RASSEGNA STAMPA di giovedì 18 novembre 2004

 

seconda edizione

 

SOMMARIO

 

“L’economia deve riscoprire l’etica e non esiste solo il profitto”:

è il proclama del Presidente della Camera di Commercio di Venezia

Massimo Albonetti alla vigilia della sua riconferma. A Mestre scatta la deroga

alle targhe alterne per chi porta i bambini all’asilo… (a.p.)

 

2 - PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag XI Al via i restauri di San Zaccaria. Due anni di lavori alla facciata di Titta Bianchini

Operazione finanziata da comitati olandesi, americani e inglesi

 

Pag XIX Un’opera di Ernani Costantini nella chiesa della Resurrezione

Il graffito benedetto dal patriarca Scola a Marghera

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag VII Festa della Madonna della Salute

A Venezia

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VII Incontro di preghiera

A Zelarino (Saveriani)

 

LA NUOVA

Pag 30 La Chiesa e l’altro governo di Giuseppe Barbanti

Gli anni della Dc in “Scribovobis” di Marton

 

TGR RAI VENETO di mercoledì 17 novembre 2004

Servizio e interviste sul sesto convegno della Pastorale diocesana della Salute sul tema “La salute è ancora un diritto?”

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

IL GAZZETTINO

Pag 10 Albonetti: “Attenti allo straniero” di Davide Scalzotto

Oggi la conferma del presidente della Camera di Commercio di Venezia. E’ allarme colonizzazione

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag IX Albonetti: “L’economia deve riscoprire l’etica” di Davide Scalzotto

Il rendiconto della Camera di Commercio: in provincia crescono i servizi e il Pil ma non esiste solo il profitto. Bilancio sociale, un’opportunità per responsabilizzare le imprese

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Vongolari in corteo, assedio in mezzo alla laguna di G.G.

Quattro mesi di fermo, due incendi dolosi. Solimini: “Il progetto va avanti ma dovete denunciare le intimidazioni”

 

Pag 9 Niente targhe alterne per portare i bimbi a scuola di Francesco Bottazzo

Il Comune concede la deroga per il tempo necessario ad accompagnare i figli a nidi e materne

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag VIII Giudecca, i bambini della casa con le sbarre di Daniela Boresi

Nel carcere femminile uno spazio per le mamme e i loro piccoli. De Poli: può essere un modello ma va migliorato

 

LA NUOVA

Pag 18 Un milione di euro per la cultura puntando su giovani e scuole di Roberto Lamantea

I programmi dell’Assessore alla Cultura Massimo Donadi

 

Pag 25 Caparozzoli, la miniera d’oro che vale una guerra in laguna di Ugo Dinello

Manifestazione ieri con arrivo alle Zattere. Il Consorzio di gestione ora rischia di spaccarsi

 

Pag 26 “Un vertice con badanti e senegalesi” di a.v.

Provocazione di d’Elia dopo il summit di Ca’ Foscari: “La città è questa”

 

8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 Se la politica si fa altrove di Ugo Savoia

Regionali e candidati

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag I Gemellini rumeni, soli, in fuga dalla miseria di Nicoletta Cozza

La madre decide di separarsi dai figli dodicenni perché possano avere un futuro. Il lungo viaggio in autobus dalla Romania

 

Pag III “Oggi ci sono in giro persone che uccidono per cinquanta euro” di Giordano Gommoni

Mestre. L’ex comandante dei carabinieri parla della malavita attuale a confronto col passato

 

9 – GVRADIO INBLU (Fm 92 e 94.6)

 

Oggi pomeriggio parliamo di Africa con Francesco Fantini e la sua mostra fotografica “W Nairobi W” (inaugurazione domenica prossima a Padova)

 

ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Tecnici e politici di Francesco Gavazzi

 

Pag 3 La ricerca di un’intesa e l’ombra del baratto di Massimo Franco

 

CORRIERE DELLA SERA MAGAZINE

Pag 46 Perché la Chiesa non crede al vangelo secondo Rocco di Vittorio Zincone

Teo-cons” e dintorni

 

Pag 48 Insisto, fate sparire i preti dai bivacchi della tv di Aldo Grasso

Altro che “apparizioni a fin di bene”: i religiosi sullo schermo banalizzano la fede (a parte un’eccezione)

 

LA REPUBBLICA

Pag 13 Il segreto dei militanti della fede: vincere con le armi del nemico di Simon Schama

L’America dei devoti non è arretrata ma moderna e combattiva. Per fare proseliti usa blog e siti web

 

IL FOGLIO

Pag 2 Torna la religione, non buttiamola tutta in sociologia di Francesca Pierantozzi

Incontro con Alain Finkielkraut su laicità e integralismo. Perché l’integrazione degli islamici riesca, l’Europa deve accettarsi e deve reinsegnare il cristianesimo nelle scuole

 

IL GAZZETTINO

Pag 5 Al Nord la Lega apre la sfida dei Governatori di Andrea Bianchi

Spuntano i nomi dei trevigiani Zaia e Covre per il Veneto e dell’attuale ministro al Welfare Maroni per la Lombardia

 

AVVENIRE

Pag 21 Medio Oriente, laicità cercasi di Camille Eid

L’azione dell’Occidente nell’area e il rischio che aumenti l’integralismo mentre non cresce un islam moderato. Parla il politologo libanese Corm

 

Pag 22 Oltre i ghetti della tolleranza di Alessandro Zaccuri

Le fedi e la laicità in Europa: quali prospettive? A confronto Massimo Cacciari e Giuliano Ferrara

 

 

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2 - PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag XI Al via i restauri di San Zaccaria. Due anni di lavori alla facciata di Titta Bianchini

Operazione finanziata da comitati olandesi, americani e inglesi

 

Il parroco mons. Carlo Seno l'ha comunicato così ai suoi quasi millecinquecento parrocchiani: «In questi giorni abbiamo visto alzarsi davanti alla nostra bella chiesa imponenti impalcature. Segnano l'inizio di un'opera di revisione completa della facciata, dalla base al timpano, restauro consentito dai finanziamenti congiunti di un Comitato olandese e di uno statunitense». Il "messaggio" è stato subito commentato dalla gente, che ha chiesto spiegazioni sulla durata, sull'entità e se la chiesa avrebbe "sofferto" per l'accesso dei fedeli alle funzioni e dei visitatori e turisti ai suoi tesori artistici. "Nulla di tutto ciò", è stata la risposta, tutto proseguirà come prima: celebrazioni e visite, solo che, per un paio d'anni e forse più, ci si dovrà adattare a veder questo gioiello architettonico della rinascenza ingabbiato e sotto i delicati arnesi di specialisti di alta tecnologia. San Zaccaria: una fusione di elementi e schemi gotici per un effetto di solenne e slanciata grandiosità. Ed anche chiesa tra le più visitate, probabilmente, dopo la basilica di San Marco, con un via vai di turisti senza precedenti, specie da quando - non è molto - è stato istituito l'approdo dei grandi lancioni nella vicina zona di Riva degli Schiavoni. I lavori, per un importo di 500.000 euro, secondo i programmi dell'Unesco, tramite il Comitato che riunisce Associazioni e Organizzazioni private per la Salvaguardia di Venezia (l'Olandese "Stichting Nederlands Venetie" e lo statunitense "Venetian Heritage") riguardano la totale pulitura esterna, da tempo bisognosa di revisione per l'usura del tempo e dal male principale che affligge oggi i monumenti cittadini: umidità e presenza massiccia dei colombi. Nel programma dei lavori è previsto pure il completo restauro della Cappella di Sant'Atanasio de "La Vergine con Putto e Santi", un prezioso dipinto di Jacopo Palma il Vecchio, donato alla chiesa nel 1880 dal medico Pietro Pellegrini. Per questo ulteriore intervento il Comitato inglese "Venice in Peril Fund" ha messo a disposizione 25.000 euro che vanno pertanto ad aggiungersi alla cifra iniziale e riguardante tutti i lavori "esterni". Tra due anni, si è detto, ma vale la pena di attendere questo tempo per poi poter ritrovare, nel suo originale e antico splendore, un autentico e prezioso scrigno, custode attento dei massimi geni dell'arte pittorica, definito anche in un libricino della chiesa "ricca e leggiadra espressione di storia e di arte, affinché giovi ad elevazione spirituale ed a conferma di imperituri valori".

 

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Pag XIX Un’opera di Ernani Costantini nella chiesa della Resurrezione

Il graffito benedetto dal patriarca Scola a Marghera

 

È stato il patriarca, Angelo Scola in persona a benedire solennemente - nel corso della sua recente visita alla parrocchia della Resurrezione al quartiere Cita di Marghera - l'ultimo lavoro del famoso pittore veneziano, Ernani Costantini. L'artista - ormai ultraottantenne, ma ancora in piena attività - ha eseguito, negli ultimi quarant'anni, molti dipinti religiosi in diverse chiese dell'area veneziana; vere e proprie "sacre rappresentazioni" tutte di notevoli dimensioni. Anche quest'ultima grande opera - un graffito che si estende su una superficie di oltre venti metri quadrati - è stato realizzato da Costantini sul posto con un conseguente notevole impegno di forze e di tempo. Sotto l'opera d'arte - collocata sopra il portale della chiesa - troneggia la scritta "Chi rotolerà via la pietra del sepolcro?". Nella stessa chiesa della Resurrezione ci sono altri tre importanti dipinti dell'artista lagunare tra i quali una grande "Resurrezione di Gesù" alta otto metri.

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag VII Festa della Madonna della Salute

A Venezia

 

Il 21 novembre a Venezia si festeggia, tra riti solenni e pellegrinaggi, la Madonna della Salute. Il pellegrinaggio ufficiale della città inizierà sabato 20 alle 9.45 con la processione da San Marco e santa messa alla presenza delle IX Congregazioni del clero. Alle 18.15 inizio del pellegrinaggio dei giovani alla basilica della Salute con partenza da campo San Vio e da campo Santa Margherita. Alle 19 arrivo in basilica e intervento del patriarca Angelo Scola. Domenica 21 alle ore 10 solenne pontificale presieduto dal patriarca Angelo Scola alla presenza delle autorità cittadine.

 

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IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VII Incontro di preghiera

A Zelarino (Saveriani)

 

Oggi alle 16 alla casa dei Saveriani a Zelarino consueto incontro di preghiera per le vocazioni e le missioni.

 

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LA NUOVA

Pag 30 La Chiesa e l’altro governo di Giuseppe Barbanti

Gli anni della Dc in “Scribovobis” di Marton

 

Dalla scomparsa della Democrazia Cristiana sono profondamente cambiati i rapporti fra gerarchie ecclesiastiche e credenti che compiono la scelta della militanza partitica che hanno invece segnato un’intera epoca del nostro paese. «Scribovobis. Storie di vescovi, giovani e contadini nel Veneto bianco degli anni ’50» (Piazza Editore, 2004, 15 euro), il libro di Giuseppe Marton, uomo politico trevigiano, presentato nei giorni scorsi presso la Fondazione Settembrini per iniziativa dell’associazione I popolari, ripercorre, con riferimento a più realtà del Veneto, esperienze che documentano i diversi modi di intendere il non facile rapporto fra vescovi e militanti democristiani in quegli anni. Sono emersi in particolare dai contributi di Giorgio Longo, già sindaco di Venezia e parlamentare, e Carlo Vian, due protagonisti di vicende anche veneziane rievocate in un capitolo del libro, i riflessi che le valutazioni delle gerarchie hanno avuto sulle decisioni assunte dalla Democrazia Cristiana sul governo della città nel 1956. La questione sul tappeto era l’apertura da parte della Democrazia Cristiana al Partito socialista per assicurare una giunta e un sindaco alla città lagunare: Longo ha ricordato i diversi e talora pesanti interventi delle gerarchie ecclesiastiche venete, che si intrecciano con quelli dell’allora segretario nazionale Dc Amintore Fanfani, per impedire quell’ingresso delle forze di sinistra al governo della città che si sarebbe realizzato solo nel 1962 in un clima radicalmente cambiato. La vicenda è strettamente legata alle vicissitudini del periodico «Il popolo del Veneto» allora diretto da Wladimiro Dorigo, strenuo sostenitore assieme a Longo, di questa apertura, che pagò personalmente per questa sua scelta e venne infatti rimosso dalla direzione del periodico.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

IL GAZZETTINO

Pag 10 Albonetti: “Attenti allo straniero” di Davide Scalzotto

Oggi la conferma del presidente della Camera di Commercio di Venezia. E’ allarme colonizzazione

 

Venezia. Si era insediato lo scorso anno, alla scomparsa di Marino Grimani. Domani mattina Massimo Albonetti sarà riconfermato presidente della Camera di commercio di Venezia, con una votazione pressoché plebiscitaria del consiglio. Ora che avrà a disposizione cinque anni (la nomina scadrà nel 2009), Albonetti potrà impostare un programma a medio-lungo termine, seguendo la linea indicata dal patriarca Angelo Scola. Un'alleanza, quella tra Curia e Camera di commercio, sempre più salda. Il cardinale Scola più volte ha messo in guardia imprenditori e politici di fronte al rischio di uno sviluppo basato solo sul profitto e a un modello di crescita sbagliato. Concetto ribadito ieri da Albonetti, durante la presentazione del bilancio sociale dell'ente camerale.

Presidente, lei e il patriarca sembrate credere molto nella necessità di una "conversione" morale dell'economia...

«Il patriarca ha ragione quando parla di perdita di valori, di bisogno di riscoprire la vocazione al sacrificio e alla famiglia che hanno contribuito a far crescere il Veneto. La nostra economia non può reggersi solo sul profitto, ma ha bisogno di una sua etica. Molti lo possono interpretare come un segnale di debolezza, ma io credo che invece sia un punto di forza per una crescita anche sociale».

Lei ha lanciato anche un altro messaggio al Veneto e al Nordest: attenzione alla perdita di competitività e al rischio di diventare terreno di conquista da parte dei grandi capitali stranieri...

«Il pericolo è reale, basta vedere gli appetiti che suscitano le nostre autostrade. Abbiamo blindato la Brescia-Padova con un patto di sindacato, per garantire il controllo veneto della società e proteggerla da assalti esteri».

Un rischio che riguarda anche fiere (Padova e Verona, ad esempio) e aziende multi-utility...

«È vero. Finché si tratta di rinunciare ai nostri utili per investire nello sviluppo di queste società, possiamo anche resistere. Ma non siamo in grado di sborsare decine di milioni di euro per ricapitalizzarle, in questo caso rischiamo di essere perdenti di fronte a cordate straniere».

La strada del patto di sindacato tra enti pubblici può rappresentare una difesa?

«Sì, ma non basta. Per restare sull'esempio delle autostrade, a mio avviso non ha più senso tenere divise le due società che operano nel nostro territorio. La Brescia-Padova e la Padova-Venezia dovrebbero unirsi. La seconda gestirà Passante e Nuova Romea, non possiamo permetterci che il Veneto ne perda il controllo».

Ma secondo lei come si è arrivati al pericolo di colonizzazione straniera?

«La strada l'ha aperta la crisi del nostro sistema finanziario. È la naturale conseguenza della perdita di competitività delle banche venete».

 

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IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag IX Albonetti: “L’economia deve riscoprire l’etica” di Davide Scalzotto

Il rendiconto della Camera di Commercio: in provincia crescono i servizi e il Pil ma non esiste solo il profitto. Bilancio sociale, un’opportunità per responsabilizzare le imprese

 

Un'economia votata al commercio e destinata a crescere nei servizi, con un'industria meno forte rispetto al Veneto e all'Italia, ma che può scommettere sulle tecnologie. Un'economia resa vitale più dalle società di persone che da quelle di capitali, che però per creare benefici sociali non deve guardare solo al profitto, ma seguire la strada indicata dal patriarca Angelo Scola, puntando sull'etica e riscoprendo i valori del lavoro e della famiglia. È questa la fotografia che emerge dal bilancio sociale della Camera di commercio, presentato ieri nella sede di Calle Larga XXII Marzo. Le cifre, esposte nella tabella a fianco, confermano che la provincia di Venezia ha un valore aggiunto pro capite pari a 24.013 euro superiore al dato regionale (22.828 euro) e a quello nazionale (1.677 euro), con un tasso di disoccupazione che nel 2003 è stato del 4 per cento (contro il 3.4 veneto e l'8.7 nazionale). Le imprese, alla fine dell'anno scorso, erano 87.523 con un tasso di crescita sul 2002 dello 0.7 per cento, inferiore a quello regionale (0.8) e a quello italiano (1.5). Il settore più consistente è quello del commercio, con il 27.6 per cento sul totale delle imprese attive (seguono industria con il 25.3 e servizi con il 17.2). Alberghi e ristoranti rappresentano l'8 per cento delle aziende, ben più di quanto non accada per il tessuto economico regionale e nazionale (5 per cento) a testimonianza dell'importanza del turismo. Il 22.7 per cento delle imprese è gestito da società di persone (sopra alla percentuale italiana e veneta), il 64.1 sono a conduzione individuale e solo l'11.5 per cento è rappresentato da società di capitale. Ultimo dato significativo, quello del commercio con l'estero. La Cina rappresenta il mercato di maggior espansione, con un incremento del 111.6 per cento del valore delle esportazioni rispetto al 2002. Resiste, invece, il primato della Germania, pur in presenza di un calo del 5.9 per cento. Ma quali sono le prospettive future? Massimo Albonetti, presidente della Camera di commercio, ha indicato alcune linee guida. Se i servizi rappresentano un settore in crescita (e lo dimostra l'aumentata rappresentatività nella giunta camerale, a scapito dell'agricoltura), l'industria dovrà puntare soprattutto sulla ricerca e sull'innovazione, mentre la politica dovrà garantire un sistema di infrastrutture moderno. «La nostra commissione trasporti - ha spiegato Albonetti - ha calcolato quale sia l'impatto della carenza di infrastrutture sul nostro sistema economico. Noi, per parte nostra, abbiamo dato impulso alla sublagunare. L'opera è inserita nella Legge obiettivo, ora si aprirà il bando e, sebbene ci possano essere discussioni politiche, ben difficilmente sarà un progetto irreversibile». Ma su un punto Albonetti è stato chiaro, allacciandosi al messaggio lanciato più volte dal patriarca, che ieri alla presentazione del bilancio ha mandato un suo rappresentante. «La nostra economia - ha detto - non può reggersi solo sul profitto, ma ha bisogno di una sua etica. Molti lo possono interpretare come un segnale di debolezza, ma io credo che invece sia un punto di forza per una crescita anche sociale. Il cardinale Scola ha ragione quando parla di perdita di valori, di bisogno di riscoprire la vocazione al sacrificio e alla famiglia che hanno contribuito a far crescere il Veneto».

 

Con la redazione di un "bilancio sociale", la Camera di commercio si è posta come capofila nell'assunzione di una responsabilità sociale attraverso la sua attività. Responsabilità sociale significa attenzione agli effetti sui cosiddetti "stakeholder" (o portatori di interesse), vale a dire "chiunque abbia legittime attese nei confronti di un'organizzazione e sia in grado di condizionarla". Quindi tanto un'impresa, quanto un ente pubblico (anche la Provincia e il Comune hanno presentato il loro bilancio sociale) hanno la possibilità di calcolare la ricaduta della loro attività e di quantificare la creazione di benessere e di cicli virtuosi nell'indotto, gli investimenti in sviluppo, innovazione e infrastrutture, il miglioramento delle condizioni di vita nell'area in cui si trovano ad operare. Ogni azienda è chiamata a dotarsi di un bilancio sociale, secondo le direttive europee, e lo può depositare (con un costo modesto: 8 euro) nel registro delle imprese per darne pubblicizzazione.In questo campo è stato presentato ieri il progetto Csr (Corporate Social Responsability). Il progetto rientra nell'ambito di un protocollo d'intesa sottoscritto tra il ministero del lavoro e delle politiche sociali e Unioncamere, volto a recepire e ad attuare sull'intero territorio nazionale le indicazioni espresse dalla Commissione europea in materia di responsabilità sociale. L'iniziativa prevede, tra le altre cose, la costituzione di uno sportello virtuale attraverso la predisposizione di un apposito link all'interno del sito internet camerale (www.ve.camcom.it) più due sportelli fisici che saranno operativi a breve termine, uno nella sede camerale di Mestre e l'altro nell'Azienda speciale Venezi@Opportunità, con l'obiettivo di promuovere la responsabilità sociale e di stimolare le imprese e certificarsi Csr. Letto sotto questa lente, dunque, il bilancio di un ente come la Camera di commercio, cambia prospettiva. E cambia anche il punto da cui osservare lo sviluppo dell'economia di un'area, nel caso specifico del Veneziano. La Camera veneziana, presentando il suo "bilancio sociale", ha illustrato le iniziative che hanno avuto una ricaduta sugli "stakeholder". Tra queste: il sostegno al distretto sulle nanotecnologie, la formazione di nuove professionalità rilanciata dal protocollo siglato pochi giorni fa con l'Università, la progettazione di infrastrutture come la sublagunare, lo sviluppo della realtà portuale di Chioggia perseguito tramite l'Aspo (Azienda speciale per il porto di Chioggia), la promozione di prodotti veneziani attraverso la creazione dell'azienda speciale Venezi@Opportunità, il potenziamento della firma digitale e dell'e-government.

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Vongolari in corteo, assedio in mezzo alla laguna di G.G.

Quattro mesi di fermo, due incendi dolosi. Solimini: “Il progetto va avanti ma dovete denunciare le intimidazioni”

 

Venezia — Assalto al «pontone», quello dove viene raccolto il novellame. I pescherecci, la polizia, la Finanza, i barchini. Con la tensione alle stelle, per una voce che per i vongolari era diventata realtà: 25 quintali di vongole pescate da chi sarebbe autorizzato solo a prelevare il novellame. E' stato il fuoriprogramma, risolto con le trattative delle forze dell'ordine, della manifestazioni dei vongolari a Venezia. La secondo in un mese. C'era la marineria di Pellestrina e questa volta anche quella di Chioggia a chiedere alla Provincia di portare a termine i controlli sulle nuove aree della laguna destinate alla pesca gestita. E tornare a lavorare, dopo quattro mesi di fermo pesca. In un clima reso più difficile da due incendi di pescherecci avvenuti la settimana scorsa, proprio nei giorni dell'avvio della raccolta gestita del novellame, l'esordio di regole ferree nella pesca in laguna. Tra i contestatori, ieri, c'erano anche associati del Covella, che pure si era dissociato dalla protesta.

L'ASSALTO — Quasi un centinaio le barche arrivate alle Zattere, una settantina di turbosoffianti e trenta imbarcazioni tipo «drifting». Erano partite presto da Pellestrina e Chioggia ma una volta arrivate a destinazione hanno «tirato dritto» dirigendosi al pontone di novellane situato nella zona 5, area di pesca a loro «bandita». Un assalto improvvisato ma alla fine pacifico. «Siamo andati a controllare il pontone e a sincerarci che le ceste fossero vuote e non ci fosse il novellame. Abbiamo visto delle barche allontanarsi e svuotare in acqua vongole» gridavano i pescatori, rientrati alle Zattere per continuare la protesta a terra. Affermazione questa fortemente smentita però dalle forze dell'ordine che non hanno riscontrato nessuna delle accuse di pesca abusiva fatte dai pescatori. «Non condivido questo tipo di manifestazione, né tanto meno l'assalto al pontone ha affermato l'assessore provinciale Luigi Solimini davanti alla delegazione di pescatori ricevuti a Ca' Corner avrei preferito una protesta a Pellestrina a denuncia degli atti intimidatori contro il vostro lavoro». Solimini a più riprese ha parlato di un «clima mafioso» a proposito dell'incendio alle due imbarcazioni, la «Speranza II» e la «Da Reco», bruciate a Chioggia e Pellestrina nell'ultima settimana.

L'INCONTRO — Dopo un mese dalla prima manifestazione, i pescatori sono ritornati a Venezia per avere rassicurazioni sul loro futuro lavorativo da parte dell'assessore provinciale ma anche per dimostrare che le due marinerie sono compatte e non divise rispetto alla battaglia per tornare a pescare al più presto. Ecco perché ieri in laguna c'erano anche i chioggiotti. «Vogliamo dire che tra di noi siamo uniti e che denunciamo gli atti vandalici ha detto il presidente della cooperativa di pescatori di Pellestrina, Otello Vianello inoltre all'assessore Solimini vogliamo ribadire che accettiamo le regole della pesca di allevamento ma nel contempo chiediamo, in attesa della nascita del pescato che non sarà pronto prima di due anni, di poter usufruire delle zone 4-5 attualmente bandite ai nostri pescatori». E le rassicurazioni sono arrivate tanto che alla sera i pescatori hanno fatto rientro nelle loro case abbandonando il presidio alle Zattere. Per l'assessore Solimini infatti la manifestazione non era necessaria, per quanto lo riguarda il progetto per arrivare alla pesca gestita prosegue. «Lunedì il Covealla potrà riprendere l'attività di verifica delle giacenza delle vongole nelle aree di pesca gestita – ha spiegato l'assessore ala delegazione di pescatori il nostro programma va avanti e non ci fermeremo di fronte a azioni intimidatorie da parte di nessuno. La stessa cosa però la dovete fare anche voi denunciando situazioni intimidatorie».

 

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Pag 9 Niente targhe alterne per portare i bimbi a scuola di Francesco Bottazzo

Il Comune concede la deroga per il tempo necessario ad accompagnare i figli a nidi e materne

 

Mestre – Targhe alterne più soft per le mamme e i papà che devono accompagnare i loro bambini a scuola. Da oggi potranno circolare liberamente nonostante le limitazioni del traffico, mezz'ora prima e mezz'ora dopo l'orario di entrata e uscita dalla classe. E' questa la deroga numero 25 dell'ordinanza che introduce i blocchi ai veicoli non catalizzati e le targhe alterne il giovedì e venerdì fino marzo per ridurre l'inquinamento. Che ha ripreso a salire. Martedì la centralina di via Circonvallazione ha registrato il valore di Pm10 vicino ai limiti consentiti dalla legge, ma già ieri per quasi tutta la giornata le polveri sottili avevano superato abbondantemente la soglia di attenzione.

INQUINAMENTO – Mestre comunque tra le città del Veneto si conferma seconda solo a Belluno per qualità dell'aria. A Padova il Pm10 ha toccato martedì quota 91, a Verona 85, a Vicenza 82 e a Treviso a 58, mentre in via Circonvallazione l'inquinamento si è fermato a 53 microgrammi per metro cubo d'aria. Ieri però ha ripreso la corsa, superando per gran parte della giornata il limite stabilito della normativa (55 microgrammi), e la punta massima è stata raggiunta durante la notte di mercoledì con 109 microgrammi. I blocchi di oggi e di domani dovrebbero limitare la concentrazione di polveri sottili nell'aria anche se l'Arpav ha previsto a causa delle condizioni del tempo stazionarie, l'aumento delle concentrazioni di Pm10, almeno per i prossimi due giorni.

DEROGHE – Oggi potranno circolare le auto con targa pari, domani venerdì toccherà alla dispari, dalle 9.30 alle 18.30 all'interno dei 13 ettari di città delimitati dal raccordo autostradale, la tangenziale, via della Libertà e via Martiri della Libertà. L'ingresso sarà consentito solo a chi deve raggiungere i parcheggi all'interno dell'area off limits, a chi possiede il veicolo elettrico e a chi si trova nelle condizioni previste dalle 25 deroghe dell'ordinanza firmata dal Comandante della Polizia Municipale Francesco Vergine. Compresa quella introdotta ieri dall'amministrazione comunale. Come già succede nelle altre città del Veneto le targhe alterne saranno più soft per i genitori che devono accompagnare i loro bambini all'asilo nido e alla scuola materna, perché potranno circolare nonostante i blocchi, limitatamente al percorso casa – scuola nei 30 minuti che precedono e seguono l'orario di entrata e uscita dalla scuola. Per farlo dovranno essere muniti dell'autocertificazione (che dovrà essere esposta bene in vista) con la dichiarazione del dirigente scolastico.

CONTROLLI – La lotta all'inquinamento il Comune la combatte non solo con le limitazione al traffico, ma anche con le verifiche ai gas di scarico con l'opacimetro. Degli 88 mezzi controllati in ottobre dalla Polizia Municipale, tra veicoli commerciali, autocarri, macchine e autoarticolati, 15 sono stati sospesi perché non rispettavano i limiti. I controlli non sono mancati nemmeno in via Orlanda dove continuano a passare i camion nonostante il divieto di transito e dove le auto sfrecciano a velocità troppe elevate nonostante il limite sia quello di un centro abitato. Non a caso la Polizia Municipale ha registrato 54 violazioni, sui quasi 500 controlli fatti.

 

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IL GAZZETTINO NORDEST

Pag VIII Giudecca, i bambini della casa con le sbarre di Daniela Boresi

Nel carcere femminile uno spazio per le mamme e i loro piccoli. De Poli: può essere un modello ma va migliorato

 

Giocano e strillano, si contendono i giochi e corrono ad abbracciare le mamme. Si attaccano alle loro gambe quando un coetaneo ruba loro un giocattolo, per chiedere protezione. E poi urlano, cantano e aspettano la merenda. Le mamme sorvegliano. Se non fosse per le porte che non si aprono e per la finestre con le sbarre sembrerebbe un asilo nido come tanti: un grande salone, i giochi, le animatrici. A fare la differenza è la porta che non si apre. Da questo asilo i bambini non escono, perché non possono uscire le loro mamme. Sono carcerate. Tutte extracomunitarie, la maggior parte nomadi, due nigeriane, stanno scontando la loro pena al carcere veneziano della Giudecca. Alcune devono scontare pochi mesi, altre resteranno fra le mura del carcere cinque o sei anni. I reati sono in fotocopia: tutte hanno commesso furti, più o meno gravi, più o meno reiterati. In carcere ci sono arrivate con i loro bambini, la legge consente alle mamme di tenerli con sé fino a quando compiono i tre anni, poi possono tornare alla famiglia.«La loro non si può certo chiamare detenzione - spiega il parlamentare europeo Antonio De Poli che ha varcato le mura del carcere femminile della Giudecca - Vivono in una ambiente chiuso e protetto, ma hanno tutto quello che un bambino potrebbe trovare all'esterno: spazi comuni, una sala giochi attrezzata, una cucina che prepara pasti a misura di bambino come avverrebbe in un qualsiasi asilo nido di una qualsivoglia città socialmente evoluta, un'area verde dove correre d'estate, animatori che li fanno giocare se le loro mamme lavorano». Di problemi il carcere della Giudecca ne ha sicuramente, ma non certo quello dell'organizzazione. «Farò un'interrogazione al Parlamento europeo - aggiunge De Poli - Ma solo per chiedere che un carcere come questo venga aiutato a migliorare le proprie strutture che sono vetuste e non certo adeguate. Sono dieci anni che non vengono promosse opere di manutenzione. Le detenute vivono in stanzoni che hanno otto posti letto, mentre i moderni carceri hanno stanze singole o da due». Ma i bimbi tutto questo pare non lo vivano. Per loro all'interno del muro la vita è scandita secondo ritmi apparentemente normali: la nanna con la mamma, i giochi, la pappa, gli amici che cambiano perché le mamme scontano la loro pena e tornano a casa, i piccoli riti quotidiani, il giardino dove andare a giocare, il laboratorio dove le mamme lavorano mentre loro le aspettano facendo qualcosa che piace. «É l'ambiente ad essere diverso, sono le restrizioni inevitabili, per il resto all'interno del carcere la vita è scandita secondo ritmi che non sono diversi - aggiunge De Poli - L'inserimento delle loro mamme nell'ambiente di lavoro è senza dubbio un fatto positivo: c'è chi lavora nel laboratorio dei profumi e dei saponi, producono anche per importanti alberghi della città, altre vengono impegnate nella lavanderia, che adesso dovrebbe cominciare ad offrire un servizio anche all'esterno. C'è poi il laboratorio di ceramica, che produce prodotti di buona qualità. Poi c'è l'orto, adesso si coltiva il radicchio, la stagione è quella buona». Insomma l'interno del carcere femminile di Venezia è uno spaccato della società esterna, dove la vita cerca di scorrere il più possibile nella normalità.«É questa normalità che vorrei venisse mantenuta - aggiunge De Poli - Attualmente ci sono 87 detenute su 101 posti e questo garantisce che all'interno dell'edificio, se pur vetusto, ci siano spazi adeguati, ma va migliorata la struttura che non è più idonea per poter portare a compimento tutti i progetti che in questi anni sono maturati e si sono consolidati. Penso che questo carcere potrebbe diventare un modello, ma per permettere che ciò avvenga è necessario che si portino a compimento alcune migliorie che sono diventate indispensabili». Alla sera all'interno del carcere le porte si chiudono. Le detenute tornano nelle celle, le mamme al nido dove ognuna di loro ha una stanzetta con il proprio bambino, c'è anche il bagno con l'acqua calda. Come una minuscola casa. «I bambini non hanno colpe, ma solo diritti - aggiunge De Poli:- a partire da quello di vivere con la mamma e di farlo nel modo più normale possibile». Anche se la loro casa ha le sbarre.

 

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LA NUOVA

Pag 18 Un milione di euro per la cultura puntando su giovani e scuole di Roberto Lamantea

I programmi dell’Assessore alla Cultura Massimo Donadi

 

Se tutti gli enti pubblici, stretti i cordoni della borsa, tagliano alla voce cultura, l’amministrazione provinciale eletta la scorsa primavera invece conferma la stessa cifra degli anni scorsi - un milione di euro - ma con maggiori garanzie: la cifra è decisa già alla firma dello strumento contabile. «Il bilancio della Cultura negli anni è sensibilmente cresciuto», dice Massimo Donadi, assessore della Provincia di Venezia eletto nella lista Italia dei Valori, «il milione di euro è stato messo a bilancio subito e lo abbiamo già dal 1º gennaio». Niente aggiustamenti, variazioni, giri di contabilità alla ricerca di spiccioli per andare avanti, come al Comune di Venezia. I tagli ci sono, naturalmente: per il progetto «Teatro in Villa» la Regione Veneto ha sempre deliberato un contributo di 80 mila euro l’anno: per l’estate 2005 invece la cifra è cancellata, «Teatro in Villa» - realizzato dalla Provincia con Arteven e i Comuni di Miranese e Riviera del Brenta - è a rischio. Su questo la prossima settimana è in agenda un vertice tra l’assessore Donadi e il suo collega regionale, Ermanno Serrajotto. Se questo è il portafoglio di Ca’ Corner, Massimo Donadi ieri mattina nella sede della Provincia a Mestre ha dialogato con i giornalisti per illustrare le linee guida del suo referato per il 2005. La Provincia non è il Comune di Venezia, scavato fino all’osso nei finanziamenti per la Cultura; non è la Regione, al cui salvadanaio si abbeverano gli enti locali, costretta a sua volta ad asciugare le voci di spesa dai minori trasferimenti dallo Stato. L’ente deve quindi studiare un progetto diverso: «La Provincia vuole essere un soggetto promotore di iniziative culturali», dice Donadi, «abbiamo scelto di continuare a investire in cultura. Lo slogan può essere: una cultura dal territorio per il territorio, in antitesi - ma in modo complementare - ai grandi eventi. Una cultura che valorizzi le risorse locali, la tradizione veneta e veneziana di produzione dell’arte ma anche di fruizione. Puntiamo molto sui ragazzi in età scolare», aggiunge l’assessore provinciale, «sull’attività formativa per i giovani, rassegne per le scuole e laboratori per le superiori sul linguaggio teatrale, per intaccare il monopolio della cultura televisiva. Percorsi didattici per insegnare ai giovani a capire il linguaggio del teatro e a fare il teatro, fino a una rappresentazione portata in scena dai ragazzi» è l’obiettivo di Donadi. Formare il pubblico del teatro, i giovani. Questa è una delle linee guida. E cambiare il rapporto con le associazioni che fanno cultura, finora limitato alla contribuzione: «Un mese e mezzo fa al Molocinque c’è stato un incontro informale tra noi e le associazioni della provincia di Venezia, un’ottantina», informa Massimo Donadi, «una delle esigenze emerse è la comunicazione: far conoscere quello che le associazioni producono. Abbiamo pensato a un link sul sito web della Provincia, sarà ampliato se possibile ai siti dell’Apt, l’Informagiovani, i giornali. L’idea è istituzionalizzare gli incontri, due volte l’anno: la giornata delle idee».  Progetti a tema: per il 2004/2005 è la multiculturalità: «Dare strumenti di conoscenza e giudizio sulle tre religioni monoteiste, cattolica, ebraica, musulmana. Il futuro è multietnico, i giovani hanno meno pregiudizi: penso a percorsi didattici sul dialogo tra le culture». E’ l’intelaiatura in cui verranno cesellati i singoli eventi. La cultura come formazione della comunità, scrittura del futuro.

 

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Pag 25 Caparozzoli, la miniera d’oro che vale una guerra in laguna di Ugo Dinello

Manifestazione ieri con arrivo alle Zattere. Il Consorzio di gestione ora rischia di spaccarsi

 

Una miniera d’oro che si può «ricaricare» in modo che il tesoro non si esaurisca mai. Il sogno di tutti. E’ la laguna, con il suo carico di caparozzoli che da qualche anno si possono seminare quando sono allo stato di «novellame» in particolari aree, in cui poi la vongola viene fatta crescere e infine raccolta dopo due anni. In questa miniera lavorano 2500 persone, ognuno con la sua idea di come far fruttare al meglio il proprio lavoro. Nel West c’erano le sparatorie nei saloon, qui, per fortuna, al massimo si brucia qualche barca. Ieri mattina c’è stata l’ennesima protesta, della marineria pellestrinotta (rappresentata dalla cooperativa Piccola pesca Pellestrina) e di una miriade di piccole cooperative chioggiotte e qualche buranella. Con pescherecci e barchini hanno occupato tutta la riva delle Zattere per sapere quando potranno tornare a pescare, visto che le loro imbarcazioni sono ferme dal 15 luglio per il fermo decretato dalla Provincia e che tale fermo è stato prorogato per ben due volte. Il problema. E’ la convivenza tra pesca gestita, cioè la raccolta delle vongole fatta con i metodi tradizionali in aree assegnate alle varie cooperative, e l’allevamento, con la semina e la raccolta in altre aree. Il primo metodo dice: «vado dove c’è il prodotto e lo raccolgo». Il secondo: «lo allevo e lo raccolgo». Per problemi sanitari e di mercato (tracciabilità del prodotto e difesa dei prezzi) e legali (le direttive Ue sull’ambiente) il futuro sarà quello dell’allevamento (semina e raccolta). La gestione è stata affidata al Consorzio veneto allevatori lagunari (Covealla). Lo scontro. C’è tra chi vuole già l’esclusiva del sistema di allevamento e chi chiede una proroga del vecchio modo di raccolta. I primi sostengono che i tempi sono maturi per far fruttare le aree (un ettaro a testa per ogni socio di coop). Tra questi Aldo Marmi presidente della Coop Pescatori San Pietro in Volta: «Chi crede nell’allevamento ha seguito una strada programmata dall’inizio e ora raccoglie i frutti». I secondi ribattono che le aree sono state assegnate da troppo poco tempo per dare reddito e che quindi serve una proroga per la pesca tradizionale. Tra questi Otello Vianello, presidente della Piccola pesca Pellestrina e cofondatore del Covealla: «Perché le aree siano redditizie ci vogliono da 3 a 5 anni se tutto va bene. Molti le hanno avute solo l’anno scorso. Come possono vivere nel frattempo?». Gli intoppi. Una volta la «semenza», cioè le vongole piccole da semina, veniva pescata dai «galoppini» che la rivendevano a 40-50 mila lire alla cesta in nero. La semenza veniva venduta alle coop ma finiva anche nelle lagune di Goro e Pila. I danni erano enormi: la laguna veniva privata delle sue vongole del futuro. Ora la raccolta della semenza è affidata esclusivamente al Covealla che la rivende alle coop a 11 euro alla cesta con Iva. Il problema è che la quantità di semenza che verrà assegnata a ogni singolo socio di cooperativa è giudicata insufficiente: una cesta per ogni ettaro. Altro problema sono i prezzi delle vongole adulte. Un chilo di caparozzoli depurati e con perfetta tracciabilità del prodotto, viene pagato in media all’ingrosso 2 euro (2.70 la prima scelta, 1,50 la seconda). Quelli «neri», presi in zone proibite, la metà. La pesca non regolamentata è quindi in grado di rovinare il mercato a tutti gli altri pescatori, sia d’allevamento che gestiti. Poi al dettaglio, possono raggiungere i 16 euro al chilo (21 al Sud). Da contare che i pescatori, per questi quattro mesi di fermo, non hanno ricevuto un cent. Il consorzio. Ieri il Covealla non ha partecipato alla manifestazione. «Una scelta di parte - dice Maurizio Marangon della coop Lagunare Veneta e consigliere del consorzio - il Covealla si è messo contro i pescatori che stanno fermi senza soldi». Scelta invece coerente per il presidente del Consorzio, Stefano Pavanello: «Io sono un pescatore, ho fatto tutte le battaglie a Goro e a Pila. Non c’eravamo per la semplice ragione che hanno avanzato richieste che il Covealla aveva già fatto. A me non piace stare fermo e voglio lavorare, ma lavorare bene. Anche noi siamo favorevoli a 2 o tre anni di pesca gestita. Ma ci vogliono le regole. E poi nelle aree manca il prodotto: se si ora riuscisse ad avere 30 chili a testa farei i salti di gioia». Il futuro. Se l’unica strada è quella dell’allevamento è quindi evidente che il vecchio mestiere, fatto da decine e decine di generazioni, scomparirà. Per Antonio Gottardo, segretario veneto della Legapesca (coop rosse): «Il futuro è l’allevamento, se non si arriva all’accordo, anche il periodo di fermo sarà un periodo buttato». Per Enzo Fornaro, segretario veneto della Federcoopesca (coop bianche): «Bisogna impedire che si torni alla pesca selvaggia: sarebbe un danno immane per l’immagine del prodotto e per le tasche dei pescatori»

 

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Pag 26 “Un vertice con badanti e senegalesi” di a.v.

Provocazione di d’Elia dopo il summit di Ca’ Foscari: “La città è questa”

 

Un controvertice di persone «normali» e rappresentative per decidere il futuro della città. L’avvocato Mario d’Elia lancia la provocazione. «Chiederò al patriarca Scola che partecipi a questa iniziativa», dice, «a cui ho già invitato una badante, un senegalese, un gondoliere, un ambientalista e un commerciante. La città sono anche loro, no?» La polemica è verso il summit organizzato lunedì a Ca’ Foscari dal rettore Ghetti su richiesta del patriarca. A cui hanno partecipato insieme a Costa, Brunetta e Galan, anche prefetto, questore e Procuratore generale.  «Uno scambio di idee sul futuro della città», lo ha definito il patriarca. Un’arena insolita, in cui i toni sono parsi smorzati. Brunetta e Costa si sono detti d’accordo quasi su tutto. Secondo alcuni l’iniziativa mirava anche a far emergere eventuali candidature per il prossimo sindaco. «Discutiamone in un’assemblea con la città», dice d’Elia, «sto cercando il posto, perché io non dispongo di una sede universitaria». Intanto il dibattito politico comincia a scaldarsi. Entro pochi giorni la Margherita dovrà sciogliere il nodo del suo candidato sindaco da proporre agli alleati del centrosinistra. Il totosindaco vede perdere quota Alessio Vianello, guadagnare invece Arcangelo Boldrin (ex Dc, che andrebbe bene a buona parte del partito, e anche a Paolo Costa e Gianfranco Bettin). Gira anche il nome di Laura Fincato, ex Psi ora della corrente diniana, ex sottosegretario nominata da Costa nel Cda della Save. Una candidata donna che ai Popolari non va, dal momento che loro preferirebbero lanciare Annamaria Miraglia. Pretattica, perché sullo sfondo rimangono i due candidati «veri», sponsorizzati dal sindaco uscente. Il senatore Tiziano Treu e l’avvocato Giorgio Orsoni. Da questi dovrebbe uscire la proposta da discutere al tavolo programmatico. Ma il puzzle è ancora in alto mare. Anche perché sullo sfondo si muovono comitati e associazioni, con la possibilità di numerose liste civiche. E il diessino Michele Vianello, ben visto dalle categorie veneziane, non ha ancora abbandonato l’idea di candidarsi e lo proporrà ora al suo partito, al congresso di dicembre.

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 Se la politica si fa altrove di Ugo Savoia

Regionali e candidati

 

In politica, come nella vita di tutti i giorni, ci sono dei casi in cui la forma è sostanza. E anche senza voler fare le anime belle che si stupiscono o si scandalizzano per ogni cosa, ci sembra che il dibattito di questi ultimi giorni sul candidato del centrodestra per le regionali 2005 sia stato presentato sotto una forma decisamente poco piacevole. La partita per ottenere il sì di Bossi al nuovo assetto del governo si è trasformata in uno spettacolo degno dei migliori tempi andati, quando a Roma si decidevano i sindaci anche delle città più piccole, in quel gigantesco gioco di dare-avere su scala nazionale che finiva spesso per svilire e in alcuni casi umiliare la partecipazione a livello locale. Questa partita prevede che alla Lega venga data la presidenza di una grande Regione del Nord — Lombardia o Veneto — in cambio del via libera al riassetto voluto da Berlusconi e a qualche altro progetto che il governo ha in cantiere. Ora, al di là di qualsiasi considerazione su quale sarà la regione prescelta, se cioé sarà Formigoni o Galan a essere sacrificato, è curioso che si sia tornati apertamente a quel mercato della politica contro il quale tanto si era tuonato negli anni scorsi, incolpandolo di ogni nefandezza e additandolo alla pubblica esecrazione. Invece sembra tutto come prima: più che devolution, una vera e propria involution. E sul tavolo della trattativa si trova una regione come il Veneto che tutto si sarebbe aspettato tranne che di essere trasformato in merce di scambio per superiori esigenze tattiche, quasi che si trattasse di un podere buttato sul piatto della bilancia per riequilibrare le sorti di una disputa ereditaria. Un Veneto che ha capacità, risorse e uomini in grado di fare emergere naturalmente, sulla base delle normali dinamiche politiche, i candidati che ritiene più giusti per le sfide dei prossimi anni. Un Veneto che non merita di scoprire che le scelte più importanti che lo riguardano vengono prese altrove. Intendiamoci, la Lega ha tutto il diritto di candidarsi alla guida della Regione, ma dovrebbe giocarsela qui. Dovrebbe usare la politica per convincere gli alleati, cioé Forza Italia, An e Udc, che sarebbe una scelta vincente. Il ricordo di quanto successo in Friuli è ancora molto fresco e Galan ha subito agitato lo spettro di un accordo «friulano», poco comprensibile per gli elettori, che finirebbe per penalizzare tutta la coalizione. Naturalmente ha parlato pro domo sua. Ma a Roma sono davvero convinti che il futuro di questa regione debba essere deciso a Brissago?

 

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IL GAZZETTINO NORDEST

Pag I Gemellini rumeni, soli, in fuga dalla miseria di Nicoletta Cozza

La madre decide di separarsi dai figli dodicenni perché possano avere un futuro. Il lungo viaggio in autobus dalla Romania

 

Padova. Uguali come due gocce d'acqua. Talmente identici da disorientare chi se li è trovati di fronte. E simili, per forza di cose, anche nella sorte, rivelatasi finora tutt'altro che benevola nei loro confronti. Tanto da costringerli a scappare, ovviamente insieme, dalla loro terra, per cercare un po' di fortuna. Che nella fattispecie significa semplicemente avere qualcosa da mangiare. Hanno da poco compiuto 12 anni i gemelli rumeni che quattro giorni fa sono stati trovati nei corridoi dell'assessorato agli Interventi Sociali del Comune di Padova, mentre si aggiravano sperduti alla ricerca di qualcuno che potesse aiutarli. Senza bagagli, senza documenti, senza soldi. Affamati e stremati. Da qualcuno avevano imparato un'unica parola in italiano: "ciao". Ed è proprio questo che hanno detto a coloro che li hanno avvicinati nel tentativo di capire chi fossero e da dove arrivassero. Ma c'è stato bisogno dell'aiuto di un mediatore culturale per decifrare il loro dramma. Fino a due giorni prima avevano vissuto con la mamma, vedova, in una catapecchia in un paesino sperduto situato in Romania, vicino al confine con la Moldavia. La donna li ha cresciuti con enormi difficoltà e ora ha un reddito di 40 euro mensili, che non bastano certo per sfamare tre persone. Adora i suoi ragazzini e per mesi cerca una soluzione che le consenta di mantenerli con dignità. Il suo Paese, però, non le dà alcuna prospettiva. Alla fine si rende conto che l'unica possibilità che ha di salvare i bambini dalla miseria è paradossalmente quella di allontanarli da . Gliene parla e loro si dimostrano d'accordo, ma a un patto: restare uniti fra loro due. La signora sa che sono morbosamente attaccati l'uno all'altro e lei stessa non ha mai fatto nulla perché le cose andassero diversamente, visto che dal momento della nascita li ha sempre vestiti e pettinati allo steso modo, facendoli vivere praticamente in simbiosi. E quindi anche per questo appuntamento con la speranza decide che debbano essere precisi. Li accompagna dal barbiere e fa loro tagliare i capelli biondi cortissimi. Poi prepara due jeans, due maglie e due giubbotti identici e glieli fa indossare, ripetendo ai gemelli che devono essere belli e presentabili se vogliono essere accolti. Alla fine acquista due biglietti e li accompagna alla stazione, dove si consuma uno dei più drammatici atti d'amore di una madre verso i figli: stabilire che è meglio mandarli lontano, e da soli, piuttosto che farli crescere nell'indigenza. Non vuole che corrano alcun rischio e non si fida di nessuno. Decide che è meglio che si proteggano l'uno con l'altro, e prima di farli salire sulla corriera, raccomanda loro con le lacrime agli occhi: «Dovete scendere solo quando sarete arrivati a Padova. E una volta lì andate dritti all'assessorato agli Interventi Sociali, dove vi sistemeranno immediatamente. Altri nostri connazionali sono stati aiutati. In quella città c'è una grande sensibilità per chi come noi non ha nulla». Decine di ore di viaggio in pullman, uno attaccato all'altro, e alla fine la meta. Una volta giunti a Padova i due ragazzini, nonostante l'aspetto gracile che fa dimostrare loro ancora meno anni, riescono a destreggiarsi e a recuperare da alcuni connazionali incontrati per caso le indicazioni per arrivare nella sede del Sociale in via del Carmine. Quando varcano il cancello, come confesseranno dopo, si sentono salvi. Si tengono per mano mentre raccontano la loro vicenda, per paura che qualcuno li separi. Dicono subito di avere tantissima fame. Gli assistenti non esitano un attimo e li rifocillano. Poco dopo arriva anche l'educatore che ha il compito di sostituire la mamma rimasta lontano. I gemelli vengono accompagnati in una casa di accoglienza insieme ad altri coetanei e per loro inizia una nuova vita. Si guardano intorno un po' disorientati, ma sereni. Giocano e scherzano, e cominciano immediatamente con lo studio dell'italiano, propedeutico all'inserimento scolastico, nell'ambito di un progetto educativo di accompagnamento alla maggiore età. E dopo ci sarà anche un lavoro, che significa cibo assicurato e qualche soldo da mandare in Romania. Il loro "tutor” non li abbandona un attimo, né il giorno, né la notte. È un punto di riferimento straordinario, ma loro continuano a nominare la madre. Gli operatori tentano anche di contattarla per rassicurarla, ma è impossibile far arrivare una notizia, stavolta positiva, in quella catapecchia fuori del mondo, in cui dimorano solamente fame e povertà. E dove c'è una donna sola che piange per i suoi bimbi che non vedrà crescere. Chissà se e quando potrà riabbracciarli. Le resta un'unica consolazione e cioè che loro due sono insieme, lontano dalla disperazione e dalla miseria.

 

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Pag III “Oggi ci sono in giro persone che uccidono per cinquanta euro” di Giordano Gommoni

Mestre. L’ex comandante dei carabinieri parla della malavita attuale a confronto col passato

 

Nei secoli fedele per più di vent'anni. Poi, senza preavviso, gli è arrivato un avvertimento di quelli che non concedono alternative. Non dalla malavita, dalle coronarie. Era capitano, comandante della Compagnia di Mestre, in procinto di aggiungere un'altra stelletta alla divisa. Gli hanno offerto una sedia dietro ad una scrivania. Enrico Mino ha ringraziato e se ne è andato. Lasciando, tra l'altro, due indagini (una lontana negli anni ed un'altra molto più recente) su cui stava perdendo le notti e che sono rimaste insolute: l'omicidio di due carabinieri, e la scomparsa di uno studente. Si è rimesso in discussione, con la stessa fedeltà per il suo gioco preferito, quello di guardie e ladri. In pochi anni ha messo in piedi un piccolo "impero" nel settore della investigazione e della sicurezza. "Gruppo studio system", si chiama, con sede a Mestre ma con innumerevoli filiali nel Triveneto e anche più giù. Spazia dappertutto, dalle corna allo spionaggio industriale, alla criminalità.

Ed è proprio di criminalità che parliamo con il tenente colonnello Mino, 57 anni, sposato, due figlie. Quanto è cambiata?

«Completamente. Siamo passati dallo specialista al manovale. Qualche anno fa avevi a che fare con ladri, rapinatori, truffatori, gente che aveva una grossa professionalità e sapeva fino a dove spingersi, soprattutto con le vittime e con le forze dell'ordine. Ora abbiamo manovalanza e anche scadente. Ci sono in giro persone che uccidono per 50 euro, che minacciano una guardia giurata con il coltello per rubare una bottiglia al supermercato. Fanno di tutto senza saper far niente ed hanno dentro una tale carica di violenza che terrorizza».

Per rimanere ai professionisti. Un vecchio ladro d'appartamenti anni fa ci raccontò che durante la sua lunga carriera a volte gli era capitato di sbagliare "indirizzo", finendo nella casa di un povero cristo anziché in quella di qualche ricco industriale. "Sai cosa facevo? Tiravo fuori centomila lire, gliele lasciavo sopra il tavolo e me ne andavo a rifarmi in qualche villa".

«Proprio così. Adesso invece abbiamo questa criminalità venuta dall'Est. Quando ti entrano in casa sei fortunato se te la cavi con qualche costola rotta. Perché loro devono per forza picchiare, violentare, sparare. E sono, ripeto, ancora più pericolosi anche per le forze dell'ordine, perché mancano di professionalità. Faccio un esempio significativo. La classica banda di rapinatori era composta da un autista, dal palo, e da chi entrava fisicamente in banca o in un altro luogo. Ognuno faceva il suo. Adesso questi signori entrano e prendono a pugni clienti e impiegati senza alcun motivo, sparano su un individuo con la stessa freddezza di un killer, fuggono ma non sanno neanche guidare una macchina e rischiano di ammazzare la gente per strada».

E la gente è terrorizzata.

«Di più. Quando ti trovi di fronte un folle puoi solo pregare e sperare. Durante il mio lavoro sono stato contattato da una signora che pochi giorni prima aveva ricevuto in casa la "visita" di una di queste bande. Era choccata. Ci ha chiesto protezione 24 ore su 24. Quando sono andato a fare il sopralluogo mi sono permesso di dirle: "signora ma le hanno portato via tutto, a cosa le serve la nostra presenza?". "Ma a me non interessa quello che mi hanno rubato. Ho paura che ritornino. Non sono esseri umani"

C'è da rimpiangere la vecchia malavita, quella che controllava tutto il territorio e non permetteva ingerenze. E se qualcuno sparava, era per sistemare conflitti interni.

«Faccio un altro esempio, perché è solo così che uno può farsi un'idea della differenza tra presente e passato. Tempo fa una ditta di trasporti ci ha contattato perché settimanalmente veniva rubato uno dei suoi camion con tutto il carico. Abbiamo indagato e scoperto una banda della zona che era organizzata con tutti i crismi. C'era la talpa che informava su partenze e arrivi e sul contenuto dei camion. Venivano fissate le zone dove doveva avvenire il furto, dove scaricare la roba e abbandonare il mezzo. Tutto calcolato nei minimi particolari. Erano coinvolti impiegati, autisti e gente esterna. Una buona organizzazione. Questa criminalità straniera non sa neanche se il camionista è armato o meno. Decide la rapina al momento, prende a pugni e calci la vittima, e parte con il camion. Senza sapere se c'è un carico di galline o di scorie nucleari».

La prostituzione?

«Altro punto dolente. Potremmo ripetere tutto quello che abbiamo detto finora. Donne trattate come bestie costrette dai loro stessi connazionali a prostituirsi pena la vita loro e dei loro familiari. Eppure non è passato molto tempo da quando in una città come Mestre le prostitute si conoscevano tutte. Qualcuno si fermava a chiacchierare. Figure patetiche, certo, come i loro protettori con quei medaglioni d'oro al collo e con un'espressione sempre minacciosa ma che non avrebbero fatto male a una mosca. Su ognuna di loro c'erano decine di aneddoti e quando qualcuna moriva, veniva ricordata con tanto di foto e pezzo nelle cronache dei giornali. Ora le prostitute sono tutte straniere e la prima cosa che imparano quando arrivano e non hanno il permesso di soggiorno, è di denunciare il personale di una Volante per qualsiasi cosa. Quel foglio di carta è la loro assicurazione perché finché non si è svolto tutto l'iter giudiziario nessuno può rimandarle a casa»

Albanesi e kossovari a parte, il futuro cosa ci riserva?

«Beh, si sa che il meglio viene dalla Cina. Sono furbi. Ormai sono padroni di interi quartieri, non spacciano, non fanno rapine, nessuna violenza, rispettano e conoscono la legge meglio di noi. E investono tanto denaro di cui non si conosce la provenienza. Temo che il futuro abbia gli occhi a mandorla».

La mafia russa?

«Tutta un'altra cosa. Qui c'è gente che in pochi anni si è arricchita a dismisura con la droga e con il contrabbando di armi. Ma al contrario degli orientali amano la bella vita. Arrivano in Sardegna e organizzano feste da 500-600 milioni delle vecchie lire. Amano mettersi in mostra. E sono spietati».

E i nostri malavitosi?

«Non sono più in prima linea e posso solo parlare di sensazioni. Credo che in buona parte siano stati assorbiti. Sono rimaste le grandi organizzazioni mafiose ma quelle non hanno mai avuto problemi, lavorano nell'ombra. Ti accorgi che esistono perché ciclicamente il meccanismo si inceppa ed iniziano i regolamenti di conti».

 

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ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Tecnici e politici di Francesco Gavazzi

 

Incapace da mesi di compiere delle scelte in materia di tasse e di spesa, il governo cerca di convincerci che la colpa è dell'Europa e dei mercati, che avrebbero sottratto al Parlamento il suo potere più incisivo, tassare i cittadini e spendere il denaro pubblico. E quando questo non basta, se la prende con i cosiddetti «tecnici» il ministro dell'Economia e il Ragioniere generale dello Stato, accusati di non avere una visione abbastanza creativa dell'aritmetica. Sono evidentemente errori gravi. Berlusconi lamenta i vincoli che l'euro impone al bilancio pubblico, ma non si chiede quale sarebbe in questi giorni il livello dei nostri tassi di interesse se fossimo fuori dall'unione monetaria. È impaziente quando il ministro dell'Economia gli ricorda che è necessario rassicurare le agenzie di rating, e sembra dimenticare che metà dei nostri titoli pubblici è detenuta all'estero. La capacità del Tesoro di rifinanziare, mese dopo mese, una quantità di debito che è superiore al reddito nazionale dipende dalla percezione che dell'Italia hanno i grandi investitori internazionali, i quali non sono gnomi cattivi, ma persone pagate per proteggere i risparmi delle famiglie. Dove sarebbero i nostri tassi di interesse se quegli investitori scomparissero? Il ministro dell'Economia e il Ragioniere generale dello Stato potranno apparire noiosi, come noiosa è talvolta l'aritmetica, ma il loro compito (ingrato) è tenere aperti ai titoli del Tesoro i mercati internazionali, facendosi garanti dei nostri conti pubblici. Ma soprattutto non è vero che i vincoli europei abbiano sottratto al Parlamento il suo potere maggiore, il controllo della politica fiscale. L'euro non ha ridotto la discrezionalità della politica sull'allocazione del bilancio pubblico — cioè su quanto e come spendere e quanto tassare — e ha ampliato, non ristretto, le risorse finanziarie a disposizione. Oggi gli interessi sul debito pubblico assorbono il 5 per cento del reddito che il Paese produce: fuori dall'euro ed esclusi dai mercati internazionali, quella cifra sarebbe molto più elevata, e di altrettanto si ridurrebbero le risorse disponibili per investire. Da mesi il ministro dell'Economia illustra ai suoi colleghi il ventaglio delle scelte possibili, che non è illimitato ma lascia comunque alla politica ampia discrezionalità. Si può approvare una legge finanziaria sostanzialmente neutrale, che si limita a contenere la crescita delle spese entro limiti coerenti con la crescita dell'economia. Oppure si può essere più ambiziosi e puntare ad una riduzione della pressione fiscale. In questo caso si possono percorrere due vie: compensare il minor gettito riducendo alcune spese, oppure modificare l'allocazione del prelievo fiscale, tassando di meno i redditi da lavoro e di più le rendite finanziarie e immobiliari. Si tratta, evidentemente, di scelte che competono alla politica perché favoriscono alcuni a scapito di altri e interessi diversi hanno diverse rappresentanze politiche. La verità è che il governo è ricorso all'alibi dei «tecnici ottusi» non perché stretto entro vincoli impossibili, ma semplicemente perché non ha il coraggio di compiere le scelte per le quali è stato eletto.

 

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Pag 3 La ricerca di un’intesa e l’ombra del baratto di Massimo Franco

 

C' è un ritmo febbrile che dà l'idea non della grande intesa, ma del vicolo cieco nel quale ci si accalca cercando una via d'uscita che ieri ancora non si intravedeva. Palazzo Chigi oggetto di un viavai che consegna a tarda sera un vertice Berlusconi-Siniscalco-Fini. E per questa mattina è in programma una riunione del Consiglio dei ministri, che potrebbe diventare il palcoscenico dell'ultimo braccio di ferro nel centrodestra: sempre che davvero si stia avvicinando l'epilogo. Gianfranco Fini ha confermato per oggi la propria nomina a ministro degli Esteri al posto di Franco Frattini; anche al Quirinale risulta che sia deciso. Ma l'ombra del baratto tra Farnesina e riduzioni fiscali alimenta tensioni residue. Silvio Berlusconi ha deciso di uscire dall'angolo dello sconfitto, riproponendo il taglio delle tasse, a costo di collidere con le compatibilità europee: vuole un abbassamento dell'Irpef dal 2005, per evitare un calo di popolarità già evidente, sondaggi alla mano; e su questo sta cercando di ottenere il «placet» di An e Udc. Il colloquio avuto ieri con Fini si è risolto in modo ambiguo, a sentire Ignazio La Russa, portavoce di An: « intesa né rottura». Si tratta della versione edulcorata di un aut aut che il premier avrebbe posto a Fini e all'alleanza. Il capo di An ha fatto notare il problema della copertura finanziaria; ma le sue riserve non sono bastate. Sulle tasse «siamo ancora in alto mare», ha ammesso La Russa in serata, annunciando per oggi la nomina agli Esteri: «Spero sia Fini». Berlusconi stava entrando col sottosegretario Gianni Letta dal presidente della Camera, Casini. La pressione del premier mira a piegare le resistenze; a recuperare credibilità agli occhi dell'elettorato. Il ministro di An, Mirko Tremaglia, ha respinto «qualsiasi scambio fra Irpef e Farnesina». Eppure, il baratto appare e scompare. La trappola alla quale Fini cerca di sottrarsi è di ottenere il ministero, per poi trovarsi contro il partito, ostile a un taglio delle tasse «azzurro leghista». La soluzione alla quale pensa Berlusconi, invece, è questa. Si parla di un ridimensionamento degli sgravi per le imprese, e del blocco degli aumenti per i dipendenti statali. Significherebbe intaccare i nostri consensi nel Centrosud, obietta An: soprattutto nel Lazio, terra di pubblico impiego. Ma il partito di Fini appare solo, davanti a un Berlusconi che insiste: «Sto perseverando per ridurre le tasse». L'Udc non nasconde il fastidio per le mosse compiute dal vicepremier negli ultimi mesi e aspetta. Follini spera ancora di restare fuori. Eppure, il gioco è diventato troppo pesante perché i sì e i no siano nelle mani dei singoli leader.

 

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CORRIERE DELLA SERA MAGAZINE

Pag 46 Perché la Chiesa non crede al vangelo secondo Rocco di Vittorio Zincone

Teo-cons” e dintorni

 

All’inizio era un semplice appello sul Foglio per difendere la libertà di Rocco Buttiglione di esprimere le sue idee di fronte al parlamento europeo senza per questo mettere in gioco l’incarico di Commissario. Poi. è diventato un coro perla tutela dell’identità cristiana di fronte al vuoto del laicismo e alla minaccia islamica. Infine si è materializzato qualcosa di più concreto: Buttiglione ha accennato a un progetto per formare un gruppo che difenda la libertà dei cristiani e Giuliano Ferrara, in un articolo in cui parlava di «buone ragioni che non dovrebbero essere trascurate e considerate clericalismo» ha lanciato una raccolta di fondi per creare una rete che «organizzi un discorso pubblico influente». Nessuno ha minacciato la creazione di un vero e proprio partito cristiano e ora lo stesso direttore del Foglio sembra aver ridimensionato la proposta. Ma le accelerazioni di Ferrara e Buttiglione (dall’appello al movimento?) sono bastate per allontanare molti degli intellettuali laici che li avevano spalleggiati e per convincere Gianni Baget Bozzo e il cardinale Renato Raffaele Martino (che avevano firmato l’appello in favore del ministro dell’Udc) a una cauta frenata. Lo stesso presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Camillo Ruini, che generalmente tiene sott’occhio le querelles italiane che toccano la religione, ha preferito non pronunciarsi. La Chiesa, a parte alcune eccezioni come il rettore della Pontificia università Lateranense, Rino Fisichella. e l’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, sembra aver preso le distanze dalle iniziative ferrarian-buttiglionesche. Con una composta afasia. Per capire il perché di questo cauto mutismo il Magazine ha intervistato Vittorio Messori. collaboratore cattolico di sicura ortodossia del Corriere della Sera e autore di molti libri sul Cristianesimo, tra i quali Varcare le soglie della speranza (un colloquio best-seller con il Papa) e Rapporto sulla fede (un’intervista al Cardinale Joseph Ratzinger,prefetto della Congregazione per la dottrina della fede). «Intanto devo precisare la mia posizione», dice Messori: “Io, come intellettuale cattolico non mi sento affatto perseguitato. Sono convinto che se oggi in Italia la cultura cattolica non è presente come dovrebbe, è solo colpa dei cattolici. Più che di persecuzione si dovrebbe parlare di pigrizia». Quindi Buttiglione non è la «strega cattolica” che il Parlamento europeo ha messo sul rogo? “Non direi. Tant’è che l’appello io non l’ho firmato. Mi pare piuttosto che Buttiglione sia stato poco furbo: è caduto in un trappolone ad personam». Ed è per questo che il Vaticano non è sembrato più di tanto interessato? “La Chiesa non si scalda per l’affaire Buttiglione soprattutto perché lui è un esponente di una parte politica, il centro-destra. La gerarchia ecclesiastica sa bene che ci sono cattolici sia nel Polo che nell’Ulivo. Quindi... Forse ci sarebbe stato un maggior impegno se il caso Buttiglione si fosse verificato prima dell’implosione della Democrazia cristiana. Ora gli ex diccì sono ovunque. Un po’ come i redattori del Sabato. il vecchio settimanale di Comunione e Liberazione. Quando il periodico ha chiuso, i giornalisti, bravissimi. sono finiti dappertutto». Già, è la sorte dei ciellini: Antonio Socci è direttore della Scuola di giornalismo Rai, Renato Farina è vicedirettore di Libero, Franco Bechis è direttore del Tempo, Giuseppe Frangi è direttore di Vita. Michele Brambilla, che prima era al Corsera, ora dirige la Provincia di Como. Allo stesso modo, in politica. le “schegge cattoliche» si sono conficcate a destra e a manca. Qualche esempio? Beppe Pisanu è ministro degli Interni di Forza Italia, Romano Prodi è al timone della Gad, Publio Fiori è in Alleanza Nazionale e Franco Marini nella Margherita. In pratica gli ex diccì distribuiti nei vari partiti garantiscono una buona copertura alle istanze del cattolicesimo. Per questo, forse, Giulio Andreotti commentando l’agitarsi sui temi del cristianesimo del direttore del Foglio e del ministro per le Politiche comunitane, ha detto: «Non sapevo che Ferrara e Buttiglione avessero scritto un quinto Vangelo». «Andreotti conosce bene i rapporti tra Chiesa romana e partiti». continua Messori: “Una volta mi ha detto: “Ci sono due tipi di matti: quelli che credono di essere Napoleone e... quelli che pensano di organizzare il vero partito cattolico”. La Dc è durata cinquant’anni proprio perché non ha mai fatto crociate. Era un corpaccio fatto di et et e non di aut aut». Eppure sia Ferrara che Buttiglione dicono di spendersi proprio per i valori dell’identità cristiana. «Condivido con loro il fatto che in Europa, oggi, l’unico pensiero forte e organico degno di questo nome è il cattolicesimo di Giovanni Paolo Il. Poi però conosco Ferrara. Ammiro la sua intelligenza “luciferina”, mi divertono le sue piroette. ma non mi piace il fatto che si definisca ateo-devoto. C’è un precedente: Charles Maurras, il fondatore di Action Française>. Addirittura? «Anche lui si definiva athée catholique. Ma poi il suo movimento è stato scomunicato. A Maurras non interessava il Cristo, ma il cristianesimo come ideologia. Gli piaceva la liturgia, il culto della tradizione. Ammirava i dogmi cattolici perché ci vedeva una sapienza millenaria. Ma non era credente. Oggi, io penso che chi si avvicina come Ferrara ai valori cristiani senza sapere cos’è l’Eucarestia non può capire il proprio della Chiesa». Ma magari ne può voler difendere le istanze: Ferdinando Adornato, presidente della Commissione cultura alla Camera, recentemente ha esortato Silvio Berlusconi a seguire le orme di Bush e a “parlare di Dio e di valori». «L’importante è che non si arrivi a una strumentalizzazione del cattolicesimo». dice Messori: «Da Costantino in poi, tutti hanno cercato di usare la Chiesa e i valori cristiani per i propri finii politici. Cavalcare la tigre cattolica è una tentazione diffusa. Soprattutto ora che la Summa di Karol Wojtyla esercita un’attrazione fortissima. Ferrara e Buttiglione però sappiano che chi nella storia ha cercato di mettere sulla stessa zattera cattolici credenti e atei devoti è finito sotto i fulmini della Chiesa». Resta solo da vedere se l’anatema messoRiano riguarderà anche gli eventuali comitati del «No» che il direttore del Foglio prospetta in caso di referendum sulla Legge per la procreazione assistita.

 

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Pag 48 Insisto, fate sparire i preti dai bivacchi della tv di Aldo Grasso

Altro che “apparizioni a fin di bene”: i religiosi sullo schermo banalizzano la fede (a parte un’eccezione)

 

Ma perché don Mazzi continua a bivaccare in tv? La Conferenza episcopale italiana non aveva invitato gli uomini di chiesa a usare «estrema cautela nello scrivere, nel rilasciare interviste e anche nell’accettare di partecipare a trasmissioni radiofoniche o televisive»? Che esista una pastorale dell’intrattenimento di cui nulla sappiamo? Certo che i preti in tv costituiscono un bel problema: quelli che la frequentano con più assiduità spesso partecipano dell’insensatezza dei programmi fino a diventare facili prede della parodia. Difficile trovarne uno che conservi il suo carisma, la sua dignità di pastore d’anime. Sì, uno c’è, ed è mons. Gianfranco Ravasi che tutti i sabati, su Canale 5, legge e commenta la Bibbia e affascina molto la sua nicchia di devoti. C’è anche padre Raniero Cantalamessa, anche lui predica di sabato, su Raiuno, e spiega la liturgia della domenica: ma il suo è un eloquio più autoreferenziale, convince i già convinti e lascia perplessi i perplessi. No. qui si parla dei don Mazzi, delle suor Paole, dei religiosi della fama, di quelli che dicono di andare in tv a fin di bene. Si agisce sempre a fin di bene: per aiutare gli altri, per piegare i mezzi di comunicazione alla conversione del prossimo, per «dire grandi cose attraverso un messaggio molto semplice». Ma, come sosteneva quel cattolicone di Mac Luhan, siccome il mezzo è il messaggio c’è il rischio che queste grandi cose rischino di apparire molto, molto banali. Veramente, le perplessità nascono da constatazioni più profonde. L’aspirazione alla notorietà assume una forma sempre più affannosa e grottesca (paiono indifesi anche coloro che indossano un abito talare). Questa aspirazione alla precaria immortalità terrena sta sostituendo la fede nell’immortalità delle anime. L’idolatria del successo e, di conseguenza, l’asservimento al pubblico, rappresentano la vera minaccia a un messaggio che rischia di farsi sempre più mondano, sventato, flebile. L’insistenza con cui si appare è già sintomo di credenza nell’effimero.

 

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LA REPUBBLICA

Pag 13 Il segreto dei militanti della fede: vincere con le armi del nemico di Simon Schama

L’America dei devoti non è arretrata ma moderna e combattiva. Per fare proseliti usa blog e siti web

 

Nella notte del 3 novembre 2004 è apparso sulla carta geografica del mondo moderno un nuovo paese: gli ‘Sda”, o ’Stati disuniti d’America’. Sì, lo so: non sono mancate le giaculatorie di rito, non da ultimo dalle labbra del nobile perdente. Unità e risanamento, musica perle orecchie del vincitore. Tutti uniti in un abbraccio che, in altri termini, vuoi dire resa incondizionata. Ma noi perdenti e scorbutici irriducibili da ultima trincea, stavolta non lasciamoci cadere all’indietro, nel bagno caldo delle banalità patriottiche. Qualcuno suoni la carica, si metta a inveire, urlare, sbavare almeno per un po’. Io non la voglio guarire questa ferita, voglio affondarci le unghie perché sanguini e faccia più male. Forse così avremo anche la forza di rialzarci in piedi. Mai, dai tempi della guerra civile, la spaccatura tra le due parti del paese è stata tanto netta, l’abisso tra le due culture così profondo e invalicabile. Anche sotto il profilo territoriale (con la sola eccezione della Florida) le due Americhe sono topografica-mente coerenti e contigue. La prima è perimetrale, estesa tra gli oceani e lungo il vago confine dei laghi canadesi, porosa e rivolta all’esterno. L’altra è l’America delle montagne e delle grandi praterie, continentale e legata a doppio filo al la terra, alle radici da cui succhia la sua ostinata fede in se stessa. Sarebbe ora di chiamare queste due Americhe con nomi diversi da quelli dei due schieramenti che si detestano a vicenda, tanto da ricordare il rapporto tra sunniti e sciiti. Vogliamo provare a chiamarle, rispettivamente, l’America secolare o laica e l’America fìdeista? La prima, che ha riversato su John Kerry una valanga di voti, guarda verso il mondo dalle coste dell’Atlantico e del Pacifico. È l’America che intrattiene scambi commerciali e culturali con l’Asia e l’Europa, e non ha difficoltà a vedere quei continenti come sintesi di antiche culture e prassi economiche e sociali moderne. L’altra, arroccata nel Wyoming di Dick Cheney o estesa e prolungata fino ai pozzi trivellati nel Texas, l’America dei devoti volta le spalle a quel mondo pericoloso, impuro e promiscuo, proclamando la perenne differenza americana. Se il paese secolare è fatto di città, strade e porti, quello fideista, nel profondo del cuore è tutta chiese, fattorie e caserme: luoghi consacrati o circondati da mura e steccati. L’America secolare ricerca modi civili per condividere spazi limitati, dai vagoni della metropolitana al pianeta Terra. L’America fldeista vuole plasmare lo spazio a sua immagine e somiglianza. La prima cerca di dargli respiro, l’altra punta sui muscoli. L’America secolare è pragmatica, pratica, razionale, scettica. L’America fideista è mitica, messianica, dedita al proselitismo e agli atti di testimonianza pubblica. Da qui la necessità di aggregare gli elettori, come nell’Utah, nel Montana e in una manciata di altri Stati. Si accusa l’America secolare di indulgere alle vanità della carne, quelle stesse che l’America fideista bandisce e castiga. Anche se poi ci si permette qualche incursione in quei luoghi di cuccagna, a «Californication». Qui si annusano i pagani locali e ci si scatena nello shopping facendo incetta di Tshirt, per tornare al campo base ancora più convinti che i tempi del pentimento e della redenzione siano vicini. Non c’è da stupirsi se in tanti ci siamo sbagliati nelle previsioni elettorali. Noi scrittori siamo semiciechi, perché passiamo il tempo nell’America secolare; e tendiamo a vedere il mondo fideista anacronistico e bizzarro, destinato a essere travolto dall’incalzare dell’ipermodernità nell’era cibernetica. Ed è un autentico trauma scoprire fino a che punto quell’altra America abbia assorbito la modernità. Non solo non ha sofferto dell’avanzata dei vari blog e zipdrive ma al contrario ne ha tratto maggior potere. Nell’era dell’informazione, le tecnologie digitali non hanno neppure scalfito le tenaci convinzioni dei fideisti, per i quali la teoria evoluzionista è solo una teoria che vale quanto quella creazionista, e i mandanti dell’attentato alle Torri Gemelle erano senz’altro iracheni. Le tecniche della comunicazione sono servite anzi a rafforzare e diffondere questi articoli di fede. I biogger devoti imperversano, i pentecostali ornano i loro siti web con aureole di tremuli raggi elettronici. E a quanto mi risulta, chiunque può scaricare “le Lodi al Signore” cantate dal pastore John Ashcroft sul proprio pc. La grossa sorpresa del 2004 è stata la capacità dei repubblicani di trascinare alle urne milioni di bianchi evangelici, rimasti a casa quattro anni fa. Eravamo infiammati contro le mistificazioni della campagna propagandistica per la guerra all’Iraq e la clamorosa ingiustizia dei tagli alle tasse, ma il nostro sdegno non era nulla al confronto con la jihad fideista contro l’infamia di un ritorno indietro sulla questione fiscale. Sono stati i battaglioni di soldati cristiani a fare la differenza nei pochi stati in bilico, dove l’America fideista e quella secolare sono realmente contigue, o presenti in uno stesso Stato, e in particolare nell’Ohio. Secondo i manuali sui comportamenti elettorali, l’Ohio sarebbe dovuto andare ai democratici, con le città di antica industrializzazione quali Akron o Dayton e le concentrazioni di minoranze in condizioni croniche di disagio economico a causa dell’outsourcing industriale. Città come Cleveland e Cincinnati, per metà in degrado e in parte rivitalizzate, sono i luoghi classici del popolo laico, con i musei d’arte, i divi del rock e un’orchestra sinfonica da urlo. Ma basta qualche ora d’autostrada per ritrovarsi in pieno Sion, dove le mucche di Frisia pascolano accanto ai cartelli che invitano i peccatori a tornare tra le braccia dell’Onnipotente. Dai campi di football dei licei confessionali risuonano a ogni meta grida di osanna, e le scritte di “sostegno alle nostre truppe” spuntano fitte. A prima vista questo mondo non dista tanto dalla Pennsylvania occidentale, ma il divario tra le due Americhe non potrebbe essere più netto. Certo, gli elettori del Bucket State (lo Stato dell’Ippocastano, cioè l’Ohio), sanno che i loro posti di lavoro sono a rischio, e hanno prestato attenzione agli argomenti di Kerry contro i tagli alle tasse voluti da Bush a vantaggio dei ceti più abbienti; ma hanno ascoltato anche le invettive dei predicatori sulle sconcezze di Sodoma e i crimini contro i nascituri. E alla fine i cittadini più preoccupati per lo stato dell’economia e gli eventi in Mesopotamia sono stati battuti da quelli che agli exit poi1 hanno dichiarato di considerare prioritari i “valori morali». Può anche darsi che la politica a propulsione religiosa abbia contribuito al successo repubblicano in Florida, dove Bush ha vinto con un margine inatteso. Nell’America fideista, la politica delle convinzioni prevale sulle argomentazioni logiche. Alla Cnn, un furente James Carville si chiedeva com’era potuto accadere che un candidato vincente agli ultimi dibattiti televisivi fosse sconfitto alle elezioni. Va detto però che l’esito di quei dibattiti non dipendeva dal ragionamento quanto dal linguaggio corporeo. Il pubblico era stato colpito dall’aria ambigua del presidente e dal suo contegno stizzoso. Ma dato che a contare non era l’essenza ma l‘apparenza, l’effetto negativo è stato corretto da una valanga di immagini del presidente ricondotto alla sua più inossidabile affabilità. Tanto è bastato per far dimenticare alla maggioranza degli elettori più sensibili al problema del terrorismo il principale argomento contro Bush e la sua guerra in Iraq. In conclusione, contava una cosa sola: stimolare il testosterone, da casa fino al seggio elettorale. Se i democratici aspirano a un futuro politico di qualche rilievo, non potranno accontentarsi di puntare sugli errori e le carenze del governo in carica. La vera sfida è dar voce a un Vangelo sociale alternativo alla liturgia politica dei fideisti. Ridefinire il patriottismo come comunità dei cittadini d’America. Respingere il gioco a somma zero tra libertà e giustizia. Date peso ai valori morali? Noi pure. Ma intendiamo i valori della gente vera che popola le strade, non quelli calati dal pulpito. E se si tratta di rifare tutto daccapo — perché è questo che dobbiamo fare — incominciamo non da una sanatoria, ma dalla lotta.

 

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IL FOGLIO

Pag 2 Torna la religione, non buttiamola tutta in sociologia di Francesca Pierantozzi

Incontro con Alain Finkielkraut su laicità e integralismo. Perché l’integrazione degli islamici riesca, l’Europa deve accettarsi e deve reinsegnare il cristianesimo nelle scuole

 

Parigi. Incontriamo Alain Finkielkraut nella sua casa di periferia. Accetta di parlare con il Foglio del ruolo che la religione sta riconquistando nel mondo contemporaneo. La religione (ri)diventa in Europa una chiave di lettura della società. Un argomento di dibattito politico. Cosa succede? “Cominciamo dalla scuola. E’ innegabile che sia in atto una riscoperta della religione. Questo poteva avvenire attraverso la cultura e la memoria oppure attraverso l’attualità. La cultura europea è intrisa di religione: William Blake diceva che la Bibbia è il grande codice dell’arte. La laicità si è spesso costruita in modo bellicoso, in un faccia a faccia con la Chiesa. In Francia, i Lumi hanno voluto rompere con il cosiddetto oscurantismo religioso, accettando il rischio di separare gli uomini dalla Chiesa ma anche dalla propria cultura. Da questo punto di vista, è assolutamente positivo cercare d~ instaurare oggi un rapporto più pacifico con il passato religioso. L’odierna riscoperta della religione ha scelto, però, di seguire la strada dell’attualità e della politica. Se oggi ci si preoccupa di insegnare ilfatto religioso’ nelle scuole è esclusivamente a causa dell’islam. L’islam pone infatti un problema particolare: l’integrazione dei musulmani non avviene come avvenne, per esempio, l’integrazione degli ebrei. Per correre ai ripari, vincere i pregiudizi che rischiano di manifestarsi, si insegna il ‘fatto religioso’ per mostrare a tutti che cristiani, ebrei, musulmani, condividono, per così dire, lo stesso originario fuoco sacro. Il messaggio dell’insegnamento religioso ai non musulmani è chiaro: non preoccupatevi, siete anche voi dei musulmani come gli altri”. Conoscersi meglio per meglio convivere. Non è un approccio plausibile? “Non a caso l’ex ministro dell’interno Nicolas Sarkozy insiste nel suo ultimo libro (‘La République, les religions, l’espérance’, éditions du Ceri) sulla necessità di far apparire i punti in comune tra le diverse religioni. Sarkozy rimprovera addirittura a Régis Debray (autore di un rapporto sull’insegnamento religioso nella scuola laica, ndr) di insistere troppo sulle differenze. Questo non è vero. Basta sottolineare che Debray ci ricorda che il primo attentato suicida della Storia si trova nella Bibbia, il primo kamikaze è Sansone che, badate bene, a Gaza, uccide con se stesso tutti i Filistei, donne e bambini compresi. La precisione geografica è più che significativa. Ancora una volta il messaggio è chiaro: non abbiate troppa paura di quello che i musulmani fanno oggi agli ebrei, pensando magari che si tratta di uno scontro di civiltà, visto che sono stati gli ebrei a cominciare. Il discorso è colto in flagranza di reato: è propaganda. Nient’altro. Una propaganda certo ricca di buone intenzioni: lo scontro di civiltà fa talmente paura che si convocano i sociologi per annunciarci che la religione obbedisce a una funzione sociale, che viene svolta qui dal cristianesimo, laggiù dal giudaismo e dall’altra parte dall’islam”. Non è riduttivo relegare la religione oggi a un mero strumento di utilità sociale? “La religione non è più l’oppio dei popoli, ma risponde, con una sorta di anticipazione ideologica, a un problema che non si sa risolvere: quello dell’integrazione dei musulmani. Questo non significa che non esista un sentimento religioso. La democrazia, come aveva previsto Tocqueville, riducendo il benvivere al benessere, limitando gli uomini alla loro ragione, e puntando all’equivalenza di tutte le pratiche, può di per sé portare al nichilismo: tutto è consentito, tutto si equivale. E’ in questa situazione che si fa sentire il bisogno di trascendenza. Credo sia quello che accade in particolare negli Stati Uniti. Notiamo tuttavia un’incongruenza: l’Europa, confrontata all’islamismo, ricorre all’insegnamento religioso e riabilita, anche se attraverso la scienza, la religione; ma questa stessa Europa, confrontata alla strabordante religiosità americana, esprime disgusto e disprezzo. La contraddizione è sintomatica di una coscienza sporca: il fatto religioso si tratta con deferenza se riferito all’islam, dislocato nel middle west americano, lo stesso fatto religioso diventa cafone e degno di tutto il vecchio laicizzante disprezzo. Gli evangelici sono da biasimare e da temere perché sostengono Israele e sono contrari al matrimonio omosessuale. Al contrario, la più alta considerazione va tributata all’islam, distinguendo il più possibile l’islam moderato da quello radicale, e reintroducendo la religione a scuola per aiutare i musulmani a sentirsi bene e i non musulmani a capire meglio. Se ha i tratti dell’islam, la religione va capita, se ha i tratti del protestantesimo americano, va combattuta”. Il sacro va a braccetto con il profano? “In un certo senso. Il grande dibattito sulla laicità esplose in Francia un secolo fa. Lo scontro era chiaro: da una parte i partigiani del dogma, dall’altra i partigiani della libertà e dell’autonomia del sapere umano. Gli uni sceglievano la religione, gli altri la laicità. Oggi dei laici combattono altri laici. Si tratta di due concetti che si scontrano: una laicità cosiddetta ‘aperta’ contro una laicità ‘chiusa’. Senza rimettere in questione i valori di libertà, anzi, proprio in loro nome, i laici aperti difendono il diritto di portare il velo islamico a scuola, vogliono estendere la libertà e percepiscono la religione come identità culturale. La religione dei laici aperti non viene dal cielo, ma dalla terra. Si tratta qui di assoggettare la scuola alle stesse leggi che regolano il resto della società. Se nella società coesistono tante persone e tante identità diverse, non c’è alcuna ragione che questo non avvenga anche nella scuola. I laici di stretta osservanza, vogliono al contrario distinguere la scuola dai luoghi ‘profani’. A mio avviso, l’introduzione del velo nelle scuole è appunto una profanazione della scuola. I laici aperti dicono che bisogna abbattere i muri delle scuole. Al contrario, rispondo io: la scuola ha dei muri non perché è una prigione, ma perché è un tempio, un luogo specifico che obbedisce a regole e ritmi propri, è un ‘istituzione dove ci si scopre il capo per prepararsi a ricevere qualcosa. Mi viene in mente quanto diceva Renan:Ringrazio la Chiesa, che mi ha liberato dal profano’. La cultura, la trasmissione del sapere, non è un’attività profana, e per questo deve essere preservata. La laicità aperta considera la società come un assoluto. L’assolutismo sociale reintroduce oggi la religione a scuola non in nome della religione, ma in nome della società. Non si tratta soltanto del fatto religioso, ma della presa in conto delle identità religiose all’interno delle scuole democratiche. L’insegnamento del fatto religioso può essere giustificato, perché potrebbe rafforzare la comprensione della cultura: ma questo non avviene perché siamo in Europa. In Europa l’insegnamento religioso dovrebbe accordare la priorità alle religioni fondatrici, il cristianesimo, in parte il giudaismo, lo scisma cristiano. E poi, in un secondo tempo, fare spazio all’islam. Ma questo non accade, perché la prospettiva scelta non è storica, è sociologica”. Lei si è chiaramente espresso a favore della legge che vieta il velo islamico nelle scuole. Vorrebbe vietare anche l’insegnamento della religione? “No. Io stesso mi considero vittima di una laicità troppo brutale: la mancanza di familiarità con il Vecchio o il Nuovo Testamento mi lascia impreparato, per esempio, davanti a un’opera di Poussin o alla Cappella Sistina... Colmare queste lacune è importante. Mi rincresce però che l’attualità e la propaganda prevalgano sulla memoria e la comprensione. E ho le prove: in Francia, nel momento stesso in cui tutti raccomandano l’insegnamento della religione, ci si oppone con forza all’iscrizione dell’eredità cristiana nella definizione dell’Europa. La nostra eredità non è dunque cristiana, ma si deve insegnare la religione. Spieghiamo: non si studia la religione per riprendere contatto con la nostra eredità, ma, una volta di più, è un affare di ospitalità, intesa nel senso ‘moderno’: non dare agli altri quello che abbiamo, ma aprirsi al massimo a ciò che gli altri già sono. Questo modo di fare e vedere mi preoccupa. Molto”. C’è chi mette in guardia da un “uso islamico” del cristianesimo. “Certo, è un pericolo che esiste. Se si insegna la religione, occorre farlo con una certa umiltà. Non amo la nozione di ‘fatto religioso’ perché testimonia l’arroganza del sociologo, è un modo implicito di definire il religioso attraverso la sua funzione sociale. Questo approccio spoglia il credente della sua stessa esperienza e si arroga il diritto di dire al suo posto ciò che vuole e quello che fa quando crede di credere. Umiltà è cercare di prendere l’esperienza religiosa per quello che è: dall’interno, fenomenologicamente. E l’onestà consiste nel non sapere in anticipo quello che si troverà, nel non mascherare le differenze che potrebbero esistere tra le varie esperienze religiose e le varie le eredità, in nome di una presunta ‘comunità del fatto religioso’. L’islam e il cristianesimo, l’islam e il giudaismo, il cristianesimo e il giudaismo: non sono la stessa cosa. Non nascondo certo che si tratta di questioni delicate, che bisogna affrontare con tatto, per evitare un secondo rischio che si profila, quello dell’essenzializzazione, del riduzionismo: l’islam è un’altra esperienza rispetto al giudaismo o al cristianesimo, che non ci riguarda. Molte persone, allarmate dall’attualità, possono avere la tentazione di cercare nell’islam le ragioni per spiegare una guerra che ci separa dall’eternità e raddoppiare la tensione attuale con una tensione metafisica. Questo è pericoloso e falso. Sono convinto che nel momento in cui si è coscienti di questa minaccia, si debba coraggiosamente rompere con l’arroganza sociologica, interrogarsi sull’esperienza del credente stesso e lasciar parlare le differenze tra le religioni, non soffocarle. Il pensiero dominante in Francia oggi, parla chiaro: l’integrazione è necessaria perché condividiamo uno stesso carattere, uno stesso passato e quando qualcuno cade nel fanatismo, non si deve credere che sia un diverso, perché questo fanatismo è anche il nostro. Trovo questo argomentare penoso”. L’integrazione non è un falso problema. Nemmeno quello di una società aperta, tollerante. “E infatti non si deve abbandonare l’idea di integrazione. Ma l’integrazione non si facilita insegnando a scuola tutte le religioni. Bisogna rassegnarsi a scendere a patti con la finitudine. Dio conosce forse tutte le religioni, un adolescente non può essere sottoposto a un insegnamento tanto globale. Si deve tener conto del luogo e della storia di questo luogo. In Europa si insegneranno le religioni che hanno contribuito a fare l’Europa. Certo si devono fornire una serie di elementi su una religione che tende a diventare la seconda religione in Europa dal punto di vista sociologico. Ma a un certo punto bisognerà pure fermarsi. Perché nascondersi, perché vergognarsi: è necessario che gli immigrati accettino il fatto di vivere in un’Europa in cui il cristianesimo ha svolto un ruolo essenziale. Non in un’Europa cristiana, ma in un’Europa in cui la maggior parte dei giorni festivi sono feste religiose cattoliche, in cui c’è una chiesa in ogni paesino. Tutto ciò è normale, è la storia. Al contrario, sarebbe molto pericoloso che il punto di vista sociologico prevalesse a tal punto sugli spiriti da far scomparire i dati storici: in questo caso si rischia di produrre un effetto inverso a quello auspicato, aggravando lo scontento dei musulmani. I quali si dicono: l’islam è la seconda religione d’Europa, eppure, oggettivamente, non si vede. Non soltanto non ci sono abbastanza moschee (rivendicazione assolutamente legittima), ma si celebra il Natale, la Pasqua, ci sono migliaia, centinaia di migliaia di chiese: tutto questo, la preferenza europea a favore del cristianesimo che è iscritta nella pietra, viene vissuta come un’offesa recata alla loro identità. Se l’insegnamento del fatto religioso dovesse ancora aggravare l’ignoranza e il disprezzo dell’Europa per la propria storia, sarebbe una catastrofe. Perché l’integrazione riesca, l’Europa deve accettarsi. L’insegnamento del fatto religioso sta diventando un altro dei sintomi del rifiuto europeo di accettarsi. E si radica ancora di più la vergogna di sé, vissuta dall’Europa non senza un certo compiacimento”. Ma non soltanto l’islam ha i suoi integralisti. “Il fanatismo religioso ‘endogeno’, francamente, mi preoccupa poco. Se integralisti cattolici sono considerati quelli che si oppongono al matrimonio omosessuale, mi pare si possa dire che l’integralismo cattolico sia praticamente scomparso. Temo molto di più il ritorno di antichi riflessi teologici mai sopiti. Chesterton diceva:Il mondo è pieno di idee cristiane diventate folli’. Ebbene, oggi ne vedo chiaramente almeno una, che serpeggia nella nostra società post religiosa e post cristiana, riciclata senza saperlo da atei convinti: il marcionismo. Il vescovo Marcione, vissuto all’inizio della nostra era, di fronte al problema della costituzione del Canone, arriverà a dire che il Vecchio e il Nuovo Testamento sono opera di due Dei, il Dio crudele e vendicativo dell’Antico Testamento e il Dio d’Amore del Nuovo Testamento. La tentazione del marcionismo, che prevalse forse nel XX secolo con il silenzio di Pio XII, è stata più o meno vinta dalla Chiesa, ma è tornata sotto mentite spoglie con il conflitto israelo-palestinese. Uno dei motivi per cui bisogna interessarsi alla religione, è che si può professarla senza saperlo: secolarizzazione non significa necessariamente rottura con la religione, ma anche riciclaggio in-consapevole di nozioni, e spesso di patologie, religiose. La situazione esige una psicoanalisi delle nostre società laiche. Prima che sia troppo tardi”. Qualcuno ha cercato le radici della religiosità europea odierna nella dissidenza, in un individualismo umanista che l’America, per esempio, non conosce. “L’ipotesi è seducente, ma non mi pare accettabile. Quello che separa l’Europa dall’America è che l’uomo europeo non è mai, fino in fondo, un self made man. Ogni europeo è sempre figlio di un ancien régime, e non è necessariamente un male. Anzi. Questo avrebbe dovuto aiutarci a essere dei democratici più consapevoli e meglio preparati a vincere i pregiudizi democratici. La democrazia, che si presenta come una vittoria su tutti i pregiudizi, ne produce anche di propri. Se l’Europa avesse memoria di altro che la propria democrazia, potrebbe vincere, criticare, decostruire i propri pregiudizi. In Europa orientale, di fronte al totalitarismo, laici, miscredenti e credenti capirono subito di trovarsi sulla stessa barca. E’ stata un’esperienza particolare, come quella di Michnik o degli intellettuali ebrei di Polonia o di Milan Kundera, che hanno preso atto del ruolo della Chiesa nella lotta contro il mostro totalitario. Ancora una volta: la questione è sapere quello che resta di questo fragile patrimonio nell’universo del consumismo sfrenato. Senza dubbio poca cosa. E ci ritroviamo davanti alla solita questione del nichilismo: come poter restituire un’esigenza, una certa dignità? La laicità potrebbe farlo, ma quando si cancella la differenza tra laico e profano, è comprensibile la tentazione a rivolgersi alle fonti religiose. Purché il rimedio non sia peggiore del male”. Max Weber considerava ineluttabile il cammino verso la laicizzazione. Si è sbagliato? “Constato piuttosto un’ineluttabile profanazione. Che può accompagnarsi con reazioni religiose terribili. Questa profanazione è spaventosa, preoccupante, onnipresente. E così, se qualcuno osa meravigliarsi che ‘Basic Instinct’ venga programmato in tv la domenica mattina all’orario della messa, allora è un Buttiglione. Max Weber non poteva prevederlo: aveva un’idea troppo alta della laicizzazione per immaginare la delirante profanazione cui assistiamo oggi”.

 

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IL GAZZETTINO

Pag 5 Al Nord la Lega apre la sfida dei Governatori di Andrea Bianchi

Spuntano i nomi dei trevigiani Zaia e Covre per il Veneto e dell’attuale ministro al Welfare Maroni per la Lombardia

 

Roma. Dopo una giornata, martedì, di «sussurri e grida» prevalentemente incentrati su Giancarlo Galan, il borsino dei Governatori forzisti minacciati dalle rivendicazioni del Carroccio ieri è tornato in equilibrio. I «boatos» del Palazzo si dividono equamente tra il presidente del Veneto e quello della Lombardia, Roberto Formigoni, anche perché il ministro leghista Roberto Calderoli è ben attento a tener aperti tutti i fronti. Per la Lombardia, ricorda «ad esempio», il candidato «vincente» potrebbe essere Roberto Maroni, per il Veneto c'è «una rosa di candidati tutti all'altezza». In realtà, il riacutizzarsi dello scontro tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sulla riforma fiscale fa scivolare l'argomento Regioni all'ultimo posto nell'ordine del giorno. Ufficialmente la Lega (troppo debole in Piemonte) non ha preferenze per Venezia o per Milano. A fronte di un progettato riassetto di governo che avvantaggerebbe An e Udc, il Carroccio chiede, senza specifiche, «la presidenza di una Regione del Nord». Mentre Calderoli sciorina i possibili candidati, Maroni si trincera dietro un impenetrabile «no comment» e il segretario della Lega piemontese, Roberto Cota, rileva che il suo partito, in Regione, è «pronto a qualsiasi sfida». Per il Veneto i nomi più gettonati sono quelli dei trevigiani Luca Zaia (presidente della Provincia di Treviso) e Bepi Covre (ex deputato ed ex sindaco di Oderzo). «Obiettivamente - osserva Zaia - uomini buoni li abbiamo in tutte le Regioni del Nord, ma si deve riconoscere che in Veneto la Lega ha un appeal che non si può trascurare e i voti veneti pesano». Di una sua possibile candidatura, aggiunge il presidente della Provincia, è comunque «prematuro» parlare. Che cosa vuole davvero la Lega? Premesso che chiedere è sempre lecito ma ottenere è altra cosa, un forzista vicinissimo al Carroccio (e tiepido verso Galan) come il sottosegretario alle Riforme Aldo Brancher non ha dubbi: «Se potesse aprire il libro dei sogni, la Lega certamente vorrebbe la Lombardia». In ogni caso, ben consapevole delle fibrillazioni che la richiesta leghista ha generato anche in Veneto, l'olimpico Brancher invita i forzisti della sua Regione a «stare calmi», a «non agitarsi», perché, «chiunque sia il candidato, si vince solo se la coalizione è unita». Atteggiamento opposto a quello di un «galaniano» di ferro come Marino Zorzato, che «si agita», eccome se si agita: «Sostituire Galan? Non parliamo di fantascienza. Premesso che l'ipotesi non esiste, noi difenderemo pesantemente la nostra posizione. Ma sono sicuro che non sarà necessario. Credo nella maturità degli alleati. Fi paga già un prezzo qui a Roma, con il rimpasto di governo. Gli amici della Lega capiranno che dobbiamo innanzitutto vincere come coalizione». I Governatori oggetto di tante attenzioni ostentano tranquillità. Formigoni, politicamente più forte, si permette una dichiarazione venata di ironia. «Mi fa piacere - dice - sapere che Bossi sta bene, è in grande forma e che c'è piena intesa tra lui e Berlusconi per quanto riguarda novità eventuali per le regionali. Novità che però non riguardano la Lombardia e non la riguarderanno. perché ormai in Lombardia è tutto deciso». In che senso? «Il candidato è stato scelto e ha dato la sua disponibilità. La maggioranza dei partiti gli ha garantito il suo sostegno, da Fi e An all'Udc. Mi auguro che anche la Lega voglia decidere di rimanere all'interno di questa nostra grande famiglia della Cdl e che quindi si affrontino le regionali uniti». Galan si nega al telefono, ma, fanno sapere i suoi, «è allegro, sereno e si dà buon tempo. È andato a mangiar sopressa con gli amici». Forse sa già che sarà ancora lui il candidato alla presidenza della Regione.

 

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AVVENIRE

Pag 21 Medio Oriente, laicità cercasi di Camille Eid

L’azione dell’Occidente nell’area e il rischio che aumenti l’integralismo mentre non cresce un islam moderato. Parla il politologo libanese Corm

 

«Fino a quando il diritto internazionale adottato in Medio Oriente applicherà due pesi e due misure, non sarà possibile alcuna stabilità politica. E i primi a soffrirne saranno, come al solito, le minoranze. Non può esserci un criterio giuridico per l'Iraq, un altro per Israele e un altro ancora per il Libano. O si applica ovunque lo stesso criterio o bisogna lasciarci tranquilli». Questa la "filosofia di base" di Georges Corm, noto intellettuale libanese, esposta nel suo recentissimo libro L'egemonia americana nel Vicino Oriente (appena edito da Jaca Book, pagine 384, euro 22) che costituisce il quarto volume di un'opera volta a illustrare la lotta tra le potenze su questa regione del mondo sin dal crollo dell'Impero ottomano. Corm, ha insegnato pensiero politico arabo, sociologia dello sviluppo e storia economica in varie università libanesi. È stato consulente della Banca mondiale, dell'Unione europea e di altri organismi internazionali, dal 1998 al 2000 ha ricoperto l'incarico di ministro delle Finanze del governo libanese.

Professor Corm, come si concilia il titolo del libro con la sua affermazione secondo cui «i tentativi americani di creare un nuovo Medio Oriente si sono rivelati inutili». L'egemonia è, a questo punto, solo un progetto?

«Niente affatto. Se si esclude l'asse siro-iraniano, con la sua appendice libanese, si constata che l'egemonia politica è totale. Dal Golfo alla Palestina, all'Egitto e, beninteso, all'Iraq. Bisogna essere troppo ingenui per essere ottimisti».

Ma in Iraq si tratta di egemonia oppure di una prova di debolezza?

«C'è il rischio di un nuovo colonialismo. Gli americani devono stare attenti a non favorire, con i loro errori, la nascita di una resistenza. Si doveva realizzare una gestione più competente, simile a quella messa in atto nel dopoguerra in Germania e in Giappone, con una sincera preoccupazione per l'instaurazione della democrazia. Gli americani avrebbero dovuto impedire i saccheggi, evitare il congedo dei militari, affidare la sicurezza alla polizia locale e organizzare in fretta le elezioni. Tutti i mass media hanno poi parlato dell'Iraq con una logica di divisione parlando di un Sud sciita, di un Nord curdo e di un triangolo sunnita nonostante questa divisione vada contro gli interessi americani».

Passando alla Palestina, pensa che la morte di Arafat muoverà qualcosa?

«Potrà accentuare le divisioni nel campo palestinese. Ma l'Occidente, già intervenuto a proteggere il Kosovo, la Bosnia o Timor Est farà ben poco per i palestinesi. Dalla Dichiarazione di Balfour e fino alla Road Map si constata che i diritti palestinesi sono stati proclamati solo sulla carta. Nella misura in cui a Washington governa una squadra che considera diritto legittimo di Israele colonizzare i Territori è difficile prevedere un cambiamento di rotta».

Il Libano può invece sperare. La risoluzione 1559, promossa da Usa e Francia, punta alla fine dell'influenza siriana, o no?

«Questa è una nuova deriva del diritto internazionale nel Medio Oriente. Non abbiamo mai visto l'Onu vietare a uno Stato membro di emendare la propria Costituzione. Se la spinta fosse davvero democratica cosa dire allora del presidente tunisino che ha prorogato il suo mandato per la quarta volta consecutiva, di Mubarak o di Gheddafi?».

Ma questo rinnovato interesse non deve disturbarla come libanese...

«Non mi piacciono i giochi cinici. Con la risoluzione 1559 gli americani hanno voluto ridare luce verde ai "giocatori regionali" per marcare dei punti sulla scena libanese. Nel 1989, è stato lo stesso Consiglio di sicurezza ad avallare gli Accordi di Taif, sostenendo così la nozione, aberrante in termine di diritto internazionale, di "relazioni privilegiate" tra Libano e Siria».

Cosa dice invece della zona strategica del Golfo?

«Qui l'egemonia statunitense domina da decenni. In Arabia saudita, la dinastia fa fatica ad adattarsi velocemente ai cambiamenti della politica americana in Medio Oriente intervenuti dopo l'11 settembre la quale sosteneva i movimenti radicali islamici e li incoraggiava a inviare volontari nei Balcani o in Cecenia. C'è inoltre stato un ironico ritorno di fiamma dei movimenti radicali contro i sauditi. Chi semina il vento raccoglie la tempesta».

Molti governi autocratici si presentano come una barriera al caos e al fondamentalismo

«Questo ricatto giova a loro come pure all'Occidente. Ma non potrà andare avanti. I regimi politici arabi non sono pronti ad assistere a introdurre riforme. Se lasciamo sviluppare la democrazia, dicono, ne approfitteranno i fondamentalisti. Anzi, quando un laico tenta di liberalizzare la giurisprudenza islamica è spesso il potere politico che vi si oppone. D'altra parte, molti liberali arabi commettono l'errore di seguire la logica occidentale di dire che il problema è anzitutto interno quando si tratta, invece, di una correlazione negativa tra fattori interni ed esterni. Fino a quando sarà aperta la questione palestinese, non vedo come questa regione potrà placarsi e diventare democratica».

Come vede il futuro dei cristiani in quella zona?

«Più gli occidentali commettono errori, più il futuro dei cristiani diventa instabile. Sono 150 anni che l'Occidente interviene in Medio Oriente, ma questo non ha mai fermato l'emorragia dei cristiani».

 

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Pag 22 Oltre i ghetti della tolleranza di Alessandro Zaccuri

Le fedi e la laicità in Europa: quali prospettive? A confronto Massimo Cacciari e Giuliano Ferrara

 

Tutti tutti olandesi forse no, però è meglio iniziare a pensarci. Per non fare come i giornali di casa nostra, che alla notizia dell'assassinio del regista Theo van Gogh hanno inizialmente dedicato soltanto poche righe, salvo poi accorgersi che qui non si parla più di Amsterdam e dintorni, ma di qualcosa che - anche a rischio di voler apparire enfatici - assomiglia molto al destino dell'Occidente. Questo, in estrema sintesi, il significato dell'incontro fra il direttore del «Foglio», Giuliano Ferrara, e il filosofo Massimo Cacciari, svoltosi martedì sera nell'Aula magna dell'Università cattolica di Milano. A promuovere il faccia a faccia, come già nel caso del dibattito sulla «strega cattolica» Buttiglione, il settimanale «Tempi», con il direttore Luigi Amicone a fare da moderatore. Ecco i principali nodi affrontati da Ferrara e Cacciari.

A proposito di Spinosa - Ma perché, poi, quello che succede ad Amsterdam è così importante anche per noi? La risposta viene da Ferrara: «L'Olanda è la patria di Spinoza, la terra di una tolleranza faticosamente conquistata al termine di quello scontro di fondamentalismi che furono le guerre di religione. Con Spinoza nasce la consapevolezza che, nel momento in cui riconosco l'altro, sto perseguendo il mio stesso interesse». Al nome di Spinoza Cacciari ha un sussulto, non soltanto professorale: «Quando ci rifacciamo al suo concetto di tolleranza - avverte - non dobbiamo mai dimenticare la colossale premessa su cui esso si fonda. Per Spinoza, infatti, la tradizione giudaico-cristiana non può più essere riformata in alcun modo, ma deve essere eliminata. Il Trattato teologico-politico è l'espressione di un pensiero perfettamente persuaso della propria superiorità. Tutto il resto deve essere abbandonato».

Minareti da riformare? - L'osservazione riguarda in modo diretto il passaggio centrale dell'intervento di Ferrara. «Immaginate - provoca il direttore del "Foglio" - una cristianità che non si misuri con la complessità della secolarizzazione, che non abbia conosciuto la crisi della Riforma e che non sia passata attraverso la Rivoluzione francese. Un'ortodossia armata e corazzata, anche in virtù dell'alleanza stipulata con lo Stato. Ecco, tutto questo è l'islam oggi: una storia che è rimasta ferma e che sente sulle spalle il peso della propria immobilità». Di tutt'altro avviso Cacciari: «Quella descritta da Ferrara - ribatte il filosofo - è una cristianità impossibile. La divisione originaria fra cristianesimo e islam è di natura teo-logica, investe cioè il modo in cui il divino viene pensato. Il Deus Trinitas dei cristiani è, per sua natura, un Dio che accetta dentro di sé la dimensione storica. Nella prospettiva islamica, invece, la convergenza fra storia e teologia risulta inconcepibile ed è proprio questo aspetto a rendere velleitario qualsiasi progetto di "Riforma islamica"».

Scontro, anzi: «polemos» - Non contento, Cacciari rincara la dose: «Nel momento in cui auspichiamo un dialogo fra l'Occidente e l'islam, non possiamo ignorare che, per un musulmano, l'idea stessa di un Dio trinitario risulta semplicemente blasfema. Questo non è un campo in cui si possa praticare la tolleranza, comunque intesa. L'unico atteggiamento possibile sta nel riconoscimento dell'assoluta diversità dell'altro. E con l'assolutamente altro l'unica relazione possibile, come insegnava già Eraclito, è il polemos, il conflitto. A meno che non si abbia il coraggio di operare un rovesciamento in termini filosofici, assumendo questa stessa alterità, questa stessa inconciliabilità come il punto di partenza per affermare in modo ancora più consapevole la propria identità». Sul tema del conflitto, del resto, anche Ferrara invita alla chiarezza: «Di recente - ricorda - Adriano Sofri ha sostenuto che lo scontro di civiltà rimane odioso come auspicio, ma è tutt'altro che infondato come constatazione di quanto sta avvenendo nel mondo. Non volerlo ammettere significa rendersi complici di quel clima di imbarazzo che, a mio avviso, rappresenta uno dei segnali più eloquenti delle reazioni al caso Van Gogh».

Il vuoto sarà riempito - Superare la reticenza, per Ferrara, significa anzitutto ribadire che la deriva nichilista dell'Occidente non è un problema che possa essere liquidato in termini "confessionali". «Se proprio vogliamo difendere il vuoto - avverte -, dobbiamo essere consapevoli che presto o tardi quel vuoto verrà riempito da una concezione dell'esistenza diversa dalla nostra. È un problema politico, oltre che di civiltà». Cacciari concorda: «Non ci si può illudere di difendere la democrazia attestandosi su posizioni relativiste. È la linea che l'Occidente ha cercato di seguire dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, tentando di rimpiazzare la cosiddetta "tirannia dei valori" con una politica ridotta a calcolo tecnico-amministrativo. Oggi sappiamo che non è così: la democrazia non può assumere se stessa come valore, occorre qualcosa che le conferisca senso dall'esterno, serve una spinta ideale che la sostenga. L'Occidente ha un'energia straordinaria, non dimentichiamolo. Può ancora essere sconfitto, è vero. Ma soltanto da se stesso».

 

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