio 2005, tutti a piedi. Tornerà, così nel centro cittadino, una domenica senz’auto. La decisione è stata presa, ieri a Verona, dal Coordinamento degli assessori comunali all’Ambiente. In teoria, dovevano essere stabilite le date di due domeniche ecologiche, ma sulla seconda si sono fatte solo delle ipotesi. Inoltre domani sarà la prima giornata del periodo natalizio con gli autobus Actv gratuiti in città, fino a piazzale Roma. Lo slogan è: «Natale con i tuoi, con i bus ovunque vuoi». Il vicesindaco Michele Mognato, l’assessore provinciale alla Mobilità Enza Vio e il presidente dell’Actv Valter Vanni hanno comunicato le date delle quattro giornate con i bus gratuiti: mercoledì 8 dicembre, ricorrenza dell’Immacolata Concezione, domenica 12, domenica 19 e venerdì 24, vigilia di Natale. «L’iniziativa, che non riguarda gli autobus al Lido», ha spiegato il vicesindaco, «ha lo scopo di facilitare l’affluenza dei cittadini negli esercizi commerciali e nei mercatini, limitando il traffico privato». Per quanto riguarda le targhe alterne e le altre misure di limitazione del Pm10 da traffico, verso il 15 dicembre dovrebbe essere convocato il tavolo regionale sulla qualità dell’aria, a cui siederanno gli assessori all’Ambiente dei sette capoluoghi veneti, insieme ai loro omologhi delle Province e alla Regione. In quella sede saranno decise le linee guida regionali, che poi dovranno essere applicate in ogni provincia, per combattere l’inquinamento da traffico. I sette Comuni capoluoghi presenteranno le loro proposte. «Per prima cosa chiederemo», afferma l’assessore Paolo Cacciari, «di continuare con le misure sinora attuate, come i blocchi settimanali del traffico per le auto non catalizzate e la circolazione a targhe alterne per i veicoli a benzina verde. Una volta che saranno pronte le linee guida regionali, poi, le Province potranno allargare le aree di applicazione delle limitazioni al traffico a tutta l’ampiezza dei territori di competenza». Inoltre, l’assessore comunale ha spiegato che i sette capoluoghi consegneranno delle schede dettagliate alla Regione, in cui saranno comprese le spese delle attività per limitare il traffico, come gli studi per i piani del traffico, gli investimenti per semafori, viabilità e per l’attivazione dei vigili nei giorni di targhe alterne. Sulla base di questi documenti, Cacciari e i suoi colleghi batteranno cassa in Regione. Gli assessori all’Ambiente dei capoluoghi chiederanno che la prossima Finanziaria regionale contenga già una serie di voci per finanziare le azioni di lotta contro il Pm10. Cacciari ha anche ricordato che l’Italia è uno dei Paesi d’Europa dove circola il maggior numero di automobili non catalizzate e che finalmente il problema è stato riconosciuto dal ministro dell’Ambiente Matteoli.

 

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Pag 22 Cremazioni, l’ultimo saluto in una sala poco dignitosa di Sebastiano Giorgi

La protesta di una signora

 

Più dignità per le cerimonie di cremazione. A sollevare la questione sulle modalità dell’estremo addio delle persone che scelgono la cremazione è Laura Tagliapietra che nei giorni scorsi, partecipando a una funzione, ha constato le tristissime condizioni del locale cremazione a San Michele. «Ho partecipato al funerale di un’amica americana, deceduta alcune settimane fa, e purtroppo il ricordo che il marito e tutti noi ci porteremo dietro di quell’addio sarà ancor più triste per colpa di quell’orribile sala forno- spiega la Tagliapietra «un locale angusto, in disordine e squallido. Credo che non ci voglia poi molto a renderlo un pò più decente. Se penso che il marito ha ripreso tutto con la telecamera sto ancora peggio».  Un luogo quello della sala del forno effettivamente sgradevole ma che secondo la Socrem, l’associazione che gestisce il servizio di cremazione, non c’entra nulla con le abituali modalità dell’estremo addio. «Non è quello il locale per l’ultimo saluto - spiega la vicepresidente della Socrem - anzi abbiamo creato apposta da circa un anno e mezzo una sala del commiato, molto civile, proprio a fianco del forno». Eppure buona parte dei presenti al funerale della signora americana, come avviene anche in altre occasioni, sono entrati nella sala forno per dare l’estremo saluto alla salma. «Non so perché sia successo, tra l’altro quello è un locale riservato agli addetti ai lavori in cui non dovrebbero entrare i parenti anche per ragioni di carenza di copertura assicurativa», rispondono dalla Socrem. Intanto per quanto riguarda la cremazione ci sono comunque alcune importanti e positive novità. «In attesa del decreto attuativo della legge 130/2001, che consente ai familiari di trattenere le ceneri dei defunti, noi come Socrem garantiamo gratuitamente la tenuta delle ceneri fino alla concreta entrata in vigore della normativa» dicono alla Socrem che hanno anche annunciato il progetto di creare un secondo forno per rispondere alla crescente richiesta di cremazioni e alle necessità delle esumazioni delle persone tumulate. Vesta dal canto suo, responsabile dei servizi cimiteriali, ha fatto sapere che con il prossimo ampliamento del cimitero tutta l’area cremazione verrà riorganizzata.

 

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Pag 23 Cacciari: “Primarie a gennaio, seggi nei quartieri e 5 euro” di Alberto Vitucci

Verso le elezioni: i candidati ci sono, manca l’intesa…

 

«Il tempo è scaduto, si vada alle primarie». Massimo Cacciari rilancia la sua proposta. Stavolta «senza se e senza ma». E la formalizzerà venerdì, nell’incontro di Unità e Diritti in programma alle 17 al Laurentianum. «La situazione nel centrosinistra sta degenerando», attacca il filosofo, «e a Venezia si rischia di dare spazio al centrodestra che altrimenti non avrebbe neanche gli occhi per piangere. Non si vedono candidature che abbiano le caratteristiche necessarie».

Quali sono?

«Il gradimento della coalizione, radicamento in città, indipendenza rispetto ai vari poteri che stanno pesantemente determinando la vita cittadina. Bisogna ricomporre i cocci».

L’alleanza è da rifare?

«Non siamo più nella situazione di quattro anni fa: nemmeno all’interno dei singoli partiti c’è coesione, basta vedere la Margherita, i Ds».

Qual è il motivo?

«I nodi sono venuti al pettine. Occorre ridefinire i programmi su basi trasparenti, coinvolgere fin da subito il polo rossoverde: se restasse fuori dalla coalizione sarebbe un segnale sciagurato, e difficilmente si potrebbe recuperare al secondo turno».

Ma le condizioni per mettersi d’accordo non ci sono.

«Appunto. Per luce interna difficilmente i partiti potranno trovare una soluzione che vada bene a tutti».

Dunque, le primarie.

«E’ l’unica strada. Così le diverse anime si confronteranno sulla base di programmi e non di fotogenìe, e tutti saranno impegnati ad accettare il responso della consultazione. L’opinione pubblica di centrosinistra è favorevole a questo sistema, democratico e trasparente. Chi dicesse di no dovrebbe poi renderne conto agli elettori».

Gli scettici vogliono sapere come si svolgeranno le primarie. Come si fa a trasformarle davvero in una scelta democratica.

«Elementare Watson. Si stabiliscono due week end di gennaio per il voto. Si mettono i seggi in tutti i Consigli di quartiere. Vota chi vuole, ma deve registrare il nome e lasciare un contributo minimo di 5 euro».

E se vengono a votare gli elettori di centrodestra?

«Difficile imbrogliare, se uno deve registrarsi, i giochetti sarebbero presto scoperti».

Chi si può candidare?

«Chi presenta un programma credibile, sostenuto da almeno 300 firme. Si chiudono le candidature il 20 dicembre, si lascia un mese per la campagna elettorale, poi si parte. Con un comitato di garanti. Un giudice, un avvocato, il sottoscritto se lo vogliono».

C’è chi ricorda che a Bologna nel 2000 le primarie non portarono fortuna al centrosinistra.

«Non c’entra, lì si perse per altre ragioni, avevano già deciso tutto a tavolino».

I rossoverdi hanno detto di essere favorevoli.

«Mi auguro che i Ds sostengano questa ipotesi al loro congresso, che la Margherita si convinca. I nostri elettori non capirebbero un rifiuto».

Intanto girano nomi di candidati: Treu, Boniciolli, Baratta.

«Persone che stimo moltissimo. Ma non è vero che Venezia non ha candidati. Alessio Vianello, Michele Vianello, Mara Rumiz, Roberto D’Agostino, Arcangelo Boldrin vanno benissimo. Il vero problema è che non c’è accordo sui programmi, e allora anche Nembo Kid non basterebbe. Il problema non sono i nomi ma la disgregazione della coalizione».

Cacciari è deciso a non riscendere in campo.

«Per incarichi istituzionali certamente no. Ma le primarie sono un fatto innovativo. E sono disposto a dare una mano».

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag V Treviso e Venezia leader nei furti in casa di Giancarlo D’Agostino

Il rapporto Censis conferma l’allarme

 

Treviso. Le province di Venezia e di Treviso si collocano rispettivamente all'ottavo e nono posto, in Italia, per numero di furti in casa. Ma la posizione sale, in linea teorica, se solo si rapporta quello stesso numero a quello degli abitanti: ed ecco che allora Venezia veleggia al primo posto assoluto, seguita proprio dalla Marca. Un dato racchiuso nel Rapporto Annuale 2004 del Censis, presentato la scorsa settimana, a conferma che le preoccupazioni più volte palesate nel Nordest sulla questione, erano più che fondate, anche se, come recita il primo passo del 38° rapporto del Censis nel capitolo riservato alla "sicurezza e legalità", "è quasi un paradosso registrare una diminuzione dell'allarme sociale proprio nell'anno in cui la criminalità ufficiale, quella segnalata dai reati denunciati all'Autorità giudiziaria dalle Forze dell'ordine, ha avuto un incremento del 10\% rispetto all'anno precedente", un'analisi complessiva che ricorda anche come "sicuramente il poliziotto di quartiere e tutte le iniziative di prossimità (l'ultima, in questi giorni proprio a Treviso dove le Volanti hanno avuto disposizione di girare con uno dei due fari blu sempre accesi a rassicurare, da una parte, i cittadini sulla presenza della polizia, dall'altra a scoraggiare i malintenzionati, ndr) promosse in questi anni hanno avuto effetti positivi contribuendo a raffreddare la componente emotiva dell'insicurezza". Il Censis ha elaborato i dati su quelli Istat e del Ministero dell'Interno datati 2003, e quindi sono assolutamente attendibili. Risulta così che a Venezia e provincia, lo scorso anno, sono stati denunciati 3.600 furti in appartamento (equivalenti al 2,1% del totale registrato sul suolo nazionale), mentre a Treviso e nella Marca la cifra è di poco inferiore: 3.460 (2% del totale) i casi in cui è stata violata l'intimità dei trevigiani. Con questi numeri, dunque, Venezia e Treviso figurano all'8° e 9° posto assoluto in Italia, mentre al primo posto troviamo Roma (16.098, 9,3%), quindi Milano (12.872, 7,4%), Torino (8.202, 4,7%), Napoli (5.364, 3,1%), Brescia (4.628, 2,7%), Bari (4.103, 2,4%), Bologna (3.927, 2,2%), poi Venezia e Treviso, e infine Genova (3.134, 1,8%). Per la cronaca, i furti in appartamento registrati in tutta Italia hanno avuto una impennata dal 2002 al 2003: da 169.430 a 173.097. E, sull'argomento, il Rapporto Annuale 2004 del Censis dice come "il 2003 ha confermato il trend, iniziato nel 2002, di crescita del numero delle denunce, non solo per i reati più violenti (gli omicidi, ad esempio, in tutta Italia sono aumentati dell'11,4%), ma anche per i cosiddetti reati commessi dalla criminalità predatoria, visto che i furti in generale sono aumentati dell'1,8%, mentre quelli in appartamento del 2,2% (idem per scippi e borseggi, ma in questa classifiche non compare alcuna provincia veneta). Il primo posto assoluto conquistato da Venezia e la seconda piazza di Treviso, tengono conto ovviamente del rapporto furti per abitante (un furto ogni 224 residente in Laguna, uno ogni 229 nella Marca) relativamente alle prime dieci posizioni, ma è emblematico il fatto che veneziani e trevigiani facciano compagnia a romani, napoletani, milanesi... In questo caso ne avrebbero fatto volentieri a meno.

 

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12 – FINESTRA SUL MONDO

 

THE LOS ANGELES TIMES di lunedì 6 dicembre 2004

Stark Choice for Palestinians

Editorial

 

After decades of political domination by Yasser Arafat, Palestinians now seem embarked on a wide-open presidential election, which could benefit both themselves and Israel. Election officials announced last week that 10 candidates had qualified to run for the presidency of the Palestinian Authority next month. The two leading candidates offer a stark choice to voters. Mahmoud Abbas, 69, was in exile for years with Arafat and was the first prime minister of the Palestinian Authority after Arafat caved in to international pressure to create the post in 2003. Israeli Prime Minister Ariel Sharon, who refused to deal with Arafat, has met with Abbas, raising hopes that the Israelis will consider him an acceptable "partner" for negotiations. Unfortunately, he's a cautious politician and drab campaigner. On the other side is Marwan Barghouti, 45, who hemmed and hawed before finally declaring his candidacy last week. He is perhaps the most popular figure among Palestinians, but he is in an Israeli jail, serving five life sentences after being convicted of ordering attacks against Israelis. It's unclear how he could possibly be effective as a jailed president. Worse, the election of a leader whom Israel refuses to set free would no doubt intensify a Palestinian sense of victimization. Sharon has declared that Barghouti will remain in prison and can wage whatever kind of campaign his jailers allow him. Arafat's death last month created an opening for Palestinians and Israelis to end the violence that began more than four years ago, ultimately killing hundreds of Israelis and thousands of Palestinians. The renewed effort of the Bush administration to get both sides together also has helped. Even if Barghouti stays in the race, a freewheeling campaign among the other candidates could offer Palestinians a look at a better future in which they choose their representatives and Israel loosens controls en route to eventual Palestinian statehood. Arafat was elected president but refused to establish a meaningful government lest it weaken his control. The Palestinian group Hamas, which both runs charities and murders Israeli civilians, said it would boycott the presidential elections but run candidates for the Palestinian legislature. That stance will ensure that Hamas continues to be regarded by Israel and the United States as a terrorist organization. On Friday, a Hamas leader announced that his group would accept a Palestinian state in the occupied territories and a long-term truce with Israel. That abrupt softening of Hamas' vow to destroy the Jewish state would enhance peace efforts — if the entire Hamas leadership accepts the change and makes it stick among the wider Hamas membership. If there is a renewal of substantial violence, Israel will crack down again, eroding the legitimacy of the elections and costing Palestinians their best chance in years to resume a dialogue with Israel and end the occupation.

 

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HAARETZ di lunedì 6 dicembre 2004

Fini's way di Adar Primor

 

There is probably no journalist who hasn't thought at one time or another about the manner and the significance of his coverage of public events. I have never been overly preoccupied with this question. Nevertheless, I was enveloped by an undefined feeling that I have never experienced before, when I recently heard that Gianfranco Fini had been appointed Italy's new foreign minister. In other times, the combination of the name "Fini" with the title "foreign minister" would have caused indignation and fury, would have brought people out into the streets, would have led to a recall of Italian ambassadors from all over the world, would even perhaps have led to a severance of diplomatic ties. But none of these things has happened. The press in Europe, for the most part, devoted short news items in its inside pages to the appointment. Even in Israel the indifferent media shrugged their shoulders. Fini, who in 1987 inherited the leadership of the neo-fascist Movimento Sociale Italiano, who in 1992 marched in front of tens of thousands of people, who with a raised-arm salute marked the historic march of Benito Mussolini on Rome, and who in 1994 still considered Il Duce the "most important personality of the 20th century" - that same Fini is now in charge of Italian diplomacy, and the sky isn't falling. On the contrary. It seems that everyone - both in Europe and in Israel - is reacting positively. Is it really possible that I also made a small contribution to this? I met Fini for the first time in the summer of 2002. As someone who kept track of the representatives of the extreme right, the vestiges of Nazism and fascism in Europe, with great interest, I had interviewed Jorg Haider, Jean-Marie Le Pen, Rolf Schlierer (the head of the extreme-right Republikaner Party in Germany) and Gerhard Frei (his colleague-rival, the head of the German People's Party). Fini was supposed to be the next in line. We met at Palazzo Chigi, the office of the Italian prime minister; Fini was his deputy at the time. He was very tense. He was in the midst of an impressive ideological transformation, which many found to be suspicious. As I later discovered, he had set his sights on this interview. He hoped to be able to convince the readers of the sincerity of his moves. Of the fact that these moves were irreversible. He knew that this would enable him to come on a historic visit to Israel. And he delivered the goods: He shook himself free of Mussolini, condemned fascism and anti-Semitism, expressed enthusiastic support for Israel, and primarily, he declared that if he was permitted to come to Jerusalem, he would accept there the responsibility for the crimes of fascism and would ask forgiveness of the Jewish people. The Italian press was very excited. It considered his words "a historic turning point," "the breaking of the taboo that had paralyzed national memory in Italy." It compared his declarations to French President Jacques Chirac's acceptance of responsibility for the crimes of the Vichy regime. The press, like Fini, understood that the way to Jerusalem had been paved. And, in fact, a year later Fini came on an official visit to Israel. At Yad Vashem he once again condemned the horrors of the Holocaust and the "disgrace of the 1938 racial laws." The promised apology was not heard there. Clearly stated historical responsibility was not taken. However, at a press conference that he held later, and which was reserved for some reason for the Italian media alone, Fini condemned the Salo Republic - the puppet government established by Hitler in 1943, headed by Mussolini - and defined it as "one of the most disgraceful chapters in the history of our nation." In reply to a question, he even agreed to call fascism "absolute evil." The history that was not made at Yad Vashem was made after all, at a press conference in the King David Hotel in Jerusalem. The Italian media were beside themselves again. They spoke of a "victory for Italian democracy" and of "a final reconciliation between Fini and the Jewish people." Alessandra Mussolini (the granddaughter), slammed the door in Fini's face and left his party in anger. Fini's path - this time to the ministry of foreign affairs in Rome - had been paved. A few days after his appointment, we spoke on the phone. Look, said the new foreign minister, laughing heartily: When we first met, I was still considered by some as the enemy of the Jewish people. Two years later, they are already calling me Israel's best friend in Europe. Fini knows that his chances of serving as the prime minister of Italy are greater today than ever before. His way to the Palazzo Chigi looks like clear sailing.

 

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THE INDEPENDENT di lunedì 6 dicembre 2004

Billionaire's battleground di Peter Popham

Silvio Berlusconi has finally met his match - the Tiscali entrepreneur turned politician who has banned coastal development on the island of Sardinia

 

Two balding, Italian billionaires sit at opposite ends of the island of Sardinia, nursing their very different visions of Italy's future. One is Silvio Berlusconi, media magnate, billionaire and Prime Minister for the past three and a half years. Mr Berlusconi has made extravagant additions to his Sardinian holiday property, Villa Certosa, on Sardinia's north-east coast: two swimming pools, bringing the villa's total to eight, a James Bond-style underwater entrance and a 400-seater auditorium. When government planning inspectors called, he told them to get lost: what went on within these walls was "a state secret", he said. Mr Berlusconi stands for the individual's pursuit of his own happiness, regardless of the consequences for society. At the other end of Sardinia, in Cagliari, the capital, sits another billionaire, Renato Soru: the man they call "Italy's Bill Gates", whose internet service provider, Tiscali, has become the second biggest in Europe, with nearly eight million users. In 2000, Mr Soru was listed 99th on Forbes's billionaire list, with an estimated wealth of $4.3bn (£2.2bn). The dotcom crash hit Tiscali too, and a year later Forbes valued him at only $1.2bn, but the firm recovered and is again performing strongly. Like Mr Berlusconi, Mr Soru has now cashed in his entrepreneurial chips for a career in politics. Four months ago he was elected President of the Sardinia region. And his first act as President was to freeze all building within two kilometres of the coast. "This is a measure," he says "that will protect Sardinia and Sardinians for the next 500 years." It is also a measure that Mr Berlusconi would not have enacted in a millennium. Mr Berlusconi made his first fortune in construction, and his relatives have been trying for years to get permission to develop Sardinia's Costa Turchese for tourism. President Soru's decree was dramatic, and the howls of pain from developers and their political allies were instantaneous. Sardinia is one of the jewels of the Mediterranean, with a tiny population for its size (1.5 million) and long stretches of glorious, sandy beaches fronting an azure sea worthy of Barbados or the Indian Ocean. Its holiday villages have long been a popular and cheapish package-tour option; the Costa Smeralda, where Mr Berlusconi has his villa, is home to some of Europe's most expensive beach resorts. Many foreign developers have waded into Sardinia waving fat chequebooks. Like the other invaders who have cowed and exploited this island since the Carthaginians and ancient Romans two millenniums ago, they have had it all their own way. And last year, for accidental reasons, Sardinia became more lusciously attractive than ever. A new law intended to control development along the coasts was challenged by environmental groups who said it was not tough enough. The court accepted the argument and struck it down, leaving huge areas of the coast unprotected by any law. Mr Soru's predecessor could have filled the legal vacuum but did not bother to do so. Developers rushed to stake their claims. Then Mr Soru entered politics and enacted his decree, and the building sites fell silent. And last week the judgement of this political parvenu was confirmed twice over. A regional court to which developers and politicians hostile to the decree had appealed, gave judgment in the President's favour. And the regional assembly voted to turn the decree, which until that point had had only temporary force, into the law of the land. His opponents continue to grind their teeth, but Sardinia's beaches are now more comprehensively protected than those in any other part of Italy. I met Renato Soru at his home in Cagliari, the island's small, charming capital in the far south of the island. He is among several businessmen who have entered politics in Italy in the years since the great bribery scandal of the early 1990s known as Tangentopoli. Several of the big political parties imploded as a result of that affair, but politicians as a class also suffered grievous damage: one and all they were perceived as twisters and opportunists, up to their necks in roguery and game for anything. Suddenly, almost anyone who had made his name and fortune in a field removed from politics looked preferable to the pros. Enter, with his own political party and a resoundingly new political style, Silvio Berlusconi, Italy's richest man. And 10 years later, as part of a centre-left coalition, Renato Soru did the same thing. It would be hard to think of two more different Italians. Mr Berlusconi, whose duration as Prime Minister is now a postwar record, is "the great communicator", the one-time crooner who flatters himself that he has a direct line to his fellow-citizens' innermost desires. His Neronian tastes in property were well known even before he began tinkering with his Sardinian villa. Mr Soru could not be more different. He looks like the tall, bespectacled member of Gilbert and George. One's first impression is that it would be difficult to imagine anybody less charismatic. He seems painfully shy: his voice is faint, he hauls it up with an effort of will. Ask him something tricky and he hunches on the sofa, squeezing his hands behind his knees, gazing through thick lenses at the rug for long, silent moments of self-examination. Yet the impression of pallor and self-effacement is a mistaken. His tastes are pronounced: modern, severe, Sardinian. He lives in a cubic, modernist house faced with grey stone, enjoying a huge view of sea and coastline and adorned with moodily modern Sardinian works of art. And in his quiet, pensive way he is a man of passions. He was born in 1957 in a village 40 kilometres (25 miles) from Cagliari. His mother ran a chemist's shop. His father was first an undertaker then a bookseller and newsagent, but in his forties he experienced a mystical crisis and decided that he was earning too much and became the janitor of a local school instead. Renato was clever and ambitious and went to Bocconi in Milan, the best university in Italy for economics. While he was still there, his father, who must have recovered from his mystical period because he was halfway through building a supermarket, died. This, it is said, was the moment young Soru began to take life seriously. He went back to his village and brought his father's project to a successful conclusion. After graduating, he became a derivatives trader on the mainland, and prospered, then in 1992 returned home again to expand the family supermarket business. In Cagliari in the mid-90s he spotted the potential of the internet, beating practically everyone else in Italy to the punch. In 1997, he launched Tiscali, naming the firm after an ancient Sardinian village where the island's population had taken shelter from invaders. He took advantage of telecoms deregulation to go national throughout Italy, becoming in the process perhaps the first Sardinian to invade the mainland. Then in 1999, inspired by the revolutionary British internet service provider Freeserve, whose business model he copied, he became the first provider on the Continent to offer free internet access. Success was rapid and enormous. Now he has made yet another dramatic change in direction. Yet he insists he is in politics for only a limited period. "I did other things before I went into politics," he says. "There are other things I want to do afterwards. Sardinia is going through a particularly difficult period - at a crossroads of important decisions. "We have many opportunities before us, yet also many perils. In the next 10 years, we will be undergoing critical changes; we can either march ahead or we can slide back. I felt I could be useful. "I've promised that after five years I'll quit. I am just a citizen who for a certain period has decided to devote himself to public service, to working for community projects rather than merely personal ones." And the save-the-coast law is for President Soru an urgent priority. "You can keep building next year, for a few years to come, until there are no vacant sites left," he says. "But sooner or later this process has to come to an end, right? And this problem of the lack of jobs in the construction industry: sooner or later it's bound to happen. All the better then to deal with it now. Because if you destroy everything, when you've finished with building there will be neither the construction business nor any tourism either, because the environment will be so horrible that people will no longer want to come and visit it." The commercialised, mass model of tourism is anathema to Mr Soru. "Mass tourism works like this," he says. "You take tourists from an airport in northern Europe or northern Italy, you discharge them in Sardinia, put them in a bus, take them to a tourist village, shut them up in it, feed and water them for a week then put them back in the same bus and take them to the same airport and send them home. What have these people seen? Nothing. They've seen a tourism factory. "This is the tourism that Sardinia offers. It's a sort of colonial exploitation of Sardinia's tourism resources, that's the way I see it. It's not much different from the years in the 19th and early 20th centuries when foreign companies exploited the island's mineral resources. Now instead of extracting minerals they are extracting tourism. Instead of a resource under the ground it's above ground, in the light of the sun, but it's the same model. With foreign capital, I come here, looking for just that piece of land which serves my purpose, and I extract sand and sunshine. And the locals line up to be hired as underpaid waiters for three or four months in the year. "This model of development cannot last. And today we know that, while the numbers of tourists is constantly increasing, many of them don't want to be tourists but to be viaggiatori, to be real travellers, instead. "Tourism is a relatively recent phenomenon; before that you had travellers, elite travellers, then you had mass tourism and now globalised mass tourism. But already there are a lot of people who don't want globalised tourism. It's pointless to go to the Caribbean and then to the Maldives and feel you are in the same place. And then come to Sardinia and feel you are in yet another place that is just the same. This phenomenon is killing the world. "In the future, and indeed for many travellers even now, people will want a local experience. There's the English phrase 'going local' to go to a place to enjoy a local experience. If they come to Sardinia they don't want to experience something they could experience anywhere, but they come for a particular experience, evocative of Sardinia, its distinctive countryside, distinctive architecture, colours, music, a different language, different cuisine; they want a local experience." Mr Soru has hired Italy's most respected expert in tourism to advise a committee he has set up on how to get such local initiatives up and running. "We are drawing up a plan for the development of sustainable tourism," he says. "We want to see lots of small initiatives, to shift the emphasis from tourists to travellers." And he is also emulating Britain's National Trust, planning to buy back pieces of the coastline to preserve them for posterity. "The value of the environment can only rise in the next 10 or 20 years. So what is the big hurry to sell it off when its value can only increase? We want to be in a place with a beautiful environment in 30, 40, 500 years: in the middle of Europe, in a place that is safe, easy to reach, and with a recognisable and fascinating culture and history."

 

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ed inoltre oggi segnaliamo…

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Al posto di blocco dei clan. "Andate via da qui. Subito" di Giovanni Marino

Napoli. In taxi nel quartiere Terzo Mondo dove le vedette della camorra fermano gli sconosciuti. "Piove" la parola in codice per i sospetti

 

Napoli - Il posto di blocco della camorra dista appena cinquanta passi da quello dello Stato. L'ordine, uno solo: "Andate via. Ora". Il tono non ammette repliche. La sentinella affianca il taxi bianco in via Praga Magica, una stradina stretta, parallela al poliambulatorio. Poco distante dal presidio sanitario da cui, tre giorni fa, è partito l'allarme: i pazienti, ormai, evitano di venire a curarsi, terrorizzati dai continui controlli cui sono sottoposti dai clan in guerra. Fermati e perquisiti. L'utenza è così diminuita del cinquanta per cento. Una situazione al limite della realtà, se si pensa che adesso, tra Scampìa e Secondigliano lo Stato ha inviato numerose pattuglie di agenti e carabinieri. Divise ben visibili, distribuite lungo il territorio della faida. Sono le 13,42 di una giornata molto calda e soleggiata. Nella periferia nord gli "stranieri", quelli che non sono i clienti abituali del "droga shop" delle Vele, dei Parchi Postali, dei Parchi Fiorito e Primavera, non sono mai visti di buon occhio. La camorra considera Secondigliano e Scampìa irrinunciabili piazze dello spaccio e non gradisce alcuna interferenza. Ma da quando è esploso il conflitto tra la cosca di Ciruzzo 'o milionario (il boss in fuga Paolo Di Lauro) e i ribelli del suo clan, gli scissionisti, il servizio visivo di controllo del territorio si è tramutato in veri e propri posti di blocco. Con perquisizioni e "foglio di via" per l'indesiderato ospite. E poco importa che il tutto avvenga nei pressi di presìdi legali, di polizia e carabinieri. Le vedette, adesso, hanno un ruolo più "attivo". Non solo di segnalazione, ma anche, direttamente, di "espulsione". Per questo, dicono le indagini, percepiscono uno stipendio pari a 400 euro a settimana. Devono apparire "puliti", nessun precedente penale significativo. Per essere impermeabili a eventuali controlli degli agenti. Girano in moto o in grossi scooter, sono fra i pochissimi, nella zona, a indossare il casco omologato e ad avere tutti i documenti del mezzo in ordine. Usano un frasario particolare: "Piove", è la parola con cui si avverte dell'arrivo di uno sconosciuto. Se ne percepisce la presenza da quando si entra a Secondigliano, percorrendo la lunga via Luigi Ciccotti. Li vedi apparire all'improvviso, da una traversina, accelerare per raggiungere l'auto da controllare, scrutare dentro e poi sparire nuovamente in un'altra stradina limitrofa. In coincidenza con una postazione mobile della polizia o dell'Arma. E' così per tutto il tragitto. Il numero di vedette aumenta in corrispondenza con l'avvicinarsi al luogo tristemente noto come "Terzo Mondo". Il numero di divise, anche. Stato e Antistato che quasi si inseguono nel controllare, fermare, perquisire. Nello stesso territorio. Con la camorra che non rinuncia, che non sembra per nulla intimorita dalla presenza delle forze dell'ordine. Che ha soltanto modificato il suo modus operandi. Via Baku, via Fratelli Cervi, via Galimberti, via Roma verso Scampìa, via Limitone ad Arzano. Occhi attenti vigilano e comunicano via cellulare spostamenti e nuovi ingressi. Si entra nel "Terzo Mondo" che ricade nel territorio di Secondigliano. E' qui il poliambulatorio che ha denunciato i posti di blocco della camorra. Un Sos fatto proprio dal manager della Asl Napoli 1 che ha scritto al prefetto Renato Profili per chiedere protezione e tutela per il presidio sanitario. Dentro alla struttura, nessuno se la sente di aggiungere altro. Di comparire con nome e cognome. Comprensibile, visto il clima di autentico terrore che regna sul luogo. La conferma che è tutto assolutamente vero e credibile è data dall'occupazione fisica della zona antistante il poliambulatorio. Tre, quattro volti poco raccomandabili seguono ingressi e uscite. Comunicano con qualcun altro, via telefonino. Via Misteri di Parigi, via Praga Magica. Il taxi rallenta a causa di una curva a gomito. E in quel momento si materializza una vedetta delle cosche. In sella a un "Piaggio Exagon 125", nero. Indossa un casco rosso, ha la visiera alzata, si vedono due occhi azzurri. Parla in dialetto. veloce né lento. "Chi cercate?", domanda senza lasciar trasparire alcuna emozione. L'autista del taxi capisce subito di cosa si tratta. Mantiene un apprezzabile controllo. Prende un attimo di tempo. La sentinella sporge la testa oltre i finestrini abbassati dell'auto, rapidamente scruta i presenti, perquisisce con lo sguardo l'auto. Poi lo incalza, mentre con la mano sinistra apre e chiude in un attimo la cerniera del suo giubbotto blu, quasi a lasciar intendere che dentro ci sia un'arma: "Chi cercate? Dove andate?". La risposta: "Ci siamo persi in tutte queste stradine". La vedetta sembra seguire un copione già usato: "Andate subito via di qui". L'autista ripete: "Non troviamo la strada per uscire". L'uomo della camorra sembra irrigidirsi: "Prendete a destra e poi a sinistra, jatevenne, ora". Il taxi riparte lentamente, il "Piaggio Hexagon" è già scomparso. Cinquanta metri più avanti, nei pressi di via Gerusalemme Liberata, ci sono poliziotti e carabinieri intenti a controllare alcuni sospetti. Da qui, in breve, si può raggiungere la casa bunker del padrino in fuga, Paolo Di Lauro.

 

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Pag 24 Il cardinale: la vita non è un reality di Carlo Brambilla

Milano, appello di Tettamanzi: “Più solidarietà, la gente soffre”

 

La vita non è un reality show. Qui si piange davvero, si soffre davvero... La città è malata di solitudine, di isolamento, di anonimato. La solidarietà non può esaurirsi nella concessione di un voucher... Chi ha il compito di governare deve promuovere concretamente l’aiuto vicendevole. Non bastano nuovi muri, il restauro della Scala, il polo fieristico, a rendere sostenibile la vita. Ci vogliono idee, cultura, serenità dell’avvenire... La solidarietà deve essere un valore civile, un pilastro sociale. Il volto amico della città. Non è un caso che la nostra Costituzione sia fondamentalmente solidaristica». Con un forte discorso civile, che sferza gli amministratori locali, scuote i politici e parla al cuore della città, il cardinale Dionigi Tettamanzi si è rivolto ieri sera, solennemente, ai milanesi, nel tradizionale messaggio alla città per la festa del patrono. Ad ascoltarlo, nella chiesa gremita di Sant’Ambrogio, assediata dalle bancarelle natalizie della fiera degli “Oh bej oh bej”, le autorità

-  cittadine al gran completo, i sindaci della diocesi, vescovi, monsignori e una gran ressa di curiosi. Quando l’arcivescovo tuona contro i “voucher”, che non bastano da soli, usando proprio lo stesso termine bandiera di Roberto Formigoni e del suo modello lombardo per sanità e scuola, il presidente della Regione, seduto in prima fila, non si scompone. E all’uscita, facendo buon viso a cattivo gioco, commenta sorridendo: «Ma certo, è vero che i buoni da soli non bastano. Lo so anch’io. Non vedo nessuna critica al nostro modello. Il cardinale si è rivolto alle istituzioni, ma soprattutto alle persone, a ciascuno di noi. Per dire che è fondamentale in ogni nostra azione la centralità delle persone. Non nasconde l’entusiasmo per il discorso del cardinale, invece, il presidente diessino della Provincia, Filippo Penati: «Tettamanzi ha volato davvero alto. Ha lanciato un monito molto severo. Ci ha dato i compiti da portare a casa. Ha indicato i problemi e il metodo per affrontarli. Ora sta a noi metterci al lavoro”. «Chi ha il compito di governare la città deve aiutare e promuovere la solidarietà - ha spiegato l’arcivescovo guardando negli occhi il sindaco Gabriele Albertini, anche lui seduto in prima fila - Se ciò non avviene la città potrebbe anche mostrare solo il volto nemico, ostile, con il rischio di favorire discriminazione e indifferenza». Poi sul tema scottante della casa: «La casa è per molti un miraggio o un costo insostenibile. In ogni caso non riesce più ad essere nemmeno un sogno. Per molti è piuttosto un incubo. Quella che era definita un tempo “classe media” si trova oggi pericolosamente vicina alla soglia di povertà”. Per rendere possibile la vita in una città “che è finita nella graduatoria delle città più care del mondo», l’arcivescovo di Milano fa una proposta: dare urgentemente vita a dei “tavoli” per studiare e cominciare a mettere in atto un progetto di vasti orizzonti per Milano. Altro che semplice prevosto brianzolo, come qualcuno scherzosamente, a Milano, aveva definito questo arcivescovo, paragonato alla statura del precedente, il cardinale Carlo Maria Martini. Con un’autorità morale riconosciuta anche fuori dai confini della Chiesa Tettamanzi ha parlato ieri dei pilastri sociali del vivere civile: “La solidarietà è il presupposto e l’anima della democrazia, che è partecipazione. Se non ci fosse quel “restituire eguaglianza” attraverso la solidarietà, che fine farebbe la democrazia? E viceversa, se non ci fosse democrazia, quale solidarietà promossa dalle istituzioni potrebbe dirsi tale? Nessuna istituzione democratica può essere modificata, piegata, asservita, per interessi di parte. Al di fuori di una prospettiva di legalità limpida e forte».

 

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Pag 24 Uno schiaffo ai politici di Marco Politi

 

Il caso ha voluto, o forse la provvidenza, che il discorso del cardinale Tettamanzi cadesse a pochi giorni dalla pubblicazione del rapporto Censis. Tra gli italiani che “hanno paura”, sono disorientati e non si sentono ascoltati dalla classe politica, l’arcivescovo di Milano manda un messaggio imperniato su una parola che sembra quasi logora, ma finisce per assumere nella temperie attuale il senso di uno spartiacque: solidarietà. «Si esige che tu non inganni con le tue offerte, che tu non dica cioè di offrire di più, mentre offri di meno...». Sono parole di Sant’Ambrogio, inaspettatamente scottanti nel momento in cui l’Italia si interroga su una detassazione che offre un cappuccino al giorno alle famiglie in difficoltà, mentre le attrezzature dello stato sociale si vanno sgretolando. Solido e solidale hanno la medesima radice, sottolinea il cardinale, rimarcando che la solidarietà va intesa come virtù civica fondamentale, rapporto che si instaura fra i cittadini tutti, e non come un atteggiamento compassionevole verso il bisognoso. Mentre il clima politico si arroventa, Tettamanzi rivolge il suo monito volutamente alla classe politica, elencando i comportamenti retti e negativi. Da ripudiare sono specialmente «il protagonismo, il parlare a vanvera, l’infedeltà, la disonestà, la parzialità, la menzogna, la schizofrenia costante tra parole e comportamenti». Fra i presuli italiani il cardinale di Milano fa parte di coloro che ritengono allarmante la deriva in cui sta scivolando il Paese. Insieme ad una parte consistente dell’episcopato il porporato ritiene che la politica — l’impegnarsi per il bene comune della polis — rischi di essere stravolta completamente se si impone un modello in cui la cultura individualista schiaccia la persona con l’effetto non solo di affermare la sfrenata libertà dell’individuo più forte ma di «trascinare chi è più debole in logiche perverse di imitazione dei comportamenti del più forte». E’ di rara durezza la denuncia che Tettamanzi fa della politica dei clan. Si tratta, dice, di solidarietà scellerate contraddistinte da vera e propria empietà. Si tratta dell’azione di gruppi fondati su interessi non leciti o che trasformano l’interesse lecito in una molla di potere per fare fuori gli altri e instaurare un sistema di ingiustizia inappellabile. Non sono parole pronunciate a cuor leggero, parlano dell’Italia di oggi andando ben al di là della diocesi ambrosiana, chiamano i credenti cattolici (e anche i diversamente credenti) ad una riflessione seria e a comportamenti chiari. Sullo sfondo sta il richiamo allo spirito profondo della Costituzione, che è solidaristico, e tutt’altro che superato visto lo stretto legame tra solidarietà e democrazia. Altrimenti si tornerebbe all’atto di beneficenza compassionevole, elargita graziosamente dal sovrano. Oggi, viene da aggiungere, non più con la corona, ma cinto del manto del populismo. Così il successore di Martini entra nel Mar Rosso di un diffuso disagio politico e sociale, che nei mesi prossimi appare destinato a diventare sempre più turbolento. Il cardinale mite e tenace ne è perfettamente consapevole. Per questo ribadisce il suo monito. Nessuno pieghi le istituzioni democratiche a interessi di parte. Nessuno pretenda di agire al di fuori di una legalità «limpida e forte».

 

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AVVENIRE

Pag 9 Tettamanzi: Milano, dov’è il tuo “cuore in mano”? di Riccardo Maccioni

L’accusa del cardinale: troppe “distrazioni” mettono in crisi la solidarietà

 

Una città è fatta di volti, di storie che si intrecciano, di gioie condivise. Ma può anche essere «distratta» al punto da non accorgersi dei problemi che la minano alla base. Nelle parole del cardinale Dionigi Tettamanzi le emergenze di Milano sono innanzitutto la vana ricerca di una casa, la solitudine degli anziani, la depressione crescente, la dispersione scolastica. Questioni che si potrebbero riassumere in un unico termine: indifferenza. L'arcivescovo sceglie la vigilia della festa di sant'Ambrogio per parlare al cuore della metropoli. La sua è un'analisi lucida e senza sconti che però non chiude le porte alla speranza. Si tratta di trovare un filo rosso che unisca gli abitanti, renda l'insieme delle persone una comunità. Nella basilica dedicata al patrono, l'arcivescovo individua una risposta nella solidarietà. Un valore, spiega, da costruire alla scuola di Ambrogio che nel suo De officiis suggerisce un percorso possibile. L'obiettivo è far crescere l'armonia del rapporto sociale che è «grazia, gratitudine, gratuità. Un benessere non inteso solo economicamente». Nell'imponenza della basilica romanica il tempo sembra azzerato. Oggi come nei giorni del vescovo Ambrogio, l'uomo ha fame di affetto più ancora che di gesti materiali, per quanto utilissimi. Aiuti da regalare nel silenzio, nell'invisibilità mentre al «nostro concitato momento storico - riflette Tettamanzi - spesso manca proprio l'umiltà del gesto, il nascondimento, la sobrietà di sé». Mentre l'arcivescovo parla, l'imponente chiesa romanica diventa per così dire sua testimone. Dentro c'è la Milano che vuole ritrovarsi unita nella preghiera. Fuori, confusa tra le bancarelle della fiera degli O'bej o'bej, la gente che cerca la stessa cosa nel relax e nella tradizione un po' plastificata della fiera. Domani, forse, i ruoli potrebbero scambiarsi. Il cardinale si rivolge ad entrambe le anime metropolitane, sapendo che si tratta di pagine affiancate di uno stesso libro. Perché c'è una malattia che tante volte le accomuna. Si chiama solitudine, isolamento, anonimato. Il male moderno sta racchiuso nelle case che non si trovano, nei palazzoni di periferia, in cuori poco disponibili all'ascolto, in volti che non si aprono al sorriso. Si tratta allora di recuperare il senso civile della solidarietà che - spiega Tettamanzi - non va intesa come un «dovere di soccorrere chi ha meno oppure come il surrogato laico della carità intesa come elemosina». Perché è ben altro. È il vincolo che unisce tutti i cittadini tra loro, un orientamento del cuore, un aspetto per così dire culturale che ha consentito il progresso dell'umanità. Naturalmente nella ricerca, nella costruzione di questi rapporti esiste una sorta di gerarchia. Chi la governa - spiega l'arcivescovo - ha una particolare responsabilità nel dare un volto e un cuore alla città. Il richiamo suona particolarmente vivo per la presenza degli amministratori civili e politici di Comune, Provincia e Regione, dell'intellighenzia culturale ed economica. A loro Tettamanzi ricorda che «non basta monetizzare un bisogno per risolverlo. Una città accogliente e solidale semplifica la vita a chi è in difficoltà». Gli esempi non mancano, dal crescente numero di anziani, all'aumento della depressione, che «trova terreno fertile nell'anonimato della folla in cui vengono lasciate le persone, le donne e i giovani in particolare». Un'epidemia, si potrebbe dire, che non risparmia nessun ceto o professione. Ma altri mali si nascondono nelle pieghe dell'individualismo. Del singolo certo, ma anche di gruppo. «Ci si può trovare - avverte Tettamanzi - di fronte a categorie di individui che si associano per il peggio». Per così dire «solidarietà scellerate», nate da interessi non leciti o da interessi che diventano illeciti quando il potere del gruppo è usato per schiacciare gli altri. Si tratta allora di toccare il cuore di una metropoli che nel suo dna ha una forte anima solidaristica. Una tradizione da reinventare» - spiega l'arcivescovo - puntando più ancora che sulle costruzioni materiali, sulla qualità della vita. Perché non basta la riqualificazione del tessuto urbano a garantire la vivibilità. «Dove sta la sostenibilità della vita? - si chiede -. Dove sta la sostenibilità dello sviluppo e del progresso nel suo insieme? Quale progetto complessivo per Milano e la sostenibilità della vita a Milano oggi e negli anni che verranno? C'è l'idea di una direzione di marcia?». Il lavoro dunque non manca. Si tratta di puntare su idee nuove e di sconfiggere gli errori di percorso. Nella chiesa gremita Tettamanzi si sofferma innanzitutto su quelle che chiama «distrazioni». Ne sono un esempio «la non frequenza scolastica di migliaia di bambini stranieri e la questione dei giovani uccisi dalle sedicenti sette sataniche». Il primo caso chiama in causa il disinteresse. «Perché non ci siamo accorti» dei bambini che non vanno a scuola? - domanda il cardinale-. Vivevamo altrove o abbiamo distolto lo sguardo?». Sempre che non si spacci per tolleranza quella che rende indifferenti e non esprime attenzione e stima per l'altro. Del resto l'esperienza insegna che la distrazione apre le porte a tanti comportamenti sbagliati, magari criminali. «Il diavolo - aggiunge il cardinale - si fa strada anche per la nostra imperdonabile distrazione! E se invece che del diavolo si trattasse di stupidità autodistruttiva o omicida sarebbe lo stesso». Ma c'è una altro problema che in questa sera fresca, appena velata di nubi, tocca particolarmente il cuore del cardinale. Un tema su cui Milano tutta è chiamata all'esame di coscienza. Si tratta della ricerca di una casa. Per molti un miraggio dal costo insostenibile. Per altri solo un sogno, o piuttosto, un incubo. Nella sua analisi Tettamanzi ricorda anche come «quella che era definita "classe media" si trova oggi pericolosamente vicina alla soglia di povertà». La riflessione, porta con sé domande inevitabili. È difficile immaginare un progetto, che «che dia risposte consistenti sul problema della casa?». Più in generale - aggiunge l'arcivescovo - «sulla questione dei redditi e della grave perdita del potere d'acquisto è difficile immaginare un tavolo che, riunendo le forze economiche commerciali e politiche, si interroghi seriamente su come rendere possibile la vita in città?». In altre parole, se vuole riappropriarsi della sua tradizione solidaristica, che l'ha fatta definire «città con il cuore in mano» Milano deve ricominciare a «studiare e mettere in atto un progetto di vasti orizzonti». Un obiettivo non facile. Per realizzarlo - conclude Tettamanzi - serve un ripensamento più aderente all'oggi e al mutato contesto sociale». Occorre soprattutto «una rinnovata azione culturale e un forte impegno di educazione della coscienza che non possono avere altro punto di partenza che la riscoperta della vera e autentica concezione della persona umana».

 

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Pag 29 Cristiani, facciamo la differenza di Riccardo Maccioni

Enzo Bianchi: “Invece di sentirci sotto l’assedio dei laici, dobbiamo mostrare che i nostri valori sono al servizio dell’umanità e rendono la vita più buona e felice”

 

L'errore più grave sarebbe chiudersi in difesa, rifugiandosi nel catenaccio dei dogmi e della dottrine. Invece occorre giocare a tutto campo, puntando su rigore e creatività. Nella partita con la società contemporanea, Enzo Bianchi non vede i segni di un cristianesimo sotto assedio. Legge semmai la necessità di un popolo di Dio consapevole della propria identità e per questo disponibile al dialogo vero, maturo. «Dobbiamo renderci conto che in Occidente, nelle nostre società post cristiane esiste ormai un gap tra gli stili di vita espressi da una secolarizzazione avanzatissima e i valori che si ispirano al Vangelo - spiega il priore della comunità monastica di Bose -. Si pensi ad esempio alle questioni etiche, in particolar modo in campo sessuale».

Si tratta di trovare un linguaggio adeguato in campo antropologico.

«Sotto l'impulso di una cultura sempre più consumistica e libertaria l'Occidente ha smarrito alcuni orizzonti. Penso al valore della communitas e al rispetto per la dignità di ogni persona. Ma anche verso le grandi sfide lanciate dalla tecnologia il divorzio con la cultura cristiana appare evidente».

Si tratta di trovare il modo di dialogare senza conflitti.

«Noi cristiani dobbiamo uscire dalla schizofrenia per cui sovente disapproviamo a parole comportamenti che poi finiamo per vivere a nostra volta. Occorre uno scatto che faccia vedere la "differenza cristiana" nelle scelte concrete, quotidiane. Il secondo avvertimento, per così dire, è trovare un linguaggio che ci permetta di tradurre in campo antropologico i valori ispirati dal Vangelo».

Bisogna imparare a parlare in termini comprensibili a tutti, anche ai non cristiani.

«Dobbiamo mostrare che i valori cristiani sono al servizio dell'umanità, permettono all'uomo di trasformare la sua vita in un'opera d'arte, un capolavoro».

Si tratta di presentare questi valori in modo per così dire umile, senza arroganza.

«Innanzitutto dobbiamo, mi ripeto, motivarli antropologicamente, indicare le ragioni umane che sono alla base delle nostre scelte. Faccio un esempio: il no al matrimonio tra omosessuali non va motivato in termini di tradizioni bibliche e teologiche. Si deve capire che le nostre decisioni sono al servizio dell'uomo, della polis, servono a tutti».

Torna dunque il valore del dialogo che nasce tra le persone.

«Certo. Nella Pentecoste la Chiesa ha parlato il linguaggio degli uomini, non ha chiesto agli uomini di comprendere il suo vocabolario».

Dalle scelte delle parole deriva anche lo stile del dialogo.

«Dobbiamo evitare la tentazione di salvaguardare il cristianesimo come cultura dimenticando che la nostra è innanzitutto una fede. Strettamente legato a questo è il rischio dell'ateismo clericale che difende alcune posizioni in nome, ancora una volta, di una cosiddetta cultura cristiana identificata con l'Occidente. Una posizione che svilisce l'identità del seguace di Gesù, che è un discepolo non un militante».

Nel rapporto con le religioni quale dev'essere il ruolo della laicità?

«La laicità, così come viene ispirata dal Vangelo, è il riconoscimento serio di Cesare, cioè di un'autorità all'interno della polis, che permette alle religioni di esprimersi pubblicamente impedendo che si sviluppi intolleranza e fondamentalismo».

L'Europa, sostengono in molti, rischia l'islamizzazione.

«Dico sì al dialogo ma con un atteggiamento sapienziale, ricco di discernimento. Qualche volta ci si accosta al confronto interreligioso senza la dovuta preparazione. Invece bisogna essere consapevoli della propria identità, averla ben maturata. Il dialogo ad ogni costo può portare al relativismo di tutte le fedi, in cui una vale l'altra. La comunità cristiana deve approfondire la propria specificità in modo da dialogare senza rinunciarvi. E mi permetto di dire che non bisogna temere tanto il confronto con l'islam che fa pur sempre parte del nostro mondo. Semmai dobbiamo prepararci al dialogo con l'Estremo Oriente, con il confucianesimo, con l'ideologia che si sprigionerà da Cina e India».

Torna la questione dell'identità.

«Il vero problema è che la comunità cristiana talvolta manca di speranza, appare frustrata, senza gioia, soffre dell'incapacità di comunicare il Vangelo. La grande sfida con il futuro è chiederci se siamo capaci di mostrare che il cristianesimo ci permette una vita bella, buona e felice come quella di Gesù Cristo».

 

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IL GAZZETTINO

Pag 1 Il mercatino degli ideali in crisi di Massimo Fini

 

Solo in Italia, credo (e spero) le sorelle Lecciso possono diventare un caso e solo in Italia, credo (e spero) può andare avanti per giorni, riempiendo le pagine di tutti i giornali, una polemica condita con insulti e controinsulti, come quella nata sull'infelice battuta di Romano Prodi sui "mercenari" di Forza Italia. Invece di dare luogo alle solite "baruffe chiozzote" farebbero forse meglio a interrogarsi sull'esigenza che ha spinto Silvio Berlusconi, uomo pragmatico, a servirsi di mille giovani, regolarmente pagati, per fare propaganda a Forza Italia nelle prossime elezioni regionali. Perché è un'esigenza le cui ragioni hanno radici profonde che riguardano tutti i partiti e non certamente solo quello di Berlusconi, il quale in questo caso, come in altri, ha avuto il merito di non essere ipocrita. In Italia i partiti, soprattutto quelli di sinistra e la Democrazia cristiana, hanno sempre avuto apparati enormi, mostruosi, che non hanno uguale in nessun altro Paese dell'Occidente. In un'inchiesta che feci per "Il Settimanale" agli inizi degli anni Ottanta veniva fuori che più di un milione di persone era stipendiata dai partiti. O indirettamente attraverso vari marchingegni, come, per esempio, i famigerati "distacchi sindacali" e anche non sindacali (uno prendeva lo stipendio da un ente pubblico, ma in realtà lavorava per il partito che lì lo aveva messo). O direttamente, attraverso il sistema delle tangenti che serviva a finanziare, decurtato del "magna magna" personale, i famosi "costi della politica" (chi non ricorda, per esempio, i faraonici Congressi del Psi di Bettino Craxi con strutture da piramide di Cheope disegnate dallo pseudoarchitetto Filippo Panseca?). Un sistema che, nei primi anni Novanta, era diventato una piovra così tentacolare da portare il Paese vicino al collasso. Oggi, ridimensionato il settore pubblico, fattisi più attenti i cittadini, i "distacchi" sono meno facili, in quanto alle tangenti esistono sempre, ma dopo "Mani Pulite", benché si sia tentato in tutti i modi di innocuizzare la Magistratura, bisogna agire con una certa cautela e una minor sfrontatezza perché l'impunità non è più garantita al cento per cento. Detto e precisato questo, non v'è dubbio che fino a qualche decennio fa intorno ai partiti e ai loro apparati ruotassero anche moltissime persone animate da sincera passione politica che operavano disinteressatamente e gratuitamente. Il tanto decantato crollo delle ideologie ha ucciso queste passioni. Per un'idea come quella comunista, se autenticamente vissuta, si poteva dare il proprio tempo e, in circostanza decisive, anche la vita, per Fassino, pur con tutto il rispetto per quest'uomo sicuramente onesto, materialmente e intellettualmente, neanche un'ora. Chi militava nella Democrazia cristiana era animato, in molti casi, da un sincero "spirito di servizio", come lo chiamavano i Dc, che è davvero molto difficile individuare nei partitini della diaspora. Chi stava nell'Msi negli anni Settanta od Ottanta aveva tutto da perdere e nulla da guadagnare e quindi la sua adesione non poteva avere che motivazioni ideali. E così via. Oggi, caduto il velo delle ideologie, il re è nudo e i partiti si svelano, appunto, agli occhi dei cittadini, perlomeno della loro stragrande maggioranza e soprattutto dei giovani che, in ragione della loro età, non sono stati intossicati da decenni di retorica sulla democrazia rappresentativa, per ciò che sono sempre stati: delle minoranze organizzate per curare soprattutto i propri affari, delle oligarchie che lottano ferocemente per il potere non per gestire in modo decente la cosa pubblica ma per spartirselo a vantaggio unicamente dei propri adepti. Minoranze organizzate che si azzuffano di giorno, per la platea, e si accordano di notte, al riparo da sguardi indiscreti, perpetuarsi in quanto classe, la classe politica, e su come spennare meglio, dietro roboanti parole quel pollo istituzionale, vittima designata della democrazia rappresentativa, paria invece che pari, che è il cosiddetto cittadino comune. L'avvento sulla scena di Silvio Berlusconi aveva suscitato grandi, e legittime, speranze che un uomo così particolare e singolare riuscisse a sbaraccare quello che lui stesso chiamava, con giustificato disprezzo, "il teatrino della politica". La politica italiana si mostra, ormai inequivocabilmente, per quello che è: un'accozzaglia di mediocri, che si mettono e tengono insieme proprio perché mediocri, incapaci - e in realtà nemmeno interessati - di gestire un Paese e forse nemmeno un condominio. Per tutte queste ragioni il solco fra i partiti e la cittadinanza non è mai stato così profondo. In un recente sondaggio il Parlamento, dove i partiti operano ufficialmente, occupa, fra le istituzioni l'ultimo posto nella fiducia degli italiani, preceduto anche dalla denigratissima Magistratura e persino dall'Unione Europea che pur ci ha procurato, finora, solo angustie economiche. E sono convinto che se nel sondaggio la voce "Parlamento", che in una democrazia conserva pur sempre una certa aureola, fosse stata sostituita da quella "Partiti" la fiducia sarebbe scesa a livelli vicini allo zero. Oggi i partiti si bazzicano per il potere, per ricavarne vantaggi, favori, prebende, per ritagliarsi rendite di posizione e di carriera a danno degli altri, di quelli che rifiutano di umiliarsi infeudandosi, ma in tutto questo la passione politica non vi ha più alcun posto, nemmeno come illusione. Silvio Berlusconi, stipendiando i mille giovani per uso di propaganda, non ha fatto altro che prendere atto della realtà.

 

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Pag 1 Per chi suona quella campana di Alberto Sensini

 

Peccato. Peccato che ancora una volta i nostri politici abbiano perso l'occasione per approfondire il tema del rapporto fra politica e costi. L'antefatto, ormai, è fin troppo noto. Con una uscita a dir poco inelegante, severamente criticata su Repubblica da un ottimo politologo non certo di destra, come il professor Ilvo Diamanti, Romano Prodi ha definito «mercenari» i giovani collaboratori che Berlusconi ha intenzione di utilizzare nei collegi, in vista delle prossime politiche. Di qui, come già sapete, una dura polemica fra chi - dal centrodestra - respinge quell'accusa giudicandola giustamente infamante e chi - dal centrosinistra e sia pure con un certo imbarazzo - difende il Professore. Ne è venuto fuori uno stucchevole schema esplicativo, secondo cui il centrosinistra campa solo di generoso volontariato mentre il centrodestra vive solo di impegni pagati a suon di euro. Il povero Max Weber, il grande sociologo di fine Ottocento, si rivolterà nella tomba nel sentire in che modo la sua famosa distinzione, fra chi vive di politica e chi vive per la politica, sia stata piegata in una banale rissa da cortile. Ora, è del tutto evidente, come argomentava Diamanti, che «il professionismo politico nei partiti di centrosinistra ha radici profonde e risulta ancora radicato e che il ricorso al marketing politico è trasversale e diffuso anche a sinistra». Ed è anche evidente che quello schema che vorrebbe tutti «buoni» i collaboratori del centrosinistra e tutti «venduti» i collaboratori del fronte avverso è un esempio irritante di manicheismo da comizio. Ma quella polemica, che purtroppo si è arenata sulla «gaffe» del Professore e sulle risposte legittime degli avversari, poteva essere una buona occasione per discutere pacatamente, finalmente, sul rapporto fra politica e costi nei tempi moderni, ora che sono placati i venti virtuisti dopo il fall-out di Tangentopoli. In realtà - e sarebbe ora di riconoscerlo apertamente e senza pudori ridicoli - la politica ha un costo. Sedi, campagne elettorali, stampa di partito, struttura organizzativa degli apparati, sono tutte voci costose, coperte in minima parte dai rimborsi ufficiali. Tanto è vero che, molto spesso, il pagamento di quelle prestazioni non avviene nella forma temporanea dello stipendio o del rimborso spese, bensì con l'occupazione permanente e sistematica dei posti di sottogoverno. Posti che vanno dal piccolo impiego in una Asl al seggio di consigliere di banca o di organismi pubblici o parapubblici. Prodi, queste cose le sa benissimo. E sa anche, il Professore, che in questa pratica di «politica remunerata» non c'è distinzione fra destra e sinistra che tenga. Un solo esempio, passato anche questo sotto silenzio e non per caso: sapete che tutte le Regioni, nel riformulare i propri Statuti secondo la riforma dell'articolo V della Costituzione, hanno aumentato i posti di consiglieri e quindi a cascata di assessorati, funzionari, uffici e via spendendo, anche là dove gli elettori non sono affatto aumentati? Sapete che questa riforma silenziosa porterà, fin dai prossimi mesi, a un aumento di un centinaio di consiglieri regionali? E sapete che, nel frattempo, destra e sinistra fanno a gara nel proporre e far passare in Parlamento il varo di nuove province, (che ormai sono più di 100!), cosa chiaramente contraddittoria con i maggiori poteri dati alle Regioni? Fra i tanti malanni da cui è afflitto il nostro Paese, insomma, c'è anche questa elefantiasi di cariche pubbliche che non ha alla radice la necessità di un maggior numero di esponenti, ma - appunto - la voglia dei partiti di «compensare» in modo indiretto ma assai sostanzioso i propri adepti. Vogliamo parlarne finalmente? O davvero tutto finirà quando l'eco delle accuse di Prodi e delle risposte di Berlusconi sarà stato travolto da altre, prevedibili e poco gradevoli, polemiche? Scagli il primo euro chi è convinto che così non accadrà.

 

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