RASSEGNA STAMPA di martedì 7 dicembre 2004seconda
edizione
SOMMARIO
Si
amplificano, nei giornali, gli approfondimenti e le polemiche sul
“presepe vietato” nelle scuole e la situazione coinvolge direttamente il
territorio veneto e veneziano. Voci diverse, anche all’interno della Chiesa… Grandi
manovre azionarie in corso al Gazzettino e a giugno il giornale non
sarà più controllato da un gruppo di imprenditori veneti ma passerà all’imprenditore
e costruttore romano Caltagirone, autore di una maxiofferta. Un’inchiesta
su un giornale inglese racconta, poi, che alle due opposte estremità della
Sardegna ci sono due italiani: tutti e due hanno
pochi capelli e molti soldi ma una visione completamente diversa del futuro
del loro paese. Uno è Silvio Berlusconi - imprenditore miliardario e primo
ministro - che ha appena messo a tacere le polemiche
sugli imponenti lavori nella sua villa in Sardegna definendoli "segreto
di Stato". L'altro è Renato Soru, definito il
Bill Gates italiano ed eletto presidente della Sardegna pochi mesi fa… (a.p.) IN PRIMO PIANO: LA
SCUOLA E IL NATALE, DA GESÙ BAMBINO A CAPPUCCETTO ROSSO FINO ALLE “FESTE
DELLA LUCE”… CORRIERE DEL VENETO Pag 3 Presepi “vietati” a scuola, la
Chiesa: “Un’ingiustizia” di Daniele Rea Il vescovo di Verona Carraro: per non
offendere i musulmani si nega ai bimbi la possibilità di conoscere le nostre
radici. Don Fausto Bonini, arciprete di Mestre: “Tutto avviene sotto il segno
della falsa tolleranza, non si sa nei confronti di chi”. Il prete giornalista
don Cesare Contarini: “Ma troppe statuine sono messe lì per abitudine” AVVENIRE Pag 2 Quella rima a
perdere di
Marina Corradi Nei canti di Natale Gesù sostituito con
virtù. Gli imam stupiti mandano a dire: cantate pure, a noi non dà fastidio LA NUOVA Pag 1 L’identità e il
presepe. La scuola lasciata sola di Renzo Guolo Pag 9 Niente Natale nella
recita in classe di
Michela Santi Polemica a Treviso
per l’iniziativa degli insegnanti dell’elementare Ciardi di proporre come
protagonista Cappuccetto Rosso e non il Presepe. Don Giuliano Vallotto: “Privilegiamo i valori e non la confessionalità. La scuola è laica, per il presepio c’è posto in parrocchia” IL GAZZETTINO NORDEST Pag V Natale con Cappuccetto, ed è
bufera di Alessandra Vendrame Nel centro storico di Venezia la maggior parte
delle materne non farà presepi ma “feste della luce” IL GAZZETTINO NORDEST Pag II Gesù bambino messo al bando
dalle materne
di Yuri Calliandro Un docente: “Evitiamo di citarne il nome per non
offendere altri credenti”. Eliminati nelle classi i riferimenti religiosi. La
diocesi: “Rispettiamo tutti, ma è la nostra cultura”. Gli istituti cattolici:
“Chi si iscrive da noi sa che tutti gli anni
celebriamo la Natività seconda tradizione”. L’assessore Celegato: “C’è chi
celebra il 25 dicembre come festa della luce o dei doni ma non serve fare
drammi” 2 - PARROCCHIE IL GAZZETTINO DI VENEZIA Pag VI Anziani della
parrocchia ospiti in ristorante A Carpenedo 3
– VITA DELLA CHIESA LA NUOVA Pag 25 La Quatordesona
riporta a casa le spoglie di Santa Barbara di Sebastiano Giorgi 5
– FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO AVVENIRE Pag 3 Scuola babele: 100
lingue in classe di
Paola Stringa LA NUOVA Pag 13 Caltagirone vince
il duello per Il Gazzettino di Paolo Possamai Offerta di 126 milioni di euro per conquistare il 54,59 del giornale veneziano Pag 13 Industriali incapaci
di fare sistema di Alessandra Carini Dalla Marzotto ai Benetton, i centri
decisionali delle imprese lasciano il Nordest 7 - CITTÀ,
AMMINISTRAZIONE E POLITICA IL GAZZETTINO DI VENEZIA Pag III Paolo Costa e Venezia, è l’ora
della svolta di
Luigi Bacialli “Chi verrà dopo di me avrà davanti una sfida
importante. Per governare la città a volte bisogna rischiare il consenso” CORRIERE DEL VENETO Pag 10 Vecchio ospedale di
Mestre, la maggioranza punta i piedi di C.F. e S. Ci. Il Consiglio affronta la variante che
trasforma l’area in un pezzo di città LA NUOVA Pag 17 Autobus gratis, domani si
comincia di
Michele Bugliari Si replica il 12, 19 e 24 dicembre. Il 23
gennaio prima domenica ecologica Pag 22 Cremazioni, l’ultimo
saluto in una sala poco dignitosa di Sebastiano Giorgi La protesta di una signora Pag 23 Cacciari: “Primarie a gennaio,
seggi nei quartieri e 5 euro” di Alberto Vitucci Verso le elezioni: i candidati ci sono, manca
l’intesa… 8 – VENETO /
NORDEST IL GAZZETTINO NORDEST Pag
V Treviso e Venezia leader nei furti in casa di Giancarlo D’Agostino Il
rapporto Censis conferma l’allarme 12 – FINESTRA SUL MONDO THE LOS
ANGELES TIMES di lunedì 6 dicembre 2004 Editorial HAARETZ di lunedì 6 dicembre 2004 Fini's
way di Adar Primor THE
INDEPENDENT di lunedì 6 dicembre 2004 Billionaire's
battleground di Peter Popham Silvio Berlusconi has finally met
his match - the Tiscali entrepreneur turned politician who has banned coastal
development on the … ed inoltre oggi segnaliamo… LA REPUBBLICA Pag
1 Al posto di blocco dei clan. "Andate via da qui.
Subito" di Giovanni Marino Napoli.
In taxi nel quartiere Terzo Mondo dove le vedette della
camorra fermano gli sconosciuti. "Piove" la parola in codice
per i sospetti Pag
24 Il cardinale: la vita non è un reality di Carlo Brambilla Milano,
appello di Tettamanzi: “Più solidarietà, la gente soffre” Pag
24 Uno schiaffo ai politici di Marco Politi AVVENIRE Pag 9 Tettamanzi: Milano, dov’è il tuo “cuore in mano”? di Riccardo Maccioni L’accusa del cardinale: troppe
“distrazioni” mettono in crisi la solidarietà Pag 29 Cristiani, facciamo la
differenza di Riccardo Maccioni Enzo Bianchi: “Invece di sentirci sotto l’assedio dei laici, dobbiamo
mostrare che i nostri valori sono al servizio dell’umanità e rendono la vita
più buona e felice” IL GAZZETTINO Pag
1 Il mercatino degli ideali in crisi di Massimo Fini Pag
1 Per chi suona quella campana di Alberto Sensini |
IN
PRIMO PIANO: LA SCUOLA E IL NATALE, DA GESÙ BAMBINO A CAPPUCCETTO ROSSO FINO
ALLE “FESTE DELLA LUCE”…
CORRIERE DEL VENETO
Pag 3 Presepi “vietati” a scuola, la
Chiesa: “Un’ingiustizia” di
Daniele Rea
Il vescovo di Verona Carraro: per non
offendere i musulmani si nega ai bimbi la possibilità di conoscere le nostre
radici. Don Fausto Bonini, arciprete di Mestre: “Tutto avviene sotto il segno
della falsa tolleranza, non si sa nei confronti di chi”. Il prete giornalista
don Cesare Contarini: “Ma troppe statuine sono messe lì per abitudine”
Venezia — Un atto di ingiustizia.
O, come minimo, una decisione che non rappresenta un
gesto di tolleranza o di rispetto verso soggetti di altre religioni. La Chiesa
del Veneto, ma anche rappresentanti della società civile, della cultura e del
mondo islamico, commentano così i « casi » che caratterizzano queste settimane
che precedono il Natale. In primis la rinuncia alla
realizzazione del presepe e della recita natalizia in una scuola elementare di
Treviso, ma anche le resistenze da parte di molti istituti scolastici
vicentini all'invito della Provincia a partecipare al concorso per il presepe
più bello. Il tutto, a quanto pare, per non urtare le sensibilità di alunni e famiglie di religione islamica.
LA CHIESA VENETA — «Eliminando i presepi
o i canti natalizi si crede di fare un gesto di rispetto nei confronti dei
bambini delle altre religioni — dice monsignor Flavio Roberto Carraro, vescovo
di Verona — ma in realtà si commette un atto di ingiustizia.
Ingiustizia perché si "deruba" questi
piccoli della possibilità di conoscere la nostra cultura e le nostre
tradizioni. Li si priva dell'occasione di diventare
davvero "universali" e di avvicinarsi al vero messaggio della nostra
religione, che è un messaggio d'amore » . Il problema, secondo il presule, è
che i cattolici non hanno molto chiara la propria
identità, al contrario dei musulmani. «Non amiamo abbastanza la nostra
religione. La fede cattolica rappresenta le nostre radici, nasconderla è come
mettere nel cassetto la foto dei nostri genitori quando arrivano in casa degli
ospiti». Don Floriano Abrahamovitz, cappellano dei cattolici tradizionalisti
del Veneto, parla di declino del cristianesimo in Italia e in Europa. «Non c'è
più consapevolezza della nostra identità — dice — e così facendo siamo agli
sgoccioli. Non realizzare il presepe non significa affatto fare un piacere agli
islamici, bensì rinunciare e negare i propri fondamenti religiosi. Il vero
cristiano dovrebbe fare il presepe ma anche esporre il crocifisso
in tutte le aule scolastiche ». Netta anche la posizione di don Fausto Bonini,
arciprete di Mestre: « Ogni anno siamo alle solite, quando arriva il Natale tornano i problemi su "presepe sì, presepe no". E tutto sotto il segno della falsa tolleranza. Di chi non si
sa, visto che solo qualche musulmano integralista lo chiede »
.
IL MONDO ISLAMICO — E il fatto che gli
islamici del Veneto non abbiamo alcuna contrarietà nei
confronti della tradizioni religiose cristiane, viene confermato anche da Kamal
Layachi, presidente del Consiglio islamico di Vicenza. « Riteniamo sia giusto
che i bimbi cristiani seguano le tradizioni della propria cultura e religione,
ma in un principio di reciprocità altrettanto dovrebbero
poter fare anche i bambini di religione islamica. Non abbiamo alcun
pregiudizio, masolo grande rispetto: Maria viene
citata per nome anche nel testo del Corano, ed è l'unico caso per una donna.
Questo significa che c'è grande considerazione, per
Maria e per Gesù Cristo. Sarebbe importante che ci fosse altrettanto rispetto
anche per musulmani, buddisti o ebrei: non so, però, quanta voglia ci sia di
ascoltarsi a vicenda » .
GLI INTELLETTUALI — « Non si aiuta
l'integrazione negando reciprocamente la propria appartenenza — sostiene il
sociologo trevigiano Ulderico Bernardi — perché se non si fa conoscere e capire
la propria tradizione, il bambino non riesce ad apprendere. Non si fa crescere
una società multietnica in questo modo, negando cioè i
confronti culturali » . Stefano Zecchi, ordinario di Estetica
all'università degli studi di Milano, segue un ragionamento espresso sul piano
della logica. «Che in Italia e nel mondo occidentale ci sia
una forte componente cristiana — sostiene — è un dato di fatto che tutti
conoscono. Di conseguenza, anche soggetti di religione diversa si aspettano da
noi comportamenti di una certo tipo. E poi il presepe
fa parte della nostra tradizione, racconta una storia: e questo fa sì che si
rafforzi anche il senso di appartenenza » .
Padova — « Rinunciare al presepe non
serve a nessuno, rinunciare alle proprie tradizioni non significa portare
rispetto verso il prossimo. Secondo me, per quanto è accaduto a Treviso, siamo in presenza di una scuola che non sa fare bene il proprio
lavoro » . Chiaro e diretto il pensiero di don Cesare Contarini, direttore del
settimanale diocesano di Padova « La difesa del popolo » ,
dopo il caso trevigiano delle scuole elementari Ciardi dove al posto della
tradizionale recita natalizia e del presepe verrà rappresentato « Cappuccetto
rosso » . Don Contarini, spariscono i Re Magi e arrivano cacciatore e lupo
cattivo: qual è il suo pensiero, da esponente della Chiesa cattolica? « Sarei
curioso di capire se questa rinuncia corrisponda ad una precedente posizione di
laicismo, oppure se risponda a ragioni di rispetto nei confronti degli alunni di religione islamica. Ma in ogni caso si tratta di una
scelta che suscita perplessità » . Perplessità di che
tipo, in particolare? « Mi sembra che negli ultimi anni si sia sviluppata una
riscoperta della radici cattoliche e cristiane, si
tratta di un dato inequivocabile. Rinunciare al presepe non ha senso perché,
nel rispetto delle tradizioni di ognuno, si poteva organizzare qualcosa che
riportasse anche le frasi contenute nel Corano che riguardano il cristianesimo
» . Lei parla di scuola che non fa bene il proprio
lavoro: perché? « Perché in questo modo si rinuncia al
proprio ruolo, piuttosto che fare ricerca si cerca di eliminare il problema.
Non mi sembra la strada migliore, così facendo viene meno la funzione critica
che è invece propria dell'insegnamento » . Ma il significato del presepe e della rappresentazione del
Natale attraverso simboli tradizionali, è ancora sentito nella società
contemporanea? « Dal mio punto di vista forse si sente di più a livello culturale che a livello religioso. A volte la
realizzazione del presepe piuttosto che dell'albero di Natale è legata a
fattori di abitudine, più che ad autentica tradizione
» . In sostanza, la nostra cultura e le nostre tradizioni crescono nel
confronto con quelle esterne, non con la negazione dei propri valori... «
Esatto. Senza volontà polemiche o di rivendicazione della
propria identità a tutti i costi, credo che ci sia un interesse a presentarci
per quello che siamo. In questo modo rafforzeremo la nostra tradizione e
permetteremo agli altri di conoscerci meglio » .
AVVENIRE
Pag 2 Quella rima a perdere di Marina Corradi
Nei canti di Natale Gesù sostituito con
virtù. Gli imam stupiti mandano a dire: cantate pure, a noi non dà fastidio
Pare che gli imam interpellati a
proposito dei canti di Natale e dei presepi censurati da maestre molto zelanti
nell'intento di non offendere gli alunni di fede islamica abbiano risposto con grande ragionevolezza: non preoccupatevi, i segni del Natale
non ci offendono, voi mantenete i vostri riti, che noi manterremo i nostri. Come sorpresi di questa delicatezza non richiesta; come non
comprendendo bene questo non sollecitato pudore nel nascondere la visibilità,
se non della fede, almeno della tradizione cristiana. In effetti, i cori
di scolari che invece di "Gesù" cantano "virtù" -
infelicissima sostituzione, pur capendo l'esigenza di far rima - o la recita di
Natale rimpiazzata da Cappuccetto Rosso paiono in
realtà una questione italiana. Fra di noi, come negli
altri Paesi occidentali, fra cattolici e no, ma anche fra cattolici di matrici
differenti, si pone il problema di che cosa tramandare ai propri figli, della
fede ereditata. La presenza crescente di compagni islamici nelle scuole è
l'occasione, ma non la causa prima, di certe iniziative tra l'ingenuità e il
sopruso, prese nel nome dell'ecumenismo, o del pacifismo, o del
"vogliamoci bene". Viene da domandarsi se qualcuno dei genitori i cui
figli vedranno a scuola "Cappuccetto rosso"
anziché la grotta di Betlemme, abbia manifestato qualche, diciamo, contrarietà.
C'è da augurarselo, perché sostituire la rappresentazione della Natività con
una favola è, questo sì, offendere. Cappuccetto Rosso e Gesù
Cristo che viene al mondo, sullo stesso piano. Entrambi fiabe, dolci
storie per bambini - è Natale, bisogna essere buoni, e raccontarsi liete
fantasie. Solo con questo retropensiero è possibile pensare di sostituire, a
Betlemme, Perrault. Fiaba per fiaba. Fantasia l'una, fantasia l'altra. Senonché, la nascita di Gesù Cristo, nell'anno che divenne
l'anno zero della storia, è appunto storia. Uomo o Dio, credere sta alla
coscienza di ciascuno. Ma, proprio in nome del
rispetto dovuto anche ai cattolici, non si baratta Gesù Cristo con il Lupo
cattivo. Né per l'ecumenismo, né per un abborracciato pacifismo che sogna di
cancellare tutto, ogni memoria, ogni segno, e che poi ci si abbracci tutti, in
una fratellanza primigenia, magari sotto a un grande
arcobaleno. Per questi confusi maestri, per rispettarsi bisognerebbe non
"essere" niente, non avere una faccia, venire dal nulla. Tutti uguali, in un utopico "philein" universale.
Hanno ansia dunque di nascondere crocefissi e presepi.
Segni di un'appartenenza di cui ben prima dell'arrivo degli
islamici han cominciato a vergognarsi. È la vergogna di cui parla il
cardinale Ratzinger, di un cristianesimo occidentale memore solo delle sue
ombre, e non della sua luce. E quei bambini che vedranno
Perrault invece di Betlemme impareranno che la loro fede è una cosa vera per modo
di dire. Vera quanto una favola. Che è quanto di
peggio si possa fare a dei bambini. Con gaio pacifismo, con natalizio
ecumenismo, credendo di far bene, pensando che "Gesù" e
"virtù" siano suppergiù sinonimi, attenzione a non disfare,
fra stelle e cori, le radici. Mentre gli imam stanno a
guardare e stupiti mandano a dire: cantate pure, a noi non dà fastidio.
LA NUOVA
Pag 1 L’identità e il presepe. La
scuola lasciata sola di
Renzo Guolo
Com’era prevedibile la
scuola diventa istituzione di frontiera e luogo sociale del conflitto
culturale. E’ ancora una volta attorno ai simboli, dopo la vicenda del crocifisso, che divampa la polemica. A
Treviso come a Como, questa volta sono riti e simboli del Natale, canti e
presepi che provocano discussione. Ancora una volta, al
di là delle scelte di zelanti maestre, più realiste del re tanto da
apparire zelote, e delle dure polemiche di xenofobi di professione, la scuola è
lasciata sola nel cercare di trovare il bandolo della matassa dell’educazione
nei tempi della società multiculturale. Una solitudine, a
volte auspicata come male minore dagli stessi insegnanti, che temono
come la peste interventi di organi centrali di cui spesso diffidano per
astrusità burocratica e orientamento politico. Una solitudine che, però, non
può più fare velo al fatto che la scuola non può supplire, da sola, all’assenza
di un discussione collettiva sulla difficile e
complessa questione dell’integrazione culturale dei propri allievi. Del resto
la solitudine degli insegnanti non è sempre una scelta. Ma
un esito obbligato. Il ceto politico ha sin qui evitato di prendere posizione
su certi temi. Toccare la questione dell’identità culturale di una comunità scolastica oggi non più omogenea,
significherebbe toccare i delicati nodi della presenza della religione nelle
aule, della laicità dello stato, del pluralismo religioso nella sfera pubblica.
O della mancata intesa, un sistema pattizio simile a quello
che regola il rapporto tra stato e le altre confessioni, con l’islam. Per cui si lasciano gli insegnanti soli sul fronte delle identità,
sempre più plurime, dei loro allievi. Solitudine che a
volte conduce a soluzioni di buon senso, sorrette dall’esperienza o dalla
vocazione con cui tanti insegnanti sostengono una scuola che non vivrebbe senza
la loro sincera passione e competenza. A volte conduce invece a scelte
infarcite del peggior politically correct o della più raffinata esclusione. Non
aiuta certo l’integrazione il cambio di una strofa di un canto natalizio come a
Como, in cui per non offendere i bambini musulmani si muta, mantenendo
rigorosamente la rima baciata, la parola «Gesù» in «virtù». Soluzione bandita
persino da quelle comunità islamiche che gli xenofobi vorrebbero a loro volta
bandire, timorose di veder subire un giorno la stessa sorte i
loro testi. Né aiuta, di per sé, sostituire il presepe
con la favola, dal sapore freudiano, di Cappuccetto Rosso, per non scontentare
nessuno. Così come non aiuta ignorare pervicacemente, per impreparazione o
scelta, il fatto che esistono altre identità nelle classi e che l’esclusione è
un fattore dirompente nel gruppo dei pari. Rimuovere la propria identità o
quella altrui è la scorciatoia peggiore sulla via dell’integrazione.
Occorrerebbe invece renderle visibili. E cercare di tracciare
il terreno sul quale sia possibile farle convivere o favorire il loro mutamento.
In realtà queste discussioni mostrano il nervo scoperto della società italiana.
Profondamente monoculturale sino a poco più che un decennio
fa, deve oggi fare i conti con identità altre, alle quali non riesce a dare
piena cittadinanza. Così è invitabile che ogni Natale la discussione si
ripeta. Se i dati demografici e le proiezioni sulla
popolazione studentesca sono esatti, avremmo probabilmente tra quindici anni
più di duecentomila allievi musulmani in classe. Si potranno ignorare? E i ragazzi italiani dovranno rinunciare alla loro
tradizione culturale per non offendere i loro coetanei? Qualcuno, ricordando la
questione del velo, invoca a muso duro il modello francese. Ma i modelli di integrazione non si adottano a spizzichi. Il
repubblicanesimo transalpino bandisce qualsiasi segno religioso dalla scuola;
non solo il velo, ma anche la croce o la kippah. E
concede la cittadinanza, e diritti annessi, a chiunque nasca sul suolo
francese. Altri teorizzano il modello pluralista, che permette alle identità di
manifestarsi nella loro totalità. Producendo autostima di sé, ma anche comunità
non comunicanti, che vivono a fianco e non accanto
all’altro. Una questione calda, quella dell’identità; che non
riguarda solo la politica scolastica. Eppure,
facendosi provvidenziale scudo dell’autonomia, è alla scuola che si delega,
senza alcun filo conduttore, una questione che non ha solo valenze pedagogiche
ma investe la sfera della cittadinanza e dei diritti. Oltre
che la stessa natura della polis e del patto che la fonda. Rinunciando
ad affrontare seriamente, e senza pregiudizi, questi temi si ipoteca
il futuro del paese. Lasciando che xenofobi e multiculturalisti ingenui
occupino il terreno, seminandolo di macerie difficili da rimuovere.
Pag 9 Niente Natale nella recita in
classe di Michela Santi
Polemica a Treviso
per l’iniziativa degli insegnanti dell’elementare Ciardi di proporre come
protagonista Cappuccetto Rosso e non il Presepe. Don Giuliano Vallotto: “Privilegiamo i valori e non la confessionalità. La scuola è laica, per il presepio c’è posto in parrocchia”
Treviso. Cento
firme a favore della recita di Natale senza Gesù Bambino. Così la maggioranza
dei genitori delle elementari Ciardi di Fiera, quartiere
di Treviso, risponde alla polemica aperta da altri genitori, critici verso gli
spettacoli scolastici che per coinvolgere tutti i bambini, immigrati compresi,
non contengono riferimenti alla Natività e al Natale. Sotto
accusa anche la Lega, che in difesa del Presepe ha annunciato interrogazioni
parlamentari. Le maestre, definite «vergognose» dal senatore Stiffoni,
pensano a una denuncia. L’iniziativa dei genitori è
stata lanciata ieri mattina con una doppia raccolta firme
per sottoscrivere una lettera di solidarietà nei confronti delle maestre e una
presa di posizione pubblica. «Siamo la maggioranza - spiega Maurizio De Rossi,
uno dei genitori promotori della contro-protesta - e
da anni appoggiamo le scelte didattiche delle insegnanti. I genitori che chiedono
la rappresentazione del presepe al posto di Cappuccetto Rosso, sono pochi e non
hanno avuto il coraggio di sollevare la questione nelle riunioni che le stesse
maestre hanno tenuto per illustrare il progetto didattico». Molti
i genitori che ieri mattina, accompagnando a scuola i figli, hanno espresso la
loro indignazione e rabbia. Soprattutto nei confronti dei politici (Lega
Nord in primis) accusati di «strumentalizzazioni», rei
di lanciare accuse contro le stesse maestre, un anno prima premiate dallo
stesso vicesindaco Gentilini con il riconoscimento «Ponte della Bontà». «L’anno
scorso - raccontano alcuni genitori - lo spettacolo di Natale era stato
dedicato al tema della pace. I bambini di diverse nazionalità avevano
presentato ciascuno un loro dono. E’ stato commovente. Quest’anno si parte da
Cappuccetto Rosso per aiutare i bambini a superare le loro paure ed educarli ad accogliere il diverso. Il soggetto diventa un
pretesto ancora una volta per trasmettere valori di pace, fratellanza,
accoglienza. Non è questo il Natale?». Non mancano però genitori che si
schierano a favore del presepe. «Mia figlia non parteciperà alla recita se non
ci sarà un riferimento a Gesù Bambino o a Babbo Natale - dichiara Bruno Dal
Pont - è giusto rispettare le tradizioni». Lo stesso
parere è espresso dal nonno Ettore Covis: «Non firmerò a favore delle
insegnanti - annuncia - hanno evitato appositamente il
Presepio, quando c’erano mille altri modi per inserire nello spettacolo gli
alunni di religione e culture diverse».
Commenti e proteste si intrecciavano ieri
davanti alla scuola. Già prima delle 8 un cartellone appeso al cancello
annunciava: «Si raccolgono firme per il documento di protesta contro l’attacco
alle Ciardi». La risposta dei genitori è stata immediata. «Vado a firmare -
commenta Roberta Cagnato - perché sono per la scuola laica. I miei bambini non
sono battezzati e penso che la scelta delle maestre di rispettare tutti sia quella giusta. Nella scuola è
fondamentale non creare contrasti, in questo dovremmo imparare dai
bambini». Daniele Brunello sottolinea il senso della
scuola pubblica. «Si sa già al momento dell’iscrizione di scegliere una scuola di Stato - dice - se si vuole il Presepe ci sono le scuole
cattoliche». C’è chi risale al significato francescano del presepio. «Penso che
questa polemica faccia rivoltare nella tomba San Francesco - dichiara Silvia
Valenti - il Natale è incontro, amicizia, pace. Non centra la presenza di
stranieri sempre strumentalizzata dalla politica. Anche
la Chiesa ha preso le distanze da certi abusi iconografici del Natale». Alcuni
genitori chiedono un faccia a faccia con i promotori della polemica. «Vogliamo
conoscere chi ha scritto la lettera contro la recita di Natale su Cappuccetto
Rosso - dice Bruna Cernecca - sono cinque anni che assisto alla recita di Natale e ogni volta resto stupita». «Anche
Cappuccetto Rosso - continua Antonella Meneguzzi - può essere protagonista di
una storia di fraternità e pace, in tema con il Natale». «Eccesso
di zelo, pressapochismo, incompetenza». Il presidente della Provincia Luca Zaia
non esita a condannare così la scelta delle maestre della Ciardi. «Il presepe -
dichiara in un comunicato - oltre ad essere parte fondamentale delle nostre
tradizioni religiose, è già multietnico. Basta pensare all’arrivo dei Re Magi.
Chi è a favore dell’integrazione non può prescindere
dal presepe, a meno che la sua preoccupazione non sia solo quella di essere
sempre rispettoso fino all’esagerazione, al punto da mettere in discussione i
nostri valori più profondi». Zaia definisce una recita senza Gesù Bambino
«assurda, inconcepibile, intollerabile». «Fare il presepe insieme ai bambini
musulmani - aggiunge - è anche un segnale di integrazione
nei loro confronti». Contro le opinioni della Lega prende
posizione La Margherita, critica soprattutto nei confronti di Stiffoni. «I
rappresentanti della Lega si ergono a difensori della cattolicità, a pedagoghi,
ad inquisitori - si legge nel comunicato - con l’auspicio che anche la scuola
pubblica diventi finalmente confessionale. Il tutto per evitare discriminazioni
alla rovescia. Dalle accuse della Lega parrebbe che il progetto didattico delle
insegnanti abbia voluto sostituire il ricordo della
nascita di Gesù con la favola di Cappuccetto Rosso. Non era questa l’intenzione
delle maestre. Va riconosciuto che non esiste un tema obbligato per la
rappresentazione festosa. Anche il messaggio cristiano
ha senza dubbio un valore assoluto proprio in tema di pace. Ci sono molti altri
momenti a scuola per celebrare i valori legati alla tradizione cristiana». Si
schiera con le insegnanti anche Nereo Marcon, della segreteria regionale della
Cisl: «Sono meravigliato che chi parla tanto di federalismo e autonomia metta in discussione l’autonomia scolastica appena
conquistata. Alle singole scuole e alle insegnanti spetta scegliere le attività
didattiche. Mi preoccupa che si utilizzi la scuola come terreno di scontro
politico».
Treviso. «Mi domando qual è il senso delle polemiche
religiose in un’istituzione laica come la scuola di Stato». Don Giuliano
Vallotto, incaricato per la Diocesi dei rapporti con l’Islam, reagisce alla
polemica sulla recita di Natale alle Ciardi. Il suo distacco diventa esemplare
di fronte a prese di posizione ben più rigide e «bacchettone» da parte di alcuni politici. «Penso possa essere motivo di richiamo
se in una Chiesa non si parla del Natale cristiano. Ma in una
scuola laica e per di più all’interno di un progetto didattico sulla Pace...».
Don Vallotto non nasconde la meraviglia che in una società sempre meno credente
possa scoppiare una simile critica. La sua visuale
aperta parte da un contatto quotidiano con le associazioni di
immigrati. Don Vallotto, è conveniente inserire la Natività nelle recite
scolastiche? «E’ giusto parlare a scuola dei valori universali che vengono celebrati a Natale: la festa cristiana ha una base
condivisibile tra popoli diversi. Se si può mettere in scena
una recita su questi valori, tanto meglio. Tutto contribuisce
all’arricchimento e alla formazione degli alunni». La Lega ne ha fatto un
motivo di difesa della tradizione locale, un’occasione per non rinnegare le
proprie radici... «Non condivido la commistione di
diatribe che non distinguono istituzioni laiche e confessionali. L’unica
prospettiva per una scuola statale è il riconoscimento dei valori che
accomunano la celebrazione del Natale. Per noi forse è un’esperienza nuova, ma
non era così per i nostri antenati, che prima di noi hanno trovato il modo per
mettere insieme tradizioni e motivi di festa. La Repubblica di Venezia ha
tenuto i rapporti col mondo musulmano molto prima di noi». Il Natale può dunque
essere vissuto in modi diversi non strettamente confessionali? «Se si tratta di
una istituzione laica, ci sono molti modi per vivere
il contenuto e i messaggi del Natale. Si può raccontare e mettere in scena il
presepe, ma festeggiare anche in altri modi. Non capisco perché ci
scandalizziamo per Cappuccetto Rosso e non per la festa di Halloween». E’
dunque importante che il presepe non diventi un motivo di contrapposizione?
«Respingo con decisione ogni strumentalizzazione. La
scuola laica può diventate un momento di integrazione
tra diverse tradizioni, religioni e culture. Ogni insegnante propone ai suoi
alunni l’attività didattica che ritiene opportuna. Per il Presepio ci sono
anche altre occasioni: c’è l’ora di religione, c’è la parrocchia».
IL GAZZETTINO NORDEST
Pag V Natale con Cappuccetto,
ed è bufera di Alessandra Vendrame
Nel centro storico di Venezia la
maggior parte delle materne non farà presepi ma “feste della luce”
Treviso. Levata di scudi ieri mattina davanti alla scuola elementare Ciardi
di Treviso. Oltre un centinaio di genitori ha
sottoscritto un documento per difendere la scelta delle insegnanti che hanno
deciso di mettere in scena "Cappuccetto Rosso" in occasione della tradizionale
recita natalizia. Hanno risposto così alle proteste di
altri genitori che protestavano per la mancanza di riferimenti cristiani
nello spettacolo della scuola, che erano stati tolti per rispetto degli alunni
di altre religioni: "Se i bambini cattolici festeggiano il Natale con
canti tradizionali e temi a sfondo religioso, nessuno vieta che gli altri non
propongano il loro modo di festeggiare il Natale. Integrazione non vuol dire
rifiuto, cancellazione della nostra storia o cultura. Vuol dire aprirsi al
dialogo per comunicare con gli altri" hanno scritto i genitori chiedendo
di "ripristinare" il Natale nelle recite. Non si è fatta attendere la
risposta dei genitori solidali con le insegnanti: "Siamo esterrefatti di
fronte a rimostranze di basso profilo sull'assenza di iconografia
natalizia, come se il presepio fosse l'unico momento saliente della
cattolicità. Siamo indignati per le argomentazioni pretestuose intorno a
tradizioni cristiane che confondono Natale con Babbo Natale e finiscono per
addossare responsabilità a scelte educative troppo tolleranti verso presenze di
stranieri e che rilevano, al contrario, moralismi ipocriti.
Siamo stanchi di politici poco probabili e di giornali in cerca di
notizie". La questione dello spettacolo di Natale privato della Natività tiene banco sulla scena politica, accendendo
la polemica. Ieri il presidente del consiglio comunale Giancarlo Iannicelli
("Forza Marca" ma vicino alla Lega) ha sollecitato un'inchiesta sulle
maestre. "Invito l'assessore all'Istruzione a dare ordine di approntare un
presepe alla Ciardi e fare in modo che questo sia il più bello della
città". La presa di posizione segue le bacchettate
giunte da parte del sen. Piergiorgio Stiffoni, segretario della Commissione per
l'infanzia del Senato: "Qui tutto sembra lecito anche violare la libertà
dei bambini: queste maestre si vergognino. Non sono degne di coprire
tale incarico. Con questi atteggiamenti possono turbare la sensibilità degli
alunni cattolici ai quali è stata scippata la festa più simbolica".
Immediata la replica della Margherita locale a quelli che definisce
i "violentissimi" attacchi di Stiffoni: «I rappresentanti della Lega
si ergono a difensori della cattolicità, a pedagoghi e a
inquisitori con l'auspicio che anche la scuola pubblica diventi finalmente
confessionale». Visto dall'opposizione la scelta delle maestre della Ciardi non
dipende dalla presenza di bambini stranieri: "Non pare sia stata questa
l'intenzione: non esiste un tema obbligato per il Natale, per
cui vengono scelti motivi diversi dal presepe". La polemica non
risparmia Venezia dove il docente di una scuola materna giustifica la rimozione
dei simboli cristiani del Natale dalla sua classe (avvenuta prima che
scoppiasse la polemica nazionale sui casi di Treviso e Como) dicendo di «non voler
offendere gli altri credenti». Un'inchiesta condotta nella
scuole per l'infanzia del centro storico conferma che la maggior parte
degli istituti non celebrerà il Natale ricorrendo a simboli tradizionali come
il presepe o a canti in cui si fa riferimento a Gesù Bambino, ma sostituirà la
festa della Natività con la "festa della luce" o la "festa dei
doni". L'assessore veneziana all'Istruzione Loredana Celegato cerca di
gettare acqua sul fuoco delle polemiche.
IL GAZZETTINO NORDEST
Pag II Gesù bambino messo al
bando dalle materne
di Yuri Calliandro
Un docente: “Evitiamo di citarne
il nome per non offendere altri credenti”. Eliminati nelle classi i riferimenti
religiosi. La diocesi: “Rispettiamo tutti, ma è la nostra cultura”. Gli
istituti cattolici: “Chi si iscrive da noi sa che
tutti gli anni celebriamo la Natività seconda tradizione”. L’assessore
Celegato: “C’è chi celebra il 25 dicembre come festa della luce o dei doni ma
non serve fare drammi”
Venezia. Rinunciare al presepe e ai canti di Natale cattolici nelle scuole
materne ed elementari per rispetto nei confronti dei bambini di diverse confessioni
religiose. Una scelta che in questi giorni sta sollevando
polemiche anche in Veneto, ma che in realtà non suona come una particolare
novità nel centro storico di Venezia. Da una rassegna di
alcune realtà lagunari infatti, emerge come questa scelta, che tanto fa
discutere, in molti casi sia una consuetudine già radicata che si ripete
quest'anno come negli anni scorsi senza sostanziali modifiche, specialmente
nelle scuole dell'infanzia comunali.«Da noi il problema del presepe e dei
riferimenti alla religione cattolica nei canti natalizi esiste
- afferma un'insegnante della materna "Comparetti", in Ghetto -
Essendo situati in una zona con molte famiglie di religione ebraica, la
questione ci tocca da molti anni, ed in passato talvolta alcuni genitori hanno
manifestato malumori in presenza di rimandi troppo espliciti al cattolicesimo.
Per quanto riguarda il presepe non è mai stato allestito, mentre per evitare di
urtare la sensibilità di qualcuno anche quest'anno festeggeremo semplicemente
Babbo Natale e nei canti potrebbe essere eliminato il riferimento alla figura
di Gesù». Da Cannaregio alla scuola per l'infanzia "Sant'Elena" il
discorso cambia poco. «La presenza di bimbi di altre
religioni è alta - racconta un'insegnante - Oramai da tanti anni non si fa più
il presepe ed evitiamo di citare direttamente Gesù. Più semplicemente facciamo
l'albero e celebriamo la festa del Natale».Niente presepe quest'anno anche alla
materna "San Girolamo", ma non per motivi ideologici: «Non lo
allestiamo per motivi tecnici - spiega una docente - Ma da anni oramai,
all'infuori dell'insegnamento della religione, abbiamo eliminato i canti
natalizi che fanno esplicito riferimento a quella cattolica». Situazione
analoga anche alla "Duca d'Aosta" dove un'insegnante sottolinea: «Evitiamo i canti religiosi non solo per
rispetto dei bimbi musulmani o di altre confessioni,
ma anche nei confronti di quelle famiglie che scelgono di non far frequentare
ai propri figli le ore di religione. In questo modo non corriamo il rischio di
offendere qualcuno». Da una scuola per l'infanzia all'altra il quadro non muta.
Anche alla "Diego Valeri" il presepe non è
mai stato fatto, e nei canti natalizi ci si preoccupa di non includere cenni
troppo espliciti al cattolicesimo. Lo stesso accade alla "Santa
Teresa". Passando dalla scuola dell'infanzia all'istruzione
elementare, la situazione muta leggermente, almeno per quanto riguarda il
circolo didattico "San Girolamo". «Eliminare i riferimenti alla
religione cattolica nei canti natalizi? Francamente mi sembra ridicolo - dice
il direttore Riccardo Carlon - e non credo che ciò si
verifichi negli istituti di mia competenza (San Girolamo, Manzoni,
Canal, Duca d'Aosta e Zambelli ndr). Certo, come in tutte le scuole statali la religione è un insegnamento opzionale, ma credo
che in un periodo di grande multiculturalità, più che eliminare qualcosa si
debbano aggiungere elementi di altre religioni. Per ciò che riguarda il
crocefisso, non è mai stata consuetudine affiggerlo in aula». All'elementare
"Diaz" il Natale verrà celebrato con poesie
e temi che parlano di pace e fratellanza tra i popoli: «Abbiamo ritenuto fosse
la scelta più opportuna non toccare temi strettamente religiosi - conferma un
docente - e puntare l'attenzione su un discorso più generale. Il crocefisso?
Non c'è mai stato, dunque non ci siamo posti il problema».
Venezia. Giovedì
scorso, durante un incontro tra i sacerdoti della diocesi e il patriarca Angelo
Scola, don Walter Perini, responsabile dell'Ufficio scuola della diocesi, aveva lanciato un messaggio chiaro: «Promuovete la cultura
cristiana del Natale, allestite i presepi e invitate le famiglie e gli
insegnanti a fare altrettanto, per mantenere accesa una tradizione che
appartiene alla nostra cultura, alla nostra storia». Una
risposta a quanto avviene in molte scuole della città, dove presepi e canti
natalizi sono stati messi da parte, nel rispetto del "melting pot" di
religioni che caratterizza sempre di più anche le classi veneziane. «Credo
che sia un bene mantenere la tradizione del presepe e dei canti natalizi -
aggiunge don Perini - Il Natale, oltre al suo significato religioso per i
cristiani, lancia anche un messaggio di pace e di fratellanza ed è un evento
storico, che dà un senso alla nostra cultura,
all'arte, alla letteratura. Ed è anche un modo per giustificare le vacanza di due settimane che si concedono agli alunni e
alle famiglie». «La nostra società - dice don Perini - sta
diventando sempre più multiculturale e proprio per questo bisogna
valorizzare le differenze, non annullarle. Laicità vuol dire rispetto delle
diversità, non cancellazione e negazione. Così come è
giusto approfondire la conoscenza di altre manifestazioni religiose per
imparare la tolleranza, così non va dimenticata la nostra tradizione, quella di
un Paese che ha radici cristiane. Cancellare l'una e l'altra è oscurantismo. Un
insegnante può benissimo far costruire un presepe o far eseguire i canti di
Natale senza cancellare il nome di Gesù Bambino, così come può spiegare
l'importanza del Ramadan quando cade questa ricorrenza musulmana». La chiesa,
ovviamente, guarda preoccupata al rischio di secolarizzazione
e il recente messaggio del patriarca a comprendere il significato del messaggio
religioso delle opere d'arte va anche nella direzione di un ritorno alle radici
cristiane. «Il nostro Ufficio dei beni culturali - conclude
don Perini - ha proposto il Natale nell'arte, per presentare i cicli pittorici
e artistici presenti nelle nostre chiese e legate a questa ricorrenza, che
occorre riscoprire e tenere viva».
Il dibattito su
presepi e canti natalizi "politicamente corretti", se investe in
pieno le scuole comunali e statali laiche, lascia completamente indifferenti le
scuole dell'infanzia paritarie cattoliche, che non
appaiono assolutamente investite dal problema o comunque disposte a modificare
le proprie abitudini, ma anzi attendono con impazienza il periodo del Natale
per esibire presepi ed intonare strofe come da tradizione. «Quest'anno sarà come gli altri anni - dice la direttrice della
"San Giuseppe" - con presepe, canti e la santa messa di Natale, a cui
parteciperanno tutti i bambini. All'atto dell'iscrizione i genitori degli
alunni sono consapevoli della scelta che stanno attuando per i loro figli, e
dunque nel corso dell'anno non riceviamo alcun tipo di
lamentela». Sulla stessa lunghezza d'onda la
direttrice della materna "Santa Dorotea", che definisce quella dei
genitori ad inizio anno una "scelta consapevole". Canti e presepi
molto attesi dai bambini anche all'istituto delle Suore Canossiane, alla
"Casa dei bambini" di Santa Maria dei miracoli ed alla "San
Francesco di Sales" a San Polo.
Venezia - «A
Venezia la situazione è tranquilla, non ci sono le polemiche sorte in altre
città perché le scelte degli istituti sono fatte nella piena serenità».
Loredana Aurelio Celegato, assessore comunale alla pubblica istruzione, si richiama
all'autonomia delle scuole. «D'altra parte - spiega - Il Comune ha 70 sezioni
per l'infanzia distribuite da Pellestrina a Malcontenta. So di scuole che a
Natale faranno il presepe e di altre che hanno fatto scelte diverse, ma non
vedo il caso di fare drammi. Io stessa ho sempre insegnato che il Natale è una
continuità della festa del sole dei pagani. E ci sono docenti che il 25 dicembre celebrano la festa
della luce o la festa dei doni. Trovo che sia giusto
far conoscere anche culture diverse. Un docente può far cantare "Tu scendi
dalle stelle", come far conoscere ai suoi alunni aspetti etnici di culture
diverse». Del resto negli ultimi anni la multietnicità negli istituti per
l'infanzia di Venezia è aumentata e da tempo, in molti
casi, sono stati tolti riferimenti religiosi, anticipando ciò che altrove (a
Treviso o a Como, ad esempio) ha suscitato un vespaio di polemiche. Ci sono
classi in cui un bambino su cinque proviene da altri Paesi. In alcuni sestieri,
come Cannaregio, si è registrato un boom di iscrizioni
rispetto a fasi storiche precedenti, non solo perché sono nati più bambini
veneziani, ma anche perché si sono insediate molte famiglie straniere. A ciò si
aggiunge la richiesta di molti genitori di non ammettere i loro figli
all'insegnamento della religione cattolica e alle attività collegate. Per questo molti istituti hanno deciso di togliere qualsiasi
riferimento alla tradizione cristiana.
2 - PARROCCHIE
IL GAZZETTINO DI VENEZIA
Pag VI Anziani della parrocchia ospiti
in ristorante
A Carpenedo
Voleva fare della beneficenza, dare
qualcosa a chi ne ha bisogno, ma anziché andare in
posta e compilare un bollettino a favore di una delle tante associazioni
nazionali di volontariato, ha preferito guardarsi attorno. La scelta non è
stata difficile: avendo un ristorante, perché non invitare chi ha bisogno non
tanto di un pasto, quanto di un po' di compagnia? Così Marco Simonetti, che lo
scorso settembre con altri due soci ha aperto a Carpenedo, in via Pasqualigo, il ristorante "La Vivanderia", ha
bussato alla porta del parroco di viale Don Sturzo e a don Rinaldo ha
presentato la sua proposta: invitare nel locale un gruppo di anziani della
parrocchia per un pranzo natalizio. Detto, fatto. Don Rinaldo ha garantito a
Simonetti che domenica prossima, 12 dicembre, a mezzogiorno e mezzo porterà nel
ristorante di via Pasqualigo un bel gruppo di
parrocchiani, anziani soli, per l'esattezza 45, tanti quanti ne può ospitare il
locale. «Io credo che la malattia di questi nostri tempi sia la solitudine e
credo che ci sia troppa indifferenza nei confronti delle persone sole, specie
se anziane - dice Simonetti - Nel periodo natalizio, poi, la solitudine si
sente ancora di più». Il giovane ristoratore domenica
avrà con sé i genitori e tutto il locale da servire. Già pronto il menu che
sarà completamente offerto agli ospiti: come antipasti cestino
di frico, frittatina al radicchio e salame con cipolla e Tocai; come primi
l'orzotto al Montasio e radicchio e gnocchi al ragù; come secondi piatti
cosciotto di maiale al forno e musetto con puré di patate. Dulcis in fundo,
tiramisù e biscotti accompagnati da una flute di
Verduzzo.
3
– VITA DELLA CHIESA
LA NUOVA
Pag 25 La Quatordesona riporta a casa
le spoglie di Santa Barbara di
Sebastiano Giorgi
Le sacre spoglie di Santa Barbara sono state
riportate ieri mattina a remi dalla terraferma a Burano. A trasportare con grande solennità le spoglie della Santa, poste al centro
dell’imbarcazione, sono stati i soci della Voga Veneta Mestre a bordo
dell’ammiraglia della società, la bellissima Quatordesona. Lungo il suggestivo tragitto lagunare, svoltosi in un suggestivo
clima autunnale, sotto la sorveglianza e con la scorta delle forze dell’ordine,
c’è stato anche l’alzaremi davanti al Cimitero di San Michele. Le spoglie di
Santa Barbara erano state portate da Burano alla chiesa di Santa Barbara di
Chirignago nei giorni scorsi per le consuete celebrazioni in onore della Santa,
la cui ricorrenza cadeva sabato. Ieri le spoglie sono invece tornate nella loro
storica sede nella chiesa di Burano. Per quanti hanno incrociato il solenne
corteo, una visione emozionante e rara, che sembrava uscita da altri tempi ben
lontani dalla frenesia di quelli che quotidianamente viviamo.
5
– FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO
AVVENIRE
Pag 3 Scuola babele: 100 lingue in
classe di Paola Stringa
Un centinaio di
nuove lingue censìte, di cui oltre quaranta solo tra Lombardia e Piemonte. Settanta testate giornalistiche
straniere registrate negli ultimi tre anni. Quasi 300mila
scolari che hanno come idioma materno una parlata minoritaria. Sono i
numeri di una «subcultura» che avanza lentamente all'interno della società,
dando origine a fenomeni inaspettati e contribuendo al cambiamento del quadro
linguistico italiano. L'Italia, a causa di un'immigrazione che diventa ogni
giorno più rilevante, si avvia a diventare un Paese multietnico, con minoranze
che rappresentano una sfida concreta per la società e per le istituzioni. «La
presenza di nuove lingue sul territorio non creerà problemi alla società
italiana, se saprà gestire l'accresciuto patrimonio di idiomi
come una risorsa - afferma Marina Chini, docente di Sociolinguistica presso
l'Università di Pavia e autrice del saggio Plurilinguismo e immigrazione in
Italia, appena uscito da Franco Angeli -. Questo implica, naturalmente, uno
sforzo da parte della scuola e delle istituzioni, per la necessità di strumenti
e figure professionali rinnovati. In parte l'emergenza è già stata affrontata:
c'è un personale scolastico che si sta adeguando e un'editoria che si sta
muovendo in questo senso, ma ci vuole un progetto sistematico che ancora
manca». La lingua delle minoranze, infatti, sollecitando i sistemi formativi a elaborare progetti che tengano conto della specificità
della condizione degli immigrati, crea spesso difficoltà alla società ospite.
«Queste lingue non minacciano in alcun modo l'italiano, al massimo enfatizzano
cambiamenti che erano già stati avviati da forze
endogene - sottolinea l'autrice -, tuttavia non è realistico pensare che le
scuole possano proporre corsi nelle lingue d'origine di ogni alunno straniero.
Ritengo però opportuno che gli insegnanti si documentino su tali lingue, per
favorire utili confronti con l'italiano, oltre che per mostrare un reale
interesse verso il discente». Al di fuori del livello istituzionale, negli
ultimi anni, sono sorte varie iniziative per l'insegnamento dell'italiano agli
stranieri. Dai consolati, alle associazioni di volontariato, dalle cooperative
ai gruppi di categoria, tanti sono stati gli esperimenti pilota per avviare un
reciproco scambio tra l'italiano e le lingue di nuova immigrazione. Molti di
questi corsi hanno visto la partecipazione di italiani,
spinti dall'interesse verso idiomi, una volta lontani e sconosciuti, oggi
parlati sull'angolo della strada di casa. Le lingue d'origine degli immigrati
si conservano in modo diverso secondo la generazione (i giovani sono ovviamente
meno conservativi), il Paese di provenienza, la distanza tra la lingua
d'origine e l'italiano, l'esistenza di una comunità coesa a cui far
riferimento, che comprenda una rete etnica, dei centri
religiosi, dei negozi, dei locali. Non ultimo, aiuta la conservazione di una
lingua, l'esistenza di supporti istituzionali e mass-mediatici. Dalla
ricognizione svolta dalla Chini sulla presenza e
sull'uso delle lingue d'origine degli immigrati nell'Italia nord occidentale,
emerge un panorama molto variegato. Nella ricerca si scopre, ad esempio, che, i
cinesi che hanno una rete etnica molto solidale, sia in casa sia sul lavoro
mantengono l'uso della lingua d'origine. D'altra parte, l'incidenza della cultura
cinese è testimoniata anche dalla presenza di alcuni
giornali a discreta diffusione, che circolano da alcuni anni nella China Town
del capoluogo lombardo. Tra i bambini intervistati, invece, i marocchini
risultano essere i più conservativi. Un bambino su due parla abitualmente arabo
in famiglia, anche se sta apprendendo l'italiano a scuola. Nel nostro Paese,
rispetto ad altri Paesi europei, non è ancora stata elaborata una strategia
pedagogica uniforme verso l'immigrazione. Alcuni tentativi di
integrazione sono stati fatti, ma ci vogliono tempo, energia e fondi
perché la scuola si adegui davvero alla nuova situazione multietnica. In alcuni
casi sono state avanzate ipotesi di insegnamento
separato, per dar tempo ai bambini stranieri di adattarsi e per far sì che
possano conservare, almeno inizialmente lingua e religione diversa. «Nelle
prime fasi dell'apprendimento l'ipotesi di classi non miste, tenute insieme
dalla lingua non va demonizzata - spiega Marina Chini - .
Se questo però dovesse significare la creazione di
classi impermeabili, che procedono parallelamente senza incontrarsi mai, non lo
considererei più un fatto positivo. Si potrebbero creare gruppi di stranieri
per aiutarli nell'apprendimento dell'italiano, con la prospettiva di un
successivo inserimento in classe. Per quanto riguarda la religione
il discorso è più delicato, perché non si può pensare di realizzare tante ore
di religione quanti sono i bambini immigrati». La fotografia scattata sul mondo
della scuola lombarda e piemontese ci restituisce, comunque,
l'immagine, al di là di rare strumentalizzazioni, di una realtà dinamica e
integrata, dove bambini italiani e bambini stranieri crescono e studiano
insieme, consapevoli delle proprie differenze. Partire dalla scuola può essere
un primo passo verso una reale integrazione, che non significa necessariamente
appiattimento delle differenze, quanto piuttosto reciproco scambio tra culture.
In un Paese multietnico non si tratta di tutelare delle lingue, ma di tutelare
il diritto di libertà linguistica degli immigrati.
LA NUOVA
Pag 13 Caltagirone vince il duello per
Il Gazzettino di
Paolo Possamai
Offerta di 126 milioni di
euro per conquistare il 54,59 del giornale veneziano
Venezia. Francesco Gaetano Caltagirone
stringeva d’assedio Il Gazzettino da un anno e più. Un anno fa,
al primo assalto fu respinto. Ma venerdì scorso
ha infine conquistato il 54,59% del maggior quotidiano veneto. Il costruttore
romano ha sottoscritto un contratto con Arturo Bastianello, René Fernando
Caovilla, Paolo Sinigaglia e Giuseppe Stefanel proponendo loro una valorizzazione assai premiante: Il Gazzettino vale oltre 230
milioni, le loro quote quasi 126. Vi sono ancora vari capitoli da scrivere,
nella storia che vede protagonista Francesco Gaetano Caltagirone nel suo
tentativo di sbarcare a Venezia. Ma intanto alcuni punti fermi l’imprenditore
romano li ha acquisiti. Il primo consiste, appunto, in
un accordo che gli assicura la maggioranza assoluta. Un anno fa, quando aveva
tentato di comprare il 30,47% di Sep messo all’asta dalla cordata guidata da
Rossi, l’offerta di Caltagirone valeva 13,5 euro per
azione. Stavolta il prezzo è schizzato a 23,5 euro. Un valore
esorbitante, per quanto in questo caso sia in gioco la maggioranza assoluta.
Un anno fa, comunque, Caltagirone ha imparato la via
per arrivare all’obiettivo: fu fermato perché lo statuto di Sep assegna a
ciascun azionista il diritto di prelazione, nel caso di vendita da parte di
altri soci. Il meccanismo contrattuale elaborato stavolta tiene conto dell’esperienza
maturata. I quattro venditori, che sono legati a Edizione Holding (Benetton) e
a Serenissima Holding (Chiarotto) da un patto di sindacato, lasceranno decadere
il patto. Bastianello, Caovilla, Sinigaglia e Stefanel si sono impegnati a
convocare fra maggio e giugno un’assemblea straordinaria di Sep, all’interno
della quale procedere alla cancellazione del diritto di
prelazione contenuto nello statuto. Ne consegue che il contratto, articolato in
una opzione put/call al maturare di determinate condizioni,
rivelerà i propri effetti solo fra sei mesi, quando saranno rimossi i vincoli
che impedirebbero a Caltagirone di impadronirsi del Gazzettino. Fino all’ultimo
i Benetton hanno tentato di opporsi alla manovra dell’editore romano, cui sono legati da un paio di partecipazioni comuni e con il
quale, tuttavia, da lungo tempo non c’è alcun feeling. Bastianello, Caovilla,
Sinigaglia e Stefanel da parecchi mesi hanno stretto un patto che li vincola a
vendere contestualmente e alle medesime condizioni a
uno stesso acquirente. Vale a dire che da mesi stavano valutando le forme più
profittevoli per dismettere la loro partecipazione. Segno di
una marcata insoddisfazione rispetto all’impresa e, soprattutto, riguardo alla
possibilità incidere concretamente nella gestione e nelle strategie.
Tale insoddisfazione è da sempre nota ai Benetton e difatti, una decina di
giorni fa, le due parti avevano convenuto il passaggio del 54,59% in palio a un prezzo fra 20,5 e 21,5 euro per azione. Ma a questo
punto è intervenuta la contro-offerta di Caltagirone.
Il costruttore/editore romano è atterrato con il suo jet executive verso le 10
di venerdì scorso all’aeroporto Marco Polo, con folto stuolo di
avvocati, consulenti fiscali, advisors bancari. Lo attendevano i
rappresentanti dei quattro venditori. Aspirante compratore e potenziali
venditori hanno noleggiato una sala delle business
rooms allo scalo aeroportuale di Tessera. Tutta la giornata di venerdì è
trascorsa nelle trattative. Nel tardo pomeriggio l’estremo tentativo con i Benetton:
da Tessera è partita una telefonata, per avvisarli dell’evoluzione del
confronto con Caltagirone. Ma dal quartier generale di
Ponzano Veneto l’ultima replica si è fermata alla soglia di 22,5 euro per
azione. I Benetton hanno pure invocato la necessità che il controllo del
maggiore quotidiano del Veneto rimanga a esponenti
dell’imprenditoria regionale. Argomenti che non hanno convinto i quattro
venditori. I Benetton paiono dunque destinati a perdere il controllo del
quotidiano per una differenza di 5 milioni di euro.
Non che l’impresa editoriale in sé sia particolarmente
redditizia, dato che il gruppo Sep ha registrato nel 2003 un utile consolidato
di 148 mila euro, ma appare evidente il significato strategico dello storico
quotidiano. A questo punto non rimane che attendere l’evoluzione degli eventi.
Il 13 dicembre è in agenda il prossimo consiglio di amministrazione
della società editrice del Gazzettino. Non è da escludere l’evenienza che i
quattro venditori lascino il proprio posto nel board
presieduto da Mario Bertolissi. Sarà da vedere chi li rimpiazzerà, forse
professionisti funzionali a guidare la società verso l’esito concordato con
Caltagirone. L’assetto azionario della Società editrice padana (Sep), che
pubblica Il Gazzettino, era una sorta di cantiere dal 28 giugno 2001, quando
dopo 18 anni di presidenza fu detronizzato Luigino Rossi.
Da allora data l’instabilità degli equilibri fra soci e la
difficoltà a definire strategie condivise. In questa dimensione di
fragilità ha piantato un potente cuneo Caltagirone. Un cuneo che va espresso in
euro.
Venezia. Caltagirone Spa governa cinque
società quotate, tutte contraddistinte da notevole solidità patrimoniale e
cospicua redditività. Dentro a questo impianto,
caratterizzato in particolare da due linee di business (costruzioni e
editoria), spicca il controllo di due storici quotidiani quali Il Mattino di
Napoli e Il Messaggero di Roma. L’elenco delle controllate presenti a Piazza
Affari comprende Vianini Lavori e Vianini Industria, Cementir, Caltagirone Editore
e infine la holding Caltagirone Spa. Quest’ultima a
fine 2003 aveva un indice di solidità finanziaria (rapporto fra capitale netto
tangibile e debiti) del 476%, autentico record dato che la media italiana è ferma al 76% circa. Tale dato è coerente con altri
indicatori quali il capitale proprio (a fine 2003 consisteva in 1,075 miliardi di euro), mentre le risorse libere erano pari al 49% del
capitale investito. Relativamente al business
coltivato sul versante dell’editoria, con una società posseduta dalla famiglia
romana al 70%, emerge che i principali indici reddituali segnano da anni una
costante progressione: nel 2001 l’incidenza del margine operativo lordo sul
fatturato totale era fermo al 18%, mentre è salita al 24% nei primi nove mesi
del 2004. I ricavi sono arrivati nel 2003 a 193 milioni (+6,7%). A parte le
società direttamente gestite, nel portafoglio di Caltagirone rientrano anche
numerose partecipazioni di evidente rilevanza. Il
costruttore romano, assieme a Pirelli e alle francesi Sncf, è socio dei
Benetton nella società che detiene il 40% di Grandi Stazioni. A Caltagirone
risalgono inoltre quote importanti in Rcs (2,1%), in Monte paschi Siena (4,7%),
in Acea (2,96%), in Bnl. A proposito di quest’ultima banca, Francesco Gaetano
Caltagirone è fra i promotori - unitamente a Coppola, Lonati, Grazioli,
Bonsignore, Statuto - del cosiddetto contro-patto che si oppone al patto di
sindacato che riunisce gli azionisti di maggioranza Bbva, Generali e Della
Valle.
Pag 13 Industriali incapaci di fare sistema di Alessandra
Carini
Dalla Marzotto ai Benetton, i centri
decisionali delle imprese lasciano il Nordest
Partiamo dalle notizie, magari proprio da
quelle che non fanno grossi titoli sui giornali. La Marzotto trasferirà la sede
legale da Valdagno, luogo storico dove nacque l’azienda veneta, a Milano. La
mossa fa parte di una strategia più complessa che vede la separazione della
produzione tessile, che ormai è collocata in gran parte tra la
Cina e l’Est, europeo, da quella della moda, concentrata nel marchio
Hugo Boss, che, appunto per questo, sceglie il capoluogo lombardo come centro
della sua attività. Qui, in Veneto, resterà forse il solo nome Marzotto mentre
il cuore del gruppo, la ragione oggi del suo guadagno, prenderà la via di
Milano. Il piano, di cui è inutile discutere l’evidente svolta storica e
simbolica, verrà esaminato a dicembre dai vertici
della società. Spostiamoci a Verona, centro fieristico di eccellenza
del Veneto. Nei giorni scorsi è arrivato l’annuncio che l’ente scaligero ha
perso Traspotec Logitec, il salone biennale dell’autotrasporto (centomila
visitatori, 6 milioni di euro di fatturato). Trasmigra
anche esso verso Milano: «Se volevamo restare sul
mercato e vincere la concorrenza degli stranieri, dovevamo puntare sulla
crescita e non potevamo che rivolgerci al più grande
quartiere fieristico d’Europa», è stata la spiegazione di Ferruccio Macola,
fino ad oggi gestore della manifestazione in proprio e presidente di
PadovaFiere, ente dilaniato dalla scelta del suo futuro destino, tra un accordo
con le altre fiere venete e la possibilità di rispondere a un offerta dei
francesi di Gl Event. Andiamo avanti, mettendo tra parentesi la partenza di Aprilia verso l’impero mantovano di Colaninno, i singulti
di questi giorni intorno al destino di Antonveneta, per passare alla notizia,
questa sì destinata a far clamore, della cessione a Caltagirone del giornale
storico del Veneto, il Gazzettino. Gli industriali veneti, che ne avevano la proprietà, lo hanno ceduto ad un prezzo cui i
Benetton, che ne avevano detenuto finora il controllo, non hanno voluto
rispondere per un soffio, rassegnandosi, per un soffio, alla sua perdita. Un
prezzo che appare oggi talmente alto da far prefigurare un interesse da parte
del gruppo romano delle costruzioni e dell’editoria, che va al
di là dei puri aspetti editoriali. Quali che siano
le ragioni di Caltagirone, un altro cuore veneto batterà tra qualche tempo in
un altro corpo che ne deciderà strategie e obbiettivi, politici o economici che
siano. Se si mettono così insieme gli avvenimenti di questi giorni
ci si può rendere conto di quanto la realtà si incarichi di far giustizia delle
chiacchiere. Ci riferiamo, ovviamente, a quel refrain di moda di questi tempi,
almeno nelle tavole rotonde e nei dibattiti politici pre-elettorali, sul
rilancio del Veneto, la necessità di «fare sistema» del Nordest, l’ambizione di
far vivere a questa regione un salto di qualità,
facendo sì che qui rimangano centri strategici e decisionali e le possibilità
future di uno sviluppo che sia alternativo, o almeno che accompagni, il declino
inevitabile e doloroso di un modello industriale. Proprio gli industriali, che
hanno lanciato questo tema, denunciando i limiti evidenti di una classe
politica regionale che non se ne sa assumere il carico e la responsabilità,
mostrano anche essi di avere le gambe (se non la
vista) corte quando si tratta di fare il salto: la lite e l’interesse del
singolo prevale sul fare sistema, l’uovo del business di oggi fa premio sulla
gallina di domani. Di tutto questo non c’è niente di male, per carità. Ognuno è
padrone in casa propria e soprattutto dei propri denari investiti in fabbriche,
fiere, banche o giornali che siano. Basta chiamare le
cose con il proprio nome e non mettere avanti presunti interessi generali.
Quelli non pare che ci siano. Magari qualcuno dirà che ha vinto il mercato e le
sue regole. Non c’è che da esserne contenti. Speriamo che con esso ce la faccia a vincere anche il Veneto, cosa che appare
oggi assai più difficile. E’ una lezione di cui è bene che la classe politica
faccia tesoro in vista delle prossime elezioni chiarendo, se vuol far sistema,
quali sono le sue prossime promesse e i prossimi obbiettivi.
7 - CITTÀ,
AMMINISTRAZIONE E POLITICA
IL GAZZETTINO DI VENEZIA
Pag III Paolo Costa e Venezia, è l’ora
della svolta di
Luigi Bacialli
“Chi verrà dopo di me avrà davanti una
sfida importante. Per governare la città a volte bisogna rischiare il consenso”
Per alcuni c'è già. Per altri rischia di
sprofondarvi. Per gli amministratori, invece, la definizione è (e non potrebbe
essere diversamente) dura da digerire. Venezia città nella melma? Non dal punto
di vista del bilancio comunale, almeno: in questo campo l'amministrazione ha
appena ricevuto il rating AA di Standard & Poor's. Il sindaco Paolo Costa
guarda il ponte di Rialto dal suo ufficio a Ca’ Farsetti
e si leva qualche sassolino dalla scarpa. «E' la conferma di una buona gestione
della macchina comunale, un ennesimo riconoscimento del lavoro svolto. E' un
risultato importante che ci garantisce stabilità finanziaria e ci consente un
tasso di interesse più basso sui mutui: significa
credibilità, ma anche risparmio».
Sindaco, le amministrazioni si succedono,
le idee e gli interventi sembrano nascere ma senza
risultati immediati, problemi vecchi e nuovi si accavallano. Non si riesce
davvero a far nulla?
«Venezia è una città complessa e, specie
nel centro storico, la sua grande attrattiva, la sua
bellezza e le forti possibilità di rendita rischiano di essere letali per la
città».
Ogni anno, infatti, se ne vanno almeno
duemila residenti, mentre le attività commerciali si stanno omologando in modo
preoccupante, con sempre meno artigiani e sempre più maschere e boutique. C'è
il rischio che Venezia diventi una Disneyland disabitata?
«Facciamo attenzione a non cadere in
letture semplicistiche, perché chi vive a Venezia e a Mestre vede come sono
cambiate le cose negli ultimi anni. Restano i dati di partenza: in centro
storico, per diverse attività, le rendite sono molto elevate, con grandi
interessi legati al turismo. Il discorso riguarda anche gli stessi negozianti:
se vendi pane non guadagni, se vendi maschere sì. Quello di una Venezia
trasformata in Disneyland è un pericolo reale, anche perché certe categorie
economiche ne trarrebbero comunque forti guadagni. Se
decadesse a luna-park disabitato, se perdesse la sua
consistenza di città vera, Venezia perderebbe anche parte del suo appeal. Poi
ricordiamoci che il blocco turistico è importantissimo, ma non decisivo: anche
in centro storico le persone impiegate nella pubblica amministrazione e nelle
attività culturali sono più di quelle che vivono di turismo. In più
l'equilibrio tra attività turistiche e attività altre muta appena vai al di là del Ponte, e il mix sociale cambia completamente.
L'equilibrio, alla fine, lo hai mettendo insieme
Mestre e Venezia».
Il referendum, in questo senso, ha
parlato chiaro. Eppure sembrano ancora esserci due
anime e due città.
«Mentre in passato
era stata Mestre a volersi separare, e più di recente lo stesso centro, il
referendum, col "no" che ha vinto ovunque, ha dimostrato che c'è la
percezione di un'unica città. Devi però costruirla, collegarne le parti, con il tram,
la metropolitana, le infrastrutture».
Basterà a Venezia una maggior vicinanza a
Mestre?
«La necessità di una specializzazione
delle parti diverse della città nel suo insieme è ormai un concetto assodato.
Resta l'esigenza che, da questo lato dell'acqua, ci sia una nuova base
economica (penso alla Giudecca e al recupero dell'Arsenale). E' necessaria la
massima attenzione sul problema dello sviluppo, a partire da una domanda
cruciale: di cosa vivranno i nostri figli fra dieci anni in quest'area? Questo
è il vero argomento di oggi e dei prossimi mesi,
quando si delineeranno le politiche per la città. Invece sembriamo ancora fermi
al dibattito nato il 4 novembre 1966: "salvaguardia
sì, salvaguardia no", con il corollario "Marghera sì, Marghera
no". Come difendersi dall'acqua alta, come risolvere il problema del polo
petrolchimico affacciato sulla laguna: questo dibattito ha assorbito il
confronto politico per più di trent'anni. Senza contare la tangenziale. Sono
blocchi che hanno rischiato di impedire qualsiasi azione e qualsiasi
ragionamento pragmatico sullo sviluppo».
Oggi come oggi, non è paradossale
difendere solo pochi posti di lavoro e non prendere decisioni definitive su
Marghera?
«Il confronto "chimica versus
occupazione" fatto nelle piazze e sugli organi di informazione
rischia di essere strumentale. Da una parte gli striscioni "via la
chimica" della Lega e dei Verdi, dall'altra certe posizioni che dicono di
voler difendere ad oltranza i posti di lavoro. Ma,
parlando seriamente, il problema è un altro: a Porto Marghera ci sono un paio
di pezzi di chimica di base che costituiscono il cuore
della chimica italiana. Servono al Paese? Venezia deve fare il sacrifico di mantenerli ancora per tutelare un interesse
nazionale? Bene, il Paese, da parte sua, lo deve riconoscere. E deve garantire
che a Venezia rimanga solo ciò che è essenziale, con
le migliori tecnologie produttive e il minor inquinamento possibile. Questo è
l'accordo: servizio al Paese e senza rischi. Solo se ciò avviene, allora si può
mantenere il sistema, ma non più di dieci o quindici anni, il tempo di un nuovo
ciclo di investimenti».
La salvaguardia,
Marghera, la tangenziale, la sublagunare assorbono in pratica le energie
politiche di tutti. Che cosa deve fare Venezia per
sopravvivere?
«Oggi abbiamo l'occasione di domandarci
che cosa succede e dove siamo. Nell'era del postindustriale,
Venezia torna ad essere un luogo in cui si possono insediare attività
d'avanguardia: ricerca, sperimentazione, design, cultura. E
nell'era della globalizzazione, la città diventa uno strumento di comunicazione
fondamentale per sé e tutto il Nordest. In Cina, ad esempio, conoscono cinque
parole europee: due sono Venezia e Marco Polo. Il futuro dunque è
deideologicizzare e superare il dibattito antico su quei quattro punti storici:
se lo si fa, allora si può andare avanti, per tornare
a giocare un ruolo di primo piano».
Che cosa ha fatto lo Stato per Venezia?
«Storicamente tantissimo. Venezia da sola
non sta in piedi: è un lusso della civiltà occidentale. Nasce peraltro da
questa consapevolezza la legge istitutiva del Casinò, che ci permette un
bilancio complessivo sano. Noi prendiamo in un anno più dal Casinò che
dall'Ici: gli 80 milioni di euro del Casinò del 2000
sono diventati 106 nel 2004. D'altra parte, lo Stato riconosce che Venezia è
una città unica anche con la Legge speciale. Una legge che continuiamo a
proporre di riscrivere, poiché dopo la riforma del titolo V della Costituzione,
voluta dal centrosinistra nel 2001, non c'è più un unico soggetto, lo Stato, ad
occuparsi della città. Le competenze dunque sono distribuite tra Stato, Regione
e Comune, e rischiano di disperdersi. Di recente ho scritto al Presidente del
Consiglio per chiedergli se non ritiene di fare un
richiamo costituzionale specifico su Venezia».
Quanto al mondo, che cosa fa per Venezia?
«Venezia è una specie di parola magica.
Gli stranieri hanno fatto molto per la città, però ancora non siamo riusciti a
costruire un impegno reale del mondo su Venezia».
Parlando di consorterie e di rendite,
quando si interviene su questi temi, si scatenano
sempre le polemiche. Lei è stato più un mediatore
oppure ha imposto le sue scelte?
«Si dice, per altri aspetti, che ho
mediato poco, non ascoltando le categorie, dai gondolieri ai commercianti. La
verità è che ho sempre ascoltato, e poi ho preso le decisioni che consideravo
giuste per la città, anche se "fastidiose" per qualcuno. Se vuoi governare, devi andare avanti anche a prescindere
dal consenso e dalla mediazione. E' una fase della storia di Venezia in cui
occorre "rompere" con le abitudini del passato».
Paolo Costa, da un
recente sondaggio, è oggi al 47 per cento dei consensi. Nel 2000 al
primo turno, prima di vincere al ballottaggio, era al 38. Avendo scelto di non
rinunciare al ruolo di europarlamentare, non si potrà
ripresentare come candidato sindaco alle amministrative del 2005. Chi verrà
dopo di lei?
«Non so chi verrà, ma direi
piuttosto che cosa troverà. A Ca' Farsetti le finanze
sono in ordine, ed è stato fatto un grosso lavoro dal punto di vista del
riordino della macchina amministrativa. Del nuovo ruolo della città nel Nordest
ho già detto: tanto è stato fatto, tante sono le potenzialità. Chi verrà dopo
di me, infine, avrà un ruolo delicato da svolgere: governare una città che è dei suoi cittadini, ma anche patrimonio dell'Italia e del
mondo».
Ha glissato sulle possibili candidature
delle prossime amministrative. Rimane molta confusione preelettorale. Come
finirà?
«Non penso che Venezia non sia in grado
di esprimere candidature. Per governarla c'è bisogno di radicamento,
autorevolezza, esperienza e competenza. E c'è bisogno
di saper svolgere il ruolo di sindaco, in un rapporto di collaborazione con gli
altri poteri, soprattutto oggi che la Regione e il Paese hanno governanti non
"affini" al nostro schieramento politico. Ma
ripeto: Venezia può esprimere candidature all'altezza. Mi preoccupa invece
l'affievolirsi della tensione sulla figura del sindaco che, a partire dalla
nuova legge sulla sua elezione diretta, aveva acquisito
autorevolezza e "libertà di movimento". Mi dà l'impressione che si voglia risucchiare il sindaco in un sistema protettivo,
quello delle segreterie e dei partiti, di cui non c'è bisogno. Questo potrebbe
fare venir meno a qualcuno la voglia di presentarsi. Occorre quindi continuare
sulla strada indicata in questi anni. Dicendo no alla vecchia politica del fare
e disfare. Abbiamo mandato Penelope in esilio. La
speranza è che non si ceda alla tentazione di farla tornare».
CORRIERE DEL VENETO
Pag 7 Shopping congelato in attesa della tredicesima di Martina Zambon
Negozi e mercatini vuoti nel primo week
end di Natale. Caccia ai regali da poco prezzo
Mestre — Un Natale freddo nei consumi,
con un'unica speranza: l' « effetto tredicesima » .
Strade sgombre dal traffico da shopping, niente code nei dintorni dei grandi
centri commerciali: il bilancio del primo fine settimana dello shopping
natalizio suona già nero. Salvo domenica pomeriggio, quando complice la pioggia
più di qualcuno ha deciso di fare una puntatina ai centri commerciali, infatti,
il grande balzo dei consumi natalizi non c'è stato. I
commercianti di via Piave, chiusa al traffico da
sabato e trasformata fino a domani in un mercatino in stile nordico all'aria
aperta, sono cauti. « Il giorno dell'inaugurazione — spiega Franca Benozzi,
dell'associazione commercianti di via Piave — c'è
stato un po' di movimento. La pioggia battente di domenica, invece, ha
scoraggiato la gente. Certo è che si cerca di spendere un po' meno » . Nei negozi si cercano pensierini e piccoli regali poco
costosi, così i negozianti si adeguano con piccole proposte ben confezionate. «
Non è stato un avvio in grande stile — commenta
Maurizio Franceschi segretario di Confesercenti — speriamo nelle prossime
settimane » . Parlare apertamente di promozioni ante saldo
non si può per legge, ma ammiccanti inviti pubblicitari lasciano intendere che
a cercare qualche offerta anche sotto Natale si trova. Ostentano ottimismo i
centri commerciali della cintura mestrina. « Il nostro è un bilancio positivo — taglia corto Riccardo Muschi, direttore di
Valecenter — sia sabato che domenica abbiamo registrato un buon afflusso, in
termini di scontrini si conferma un aumento del 13% rispetto all'anno scorso e
un fatturato del 3% in più. È vero però, che si privilegiano
acquisti di minore entità e non manca qualche attività che va male » . Se i mercatini all'aperto puntano anche sull'atmosfera, dalla
moquette rossa alle musiche natalizie, non sono da meno i grandi centri
commerciali: Valecenter, per esempio, allestisce una baita di Babbo Natale per i
più piccoli e ingaggia cori con repertorio tradizionale. Secondo
Panorama un giudizio sul Natale 2004 è prematuro:
rispetto al primo fine settimana di dicembre del 2003 la flessione non c'è, ma
non c'è neppure un miglioramento. Cauto anche Roberto La Rosa, direttore di Auchan: « I clienti sono più numerosi rispetto allo
scorso anno — spiega — ma spendono in modo diverso, regalini più piccoli per
gli amici e spese più generose per gratificare se stessi, dal telefonino allo
schermo al plasma. L'era della corsa allo shopping natalizio che durava un mese
intero è finita, ormai le spese si fanno a ridosso delle festività » . Il miracolo è atteso oltre il 15 del mese, a tredicesime
intascate. « Ci ha penalizzato il maltempo — commenta Gianni De Checchi
segretario della Confartigianato di Venezia — il mercatino di Campo Santo
Stefano sta riuscendo bene, in tempi di vacche magre i piccoli oggetti
d'artigianato a prezzi contenuti sono il regalo ideale, ma attendiamo l'effetto tredicesima. È un sintomo che la dice lunga: la
gente non ha più quel polmone finanziario che permetteva di fare acquisti già a inizio dicembre, ora deve aspettare » . Dichiaratamente
pessimista, infine, Antonio Invaso, presidente dei Commercianti di Mestre: « È
stata calma piatta — spiega — siamo penalizzati dalle strisce blu e dai
cartelli che avvisano delle targhe alterne all'ingresso della città anche nei
giorni in cui non ci sono, la gente si spaventa e cambia strada. Nel complesso
sarà un Natale un po' critico » .
Pag 10 Vecchio ospedale di Mestre, la
maggioranza punta i piedi di C.F.
e S. Ci.
Il Consiglio affronta la variante che
trasforma l’area in un pezzo di città
Venezia — Tocca al sindaco fare chiarezza
sui conti. E' a lui che la maggioranza chiede spiegazioni dettagliate sugli
accordi firmati con la Regione e con l'Asl, in vista dell'approvazione della
variante urbanistica che trasforma l'Umberto I in un pezzo di città, dando
all'azienda sanitaria le risorse finanziarie per pagare una parte del nuovo
ospedale. « Il Comune deve fare ogni sforzo economico per il nuovo ospedale —
sintetizza Livio Marini, capogruppo dei Ds — anche
vendere palazzi per finanziarne una parte, ma nella trasparenza dei conti e del
rispetto reciproco degli accordi, di cui il sindaco è stato garante » . La trasparenza
dei conti agita l'intera maggioranza, ieri Rifondazione ha presentato
un'interrogazione alla giunta regionale per chiedere spiegazioni sul rapporto
con i privati che partecipano al finanziamento attraverso il project-
financing, sui servizi che gestiranno, se saranno o meno
anche medici. La variante è pronta per essere discussa dal Consiglio comunale,
ma i fronti aperti sono molti. A partire dall'opposizione del
direttore dell'Asl 12 Antonio Padoan che contesta alcune scelte della variante,
per prima la previsione di una quota di residenza protetta (anziani, disabili,
categorie protette dal Comune) che farebbe perdere valore all'area il giorno in
cui sarà messa all'asta. Aprendo un « buco » nei conti dell'Asl che
punta a coprire una quota di spesa del futuro Umberto I e la realizzazione
della nuova sede della Fondazione Banca degli occhi, ricavando 41 milioni di euro dalla vendita dell'Umberto I. Prima di affrontare il
dibattito in Consiglio comunale, la maggioranza ieri ha fatto il punto. Oggi il
piano prevede che il vecchio ospedale venga
trasformato in residenza (fino a un massimo del 51% della cubatura, di cui il
20 per cento residenza convenzionata e il 10 per cento protetta), negozi (15
per cento degli spazi) uffici (22 per cento) con la presenza di un albergo (nel
nuovo monoblocco) e uffici pubblici (la vecchia casetta). L'Asl ha offerto una
« mediazione » : aumento della percentuale di edilizia
convenzionata, ma niente case per le categorie protette e, a risarcimento, il
cambio di destinazione d'uso per il terreno dell'area Bellinato da uffici a
residenza. La parola passa al sindaco, ma per la maggioranza le case a favore
delle categorie protette restano un punto fermo. C'è chi ha dubbi invece
sull'albergo. I Verdi chiedono di eliminarlo dalle previsioni, tanto più che
pochi giorni fa la giunta ha approvato un atto di indirizzo
per autorizzare nuovi hotel solo in presenza della rottamazione di quelli
vecchi: « Nel monoblocco nuovo — dice Flavio Dal Corso — possono trovare posto
uffici pubblici » . Questo resta un capitolo aperto. « Il problema non è l'hotel — dice Marini — piuttosto gli accordi con la
Regione. Il nuovo ospedale prevede una riorganizzazione
dell'intera sanità, Gava ha firmato un accordo su elisoccorso, ospedali
di distretto, assistenza domiciliare integrata. Vorremmo sapere a che punto è.
L'Asl ha bisogno di soldi? E' giusto che il Comune partecipi, ma prima vogliamo
sapere quanti soldi mettono i privati e in cambio di quali servizi, qual'è la quota della Regione, quanto ha già messo il
Comune. La chiarezza è d'obbligo, stiamo discutendo del cuore della città e del
nuovo ospedale » .
LA NUOVA
Pag 17 Autobus gratis, domani si
comincia di Michele Bugliari
Si replica il 12, 19 e 24 dicembre. Il 23
gennaio prima domenica ecologica
Domenica 23 gennaio 2005, tutti a piedi.
Tornerà, così nel centro cittadino, una domenica senz’auto. La decisione è
stata presa, ieri a Verona, dal Coordinamento degli assessori comunali
all’Ambiente. In teoria, dovevano essere stabilite le date di due domeniche
ecologiche, ma sulla seconda si sono fatte solo delle ipotesi. Inoltre domani sarà la prima giornata del periodo natalizio
con gli autobus Actv gratuiti in città, fino a piazzale Roma. Lo slogan è: «Natale con i tuoi, con i bus ovunque vuoi». Il vicesindaco
Michele Mognato, l’assessore provinciale alla Mobilità Enza Vio e il presidente
dell’Actv Valter Vanni hanno comunicato le date delle quattro giornate con i
bus gratuiti: mercoledì 8 dicembre, ricorrenza dell’Immacolata Concezione,
domenica 12, domenica 19 e venerdì 24, vigilia di
Natale. «L’iniziativa, che non riguarda gli autobus al Lido», ha spiegato il
vicesindaco, «ha lo scopo di facilitare l’affluenza dei cittadini negli
esercizi commerciali e nei mercatini, limitando il traffico privato». Per quanto
riguarda le targhe alterne e le altre misure di limitazione del Pm10 da
traffico, verso il 15 dicembre dovrebbe essere convocato il tavolo regionale
sulla qualità dell’aria, a cui siederanno gli assessori all’Ambiente dei sette
capoluoghi veneti, insieme ai loro omologhi delle
Province e alla Regione. In quella sede saranno decise le linee guida
regionali, che poi dovranno essere applicate in ogni provincia, per combattere
l’inquinamento da traffico. I sette Comuni capoluoghi presenteranno le loro
proposte. «Per prima cosa chiederemo», afferma l’assessore Paolo Cacciari, «di
continuare con le misure sinora attuate, come i blocchi settimanali del
traffico per le auto non catalizzate e la circolazione a targhe alterne per i
veicoli a benzina verde. Una volta che saranno pronte le linee guida regionali,
poi, le Province potranno allargare le aree di applicazione
delle limitazioni al traffico a tutta l’ampiezza dei territori di competenza».
Inoltre, l’assessore comunale ha spiegato che i sette capoluoghi consegneranno
delle schede dettagliate alla Regione, in cui saranno comprese le spese delle
attività per limitare il traffico, come gli studi per
i piani del traffico, gli investimenti per semafori, viabilità e per
l’attivazione dei vigili nei giorni di targhe alterne. Sulla
base di questi documenti, Cacciari e i suoi colleghi batteranno cassa in
Regione. Gli assessori all’Ambiente dei capoluoghi chiederanno che la prossima
Finanziaria regionale contenga già una serie di voci per finanziare le azioni
di lotta contro il Pm10. Cacciari ha anche ricordato che l’Italia è uno dei
Paesi d’Europa dove circola il maggior numero di automobili
non catalizzate e che finalmente il problema è stato riconosciuto dal ministro
dell’Ambiente Matteoli.
Pag 22 Cremazioni,
l’ultimo saluto in una sala poco dignitosa di Sebastiano Giorgi
La protesta di una signora
Più dignità per le cerimonie di
cremazione. A sollevare la questione sulle modalità
dell’estremo addio delle persone che scelgono la cremazione è Laura
Tagliapietra che nei giorni scorsi, partecipando a una funzione, ha constato le
tristissime condizioni del locale cremazione a San Michele. «Ho partecipato al
funerale di un’amica americana, deceduta alcune settimane fa, e purtroppo il
ricordo che il marito e tutti noi ci porteremo dietro
di quell’addio sarà ancor più triste per colpa di quell’orribile sala forno-
spiega la Tagliapietra «un locale angusto, in disordine e squallido. Credo che
non ci voglia poi molto a renderlo un pò più decente. Se
penso che il marito ha ripreso tutto con la telecamera sto ancora peggio». Un luogo quello della sala del forno
effettivamente sgradevole ma che secondo la Socrem, l’associazione che gestisce
il servizio di cremazione, non c’entra nulla con le abituali modalità
dell’estremo addio. «Non è quello il locale per l’ultimo saluto - spiega la vicepresidente della Socrem - anzi abbiamo creato apposta
da circa un anno e mezzo una sala del commiato, molto civile, proprio a fianco
del forno». Eppure buona parte dei presenti al funerale della signora
americana, come avviene anche in altre occasioni, sono
entrati nella sala forno per dare l’estremo saluto alla salma. «Non so perché
sia successo, tra l’altro quello è un locale riservato agli addetti ai lavori
in cui non dovrebbero entrare i parenti anche per ragioni di carenza
di copertura assicurativa», rispondono dalla Socrem. Intanto per quanto
riguarda la cremazione ci sono comunque alcune
importanti e positive novità. «In attesa del decreto
attuativo della legge 130/2001, che consente ai familiari di trattenere le
ceneri dei defunti, noi come Socrem garantiamo gratuitamente la tenuta delle
ceneri fino alla concreta entrata in vigore della normativa» dicono alla Socrem
che hanno anche annunciato il progetto di creare un secondo forno per rispondere
alla crescente richiesta di cremazioni e alle necessità delle esumazioni delle
persone tumulate. Vesta dal canto suo, responsabile dei servizi cimiteriali, ha
fatto sapere che con il prossimo ampliamento del cimitero tutta l’area
cremazione verrà riorganizzata.
Pag 23 Cacciari: “Primarie a gennaio,
seggi nei quartieri e 5 euro” di Alberto Vitucci
Verso le elezioni: i candidati ci sono,
manca l’intesa…
«Il tempo è scaduto, si
vada alle primarie». Massimo Cacciari rilancia la sua proposta. Stavolta
«senza se e senza ma». E la formalizzerà venerdì, nell’incontro di Unità e Diritti in programma alle 17 al Laurentianum. «La
situazione nel centrosinistra sta degenerando», attacca il filosofo, «e a
Venezia si rischia di dare spazio al centrodestra che altrimenti non avrebbe
neanche gli occhi per piangere. Non si vedono candidature che abbiano le caratteristiche necessarie».
Quali sono?
«Il gradimento della coalizione,
radicamento in città, indipendenza rispetto ai vari poteri che stanno
pesantemente determinando la vita cittadina. Bisogna ricomporre i cocci».
L’alleanza è da rifare?
«Non siamo più nella situazione di
quattro anni fa: nemmeno all’interno dei singoli partiti c’è coesione, basta
vedere la Margherita, i Ds».
Qual è il motivo?
«I nodi sono venuti al pettine. Occorre
ridefinire i programmi su basi trasparenti, coinvolgere fin da subito il polo
rossoverde: se restasse fuori dalla coalizione sarebbe
un segnale sciagurato, e difficilmente si potrebbe recuperare al secondo turno».
Ma le condizioni per mettersi d’accordo non
ci sono.
«Appunto. Per luce interna difficilmente
i partiti potranno trovare una soluzione che vada bene
a tutti».
Dunque, le primarie.
«E’ l’unica strada. Così le diverse anime
si confronteranno sulla base di programmi e non di
fotogenìe, e tutti saranno impegnati ad accettare il responso della
consultazione. L’opinione pubblica di centrosinistra è favorevole a questo
sistema, democratico e trasparente. Chi dicesse di no
dovrebbe poi renderne conto agli elettori».
Gli scettici vogliono sapere come si
svolgeranno le primarie. Come si fa a trasformarle davvero in una scelta
democratica.
«Elementare Watson. Si stabiliscono due
week end di gennaio per il voto. Si mettono i seggi in tutti i Consigli di
quartiere. Vota chi vuole, ma deve registrare il nome e lasciare un contributo
minimo di 5 euro».
E se vengono a votare gli elettori di
centrodestra?
«Difficile imbrogliare, se uno deve
registrarsi, i giochetti sarebbero presto scoperti».
Chi si può candidare?
«Chi presenta un
programma credibile, sostenuto da almeno 300 firme. Si chiudono le candidature il 20
dicembre, si lascia un mese per la campagna elettorale, poi si parte. Con un
comitato di garanti. Un giudice, un avvocato, il sottoscritto se lo vogliono».
C’è chi ricorda che a Bologna nel 2000 le
primarie non portarono fortuna al centrosinistra.
«Non c’entra, lì si perse per altre
ragioni, avevano già deciso tutto a tavolino».
I rossoverdi hanno detto di essere favorevoli.
«Mi auguro che i Ds sostengano questa ipotesi al loro congresso, che la Margherita si
convinca. I nostri elettori non capirebbero un rifiuto».
Intanto girano nomi di candidati: Treu,
Boniciolli, Baratta.
«Persone che stimo
moltissimo. Ma non è vero che Venezia non ha candidati. Alessio Vianello,
Michele Vianello, Mara Rumiz, Roberto D’Agostino, Arcangelo Boldrin vanno benissimo. Il vero problema è che non c’è accordo sui
programmi, e allora anche Nembo Kid non basterebbe. Il
problema non sono i nomi ma la disgregazione della
coalizione».
Cacciari è deciso a non riscendere in
campo.
«Per incarichi istituzionali certamente
no. Ma le primarie sono un fatto innovativo. E sono disposto a dare una mano».
8
– VENETO / NORDEST
IL GAZZETTINO NORDEST
Pag V Treviso e Venezia
leader nei furti in casa di Giancarlo D’Agostino
Il rapporto Censis conferma l’allarme
Treviso. Le province di Venezia e di Treviso si
collocano rispettivamente all'ottavo e nono posto, in Italia, per numero di
furti in casa. Ma la posizione sale, in linea teorica,
se solo si rapporta quello stesso numero a quello degli abitanti: ed ecco che
allora Venezia veleggia al primo posto assoluto, seguita proprio dalla Marca. Un
dato racchiuso nel Rapporto Annuale 2004 del Censis, presentato la scorsa
settimana, a conferma che le preoccupazioni più volte palesate nel Nordest
sulla questione, erano più che fondate, anche se, come
recita il primo passo del 38° rapporto del Censis nel capitolo riservato alla
"sicurezza e legalità", "è quasi un paradosso registrare una
diminuzione dell'allarme sociale proprio nell'anno in cui la criminalità
ufficiale, quella segnalata dai reati denunciati all'Autorità giudiziaria dalle
Forze dell'ordine, ha avuto un incremento del 10\% rispetto all'anno
precedente", un'analisi complessiva che ricorda anche come
"sicuramente il poliziotto di quartiere e tutte le iniziative di
prossimità (l'ultima, in questi giorni proprio a Treviso dove le Volanti hanno
avuto disposizione di girare con uno dei due fari blu sempre accesi a
rassicurare, da una parte, i cittadini sulla presenza della polizia, dall'altra
a scoraggiare i malintenzionati, ndr) promosse in questi anni hanno avuto
effetti positivi contribuendo a raffreddare la componente emotiva
dell'insicurezza". Il Censis ha elaborato i dati su quelli Istat e del
Ministero dell'Interno datati 2003, e quindi sono assolutamente attendibili. Risulta così che a Venezia e provincia, lo scorso anno, sono
stati denunciati 3.600 furti in appartamento (equivalenti al 2,1% del totale
registrato sul suolo nazionale), mentre a Treviso e nella Marca la cifra è di
poco inferiore: 3.460 (2% del totale) i casi in cui è stata violata l'intimità
dei trevigiani. Con questi numeri, dunque, Venezia e Treviso figurano all'8° e 9° posto assoluto in Italia, mentre al primo posto
troviamo Roma (16.098, 9,3%), quindi Milano (12.872, 7,4%), Torino (8.202,
4,7%), Napoli (5.364, 3,1%), Brescia (4.628, 2,7%), Bari (4.103, 2,4%), Bologna
(3.927, 2,2%), poi Venezia e Treviso, e infine Genova (3.134, 1,8%). Per la
cronaca, i furti in appartamento registrati in tutta Italia hanno avuto una impennata dal 2002 al 2003: da 169.430 a 173.097. E,
sull'argomento, il Rapporto Annuale 2004 del Censis dice come "il 2003 ha
confermato il trend, iniziato nel 2002, di crescita del numero delle denunce,
non solo per i reati più violenti (gli omicidi, ad esempio, in tutta Italia
sono aumentati dell'11,4%), ma anche per i cosiddetti reati commessi dalla
criminalità predatoria, visto che i furti in generale sono aumentati dell'1,8%,
mentre quelli in appartamento del 2,2% (idem per scippi e borseggi, ma in questa classifiche non compare alcuna provincia veneta). Il
primo posto assoluto conquistato da Venezia e la seconda piazza di Treviso,
tengono conto ovviamente del rapporto furti per abitante (un furto ogni 224
residente in Laguna, uno ogni 229 nella Marca)
relativamente alle prime dieci posizioni, ma è emblematico il fatto che
veneziani e trevigiani facciano compagnia a romani, napoletani, milanesi... In
questo caso ne avrebbero fatto volentieri a meno.
12 – FINESTRA SUL MONDO
THE LOS ANGELES TIMES di lunedì 6 dicembre 2004
Editorial
After
decades of political domination by Yasser Arafat, Palestinians now seem embarked
on a wide-open presidential election, which could benefit both themselves and
HAARETZ di lunedì 6 dicembre 2004
There
is probably no journalist who hasn't thought at one time or another about the manner
and the significance of his coverage of public events. I have never been overly
preoccupied with this question. Nevertheless, I was enveloped by an undefined
feeling that I have never experienced before, when I recently heard that
Gianfranco Fini had been appointed
THE INDEPENDENT di lunedì 6 dicembre 2004
Billionaire's battleground di Peter Popham
Silvio
Berlusconi has finally met his match - the Tiscali entrepreneur turned
politician who has banned coastal development on the
Two
balding, Italian billionaires sit at opposite ends of the
… ed inoltre oggi segnaliamo…
LA REPUBBLICA
Pag 1 Al posto di
blocco dei clan. "Andate via da qui. Subito" di Giovanni Marino
Napoli. In taxi nel quartiere
Terzo Mondo dove le vedette della camorra fermano gli sconosciuti.
"Piove" la parola in codice per i sospetti
Napoli - Il posto di blocco della camorra dista
appena cinquanta passi da quello dello Stato. L'ordine, uno
solo: "Andate via. Ora". Il tono non ammette repliche. La sentinella
affianca il taxi bianco in via Praga Magica, una
stradina stretta, parallela al poliambulatorio. Poco distante
dal presidio sanitario da cui, tre giorni fa, è partito l'allarme: i pazienti,
ormai, evitano di venire a curarsi, terrorizzati dai continui controlli cui
sono sottoposti dai clan in guerra. Fermati e perquisiti. L'utenza è
così diminuita del cinquanta per cento. Una situazione al limite della realtà,
se si pensa che adesso, tra Scampìa e Secondigliano lo Stato ha inviato
numerose pattuglie di agenti e carabinieri. Divise ben visibili, distribuite lungo il territorio della
faida. Sono le 13,42 di una giornata molto calda e soleggiata. Nella periferia nord gli "stranieri", quelli che non sono
i clienti abituali del "droga shop" delle Vele, dei Parchi Postali,
dei Parchi Fiorito e Primavera, non sono mai visti di buon occhio. La
camorra considera Secondigliano e Scampìa irrinunciabili piazze dello spaccio e
non gradisce alcuna interferenza. Ma
da quando è esploso il conflitto tra la cosca di Ciruzzo 'o milionario (il boss
in fuga Paolo Di Lauro) e i ribelli del suo clan, gli scissionisti, il servizio
visivo di controllo del territorio si è tramutato in veri e propri posti di
blocco. Con perquisizioni e "foglio di via" per l'indesiderato
ospite. E poco importa che il tutto avvenga nei pressi
di presìdi legali, di polizia e carabinieri. Le vedette, adesso, hanno un ruolo
più "attivo". Non solo di segnalazione, ma anche, direttamente, di
"espulsione". Per questo, dicono le indagini, percepiscono uno
stipendio pari a 400 euro a settimana. Devono apparire "puliti",
nessun precedente penale significativo. Per essere impermeabili a eventuali controlli degli agenti.
Girano in moto o in grossi scooter, sono fra i pochissimi, nella zona, a indossare il casco omologato e ad avere tutti i documenti
del mezzo in ordine. Usano un frasario particolare: "Piove", è la
parola con cui si avverte dell'arrivo di uno sconosciuto. Se ne percepisce la
presenza da quando si entra a Secondigliano, percorrendo la lunga via Luigi Ciccotti. Li vedi apparire all'improvviso, da una
traversina, accelerare per raggiungere l'auto da controllare, scrutare dentro e
poi sparire nuovamente in un'altra stradina limitrofa. In coincidenza con una
postazione mobile della polizia o dell'Arma. E' così per tutto il tragitto. Il
numero di vedette aumenta in corrispondenza con l'avvicinarsi al luogo
tristemente noto come "Terzo Mondo". Il numero di divise, anche.
Stato e Antistato che quasi si inseguono nel
controllare, fermare, perquisire. Nello stesso territorio. Con la camorra che
non rinuncia, che non sembra per nulla intimorita
dalla presenza delle forze dell'ordine. Che ha soltanto
modificato il suo modus operandi. Via Baku, via
Fratelli Cervi, via Galimberti, via Roma verso Scampìa, via Limitone ad Arzano.
Occhi attenti vigilano e comunicano via cellulare spostamenti
e nuovi ingressi. Si entra nel "Terzo Mondo" che ricade nel
territorio di Secondigliano. E' qui il poliambulatorio che ha denunciato i
posti di blocco della camorra. Un Sos fatto proprio dal manager della Asl Napoli 1 che ha scritto al prefetto Renato Profili
per chiedere protezione e tutela per il presidio sanitario. Dentro alla struttura, nessuno se la sente di aggiungere altro. Di comparire
con nome e cognome. Comprensibile, visto il clima di autentico
terrore che regna sul luogo. La conferma che è tutto
assolutamente vero e credibile è data dall'occupazione fisica della zona
antistante il poliambulatorio. Tre, quattro volti poco raccomandabili seguono
ingressi e uscite. Comunicano con qualcun altro, via telefonino. Via Misteri di
Parigi, via Praga Magica. Il taxi rallenta a causa di una curva a gomito. E in quel momento si materializza una vedetta delle cosche.
In sella a un "Piaggio Exagon 125", nero.
Indossa un casco rosso, ha la visiera alzata, si vedono due occhi azzurri.
Parla in dialetto. Né veloce né lento. "Chi
cercate?", domanda senza lasciar trasparire alcuna emozione.
L'autista del taxi capisce subito di cosa si tratta. Mantiene un apprezzabile
controllo. Prende un attimo di tempo. La sentinella sporge la testa oltre i
finestrini abbassati dell'auto, rapidamente scruta i presenti, perquisisce con
lo sguardo l'auto. Poi lo incalza, mentre con la mano sinistra apre e chiude in
un attimo la cerniera del suo giubbotto blu, quasi a lasciar intendere che
dentro ci sia un'arma: "Chi cercate? Dove andate?". La risposta:
"Ci siamo persi in tutte queste stradine". La vedetta sembra seguire
un copione già usato: "Andate subito via di qui". L'autista ripete:
"Non troviamo la strada per uscire". L'uomo della camorra sembra
irrigidirsi: "Prendete a destra e poi a sinistra, jatevenne, ora". Il
taxi riparte lentamente, il "Piaggio Hexagon" è
già scomparso. Cinquanta metri più avanti, nei pressi di via
Gerusalemme Liberata, ci sono poliziotti e carabinieri intenti a controllare
alcuni sospetti. Da qui, in breve, si può raggiungere la casa bunker del
padrino in fuga, Paolo Di Lauro.
Pag 24 Il cardinale: la
vita non è un reality di Carlo Brambilla
Milano, appello di Tettamanzi: “Più solidarietà, la
gente soffre”
La vita non è un reality show. Qui si piange
davvero, si soffre davvero... La città è malata di solitudine, di isolamento, di anonimato. La solidarietà non può
esaurirsi nella concessione di un voucher... Chi ha il
compito di governare deve promuovere concretamente l’aiuto vicendevole. Non
bastano nuovi muri, il restauro della Scala, il polo fieristico, a rendere
sostenibile la vita. Ci vogliono idee, cultura, serenità
dell’avvenire... La solidarietà deve essere un valore civile, un
pilastro sociale. Il volto amico della città. Non è un caso che la nostra
Costituzione sia fondamentalmente solidaristica». Con
un forte discorso civile, che sferza gli
amministratori locali, scuote i politici e parla al cuore della città, il
cardinale Dionigi Tettamanzi si è rivolto ieri sera, solennemente, ai milanesi,
nel tradizionale messaggio alla città per la festa del patrono. Ad ascoltarlo,
nella chiesa gremita di Sant’Ambrogio, assediata dalle bancarelle natalizie
della fiera degli “Oh bej oh bej”, le autorità
- cittadine al
gran completo, i sindaci della diocesi, vescovi,
monsignori e una gran ressa di curiosi. Quando
l’arcivescovo tuona contro i “voucher”, che non bastano da soli, usando proprio
lo stesso termine bandiera di Roberto Formigoni e del suo modello lombardo per
sanità e scuola, il presidente della Regione, seduto in prima fila, non si
scompone. E all’uscita, facendo buon viso a cattivo
gioco, commenta sorridendo: «Ma certo, è vero che i buoni
da soli non bastano. Lo so anch’io. Non vedo nessuna critica al nostro modello.
Il cardinale si è rivolto alle istituzioni, ma soprattutto alle persone, a
ciascuno di noi. Per dire che è fondamentale in ogni nostra
azione la centralità delle persone. Non nasconde l’entusiasmo per il
discorso del cardinale, invece, il presidente diessino della Provincia, Filippo
Penati: «Tettamanzi ha volato davvero alto. Ha lanciato un monito molto severo.
Ci ha dato i compiti da portare a casa. Ha indicato i problemi e il metodo per
affrontarli. Ora sta a noi metterci al lavoro”. «Chi ha il compito
di governare la città deve aiutare e promuovere la solidarietà - ha spiegato
l’arcivescovo guardando negli occhi il sindaco Gabriele Albertini, anche lui
seduto in prima fila - Se ciò non avviene la città potrebbe anche mostrare solo
il volto nemico, ostile, con il rischio di favorire discriminazione e
indifferenza». Poi sul tema scottante della casa: «La
casa è per molti un miraggio o un costo insostenibile. In ogni caso non riesce
più ad essere nemmeno un sogno. Per molti è piuttosto un incubo. Quella che era
definita un tempo “classe media” si trova oggi
pericolosamente vicina alla soglia di povertà”. Per rendere possibile la
vita in una città “che è finita nella graduatoria delle città più care del
mondo», l’arcivescovo di Milano fa una proposta: dare urgentemente vita a dei
“tavoli” per studiare e cominciare a mettere in atto un progetto di vasti
orizzonti per Milano. Altro che semplice prevosto brianzolo, come qualcuno scherzosamente,
a Milano, aveva definito questo arcivescovo,
paragonato alla statura del precedente, il cardinale Carlo Maria Martini. Con
un’autorità morale riconosciuta anche fuori dai
confini della Chiesa Tettamanzi ha parlato ieri dei pilastri sociali del vivere
civile: “La solidarietà è il presupposto e l’anima della democrazia, che è
partecipazione. Se non ci fosse quel “restituire
eguaglianza” attraverso la solidarietà, che fine farebbe la democrazia? E viceversa, se non ci fosse democrazia, quale solidarietà
promossa dalle istituzioni potrebbe dirsi tale? Nessuna istituzione democratica
può essere modificata, piegata, asservita, per interessi di parte. Al di fuori
di una prospettiva di legalità limpida e forte».
Pag 24 Uno schiaffo ai
politici di
Marco Politi
Il caso ha voluto, o forse la
provvidenza, che il discorso del cardinale Tettamanzi cadesse
a pochi giorni dalla pubblicazione del rapporto Censis. Tra gli italiani che
“hanno paura”, sono disorientati e non si sentono ascoltati dalla classe politica,
l’arcivescovo di Milano manda un messaggio imperniato su una parola che sembra quasi logora, ma finisce per assumere nella
temperie attuale il senso di uno spartiacque: solidarietà. «Si esige che tu non
inganni con le tue offerte, che tu non dica cioè di
offrire di più, mentre offri di meno...». Sono parole di Sant’Ambrogio,
inaspettatamente scottanti nel momento in cui l’Italia si interroga
su una detassazione che offre un cappuccino al giorno alle famiglie in
difficoltà, mentre le attrezzature dello stato sociale si vanno sgretolando.
Solido e solidale hanno la medesima radice, sottolinea
il cardinale, rimarcando che la solidarietà va intesa come virtù civica
fondamentale, rapporto che si instaura fra i cittadini tutti, e non come un
atteggiamento compassionevole verso il bisognoso. Mentre
il clima politico si arroventa, Tettamanzi rivolge il suo monito volutamente
alla classe politica, elencando i comportamenti retti e negativi. Da ripudiare
sono specialmente «il protagonismo, il parlare a vanvera, l’infedeltà, la
disonestà, la parzialità, la menzogna, la schizofrenia costante tra parole e
comportamenti». Fra i presuli italiani il cardinale di
Milano fa parte di coloro che ritengono allarmante la deriva in cui sta
scivolando il Paese. Insieme ad una parte consistente
dell’episcopato il porporato ritiene che la politica — l’impegnarsi per il bene
comune della polis — rischi di essere stravolta completamente se si impone un
modello in cui la cultura individualista schiaccia la persona con l’effetto non
solo di affermare la sfrenata libertà dell’individuo più forte ma di
«trascinare chi è più debole in logiche perverse di imitazione dei
comportamenti del più forte». E’ di rara durezza la denuncia che Tettamanzi fa
della politica dei clan. Si tratta, dice, di
solidarietà scellerate contraddistinte da vera e propria empietà. Si tratta
dell’azione di gruppi fondati su interessi non leciti o che trasformano
l’interesse lecito in una molla di potere per fare fuori gli altri e instaurare
un sistema di ingiustizia inappellabile. Non sono
parole pronunciate a cuor leggero, parlano dell’Italia di oggi
andando ben al di là della diocesi ambrosiana, chiamano i credenti cattolici (e
anche i diversamente credenti) ad una riflessione seria e a comportamenti
chiari. Sullo sfondo sta il richiamo allo spirito profondo della Costituzione,
che è solidaristico, e tutt’altro che superato visto lo stretto legame tra
solidarietà e democrazia. Altrimenti si tornerebbe all’atto di beneficenza
compassionevole, elargita graziosamente dal sovrano. Oggi, viene da aggiungere,
non più con la corona, ma cinto del manto del populismo. Così il successore di
Martini entra nel Mar Rosso di un diffuso disagio politico e sociale, che nei
mesi prossimi appare destinato a diventare sempre più turbolento. Il cardinale
mite e tenace ne è perfettamente consapevole. Per
questo ribadisce il suo monito. Nessuno
pieghi le istituzioni democratiche a interessi di parte. Nessuno
pretenda di agire al di fuori di una legalità «limpida
e forte».
AVVENIRE
Pag 9 Tettamanzi: Milano, dov’è il tuo “cuore in mano”? di Riccardo Maccioni
L’accusa del
cardinale: troppe “distrazioni” mettono in crisi la solidarietà
Una città è fatta di
volti, di storie che si intrecciano, di gioie
condivise. Ma può anche essere «distratta» al punto da
non accorgersi dei problemi che la minano alla base. Nelle parole del cardinale
Dionigi Tettamanzi le emergenze di Milano sono innanzitutto la vana ricerca di
una casa, la solitudine degli anziani, la depressione crescente, la dispersione
scolastica. Questioni che si potrebbero riassumere in un unico termine:
indifferenza. L'arcivescovo sceglie la vigilia della festa di sant'Ambrogio per
parlare al cuore della metropoli. La sua è un'analisi lucida e senza sconti che
però non chiude le porte alla speranza. Si tratta di trovare un filo rosso che unisca gli abitanti, renda l'insieme delle persone una
comunità. Nella basilica dedicata al patrono, l'arcivescovo individua una
risposta nella solidarietà. Un valore, spiega, da costruire alla scuola di Ambrogio che nel suo De officiis suggerisce un percorso
possibile. L'obiettivo è far crescere l'armonia del rapporto sociale che è
«grazia, gratitudine, gratuità. Un benessere non inteso solo economicamente».
Nell'imponenza della basilica romanica il tempo sembra azzerato. Oggi come nei
giorni del vescovo Ambrogio, l'uomo ha fame di affetto
più ancora che di gesti materiali, per quanto utilissimi. Aiuti da regalare nel
silenzio, nell'invisibilità mentre al «nostro concitato momento storico -
riflette Tettamanzi - spesso manca proprio l'umiltà del gesto, il
nascondimento, la sobrietà di sé». Mentre
l'arcivescovo parla, l'imponente chiesa romanica diventa per così dire sua
testimone. Dentro c'è la Milano che vuole ritrovarsi unita nella preghiera. Fuori, confusa tra le bancarelle della fiera degli O'bej o'bej, la
gente che cerca la stessa cosa nel relax e nella tradizione un po' plastificata
della fiera. Domani, forse, i ruoli potrebbero scambiarsi. Il cardinale
si rivolge ad entrambe le anime metropolitane, sapendo che si tratta di pagine
affiancate di uno stesso libro. Perché c'è una malattia che
tante volte le accomuna. Si chiama solitudine, isolamento, anonimato. Il
male moderno sta racchiuso nelle case che non si trovano, nei palazzoni di
periferia, in cuori poco disponibili all'ascolto, in volti che non si aprono al
sorriso. Si tratta allora di recuperare il senso civile della solidarietà che -
spiega Tettamanzi - non va intesa come un «dovere di soccorrere chi ha meno
oppure come il surrogato laico della carità intesa come elemosina». Perché è ben altro. È il vincolo che unisce tutti i
cittadini tra loro, un orientamento del cuore, un aspetto per così dire
culturale che ha consentito il progresso dell'umanità. Naturalmente nella
ricerca, nella costruzione di questi rapporti esiste una sorta di gerarchia.
Chi la governa - spiega l'arcivescovo - ha una particolare responsabilità nel
dare un volto e un cuore alla città. Il richiamo suona particolarmente vivo per
la presenza degli amministratori civili e politici di Comune, Provincia e
Regione, dell'intellighenzia culturale ed economica. A loro Tettamanzi ricorda
che «non basta monetizzare un bisogno per risolverlo. Una città accogliente e
solidale semplifica la vita a chi è in difficoltà». Gli esempi non mancano, dal
crescente numero di anziani, all'aumento della
depressione, che «trova terreno fertile nell'anonimato della folla in cui
vengono lasciate le persone, le donne e i giovani in particolare». Un'epidemia, si potrebbe dire, che non risparmia nessun ceto o
professione. Ma altri mali si nascondono nelle
pieghe dell'individualismo. Del singolo certo, ma anche di gruppo. «Ci si può
trovare - avverte Tettamanzi - di fronte a categorie di individui
che si associano per il peggio». Per così dire «solidarietà
scellerate», nate da interessi non leciti o da interessi che diventano illeciti
quando il potere del gruppo è usato per schiacciare gli altri. Si tratta
allora di toccare il cuore di una metropoli che nel suo dna ha una forte anima solidaristica. Una tradizione da
reinventare» - spiega l'arcivescovo - puntando più ancora che sulle costruzioni
materiali, sulla qualità della vita. Perché non basta
la riqualificazione del tessuto urbano a garantire la
vivibilità. «Dove sta la sostenibilità della vita? -
si chiede -. Dove sta la sostenibilità dello sviluppo
e del progresso nel suo insieme? Quale progetto complessivo per Milano e la
sostenibilità della vita a Milano oggi e negli anni che verranno? C'è l'idea di
una direzione di marcia?». Il lavoro dunque non manca. Si tratta di puntare su
idee nuove e di sconfiggere gli errori di percorso. Nella chiesa gremita
Tettamanzi si sofferma innanzitutto su quelle che chiama «distrazioni». Ne sono
un esempio «la non frequenza scolastica di migliaia di bambini stranieri e la
questione dei giovani uccisi dalle sedicenti sette sataniche». Il primo caso
chiama in causa il disinteresse. «Perché non ci siamo
accorti» dei bambini che non vanno a scuola? - domanda il cardinale-. Vivevamo
altrove o abbiamo distolto lo sguardo?». Sempre che non si
spacci per tolleranza quella che rende indifferenti e non esprime attenzione e
stima per l'altro. Del resto l'esperienza insegna che la distrazione
apre le porte a tanti comportamenti sbagliati, magari criminali. «Il diavolo -
aggiunge il cardinale - si fa strada anche per la nostra imperdonabile
distrazione! E se invece che del diavolo si trattasse di stupidità
autodistruttiva o omicida sarebbe lo stesso». Ma c'è una altro problema che in questa sera fresca, appena velata
di nubi, tocca particolarmente il cuore del cardinale. Un
tema su cui Milano tutta è chiamata all'esame di coscienza. Si tratta
della ricerca di una casa. Per molti un miraggio dal costo
insostenibile. Per altri solo un sogno, o piuttosto, un incubo. Nella
sua analisi Tettamanzi ricorda anche come «quella che era definita "classe
media" si trova oggi pericolosamente vicina alla
soglia di povertà». La riflessione, porta con sé domande
inevitabili. È difficile immaginare un progetto, che «che dia risposte
consistenti sul problema della casa?». Più in generale - aggiunge l'arcivescovo
- «sulla questione dei redditi e della grave perdita del potere d'acquisto è
difficile immaginare un tavolo che, riunendo le forze economiche commerciali e
politiche, si interroghi seriamente su come rendere
possibile la vita in città?». In altre parole, se vuole riappropriarsi della
sua tradizione solidaristica, che l'ha fatta definire «città con il cuore in
mano» Milano deve ricominciare a «studiare e mettere in atto un progetto di
vasti orizzonti». Un obiettivo non facile. Per realizzarlo - conclude
Tettamanzi - serve un ripensamento più aderente all'oggi e al mutato contesto
sociale». Occorre soprattutto «una rinnovata azione culturale e un forte
impegno di educazione della coscienza che non possono
avere altro punto di partenza che la riscoperta della vera e autentica
concezione della persona umana».
Pag 29 Cristiani, facciamo la differenza di Riccardo Maccioni
Enzo Bianchi: “Invece di
sentirci sotto l’assedio dei laici, dobbiamo mostrare che i nostri valori sono
al servizio dell’umanità e rendono la vita più buona e felice”
L'errore più grave sarebbe chiudersi in difesa,
rifugiandosi nel catenaccio dei dogmi e della dottrine.
Invece occorre giocare a tutto campo, puntando su
rigore e creatività. Nella partita con la società contemporanea, Enzo Bianchi
non vede i segni di un cristianesimo sotto assedio. Legge
semmai la necessità di un popolo di Dio consapevole della propria identità e
per questo disponibile al dialogo vero, maturo. «Dobbiamo renderci conto
che in Occidente, nelle nostre società post cristiane esiste ormai un gap tra
gli stili di vita espressi da una secolarizzazione avanzatissima e i valori che
si ispirano al Vangelo - spiega il priore della
comunità monastica di Bose -. Si pensi ad esempio alle questioni etiche, in
particolar modo in campo sessuale».
Si tratta di trovare un linguaggio adeguato in campo
antropologico.
«Sotto l'impulso di una cultura sempre più
consumistica e libertaria l'Occidente ha smarrito alcuni orizzonti. Penso al
valore della communitas e al rispetto per la dignità di ogni
persona. Ma anche verso le grandi sfide lanciate dalla
tecnologia il divorzio con la cultura cristiana appare evidente».
Si tratta di trovare il modo di dialogare senza
conflitti.
«Noi cristiani dobbiamo uscire dalla schizofrenia per cui sovente disapproviamo a parole comportamenti che poi
finiamo per vivere a nostra volta. Occorre uno scatto che faccia vedere la
"differenza cristiana" nelle scelte concrete, quotidiane. Il secondo
avvertimento, per così dire, è trovare un linguaggio che ci permetta
di tradurre in campo antropologico i valori ispirati dal Vangelo».
Bisogna imparare a parlare in termini comprensibili
a tutti, anche ai non cristiani.
«Dobbiamo mostrare che i valori cristiani sono al
servizio dell'umanità, permettono all'uomo di trasformare la sua vita in un'opera
d'arte, un capolavoro».
Si tratta di presentare questi valori in modo per
così dire umile, senza arroganza.
«Innanzitutto dobbiamo, mi ripeto, motivarli
antropologicamente, indicare le ragioni umane che sono
alla base delle nostre scelte. Faccio un esempio: il no al matrimonio tra
omosessuali non va motivato in termini di tradizioni bibliche e teologiche. Si
deve capire che le nostre decisioni sono al servizio dell'uomo, della polis,
servono a tutti».
Torna dunque il valore del dialogo che nasce tra le persone.
«Certo. Nella Pentecoste la Chiesa ha parlato il linguaggio degli uomini, non ha chiesto agli
uomini di comprendere il suo vocabolario».
Dalle scelte delle parole deriva anche lo stile del
dialogo.
«Dobbiamo evitare la tentazione di salvaguardare il
cristianesimo come cultura dimenticando che la nostra è innanzitutto una fede.
Strettamente legato a questo è il rischio dell'ateismo clericale che difende
alcune posizioni in nome, ancora una volta, di una cosiddetta cultura cristiana identificata con l'Occidente. Una
posizione che svilisce l'identità del seguace di Gesù, che è un discepolo non
un militante».
Nel rapporto con le religioni quale dev'essere il
ruolo della laicità?
«La laicità, così come viene
ispirata dal Vangelo, è il riconoscimento serio di Cesare, cioè di un'autorità
all'interno della polis, che permette alle religioni di esprimersi
pubblicamente impedendo che si sviluppi intolleranza e fondamentalismo».
L'Europa, sostengono in molti, rischia
l'islamizzazione.
«Dico sì al dialogo ma con un atteggiamento
sapienziale, ricco di discernimento. Qualche volta ci si
accosta al confronto interreligioso senza la dovuta preparazione. Invece bisogna essere consapevoli della propria identità, averla ben
maturata. Il dialogo ad ogni costo può portare al relativismo di tutte
le fedi, in cui una vale l'altra. La comunità cristiana deve approfondire la
propria specificità in modo da dialogare senza rinunciarvi. E
mi permetto di dire che non bisogna temere tanto il confronto con l'islam che
fa pur sempre parte del nostro mondo. Semmai dobbiamo
prepararci al dialogo con l'Estremo Oriente, con il confucianesimo, con
l'ideologia che si sprigionerà da Cina e India».
Torna la questione dell'identità.
«Il vero problema è che la comunità cristiana
talvolta manca di speranza, appare frustrata, senza gioia, soffre
dell'incapacità di comunicare il Vangelo. La grande sfida con il futuro è
chiederci se siamo capaci di mostrare che il cristianesimo ci permette una vita
bella, buona e felice come quella di Gesù Cristo».
IL GAZZETTINO
Pag 1 Il mercatino
degli ideali in crisi di Massimo Fini
Solo in Italia, credo (e spero) le sorelle Lecciso
possono diventare un caso e solo in Italia, credo (e spero) può andare avanti
per giorni, riempiendo le pagine di tutti i giornali, una polemica condita con
insulti e controinsulti, come quella nata sull'infelice battuta di Romano Prodi
sui "mercenari" di Forza Italia. Invece di dare luogo alle solite
"baruffe chiozzote" farebbero forse meglio a
interrogarsi sull'esigenza che ha spinto Silvio Berlusconi, uomo pragmatico, a
servirsi di mille giovani, regolarmente pagati, per fare propaganda a Forza
Italia nelle prossime elezioni regionali. Perché è un'esigenza le cui ragioni hanno radici profonde che riguardano tutti i partiti
e non certamente solo quello di Berlusconi, il quale in questo caso, come in
altri, ha avuto il merito di non essere ipocrita. In Italia i partiti,
soprattutto quelli di sinistra e la Democrazia cristiana, hanno sempre avuto
apparati enormi, mostruosi, che non hanno uguale in nessun altro Paese
dell'Occidente. In un'inchiesta che feci per "Il
Settimanale" agli inizi degli anni Ottanta veniva fuori che più di un
milione di persone era stipendiata dai partiti. O
indirettamente attraverso vari marchingegni, come, per esempio, i famigerati
"distacchi sindacali" e anche non sindacali (uno prendeva lo
stipendio da un ente pubblico, ma in realtà lavorava per il partito che lì lo
aveva messo). O direttamente, attraverso il sistema delle tangenti che serviva
a finanziare, decurtato del "magna magna" personale, i famosi
"costi della politica" (chi non ricorda, per esempio, i faraonici
Congressi del Psi di Bettino Craxi con strutture da
piramide di Cheope disegnate dallo pseudoarchitetto Filippo Panseca?). Un sistema che, nei primi anni Novanta, era diventato una piovra
così tentacolare da portare il Paese vicino al collasso. Oggi,
ridimensionato il settore pubblico, fattisi più attenti i cittadini, i
"distacchi" sono meno facili, in quanto alle
tangenti esistono sempre, ma dopo "Mani Pulite", benché si sia
tentato in tutti i modi di innocuizzare la Magistratura, bisogna agire con una
certa cautela e una minor sfrontatezza perché l'impunità non è più garantita al
cento per cento. Detto e precisato questo, non v'è dubbio che fino a qualche
decennio fa intorno ai partiti e ai loro apparati ruotassero
anche moltissime persone animate da sincera passione politica che operavano
disinteressatamente e gratuitamente. Il tanto decantato crollo delle ideologie
ha ucciso queste passioni. Per un'idea come quella comunista,
se autenticamente vissuta, si poteva dare il proprio tempo e, in circostanza
decisive, anche la vita, per Fassino, pur con tutto il rispetto per quest'uomo
sicuramente onesto, materialmente e intellettualmente, neanche un'ora.
Chi militava nella Democrazia cristiana era animato, in molti casi, da un
sincero "spirito di servizio", come lo chiamavano i Dc, che è davvero molto difficile individuare nei partitini della
diaspora. Chi stava nell'Msi negli anni Settanta od
Ottanta aveva tutto da perdere e nulla da guadagnare e quindi la sua adesione
non poteva avere che motivazioni ideali. E così via. Oggi,
caduto il velo delle ideologie, il re è nudo e i partiti si svelano, appunto,
agli occhi dei cittadini, perlomeno della loro stragrande maggioranza e
soprattutto dei giovani che, in ragione della loro età, non sono stati
intossicati da decenni di retorica sulla democrazia rappresentativa, per ciò
che sono sempre stati: delle minoranze organizzate per curare soprattutto i
propri affari, delle oligarchie che lottano ferocemente per il potere non per
gestire in modo decente la cosa pubblica ma per spartirselo a vantaggio
unicamente dei propri adepti. Minoranze organizzate che si azzuffano di giorno,
per la platea, e si accordano di notte, al riparo da sguardi indiscreti,
perpetuarsi in quanto classe, la classe politica, e su
come spennare meglio, dietro roboanti parole quel pollo istituzionale, vittima
designata della democrazia rappresentativa, paria invece che pari, che è il
cosiddetto cittadino comune. L'avvento sulla scena di Silvio Berlusconi aveva
suscitato grandi, e legittime, speranze che un uomo così particolare e
singolare riuscisse a sbaraccare quello che lui stesso
chiamava, con giustificato disprezzo, "il teatrino della politica".
La politica italiana si mostra, ormai inequivocabilmente, per quello che è:
un'accozzaglia di mediocri, che si mettono e tengono insieme proprio perché
mediocri, incapaci - e in realtà nemmeno interessati - di gestire un Paese e
forse nemmeno un condominio. Per tutte queste ragioni il solco fra i partiti e
la cittadinanza non è mai stato così profondo. In un
recente sondaggio il Parlamento, dove i partiti operano ufficialmente, occupa,
fra le istituzioni l'ultimo posto nella fiducia degli italiani, preceduto anche
dalla denigratissima Magistratura e persino dall'Unione Europea che pur ci ha
procurato, finora, solo angustie economiche. E sono
convinto che se nel sondaggio la voce "Parlamento", che in una
democrazia conserva pur sempre una certa aureola, fosse stata sostituita da
quella "Partiti" la fiducia sarebbe scesa a livelli vicini allo zero.
Oggi i partiti si bazzicano per il potere, per ricavarne vantaggi, favori,
prebende, per ritagliarsi rendite di posizione e di carriera a danno degli
altri, di quelli che rifiutano di umiliarsi infeudandosi, ma in tutto questo la
passione politica non vi ha più alcun posto, nemmeno come illusione. Silvio
Berlusconi, stipendiando i mille giovani per uso di propaganda, non ha fatto
altro che prendere atto della realtà.
Pag 1 Per chi suona
quella campana
di Alberto Sensini
Peccato. Peccato che ancora una
volta i nostri politici abbiano perso l'occasione per approfondire il tema del
rapporto fra politica e costi. L'antefatto, ormai, è fin troppo noto.
Con una uscita a dir poco inelegante, severamente
criticata su Repubblica da un ottimo politologo non certo di destra, come il
professor Ilvo Diamanti, Romano Prodi ha definito «mercenari» i giovani
collaboratori che Berlusconi ha intenzione di utilizzare nei collegi, in vista
delle prossime politiche. Di qui, come già sapete, una dura
polemica fra chi - dal centrodestra - respinge quell'accusa giudicandola
giustamente infamante e chi - dal centrosinistra e sia pure con un certo
imbarazzo - difende il Professore. Ne è venuto
fuori uno stucchevole schema esplicativo, secondo cui il centrosinistra campa
solo di generoso volontariato mentre il centrodestra vive solo di impegni
pagati a suon di euro. Il povero Max Weber, il grande
sociologo di fine Ottocento, si rivolterà nella tomba nel sentire in che modo
la sua famosa distinzione, fra chi vive di politica e chi vive per la politica,
sia stata piegata in una banale rissa da cortile. Ora, è del tutto evidente,
come argomentava Diamanti, che «il professionismo politico nei partiti di
centrosinistra ha radici profonde e risulta ancora
radicato e che il ricorso al marketing politico è trasversale e diffuso anche a
sinistra». Ed è anche evidente che quello schema che
vorrebbe tutti «buoni» i collaboratori del centrosinistra e tutti «venduti» i
collaboratori del fronte avverso è un esempio irritante di manicheismo da
comizio. Ma quella polemica, che purtroppo si è arenata sulla «gaffe» del
Professore e sulle risposte legittime degli avversari, poteva essere una buona occasione per discutere pacatamente, finalmente, sul
rapporto fra politica e costi nei tempi moderni, ora che sono placati i venti
virtuisti dopo il fall-out di Tangentopoli. In realtà - e sarebbe ora di
riconoscerlo apertamente e senza pudori ridicoli - la politica ha un costo.
Sedi, campagne elettorali, stampa di partito,
struttura organizzativa degli apparati, sono tutte voci costose, coperte in
minima parte dai rimborsi ufficiali. Tanto è vero che, molto spesso, il
pagamento di quelle prestazioni non avviene nella forma temporanea dello
stipendio o del rimborso spese, bensì con l'occupazione permanente e sistematica
dei posti di sottogoverno. Posti che vanno dal piccolo impiego in una Asl al seggio di consigliere di banca o di organismi
pubblici o parapubblici. Prodi, queste cose le sa benissimo. E
sa anche, il Professore, che in questa pratica di «politica remunerata» non c'è
distinzione fra destra e sinistra che tenga. Un solo esempio, passato anche
questo sotto silenzio e non per caso: sapete che tutte le Regioni, nel
riformulare i propri Statuti secondo la riforma dell'articolo V della
Costituzione, hanno aumentato i posti di consiglieri e quindi a cascata di assessorati, funzionari, uffici e via spendendo, anche là
dove gli elettori non sono affatto aumentati? Sapete che questa riforma
silenziosa porterà, fin dai prossimi mesi, a un
aumento di un centinaio di consiglieri regionali? E sapete che, nel frattempo,
destra e sinistra fanno a gara nel proporre e far
passare in Parlamento il varo di nuove province, (che ormai sono più di 100!),
cosa chiaramente contraddittoria con i maggiori poteri dati alle Regioni? Fra i
tanti malanni da cui è afflitto il nostro Paese, insomma, c'è anche questa elefantiasi di cariche pubbliche che non ha alla
radice la necessità di un maggior numero di esponenti, ma - appunto - la voglia
dei partiti di «compensare» in modo indiretto ma assai sostanzioso i propri
adepti. Vogliamo parlarne finalmente? O davvero tutto finirà quando l'eco delle
accuse di Prodi e delle risposte di Berlusconi sarà
stato travolto da altre, prevedibili e poco gradevoli, polemiche? Scagli il
primo euro chi è convinto che così non accadrà.