RASSEGNA STAMPA di mercoledì 3 novembre 2004

 

seconda edizione

 

SOMMARIO

 

Dopo i primi exit-poll notturni, più favorevoli a Kerry, negli Stati Uniti

ora si profila invece la riconferma del Presidente Bush ma anche una serie di possibili ricorsi e la necessità di riconteggiare le schede in taluni Stati... Giornali italiani costretti a scelte d’azzardo: il Foglio (chiuso alle otto di ieri sera) titola già stamattina “Perché ha vinto George W. Bush” e commenta in anticipo una “netta affermazione del Presidente che taglia le tasse e fa la guerra”. Il Corriere della Sera, al contrario, si è fidato molto degli exit-poll ed è uscito già con un commento di Sergio Romano sulla vittoria di Kerry… (a.p.)

 

1 - IL PATRIARCA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VII Scola: “Non dimentichiamo i defunti” di Titta Bianchini

Il Patriarca ha celebrato ieri la ricorrenza dei morti al cimitero di San Michele

 

2 - PARROCCHIE

 

LA NUOVA

Pag 18 Riapre il “vecchio” cinema di Gianluca Codognato

A Trivignano taglio del nastro con il patriarca Angelo Scola

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VIII Giudecca, un uliveto sulla laguna di Fausto Sartori

Al Redentore i frati cappuccini producono un olio denso ed estremamente gustoso all’interno di un’oasi di pace: perfino l’Herald Tribune gli ha dedicato alcuni articoli

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

AVVENIRE

Pag 17 Catechesi, il giro d’Italia dell’annuncio di Matteo Liut

Regione che vai catechista che trovi. Una ricerca socio-religiosa condotta dall’Università salesiana che fornisce l’identikit aggiornato di chi trasmette la fede

 

Pag 24 Se il don veste e mangia male: “Reverendo, non si trascuri” di Roberto Beretta

Canoniche brutte, abiti trasandati, pranzi veloci, mai tempo per leggere e riposare. Enzo Bianchi ammonisce i preti ad avere più cura di se stessi. Sennò sono “eretici”

 

6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

AVVENIRE

Pag 3 Sos infermieri di Giulia Bulgini

Ne mancano 35mila. Non basta “l’iniezione” degli immigrati

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 30 Venezia sorpassata. Il porto di Civitavecchia leader delle crociere di Vincenzo Zaccagnino

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 7 Comitatone, richiesta miliardaria al governo di Stefano Ciancio

Il Magistrato: servono soldi per tutti gli enti e 300 milioni per noi

 

Pag 8 Cacciari e Costa ora facciano un passo indietro” di Claudia Fornasier

Attacchi personali, interviste al vetriolo, “no” incrociati: lo scontro tra i leader per la scelta del futuro candidato sindaco sta spaccando la Margherita

 

LA NUOVA

Pag 15 Riapre il Toniolo ma i lavori non sono finiti di Mitia Chiarin

Concluso il quarto lotto, il restauro è costato finora 6 milioni e mezzo di euro

 

Pag 20 Giovane pestato fuori dal cimitero di Carlo Mion

Marghera, aveva chiesto a due ragazzi di spegnere il cellulare durante la messa

 

Pag 29 Disobbedienti, blitz al mercato di Simone Donaggio

Gettata carne a terra e distribuiti volantini con foto choc

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag III “Sempre più difficile azzeccare le previsioni” di Silvio Testa

Acqua alta, le polemiche. Il direttore del Centro maree Canestrelli: “Domenica il livello è salito più rapidamente dell’alluvione del 1966”

 

Pag VIII Case per turisti, ecco chi alimenta il mercato nero di Davide Scalzotto

Il centro storico si sta impoverendo di alloggi per residenti a beneficio di attività gestite spesso dagli stessi veneziani

 

8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag I Da domani città chiuse a macchia di leopardo di Alberto Francesconi

Scattano nei capoluoghi veneti – con le inevitabili polemiche – le misure di limitazione del traffico privato pere contenere le emissioni nocive

 

LA DIFESA DEL POPOLO (sett. dioc. di Padova) di domenica 31 ottobre 2004

Pag 43 Lo statuto, i vescovi, i settimanali (lettera di Claudio Rizzato, consigliere Ds, e risposta del direttore Cesare Contarini)

 

9 – GVRADIO INBLU (Fm 92 e 94.6)

 

Nella Mattina Inblu oggi si parla del Porto di Venezia (superato da Civitavecchia per le crociere..) tra il problema degli scavi dei canali di accesso (e i fanghi dove li mettiamo?) e l’avvento del Mose con le possibili e frequenti limitazioni alla navigazione: molte voci e parecchie preoccupazioni…

 

Nel Pomeriggio Inblu una chiacchierata con Mirko Artuso per presentare “La casa sull’albero”, una scuola di lettura che si tiene a Dosson di Casier (Tv)

 

ed inoltre oggi segnaliamo…

 

IL FOGLIO

Pag 3 Cattolici perplessi

Buttiglione e affini, si avverte inquietudine anche nei più tiepidi

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Nazione da ricomporre di Sergio Romano

 

Pag 22 Olanda, ucciso il regista che criticò l’Islam di Elisabetta Rosaspina

Theo Van Gogh ammazzato per strada, arrestato un marocchino. La regina: “Paese sotto choc”

 

Pag 37 La Chiesa parla al femminile di Gaspare Barbiellini Amidei

Elzeviro sul saggio di Politi

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Entrambi si riconoscono nei valori fondanti di Fernando Mezzetti

 

LA NUOVA

Pag 41 Una goccia di rugiada sulle antiche ferite tra armeni e turchi di Antonia Arslan

Alla Fondazione Cini un confronto autentico e perciò utile tra studiosi liberi

 

LA REPUBBLICA di domenica 31 ottobre 2004

Pag 1 Quest’Europa è senz’anima, solo la cristianità può dargliela” di Massimo Giannini

Intervista al Presidente del Senato Pera: la firma di Roma è un atto di coraggio che però non crea un’identità piena

 

 

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1 - IL PATRIARCA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VII Scola: “Non dimentichiamo i defunti” di Titta Bianchini

Il Patriarca ha celebrato ieri la ricorrenza dei morti al cimitero di San Michele

 

«O Dio, che con la morte in croce del tuo Figlio ha vinto la nostra morte, con il suo riposo nel sepolcro ha santificato le tombe dei fedegli e con la sua gloriosa resurrezione ci hai ridato la vita immorale, accogli le preghiere per coloro che, morti e sepolti in Cristo, attendono la beata speranza e la manifestazione gloriosa del Salvatore e concedi a coloro che ti sono stati fedeli nella terra, di lodarti senza fine nella beatitudine del cielo». Con queste espressioni il Patriarca Angelo Scola ha benedetto ieri, dalla cima della gradinata della chiesetta della Misericordia posta in mezzo al cimitero, le tombe dei veneziani e di quanti riposano in questo campo santo cittadino. C'era molta gente che ha presenziato al rito, preceduto dalla Messa dello stesso Patriarca nella chiesa di San Michele, assistito dai padri Francescani e da altri religiosi. All'omelia Angelo Scola ha detto tra l'altro che onorare la memoria dei propri cari defunti è un gesto di grande civiltà che impegna tutti noi a saperlo trasmettere al prossimo, specie ai giovani, quale proposta di vita vissuta, con l'aiuto di Dio, nella pace dei nostri cuori. «Preghiamo per i nostri cari - ha sottolineato ancora il Presule - affinché possano incontrare il volto di Dio e sappiamo accompagnarci verso quelle santità che con Cristo Gesù vince la morte, così che nulla sarà mai perduto». La chiesa era colma di persone: autorità, tra cui il prefetto, il vice sindaco Mognato, il generale Fenu, del Presidio militare e il generale Macchia della Guardia di Finanza, le arciconfraternite, tra cui quella di San Cristoforo e della Misericordia, e tutte le rappresentanze, con labaro e bandiere, delle associazioni combattentistiche e d'arma di Venezia. Presente anche il gonfalone della città, portato da vigili urbani in alta uniforme. Ma le celebrazioni di questo novembre a Venezia, sono proseguite anche a livello civile con il corteo di autorità e rappresentanze che ha deposto, dopo la Messa, corone di alloro nel riquadro militare, alla lapide dei dispersi in Russia, all'ossario comune, al famedio delle vittime civili in guerra ed a ricordo delle vittime dei bombardamenti nell'ultima guerra mondiale. Altre corone sono state inoltre collocate, sempre nella mattinata a San Michele, a cura del Comune, nella cappella dei benemeriti, al reparto militare ed a quello dei martiri della libertà, oltre all'ossario dei Caduti in guerra. Tutti momenti di particolare emozione e raccoglimento che hanno visto i presenti inchinarsi in doveroso omaggio a questi defunti, che hanno servito la società e il Paese. Nella serata il Patriarca di Venezia ha presieduto nella basilica cattedrale di San Marco, assistito dal capitolo marciano, una celebrazione eucaristica a suffragio e a ricordo dei Patriarchi, dei canonici e dei sacerdoti veneziani defunti.

 

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2 - PARROCCHIE

 

LA NUOVA

Pag 18 Riapre il “vecchio” cinema di Gianluca Codognato

A Trivignano taglio del nastro con il patriarca Angelo Scola

 

Trivignano. Può cominciare il conto alla rovescia per l’apertura del cinema di Trivignano. Sabato 13 novembre, infatti, la struttura che appartiene alla parrocchia di San Pietro in Vincoli verrà inaugurata alla presenza di un ospite d’eccezione. Parliamo del Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola che ha accettato di buon grado l’invito del direttore di Gente Veneta, don Sandro Vigani. Insomma, l’apertura della sala avverrà con una cerimonia in pompa magna, in onore di un cinema che riapre i battenti dopo addirittura dodici anni. Il quartiere ha firmato da tempo una convenzione con la parrocchia stessa, tramite la quale si assicura l’uso della stanza per 120 giorni all’anno. In attesa della programmazione, in questi giorni si è formato un coordinamento misto, che potremmo definire «laico e cristiano». Al primo gruppo appartengono Gianluca Trabucco e Antonio Favaron, un consigliere di maggioranza (Ds) e uno d’opposizione (Lega) per garantire imparzialità nell’offerta cinematografica. Al secondo due persone legate direttamente alla chiesa di Trivignano, ovvero Fabio Colla e Bruno Lazzaro. Ma come verrà utilizzato il cinema? «Noi abbiamo preso contatto con le associazioni della zona e, per consigli, anche con il responsabile del circuito cinema di Venezia, Roberto Ellero - spiega il presidente del quartiere. Savino Balzano -. Da parte nostra c’è l’idea di proporre film il venerdì e il sabato sera, chiaramente proiezioni datate di almeno otto mesi. Pensavamo di vendere una tessera che comprenda, ad esempio, dieci spettacoli. Questo per poter pagare subito le spese vive, come la guardiania, la pulizia dei locali e anche le bollette». Un cinecircolo, insomma, nel quale si possono organizzare tanti altri eventi, come recite, concerti o serate danzanti, visto che la sala è smontabile.  «Si può fare di tutto, tranne comizi politici», spiega ancora Balzano. La sala è stata ristrutturata, sistemata e messa in regola in pochi mesi. 380 metri quadri di superficie, 224 posti a sedere e un palco di trenta metri quadri, per una spesa che si aggira attorno ai 300 mila euro.

 

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IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VIII Giudecca, un uliveto sulla laguna di Fausto Sartori

Al Redentore i frati cappuccini producono un olio denso ed estremamente gustoso all’interno di un’oasi di pace: perfino l’Herald Tribune gli ha dedicato alcuni articoli

 

"L'olio è un po' acre, ma estremamente gustoso", dice padre Gianluigi Pasquali, frate cappuccino e docente universitario, camminando tra gli ulivi stracarichi del convento, sotto la mole del Redentore. Il grande tempio palladiano incombe, come una collina di pietra, sulla piccola pianura spalancata sulla laguna. Qui i filari di ulivi corrono liberi verso le acque salse e le bricole, aggrappati all'ultima lingua di terra prima del silenzio e del nulla lagunare. Un uliveto in centro storico, alla Giudecca, centinaia di piante per una produzione che si pesa in quintali di "tipiche" olive veneziane. Basta e avanza per il consumo d'olio dei trentatré frati del convento e della mensa per i poveri. Olive grosse, scure, spremute da un frantoio pubblico veronese, da cui esce un olio denso, verdissimo, poi conservato e invecchiato in botti di legno. "Noi lo consumiamo puro, ma a Verona i cappuccini lo tagliano per renderlo meno forte". Una preziosa spremuta d'olive la cui etichetta, se esistesse, potrebbe certo fare la mezza fortuna di questi incredibili, versatili, anacronistici, "eretici" frati francescani, ostinati nel voto della povertà, oggi come cinquecento anni fa, quando costruirono un misero eremo alla Giudecca. "Noi non svolgiamo attività di lucro - dice noncurante padre Gianluigi Pasquali - E come San Francesco continuiamo a portare la barba". Dietro il tempio del Redentore e fino alla laguna si stende l'uliveto, il vigneto, la serra con i kiwi, gli alberi di fico, la grande carciofera, i melograni, i cespugli di salvia e rosmarino, tutto racchiuso tra cipressi secolari e mattoni antichi. Per l'irrigazione, disdegnano l'acquedotto comunale. Nel chiostro, il pozzo pluviale è ancora integro e vivo, l'unico a Venezia non inquinato dall'acqua salsa e attivamente utilizzato. La sua acqua viene pompata su di una terra che ha purificato e riciclato cataste di appestati, e che ora ritorna con gli interessi ogni ben di Dio. Qui sorgeva uno dei primi lazzaretti della Repubblica di Venezia, nel quale i cappuccini prestavano la loro opera, ammalandosi a loro volta e decimandosi. Li chiamavano "scapuzini", per via del cappuccio, e furono infermieri e medici, erboristi sapienti. La loro famosa antica farmacia, con arredi e vasellame sei-settecentesco, fa precipitare in mondi meravigliosi e arcani. Ma non è visitabile per il divieto della soprintendenza. Troppo delicata, troppo preziosa. Nella parte più antica del convento, nel dedalo delle corti e dei chiostri, isolato, circondato e protetto da alte mura, in perfetta solitudine come un diamante nello scrigno cresce l'ulivo più vecchio del convento, due secoli di vita passata pericolosamente sull'orlo della laguna, in un clima a lui poco congeniale. La preziosa essenza è stata censita e catalogata come albero monumentale e storico, giudicata degna di essere iscritta negli annali delle piante memorabili. Uno dei giovani monaci del convento, frate Daniele, posa accanto all'albero per il fotografo. Dice: "Mancano solo gli uccellini sulle mani e il lupo che scodinzola". E sarà per la presenza dell'ulivo, simbolo, oltre che del convento stesso anche di una grande coalizione politica, che dai cappuccini scende spesso a far visita, nella più assoluta riservatezza e accompagnato dalla moglie, Romano Prodi. Qui, nel proprio elemento, ritrova se stesso. Ma sono molti i visitatori, gli amanti di questo luogo che giungono dall'estero, e in particolare dagli Stati Uniti, dove il monastero pare essere un cult. I lettori dell'Herald Tribune lo conoscono bene: quasi ogni mese ne parla in articoli dedicati all'Italia. Fino a qualche anno fa, galline, conigli, anatre razzolavano e brucavano l'erba lungo la riva sul retro. Poi anche alla Giudecca, decretata centro storico, è stato vietato l'allevamento di animali da cortile (norma non applicata peraltro per il volatile da cortile per eccellenza, diffuso in migliaia di esemplari in tutta Venezia, il piccione). Identica sorte per le api delle arnie, da cui si estraeva un profumatissimo miele di pittosporo. Con questo miele, e con quel divieto, scompare un prodotto unico, ma scompare anche un'attività caratteristica, piccolo ma importante tassello di una tradizione che pure si era conservata nel tempo. Santa pazienza. I cappuccini ne hanno tanta. Anche da vendere.

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

AVVENIRE

Pag 17 Catechesi, il giro d’Italia dell’annuncio di Matteo Liut

Regione che vai catechista che trovi. Una ricerca socio-religiosa condotta dall’Università salesiana che fornisce l’identikit aggiornato di chi trasmette la fede

 

Hanno aperto il cofano che custodisce il motore dell'evangelizzazione e della vita ecclesiale. Hanno scoperto un meccanismo dinamico, proiettato avanti e sempre più impegnato dei responsabili della catechesi. Un meccanismo che però chiede un volto nuovo, organico, sorretto dal basso e, soprattutto, coltivato nell'ottica di una «formazione integrale» delle persone coinvolte nella trasmissione della fede. A pubblicare in questi giorni i risultati dell'indagine socio-religiosa condotta dagli studiosi dell'Istituto di catechetica e quello di metodologia pedagogica della Facoltà di scienze dell'educazione dell'Università pontificia salesiana sono i due salesiani Giuseppe Morante e Vito Orlando. «Catechisti e catechesi» (Elledici, 216 pagine, 17 euro) è una pubblicazione destinata a fare da guida nelle prossime scelte pastorali in campo catechistico a livello nazionale. La ricerca, eseguita durante il 2003, ha fornito, infatti, dati e informazioni sull'attuale realtà del «movimento dei catechisti». Un lavoro che cade nel 50° anniversario delle fondazione dell'Istituto di catechetica e che si pone sulla scia di altre tre precedenti indagini svoltesi alla fine nel '78, nell'82 e nel '94. Il volume si propone come strumento per «fare il punto della situazione e per rileggere quanto è stato fatto, al fine di prospettare le ulteriori linee di sviluppo del lavoro nell'ambito della formazione dei catechisti», si legge nella presentazione di Giuseppe Morante. Un'esigenza che nasce dalla sinergia di più spinte: un'eredità storica che vede fin dal primo post-concilio la Chiesa italiana impegnata nella definizione di un nuovo e più efficace profilo catechistico delle comunità cristiane «orientato in senso missionario»; dalle esigenze rilevate sul territorio e sondate grazie a un questionario rivolto nel 2003 a un campione di catechisti di tutta Italia; dalla risposta alle linee indicate dal documento della Cei per il decennio «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia», come ascolto del contesto odierno e delle sue tessiture più attuali. Cinque i capitoli centrali della prima parte del volume che espone e interpreta i dati raccolti l'anno scorso. Un percorso che parte dalla definizione della «distribuzione territoriale e identikit del catechista», entrando poi nelle questioni che riguardano le «strategie pastorali dei catechisti parrocchiali». Nel terzo e nel quarto capitolo il catechista viene inquadrato come soggetto appartenente ad una comunità (i due terzi degli intervistati si definiscono tali) e quindi orientato al servizio in tale contesto (altra tensione espressa come prioritaria dell'essere cristiani da quasi la metà dei questionari). Il quinto capitolo, poi, ruota attorno ai «destinatari, obiettivi e realtà ambientali». La seconda parte del libro, infine, rileva alcune considerazioni più «tecniche-metodologiche», come le dimensioni cui viene data più attenzione nell'attività catechistica, o l'uso degli strumenti e dei sussidi, o ancora gli argomenti più difficilmente trattabili. Strumenti che vengono posti nell'orizzonte dei cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nella Chiesa, come le linee adottate dopo il Giubileo o il Progetto culturale. Infine l'ultimo capitolo delinea i temi che richiedono una cura particolare nelle scelte future. Un lavoro, quello presentato dai salesiani, che non manca di notare come spesso «la figura del catechista tracciata dai documenti magisteriali non corrisponda alla massa dei catechisti che agiscono nelle nostre comunità». Per questo ciò che emerge con più forza è la necessità di pensare a dei percorsi di formazione organici per dei veri e propri «accompagnatori di esperienze di fede», la cui identità trovi la proprie radici in una consapevole e matura partecipazione a una comunità di fede.

 

Dopo aver approfondito l'identità, le necessità, la preparazione, la motivazione, le metodologie e il rapporto con il territorio dei catechisti, il testo «Catechisti e catechesi, in uscita in questi giorni, espone anche le diverse caratteristiche tra Nord, Centro e Sud Italia. Emerge così che al Centro è solitamente il parroco a scegliere i catechisti, che però vivono questo impegno anche come risposta vocazionale. Al Nord, invece, molto spesso sono gli stessi laici ad affiancarsi agli esperti già sul campo. Al Sud, poi, meno che altrove la formazione è costituita da incontri occasionali e anche durante il servizio si cerca di valorizzare occasioni formative, qui è maggiore la percentuale di coloro che hanno frequentato gli Istituti di scienze religiose. Sembra poi che proprio al Sud il coinvolgimento dei genitori avvenga con maggiore facilità, anche se si evita più spesso tematiche di difficile trattazione o con implicanze morali. Al Centro invece l'indifferenza dei genitori sembra più accentuata che in altri contesti. Per quanto riguarda l'uso dei sussidi, invece, è il Centro a seguire più da vicino i testi della Cei, mentre al Nord solo due catechisti su tre ne fanno uso. Tocca al Sud il primato di maschi impegnati nell'ambito catechistico, con il 17,2 percento, contro 13,9 del Nord. Il primo capitolo del volume «Catechisti a catechismi», che espone i risultati di un'indagine svolta a livello nazionale nel 2003 su un campione di circa quattromila persone impegnate nei diversi cammini di formazione cristiana di tutta la Penisola, è dedicato all'«identikit del catechista». Emerge dai dati che quasi l'80 per cento dei catechisti è costituito da donne e che quasi un terzo delle persone che si dedicano alla trasmissione della fede hanno più di 50 anni, un quarto tra i 41 e i 50 anni. Sotto la voce «attuale occupazione» quasi il 30 percento dei catechisti intervistati ha segnalato «casalinga», mestiere seguito, al 14,5 percento, da quello di «insegnante» e, con il 14 percento, da «impiegato - infermiere». Sono solo il 2,4 percento, invece, i liberi professionisti tra i catechisti. Quasi i due terzi dei questionari, poi, indicavano come titolo di studio il diploma di scuola superiore, solo il 15 percento la laurea. Inoltre più di un quarto dei catechisti al momento dell'intervista era impiegato in questa attività da più di 15 anni; il 6,6 percento i neofiti. Quasi la metà dei questionari indicava alla voce «formazione iniziale» (che prevedeva anche più risposte) gli «incontri occasionali», scelta seguita, con il 26 percento dai convegni diocesani e dai corsi di aggiornamento. A partire da questo profilo e dalla rilevazione della diminuzione dei catechisti per giovani e ragazzi e dell'aumento di coloro che seguono gli adulti, il testo indica la necessità di fornire dei percorsi che diano degli strumenti condivisi, capaci di attingere a motivazioni forti. Indicativo a tal proposito il fatto che più della metà degli intervistati abbia scelto la prosecuzione del cammino di fede e la risposta a una vocazione cristiana come motivo per cui si fa catechesi.

 

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Pag 24 Se il don veste e mangia male: “Reverendo, non si trascuri” di Roberto Beretta

Canoniche brutte, abiti trasandati, pranzi veloci, mai tempo per leggere e riposare. Enzo Bianchi ammonisce i preti ad avere più cura di se stessi. Sennò sono “eretici”

 

Preti stanchi, trasandati, frettolosi, che abitano in case brutte, leggono poco o punto, vestono male, mangiano in fretta o troppo, non riposano mai: insomma sacerdoti che non hanno cura della propria persona. «Ama il prossimo tuo come te stesso»: ma com'è possibile credere che la prima parte dell'equivalenza sia vera, constatando che la seconda non viene osservata neppure da chi la enuncia dal pulpito? Quanto clero, infatti, non «ama se stesso»... E, sotto il pretesto di una vita spirituale e pastorale tanto intensa da non lasciare nemmeno un minuto per le esigenze proprie (c'è stata e ancora sussiste una corrente pseudo-ascetica secondo la quale tale atteggiamento sarebbe meritorio), si lascia andare per una china di penoso degrado umano. Lo denuncia ora Enzo Bianchi, il priore di Bose che - a furia di girare l'Italia (e non solo) in qualità d'«esperto» convocato dai vescovi nonché, lui laico, come direttore spirituale di preti - ha indirizzato Ai presbiteri una breve lettera-opuscolo (Edizioni Qiqajon, pp. 76, euro 5) che non solo mette il dito nella pentola delle cucine parrocchiali, ma lo passa anche sulla polvere dell'incuria accumulata in troppe canoniche. «Oggi - scrive il monaco - non è solo il problema del ministero sovraccarico di impegni e incombenze che grava sulla vita dei presbiteri: è anche e soprattutto questione di una cattiva qualità di vita umana. Si pensi semplicemente ai rapporti e ai bisogni primari che un uomo vive: la casa, il cibo, il vestito». «La casa del presbitero sovente è inospitale, è uno spazio in cui non ci si reca volentieri, che non "canta la vita". Il cibo, poi, in quale contesto è assunto? Se il mangiare non è solo sostentamento, ma occasione di cultura, oggi il presbitero può dirsi sempre capace di viverlo con una logica cristiana che è innanzitutto eucaristica? E che dire del vestito? Il vestito è il primo linguaggio con cui una persona comunica ciò che è. Per questo Gerolamo suggeriva ai presbiteri di fuggire l'eleganza e la ricercatezza, ma anche la sciatteria e la negligenza». Invece sembra quasi che il sacerdote trasandato sia più «vicino agli ultimi». Le "perpetue" scarseggiano, e si vede; però si nota pure quanto manchi la delicatezza di una mano qualsiasi «che vuol bene» al suo prete, così come a quest'ultimo difetta forse l'umiltà di «lasciarsi fare» dagli amici laici. Bianchi critica ancora nel clero fretta ed eccesso d'impegni: «Ci sono priorità da stabilire... Occorre constatare con realismo che, se non si prega al sorgere del sole, le urgenze e la molteplicità delle azioni cui si è chiamati durante la giornata rischiano di precludere tout court la possibilità di pregare. Inoltre, durante il giorno si è sottoposti all'umanissima esigenza di riposare, di beneficiare del balsamo del silenzio e della solitudine». Non solo: «Occorre ribadire che un presbitero privo di una vita intellettuale, cioè in primo luogo incapace di assiduità alla lettura, avanza a grandi passi verso la decadenza spirituale». Il priore di Bose cita un documento dei vescovi tedeschi del 1992 in cui si esalta la «spiritualità del dire di no» alle esagerate richieste della gente e riporta una raccomandazione di san Carlo Borromeo (non certo un lassista): «Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso». Poi rincara di suo: «No, nessuno può giustificarsi dicendo: "Ho troppo da fare per gli altri per poter pensare a me stesso!", perché chi dice questo, prima o poi trascurerà il suo ministero non riuscendo più ad essere all'altezza della situazione». Il rischio è umano, ancor prima che pastorale: «Sovente nell'ambito di coloro che esercitano funzioni ministeriali nella Chiesa si deve constatare una scarsa attenzione alle virtù, non quelle teologali, ma quelle umane. Si ha la sensazione che il ministero diventi un paravento per evitare di misurarsi con valori essenziali per lo sviluppo e la crescita di una personalità». Se dietro non c'è addirittura una vecchia eresia: «Una patologia in fondo docetica, perché non riconosce la bontà della realtà... Come se Cristo fosse venuto in questo mondo solo per vivere il ministero pubblico e la croce, e non anche per vivere come uomo». Occhio, reverendo: se non ti curi, sei un po' gnostico.

 

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6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

AVVENIRE

Pag 3 Sos infermieri di Giulia Bulgini

Ne mancano 35mila. Non basta “l’iniezione” degli immigrati

 

Le statistiche e i media non li considerano «cervelli», eppure sono preziosi e necessari come i ricercatori che "fuggono" dalle nostre università verso gli Stati Uniti. In questo caso, anzi, siamo noi che andiamo a cercarli in altre nazioni. Ospedali privati e pubblici sguinzagliano per l’Europa (e anche oltre) veri e propri "cacciatori di teste", per trovare quegli infermieri che l’Italia non riesce più a esprimere. Nel nostro Paese, stando alle valutazioni dell’Ocse, ne mancano 35mila. Una carenza che non rappresenta un caso isolato nel panorama Ue: ne soffrono Grecia, Polonia, Belgio, Germania, Inghilterra e Francia. E anche gli Stati Uniti stanno conoscendo difficoltà di reclutamento. Retribuzioni inadeguate, turni e orari di lavoro, scarsa considerazione sociale della professione sono i «nervi scoperti». Con un turnover troppo basso a fare da indicatore della crisi: servirebbero 12500 nuovi infermieri ogni anno a fronte di 3500 diplomati (con il picco di 4900 nel 2002). E, come in altri settori del mercato del lavoro, con la risorsa degli stranieri che può almeno tamponare le esigenze. Le recenti normative hanno portato qualche frutto: il ministero della Salute ha dato il via libera a 8000 infermieri extracomunitari, divenuti a tutti gli effetti operativi. Un contributo che però non risolve radicalmente un problema destinato ad acutizzarsi in un Paese sempre più vecchio e dove aumenta il numero della popolazione non autosufficiente. L’Italia esige 4500 ore di formazione, più di quelle richieste in altri Paesi, inoltre non è sempre facile inserire personale straniero in realtà dove la capacità di comunicazione e un background comune tra paziente e infermiere sono requisiti indispensabili. Eppure un recente studio di Unioncamere e ministero del Lavoro rivela che sono quasi 3000 gli infermieri extracomunitari ricercati dalle imprese e che nell’88% dei casi l’assunzione è giudicata difficile. All’Humanitas, una struttura ospedaliera d’avanguardia e in forte espansione, alle porte di Milano, su 400 infermieri 45 sono stranieri, di cui 30 spagnoli e 15 romeni. Una presenza significativa fin dall’entrata in vigore della legge Bossi-Fini, che prevede l’ingresso di immigrati anche per l’esercizio di questa professione. La presenza di spagnoli – cittadini comunitari e quindi non sottoposti ad alcuna limitazione – è dovuta soprattutto alla loro formazione, assai vicina a quella richiesta in Italia, senza contare poi che sono molto facilitati nell’apprendimento della lingua, la cui conoscenza è fondamentale per comunicare con i pazienti. In Spagna la laurea breve per gli infermieri esiste dal 1984 e, contrariamente a molti altri Paesi, il mercato non riesce a assorbire tutta l’offerta di lavoro. «Siamo molto contenti del lavoro svolto dagli spagnoli – spiega Maristella Mussi, direttrice dei servizi assistenziali presso l’Humanitas –: sono per lo più ragazzi molto giovani e ben preparati, inoltre riscuotono facilmente la stima e la fiducia da parte dei pazienti». Ma gli infermieri spagnoli, dopo avere fatto esperienza in Italia, puntano a tornare a casa dove, proprio grazie alla competenza guadagnata all’estero, vengono preferiti a colleghi con un curriculum meno ricco e riescono quindi ad avere la precedenza nelle assunzioni. Diversa la situazione per i romeni. Da Bucarest, infatti, arriva personale che, per ragioni di formazione e di lingua, necessita di un inserimento più laborioso. Gli aspiranti infermieri affrontano un corso intensivo di italiano della durata di un mese, tre mesi prova – durante i quali sono affiancati da un tutor – e successivamente altri tre in cui svolgono mansioni di maggiori responsabilità . Solo alla fine di questo tirocinio possono venire confermati. Gli stranieri in camice bianco non sono una realtà solo nel Nord Italia. Se ci spostiamo al Centro, un caso esemplare è dato da uno dei più grandi istituti di riabilitazione d’Italia, il Santo Stefano di Porto Potenza Picena, provincia di Macerata: metà dei 150 infermieri sono stranieri: panamensi, spagnoli, ungheresi, croati, serbi e polacchi, romeni. Anche qui il reclutamento viene effettuato attraverso contatti con scuole professionali ed è la stessa clinica che invia all’estero i responsabili del personale per scegliere i candidati. «È una selezione molto accurata – dice Paolo Moscioni, direttore organizzazioni e risorse umane della clinica maceratese –: i nostri pazienti si trovano in condizioni di salute gravi e le cautele sono d’obbligo». Al Santo Stefano i primi ingressi di stranieri in camice bianco risalgono al 1989, quando vennero introdotti dieci infermieri panamensi. «Già allora fu un’operazione che diede buoni risultati e in breve fummo imitati da molte cliniche». Ma la carenza infermieristica non può essere affrontata solo attingendo risorse dall’estero. I corsi di specializzazione e i master dopo i tre anni di laurea breve, insieme alla nuova laurea specialistica in scienze infermieristiche che parte quest’anno, potrebbero rappresentare altrettanti antidoti alla carenza di personale per ospedali e cliniche. Consentiranno, tra l’altro, di meglio definire le mansioni infermieristiche e classificare così gli addetti all’assistenza sanitaria, valorizzandoli in base alle loro attitudini. Ma ancor più permetteranno di offrire sbocchi di carriera, là dove prima non era consentito. E gli 11 mila studenti iscritti per il nuovo anno accademico al corso di laurea in infermieristica (sui 12 mila posti messi in concorso quest’anno) fanno sperare che ci si stia muovendo verso la direzione giusta.

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 30 Venezia sorpassata. Il porto di Civitavecchia leader delle crociere di Vincenzo Zaccagnino

 

Nel 2004 Civitavecchia è diventato il più importante porto italiano per il mercato delle crociere. Le prospettive per il futuro sono eccellenti. Se ne discuterà durante la convention internazionale del settore, la Seatrade Med, in programma a Genova fino al 5 novembre. La previsione, fine 2004, è di 730 mila passeggeri. Il porto laziale supera così quello di Venezia che fino al 2003 era leader in Italia. Seguono gli scali di Napoli e Savona. Quest'ultimo sta progredendo rapidamente dopo che la Costa lo ha scelto come home-port, abbandonando Genova. Lo scalo della capitale ligure è infatti sceso al sesto posto, superato anche da quello di Livorno che è in quinta posizione. Civitavecchia è diventata così terza in Mediterraneo, preceduta soltanto da Barcellona, che registrerà oltre un milione di passeggeri, e da Palma di Maiorca. La vertiginosa crescita di quello che viene definito «il porto di Roma» è documentata da poche cifre. Nel 1999 i passeggeri furono 296 mila; raggiunsero i 558 mila lo scorso anno, arrivando ora agli oltre 700 mila. «Per il 2007 prevediamo una movimentazione di circa un milione e mezzo di crocieristi». Lo afferma Giovanni Moscherini, 56 anni, già segretario nazionale della Filt-Cgil per il settore marittimo, dal 2001 presidente dell'autorità portuale di Civitavecchia. Un ex sindacalista che ha messo in luce notevoli capacità manageriali, trasformando un antico scalo, votato ai collegamenti con la Sardegna, nella capitale italiana delle crociere. «Moscherini è riuscito perché è un politico con competenze tecniche e sa quindi sfruttare fino in fondo la potenzialità dell'area» afferma Vincenzo Onorato, proprietario della Moby. Non è infatti un segreto che il governatore della Regione Lazio, Francesco Storace, sostenga le iniziative del presidente dell'autorità portuale, che può contare su significativi finanziamenti pubblici, ai quali si aggiungono ora quelli privati. È riuscito infatti, lo scorso mese di agosto, a far sedere allo stesso tavolo i più feroci rivali sul piano concorrenziale del mercato crocieristico, ovvero la leader Carnival rappresentata dalla controllata Costa Crociere, la Royal Caribbean International, sua diretta rivale, e l'italiana MSC in rapida crescita. I tre armatori finanzieranno e gestiranno l'attività crocieristica del porto laziale, realizzando due stazioni marittime d'avanguardia. «Le principali compagnie mondiali — dichiara Moscherini — hanno trovato nel nostro porto le condizioni per siglare un accordo di portata storica. Già nel 2005 Costa Crociere porterà 200 mila passeggeri, il triplo di quelli attuali, la Royal Caribbean raddoppierà, mentre assisteremo all'esordio di Carnival e MSC». Civitavecchia, a partire dalla prossima primavera, farà infatti da capolinea a sei meganavi.

 

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CORRIERE DEL VENETO

Pag 7 Comitatone, richiesta miliardaria al governo di Stefano Ciancio

Il Magistrato: servono soldi per tutti gli enti e 300 milioni per noi

 

Venezia — Richieste di finanziamenti per 1,3 miliardi di euro nel triennio 2004-2006; il ripristino dei meccanismi di finanziamento della Legge Speciale; una proposta di sperimentazione alle bocche di porto per aumentarne le capacità dissipative, secondo uno degli 11 punti avanzati dal Comune ancora nell'aprile 2003. Tanta carne al fuoco sul tavolo del Comitatone fissato per domani (con inizio alle 16) a Roma. Un appuntamento cruciale per capire gli scenari dell'immediato futuro in tema di salvaguardia. In apertura di ordine del giorno si affronterà subito la partita economica. Se da un lato è prevedibile che una tranche dei 709 milioni stanziati già dal Cipe per il Mose verrà destinata ai Comuni della gronda (80 milioni a Venezia, 15 a Chioggia e 5 al Cavallino), la presidente del Magistrato alle Acque, Maria Giovanna Piva, metterà sul piatto una richiesta di finanziamenti a nove zeri. Vale a dire un miliardo per il triennio (con il meccanismo dei mutui pluriennali) «da destinare a tutti gli enti locali, più 300 milioni in conto capitale solo per il nostro ente, per fronteggiare le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria. Anche se in realtà — dice Piva — il fabbisogno sarebbe di tre volte superiore». Soldi che, se stanziati, imporrebbero inevitabilmente la riapertura dei rubinetti della Legge Speciale «da due anni senza finanziamento. È necessario — aggiunge la presidente — un rimpinguamento di risorse, che mediamente negli ultimi anni i diversi enti hanno impegnato per il 79% e speso per il 61 per cento. Non ho grandi speranze, ma c'è l'esigenza di sottoporre all'attenzione del Governo e del Parlamento questa situazione». Una situazione dove sono arrivati con l'acqua alla gola anche importanti istituzioni cittadine come la Biennale, ma anche la Curia e i soggetti legati alla tutela monumentale. Comitatone ricco di punti da discutere, dunque: si parlerà anche di chimica e della messa in sicurezza di Porto Marghera con la conterminazione anti-sversamento di inquinanti in laguna, e si vaglierà il progetto sulla pipeline per l'estromissione del traffico petrolifero con la modifica proposta dal Comune per spostare l'uscita a mare del tunnel dall'oasi degli Alberoni al depuratore di Malamocco). Ma domani sempre Maria Giovanna Piva avanzerà un'ipotesi di sperimentazione alle bocche di porto, il famoso punto K delle 11 condizioni poste da Ca' Farsetti in sede di approvazione del progetto definitivo del Mose. «L'ipotesi — spiega — è il frutto di uno studio con il Consorzio Venezia Nuova, già sottoposta all'attenzione dell'Ufficio di Piano». Si tratta in pratica di una sperimentazione sulla falsa riga del sistema dei cassoni autoaffondabili (chiamato Arca) proposti a suo tempo dal Comune. Con la differenza che i cassoni che dovrebbero essere utilizzati sono cinque, quelli «di spalla», appartenenti allo stesso Mose. Ipotesi che il Comune non accetterà ritenendola non sufficiente per dare validità a un'eventuale sperimentazione. Nel frattempo i rosso-verdi puntano proprio l'indice sulla necessità di procedere con le proposte alternative al Mose: «Affermiamo che la ridiscussione degli interventi di salvaguardia e la fermata dei cantieri del Mose, dal momento che esistono valide alternative meno costose e meno devastanti, è per noi un punto fondamentale della coalizione di centrosinistra». E non cessano le polemiche dopo l'acqua alta di domenica scorsa. Il presidente della Regione, Giancarlo Galan, aveva accusato il Centro Maree del Comune di truccare le carte sulle misurazioni (137 i centimetri ufficiali) allo scopo di non concedere contributi per i danni ai cittadini. Ieri il vice sindaco Michele Mognato ha invitato Galan a visitare la sala operativa del centro, per verificare di persona l'impossibilità di manipolazioni. In difesa dell'ente «che in relazione ai mezzi e al numero di persone coinvolte è molto vicino a far dei miracoli», anche il presidente del Centro Maree, Luigi Alberotanza.

 

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Pag 8 Cacciari e Costa ora facciano un passo indietro” di Claudia Fornasier

Attacchi personali, interviste al vetriolo, “no” incrociati: lo scontro tra i leader per la scelta del futuro candidato sindaco sta spaccando la Margherita

 

Venezia — Iginio Michieletto, consigliere regionale, con l'esperienza dell'amministratore navigato e del sindaco di «campagna» la butta sul calcistico per spiegare cosa sta succedendo dentro la Margherita veneziana: «E' come avere in campo un portiere che vuole tirare i rigori». La Margherita ha due portieri più uno, che a parole stanno in porta ma poi escono e cercano di fare gol, cioè di mettere (chi più, chi meno) la bandierina sul nome del futuro sindaco. Massimo Cacciari, Paolo Costa, Tiziano Treu (più distante dalla mischia): il dibattito sulla scelta del candidato si sta trasformando in una «guerra» tra personalità, che spacca il partito e delegittima chi, come il segretario provinciale Rodolfo Viola, si affanna da settimane per far rispettare un percorso dentro il partito. «Costa, Cacciari e per certi versi Treu ora devono fare un passo indietro», dice l'onorevole Marco Stradiotto, dando voce a quanto pensa gran parte del partito. Un paio di settimane fa la segreteria provinciale della Margherita era riuscita a mettere d'accordo tutti i tre «numi tutelari»: discussione sul programma, commissione di saggi che sottopone una rosa di nomi ai circoli, scelta del candidato sindaco da proporre agli alleati. Ma poi Massimo Cacciari è andato a cena dai separatisti mestrini con l'avvocato Alessio Vianello e lo lanciato come candidato sindaco ideale. Costa, piccato, ha risposto (sempre dalle pagine dei giornali) che il giovane avvocato non era adatto, perchè a Venezia serve un pilota di Formula Uno. Ergo, lui non lo è. Tiziano Treu, tirato per la giacca da chi lo vede come soluzione dei conflitti interni, ha buttato là il nome di una possibile candidata, Laura Fincato. Alessio Vianello ha aspettato il giorno dei santi e ha risposto: ha definito Costa un Ufo (la stessa definizione già usata da Cacciari e l'ex vicesindaco Michele Vianello) che rappresenta solo se stesso, un uomo con grandi idee che non ha saputo realizzarle. Accordo interno buttato alle ortiche, insomma. «L'equilibrio dentro la Margherita è fragile — dice Alessandro Maggioni, vicepresidente provinciale — il primo che lo rompe, provoca il cataclisma». L'uscita di Alessio Vianello almeno ha ricompattato l'intero partito: amici, nemici, possibili sostenitori, adesso ha tutti contro. Iginio Michieletto: «Chi vuole assumere un ruolo da leader non può schierarsi con una fazione, fare il sindaco significa fare sintesi tra le diverse posizioni». Tiziano Treu: «L'avvocato Vianello ha dato un giudizio politico negativo sulla giunta che non è quello della Margherita, da questo punto di vista è "fuori" dal partito». Maggioni: «Se alle prime difficoltà uno reagisce a testa bassa, cosa farebbe da sindaco in una città così complessa e difficile?». Il problema adesso è uscirne. Ieri sera la direzione comunale guidata da Massimo Venturini ha votato un documento nel quale prende le distanze dalle polemiche, ribadisce il sostegno alla giunta e il percorso già indicato di dibattito interno. «La Margherita non riconosce alcun ruolo a chi in maniera autonoma e autoreferenziale ritiene di rappresentarla a tavoli di discussione....chi ritiene di potersi assumere tale prerogativa è fuori dal percorso della Margherita». Lo dice anche Tiziano Treu: «Bisogna riportare la discussione dentro gli organi del partito e fare in fretta. Si discute del programma e dei candidati. Venezia ha molti talenti». E a chi insiste che il suo talento sarebbe la soluzione di tutti i «guai» risponde: «E' un alibi, strumentale. Ho già detto che non sono disponibile». Su questo ha gettato la spugna anche Marco Stradiotto, che ha smesso di tentare di convincerlo. Per lui non ci sono altre strade: per fare un passo avanti, ne serve uno indietro. «I tre leader nazionali — dice Stradiotto — intendo Cacciari, Costa e Treu, devono "mollare" un punto, superare i veti reciproci sui nomi e collaborare con il partito per fare la scelta più ragionevole». Anche perchè, ricorda Iginio Michieletto, «il candidato sindaco non è un affare interno del partito. Possiamo proporre un nome, non imporlo alla coalizione». Anche per lui la strada è unica: «I "numi" devono farsi da parte e far concludere il lavoro al partito».

 

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LA NUOVA

Pag 15 Riapre il Toniolo ma i lavori non sono finiti di Mitia Chiarin

Concluso il quarto lotto, il restauro è costato finora 6 milioni e mezzo di euro

 

Rifatte le quinte, sul palcoscenico arriva la tecnologia. Nuove anche le porte d’ingresso che hanno maniglie che sono un omaggio a Le Corbusier. Il teatro Toniolo è pronto stasera a riaprire i battenti per inaugurare la nuova stagione di prosa e concerti. Ma il restauro non è ancora finito. In due mesi di lavori a fine estate sono stati spesi 350 mila euro. Gli operai torneranno per ultimare entro il 2005 la riqualificazione del teatro di Mestre. All’appello manca ancora il restauro del foyer.  Le 750 poltrone rosse tornano stasera a riempirsi di gente, per il via alla stagione di prosa. Il Toniolo riapre e termina il quarto stralcio di restauri che dal 2001 vengono eseguiti solo in pochi mesi dell’anno. D’estate il Toniolo è il regno degli operai, da autunno a primavera torna la patria del teatro e della musica. Un’altalena che terminerà solo nel 2005 terminando un restauro costato finora 6 milioni e 582 mila euro. Gli ultimi lavori hanno interessato il Toniolo per due mesi. I risultati sono stati illustrati dall’architetto Giovanni Leone e da Gianfranco Vecchiato, presidente della società «Il Teatro». Con 350 mila euro si è intervenuti sul palcoscenico, riammodernando la macchina scenica con un nuovo graticolato sul soffitto, sistemato definitivamente dopo l’opera di rinforzo dello scorso anno. Arriva anche la tecnologia, sostituendo le vecchie funi con sistemi meccanici che governeranno luci e movimenti scenografici. Alle ditte Site Impianti e Menegazzo di Treviso sono stati appaltati la gestione di impianti elettrici, tecnologici e di riscaldamento. La quinta è stata ridipinta interamente di nero e cela due bifore che sembrano cieche ma in realtà sono delle finestre. All’ingresso le porte sono nuove, con maniglie in stile Le Corbusier. La pavimentazione in trachite è stata pulita e livellata. Diventerà un tutt’uno con quella di piazzetta Cesare Battisti, chiusa per i lavori del Comune. I gradini di ingresso al Toniolo spariranno, la piazzetta sarà rialzata per arrivare allo stesso livello anche di Galleria Toniolo e uno scalino verso via Ospedale, che sarà anch’essa riqualificata. Il pavimento della piazzetta sarà identico a quello che penetra nell’ingresso del teatro, donando un effetto di continuità tra Toniolo e città. Il guardaroba al piano terra è stato leggermente ampliato, in futuro sarà meccanizzato (come nelle stirerie) per migliorare il servizio all’utenza. Slitta al 2005 l’ultima parte del restauro, quella che interessa il primo piano dove sorgerà il foyer. La vecchia abitazione dei proprietari del teatro, trasformato in cinema nel 1951 con un intervento pesantissimo e che ha danneggiato la statica della struttura, diventerà il foyer dove si potrà bere qualcosa o riposarsi nelle pause degli spettacoli. Le pitture sulle pareti sono state eliminate, rivelando tracce di tempere a muro sottostanti, riconducibili sempre alla mano di Alessandro Pomi, autore del «Trionfo di Apollo» che oggi troneggia nella sua rinnovata bellezza sul soffitto della platea. Di concerto con la Soprintendenza si valuterà come recuperare i dipinti ritrovati, nel frattempo si lavorerà nel 2005 per concludere il restauro del foyer, aprendo un varco sulla galleria. A piano terra a destra verrà sfondato il muro e creato un collegamento diretto all’ascensore per disabili, anch’esso in costruzione. Lavori previsti il prossimo anno ma che potrebbero anche proseguire con il teatro in attività, hanno spiegato ieri il presidente e i consiglieri di amministrazione della società «Il Teatro». Il CdA si prepara ora a un aumento di capitale societario di un milione e mezzo di euro, già approvato lo scorso anno dal Consiglio comunale. E di un milione e mezzo è la cifra che servirà per ultimare questo lungo restauro a singhiozzo che sta restituendo alla città, un pezzetto per volta, il suo teatro. Che tra nove anni compirà un secolo di vita.

 

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Pag 20 Giovane pestato fuori dal cimitero di Carlo Mion

Marghera, aveva chiesto a due ragazzi di spegnere il cellulare durante la messa

 

Marghera. Lo pestano fuori dal cimitero perché aveva chiesto ad uno di loro di spegnere il telefonino mentre si stava svolgendo la messa per la ricorrenza dei Santi. Protagonisti due giovani siciliani e un giovane del posto. E’ successo l’altro pomeriggio al cimitero di Marghera dove verso le 16 una signora che sta tornando a casa dopo la visita ai suoi cari defunti si accorge che tre persone si stanno azzuffando e chiama la polizia. Gli agenti delle volanti poi identificano gli aggressori. Ieri mattina gli stessi si sono recati a casa dell’aggredito per scusarsi. Tutto inizia quando N.P., 36 anni, di Malcontenta invita un giovane a spegnere il telefonino che continuava a squillare, mentre il sacerdote stava celebrando la messa in cimitero. Infatti il giovane continuava a rispondere e non proprio a bassa voce alle chiamate che arrivavano sul suo cellulare. Ad un certo punto il ragazzo esce dal camposanto. Tutto sembra finire lì. Invece poco dopo quando N.P. esce dal cimitero per tornare a casa, viene affrontato da due giovani. Uno dei quali è il ragazzo che poco prima era stato invitato a spegnere il telefonino come dovrebbero fare tutte le persone civili in cimitero. I due chiedono al giovane cosa voleva e poi lo aggrediscono a pugni e calci. Quando interviene la polizia, gli aggressori sono già scappati. I vigili urbani indicano ai poliziotti i due sospettati che abitano a Mira. A quel punto gli agenti si sono recati nelle abitazioni dei due e li hanno identificati. Si tratta di M.S., 20 anni e di C.C., (17). I due, ieri mattina, capito cosa avevano combinato hanno cercato di riparare e hanno fatto visita a all’aggredito per scusarsi. Il giovanotto picchiato porta in volto e in maniera vistosa i segni del pestaggio. Spetta a lui ora decidere se denunciare oppure no i due giovani di Mira. Infatti ha riportato ferite guaribili in meno di quaranta giorni e di conseguenza la polizia non può procedere d’ufficio.

 

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Pag 29 Disobbedienti, blitz al mercato di Simone Donaggio

Gettata carne a terra e distribuiti volantini con foto choc

 

Lido. Blitz a sorpresa dei Disobbedienti ieri mattina durante il mercato settimanale dell’isola. Bersaglio della protesta la presenza dei parlamentari Nato in programma per metà mese, «simbolo» hanno detto gli invisibili con i loro megafoni «di un’istituzione che patrocina una politica belligerante e di guerra preventiva che dissemina il mondo di morte». Una manifestazione, comunque, pacifica volta alla sensibilizzazione della popolazione contro la politica Nato, gestita a suon di slogan, rappresentazioni di carta pesta e la distribuzione di scioccanti volantini con impresse fotografie di bambini resi deformi dell’uso dei proiettili all’uranio impoverito. Sul luogo sono intervenuti polizia e i carabinieri, ma non ci sono state denunce. Si è aperto così, con questa prima incursione dei ragazzi dei centri sociali, il conto alla rovescia che da qui a dieci giorni porterà il centro all’appuntamento con il summit dell’Alleanza Atlantica. Ma la settimana di propaganda anti Nato proseguirà anche in forme meno plateali, con dibattiti organizzati da Rifondazione Comunista e l’associazione il Villaggio. Il «commando» di disobbedienti, una ventina di persona con alla testa Tommaso Cacciari, sono arrivati in parte via laguna a bordo di cofani, altri a piedi, e hanno preso posto alle 11.30 nel pieno del mercato della riviera. Tra la folla sbigottita è stato allestito un piccolo presidio composto da un finto missile, pezzi di carne gettati al suolo a rappresentare i resti umani di un bombardamento, dal quale per mezzo di un megafono sono stati scanditi slogan anti Nato, mentre altri distribuivano volantini. Sul posto sono intervenuti polizia e carabinieri, ma a parte la richiesta di esibire i documenti, disattesa dal gruppo, non sono stati presi altri provvedimenti, forse anche per evitare di infiammare una manifestazione di per innocua. L’incursione è proseguita fino circa alle 13, senza particolari conseguenze per la vita pubblica. Da domani prede poi il via un ciclo di dibattiti sul ruolo della Nato e sul perché manifestare durante i giorni dell’assemblea il proprio dissenso. Giovedì alle 18 nell’ala Dreyer del palazzo del Cinema, organizzato dall’associazione il Villaggio, si terrà un incontro pubblico dal titolo «Nessuno e Nato per la guerra», mentre venerdì alle 20.30 all’hotel Hungaria del gran Viale Rifondazione Comunista indirà una pubblica assemblea con l’intento di aprire un dibattito con la popolazione sul ruolo della Nato.

 

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IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag III “Sempre più difficile azzeccare le previsioni” di Silvio Testa

Acqua alta, le polemiche. Il direttore del Centro maree Canestrelli: “Domenica il livello è salito più rapidamente dell’alluvione del 1966”

 

Venezia. «Dalle 9 alle 10 a Punta della Salute l'acqua è cresciuta di 29 centimetri: una cosa così, quasi 30 cm in un'ora, non è accaduta neppure il 4 novembre del 1966». Comincia così quella che definire l'autodifesa dell'ing. Paolo Canestrelli sarebbe sbagliato, perché il direttore del Centro previsioni e segnalazioni maree non si sente sul banco degli imputati per le previsioni relative all'acqua alta di domenica, via via aggiornate dai 105 cm del giorno precedente ai 110 - 115 cm delle 7.30 del mattino, ai 120 cm delle 8, quando sono suonate le sirene, ai 130 cm delle 9.15, ai 135 cm finali delle 10.40, superati poi dalla marea che ha toccato i 137 cm. «La previsione - spiega infatti Canestrelli - è una stima, un'approssimazione, e ogni previsione è affetta da errore, che aumenta tanto di più quanto più sono difficili, burrascose, dinamiche le condizioni che si devono interpretare». E che tra sabato e domenica le condizioni meteo siano state particolarmente tormentate non lo dice solo quanto è successo a Venezia, ma il giorno dopo di mezza Italia del Nord, disastrata dalla pioggia e dal maltempo; da noi, ad ogni buon conto, dalla mezzanotte di sabato la pioggia ha raggiunto i 100 millimetri; la pressione è scesa da 1011 a 1005 hPa, il vento, che fino alle ore 7.40 soffiava da Nord-Est (Bora) si è disposto repentinamente a scirocco, ed è soffiato per circa tre ore con una intensità sui 55 km/h e raffiche a 90 km/h; alla piattaforma del Cnr al largo di Lido le onde hanno superato i quattro metri di altezza. «Quello che una volta accadeva ogni 5 anni - aggiunge Canestrelli - oggi avviene ogni 2, quasi sicuramente il medio mare è ormai più alto dei 23 cm usualmente aggiunti allo zero mareografico, la situazione climatica sta conoscendo rivolgimenti non ancora chiari, ma da tutti percepiti». L'eccezionalità, sembra dire il direttore del Centro maree, sta diventando norma, e le previsioni sono sempre più difficili. «Ma nessuno gioca coi numeri», avverte Canestrelli concedendosi l'unica replica al presidente della giunta regionale, Giancarlo Galan, che l'altro ieri ha accusato il Centro d'aver manipolato ad arte le previsioni perché oltre i 140 cm scatterebbe la possibilità di dichiarare lo stato di calamità. Una bufala, replica il vicesindaco, Michele Mognato, i dati non si possono manipolare, mentre il neo presidente del Centro maree, Luigi Alberotanza, senza entrare nella polemica, sottolinea che in relazione ai mezzi e alle persone messe a sua disposizione il Centro «è molto vicino a far dei "miracoli"». Sergio Vazzoler (Sdi) ricorda che anche il Magistrato alle acque fa le sue misurazioni, dunque confrontabili. «Dire che il centro altera le sue è semplicemente pazzesco - polemizza - pura follia». Canestrelli comunque ricorda che la marea si misura convenzionalmente a Punta della Salute da 120 anni, e che i dati nelle altre località della laguna possono essere ben diversi (vedi tabella), anche per quanto riguarda gli orari, come diversi possono essere localmente in città per l'effetto delle saccature del vento. «Ma quello non è il valore massimo raggiunto - spiega - perché altrimenti misureremmo le onde». Quanto all'aver suonato una sola volta le sirene, Canestrelli ricorda che un secondo allarme lanciato quando la marea aveva già raggiunto i 130 cm avrebbe fatto temere una catastrofe. «Ma tutti hanno un telefonino, e noi inviamo gratis a chiunque un Sms con le previsioni: come mai abbiamo solo 1200 iscritti»? si chiede Canestrelli ricordando che digitando "marea" al 3399941041 si ha immediatamente la previsione aggiornata. Il Centro usa modelli sofisticati, basandosi sulle migliori previsioni europee (tra cui quelle del centro dell'Organizzazione mondiale meteo di Reading in Inghilterra), sulla rete costiera italiana di stazioni meteo, su quella meno efficiente dell'altra sponda, mentre manca l'essenziale conoscenza dei venti nel medio e basso Adriatico dato che la più volte promessa rete di boe meteo non è mai stata realizzata. «Serve personale, servono investimenti - conclude Canestrelli - ma non può pensarci solo il Comune: anche Stato e Regione devono farsene carico».

 

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Pag VIII Case per turisti, ecco chi alimenta il mercato nero di Davide Scalzotto

Il centro storico si sta impoverendo di alloggi per residenti a beneficio di attività gestite spesso dagli stessi veneziani

 

Zona di Rialto. Chi passeggia distratto non se ne accorge, ma l'area pullula di bed & breakfast e appartamenti trasformati in vere e proprie tane per turisti, ostelli di fortuna inseriti nel contesto urbano del centro storico. In una stanza, spesso fatiscente, nei periodi di alta stagione, ne vengono ammassati anche sei o sette, di "foresti": tanto si fermano al massimo per una o due notti e quindi, qualche disagio, lo possono anche sopportare. Sulla porta di un palazzo, una targhetta minuscola indica la presenza di un bed & breaktast. Giorno e notte è un via vai di giovani con zaini, un po' sprovveduti e un po' "Robinson Crusoe", ai quali basta un letto e una minima colazione. I prezzi vanno da 33 a 46 dollari per notte a persona. Tantino per un ostello, ma non è tutto. Basta un'occhiata all'androne e alle scale che portano ai piani per capire che quello non è proprio un hotel deluxe, malgrado il sito internet lo reclamizzi con incantevoli immagini di Venezia. Parli con qualche cliente (ovviamente straniero) e scopri che la qualità del servizio non è al massimo, ma c'è chi si accontenta. Qualcuno ha prenotato via internet, qualcuno è capitato lì per caso, qualcun altro è stato mandato dal portiere di un alberghetto vicino a San Marco dove in effetti aveva prenotato e dove gli hanno detto che non c'era posto, ma che "fortunatamente" c'era una stanza a due passi da Rialto. Indaghi ancora un po' e scopri che attorno alla società che gestisce questo b&b ruotano un esercente veneziano, alcuni professionisti mediorientali e anche quell'albergatore di San Marco. Ma l'unica responsabile è una donna, nemmeno veneziana. L'attività di b&b regolare riguarda un appartamento, ma poi chiedendo un po' in giro si viene a sapere che in zona ce ne sono almeno altri tre gestiti dallo stesso gruppo. Non solo, ma nel medesimo palazzo le stanze date ai turisti si sono moltiplicate miracolosamente negli ultimi anni, da quando la stessa società ha acquistato un appartamento attiguo trasformandolo a uso ricettivo. Morale: giorno e notte ci sono turisti che entrano da una porta e escono dall'altra o attraversano pianerottoli e terrazze in accappatoio. Tutto questo mentre chi abita lì si sente accerchiato e assediato, perché negli anni ha visto anziani e residenti morire o andarsene, lasciando campo libero. Il palazzo, intanto, sta cadendo a pezzi. Tempo fa fu danneggiato il tetto. Intervenne la polizia e quando gli agenti entrarono, ci fu il fuggi fuggi del personale che lavora nel b&b e che, evidentemente, tanto in regola con i documenti non doveva essere. Poi arrivò anche un esposto in questura, per chiedere una verifica sulla legalità di un'attività extralberghiera che presenta, in effetti, qualche lato oscuro. Il palazzo, intanto, continua ad accogliere turisti e a non ricevere interventi di manutenzione. I gestori del b&b, a quanto si racconta in giro, avrebbero anche un'impresa edile e quindi conterebbero di avviare i lavori non appena anche gli ultimi inquilini residenti si saranno stancati e se ne saranno andati. Inutile, ovviamente, sperare che le assemblee condominiali possano risolvere il problema. E così un palazzo che fino a pochi anni fa era pieno di veneziani, lentamente, sotto gli occhi di tutti e insieme ad altri edifici vicini, si sta trasformando in un alveare per turisti. Zona di campo Santi Giovanni e Paolo.Laddove uno pensa di trovare case abitate da veneziani, vede invece quotidianamente un via vai di turisti "mordi e fuggi": vanno a pernottare in un appartamento restaurato da poco, venduto qualche anno fa da una congregazione religiosa che lo aveva ricevuto in eredità da un'anziana signora e che, invece di farne un "uso" sociale, ha pensato di metterlo sul mercato. A mandare i turisti (anche in questo caso stranieri "intontiti" dalla magia di Venezia) è un alberghetto lì vicino, visto che "sfortunatamente" le camere prenotate via internet nel sito dell'hotel non sono disponibili. L'appartamento è piccolino, circa 65 metri quadrati. Eppure durante la Mostra del cinema ha ospitato ben sette clienti tutti in una notte. Facile immaginare come si siano trovati. Difficile, invece, credere come in Comune o all'Ulss nessuno sia a conoscenza della cosa, visto che tra l'altro la legge dice che in 65 metri quadrati non ci dovrebbero certo stare in sette. Ma gli interrogativi non sono finiti qui. L'appartamento, in realtà, dovrebbe essere la prima casa di una signora che l'ha acquistato dai religiosi di cui sopra e che dovrebbe quindi occuparlo come propria residenza. L'alloggio, infatti, pare essere stato comprato con i benefici per la prima casa e quindi a questo dovrebbe essere destinato. Invece, non si sa per quali accordi, finisce per ospitare turisti a mo' di ostello, ma con prezzi che vanno dai 36 ai 44 dollari a notte per persona. Facile intuire tra chi vadano divisi questi soldi. La pulizia? Pare sia un optional: capita che tra l'uscita di un gruppo e l'entrata di un altro non ci sia nemmeno il tempo di spazzare o di cambiare le lenzuola. I residenti nella zona queste cose le sanno. Le sanno anche le forze dell'ordine, perché hanno ricevuto una segnalazione. E forse le sa anche l'amministrazione comunale, visto che la signora proprietaria dell'appartamento, che in quella casa evidentemente ci abita poco, lavora proprio a Ca' Farsetti.

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag I Da domani città chiuse a macchia di leopardo di Alberto Francesconi

Scattano nei capoluoghi veneti – con le inevitabili polemiche – le misure di limitazione del traffico privato pere contenere le emissioni nocive

 

Mestre. Meno uno. Da domani, e fino alla fine di marzo, oltre un milione di automobilisti del Veneto farà bene ad avere con sé, oltre alle chiavi della macchina, anche un calendario. Il minimo, per evitare di incorrere nei limiti alla circolazione che i sette capoluoghi di provincia, oltre ad alcuni Comuni della cintura (in provincia di Padova e Treviso), propongono per il secondo anno consecutivo, nel tentativo di assicurare ai cittadini un'aria più pulita. O meno inquinata, se si considera che, stando ai dati raccolti da Legambiente in 70 città italiane, 41 superano i limiti annui per le polveri inalabili, il cosiddetto Pm10 emesso dai gas di scarico dei motori a scoppio, causa di problemi all'apparato respiratorio.

In attesa che la Regione vari il piano di risanamento dell'aria, che dopo aver superato l'esame della commissione è ora all'ordine del giorno dei lavori del Consiglio veneto, i sindaci hanno deciso, per il secondo anno consecutivo, di fare da sé. Chiudendo, con modalità diverse da città a città, come si evince dalla tabella a fianco, i centri storici ai veicoli privati. Rispetto allo scorso anno, il «fronte comune» della Carta di Padova si presenta meno compatto: Belluno, Padova, Venezia e Treviso hanno deciso di riproporre le targhe alterne per due giorni la settimana, mentre Rovigo, Verona e Vicenza hanno scelto di bloccare i mezzi non catalizzati. Una decisione, questa, condivisa da altre regioni del Nord, come Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna, che di fronte al problema dello smog hanno cercato un rimedio strutturale ma con meno disagi per gli automobilisti, o quanto meno, per chi può permettersi una vettura catalizzata, a metano o gpl. Sul fronte opposto, ci sono i capoluoghi del Friuli Venezia Giulia, che vantando una qualità dell'aria mediamente migliore (a esclusione di Trieste), non ritengono utili le limitazioni del traffico privato. Una tale diversità di vedute rischia, inevitabilmente, di sollevare polemiche per chi, da domani fino alla fine di marzo, rimarrà appiedato: «Queste misure sono solo palliativi - sbotta Franco Conte, responsabile regionale del Codacons - Il problema va affrontato in misura più radicale, chiamando allo stesso tavolo amministratori, categorie produttive e cittadini. E magari le aziende di trasporto pubblico: un cittadino può anche rinunciare all'auto, ma non può impiegare il doppio del tempo per andare al lavoro». Già, perché se commercianti e artigiani sono riusciti, dopo una lunga mediazione con i Comuni, a rendere meno pesante l'impatto con le chiusure a singhiozzo dei centri storici, sono i semplici cittadini i più esposti ai disagi in arrivo. Con trattamenti diversi da città a città: se Treviso ha deciso di far circolare i residenti, e Padova ha riconosciuto un'esenzione agli insegnanti e a chi porta i figli a scuola, nell'area urbana di Mestre le proteste sono più vivaci. Anche per i commercianti del centro, che speravano di vedere inclusi nel perimetro della «città proibita» anche gli ipermercati, dove si potrà invece arrivare liberamente. Per una risposta strutturale al problema - delle polveri e della mobilità urbana - non resta così che aspettare l'approvazione del piano regionale di risanamento dell'aria, che attribuirà alle Province il compito di coordinare gli interventi finalizzati a migliorare la qualità dell'aria ma anche i trasporti nelle città. Secondo una serie di interventi che, è bene ricordarlo, potranno dare i loro frutti solo nel giro di qualche anno. Nel frattempo, meglio portare il calendario con sé.

 

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LA DIFESA DEL POPOLO (sett. dioc. di Padova) di domenica 31 ottobre 2004

Pag 43 Lo statuto, i vescovi, i settimanali (lettera di Claudio Rizzato, consigliere Ds, e risposta del direttore Cesare Contarini)

 

Sono stato un comunista. Ora sono un diessino. E quindi un laico. Ciò non mi ha impedito di votare l’articolo dello statuto che richiama le “tradizioni cristiane” del Veneto. Sono convinto infatti che non bisogna avere paura della storia e comunque di ciò che è stato. Con la stessa chiarezza dico che non mi sono piaciute sulla vicenda statuto le recenti prese di posizione assunte dai vescovi e dai settimanali cattolici diocesani. Non contesto la legittimità dell’intervento (anche se un po’ più di tempestività sarebbe stata più produttiva) ma i contenuti dello stesso e la sua evidente ambiguità. Ho l’impressione che non si abbia avuto, per l’occasione, il coraggio di usare il linguaggio sollecitato da Cristo: sì , no no. Che si abbia avuto paura di chiamare le cose con il loro nome: pane il pane, vino il vino. Che ci si sia dimenticati di dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Perché la chiesa veneta abbia fatto questa scelta non mi è del tutto chiaro. Posso solo ipotizzare che sia stata una opzione politica, più preoccupata di non dispiacere a qualcuno, con il quale si dà per scontato di avere affinità culturali e dal quali magari ci si attende qualche beneficio materiale, che attenta a quello che stava accadendo in consiglio. Non si spiega diversamente come si sia preferito gettare la croce addosso del fallimento dello statuto proprio a chi in questa occasione ha sostenuto, più di altri, i valori e i principi che costituiscono l’essenza stessa dell’essere cristiani. Da uomini di chiesa mi sarei semmai aspettato un invito al rialzo su questi temi e di conseguenza un apprezzamento per coloro che con tutti i mezzi regolamentari a disposizione tentavano di far inserire con chiarezza nello statuto, senza ambiguità linguistiche e maligne perifrasi, i valori della solidarietà e dell’uguaglianza tra cittadini, di qualunque colore e nazionalità essi siano, il valore della pace e lo stesso richiamo alla Resistenza che, come per le tradizioni cristiane, è un dato che non può essere ignorato in una regione che è tra le prime in Italia per il contributo dato alla lotta di Liberazione. Abbiamo al contrario avuto dalla chiesa un messaggio più temporale che spirituale, al ribasso, quasi fosse indifferente la qualità dello statuto da approvare. Non ce lo aspettavamo, perché eravamo e continuiamo a essere convinti che i tempi esigevano — ed esigono — risposte all’altezza dei problemi. E che fosse compito della chiesa indicarci questa strada, lasciando a noi di essere eventualmente inadeguati, perché costretti dall’incombenza della mediazione politica.

 

Ringrazio il consigliere Rizzato per l’attenzione prestata all’intervento dei direttori dei settimanali diocesani veneti, due domeniche fa, a proposito del nuovo statuto del Veneto. Vorrei comunque ribadire subito — confidando nell’antico adagio reperita juvant — che la posizione dei vescovi (espressa per altro in un’improvvisata conferenza stampa) è dei vescovi, quella dei settimanali è nostra, autonoma pur nel comune sentire: non ci sono state regie sotterranee né strategie misteriose. Il fatto di essere usciti in extremis, forse fuori tempo massimo (quando sarà pubblicata questa risposta lo statuto potrebbe essere già defunto), conferma che non c’è stato un intervento compiuto e organicamente programmato. E pure “giustifica” la (relativa) debolezza delle argomentazioni del nostro editoriale: a quel punto l’unica cosa possibile era chiedere “Approvatelo”; rimettere in discussione anche solo un “tema forte” avrebbe potuto far precipitare il tutto. Abbiamo gli occhi aperti e ci rendiamo conto dove sta(va) uno dei nodi più critici: gli immigrati. Prendere posizione anche noi su questo era come lanciare altra benzina sul fuoco... Del resto, la nostra posizione è nota: sull’autonomia regionale, sull’accoglienza degli immigrati, sul fondamento democratico della nostra vita pubblica. Il   nuovo statuto, pur con i suoi limiti, può (poteva?) dare una risposta alla nuova realtà del Veneto. Resta da augurarsi che il lavoro fin qui svolto non sia proprio inutile.

 

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ed inoltre oggi segnaliamo…

 

IL FOGLIO

Pag 3 Cattolici perplessi

Buttiglione e affini, si avverte inquietudine anche nei più tiepidi

 

Il caso Buttiglione ha segnalato l’emergere in Europa di un atteggiamento di secolarizzazione ideologica coatta, a sfondo anticattolico. El Pais, il più diffuso quotidiano spagnolo, ieri pubblicava un attacco virulento a Giovanni Paolo 11 e al suo pontificato. Eletto “come a una lotteria”, secondo José Maria Vigil, il Papa “perpetua nella Chiesa Cattolica un sistema di governo antidemocratico, maschilista e gerontocratico”. In Spagna l’opinione cattolica comincia a reagire, in Italia invece tende a negare o edulcorare il fenomeno. Interessante invece la reazione laica non bigotta, politicamente scorretta. A questo atteggiamento contribuiscono ragioni tradizionali (che seguono l’indicazione di Giulio Andreotti a non mettere mai Dio “ai voti”) e circostanze pratiche, come quella che vede i cattolici italiani inseriti nella lotta politica e nei sistemi di potere, come quello bancario in cui hanno assunto recentemente l’egemonia. Nella negazione della nuova aggressività del laicismo bigotto c’è anche la “buona intenzione” di non dare spazio a una guerra di religione, rifiutando di parteciparvi. Influiscono poi a destra (vedi il deputato Udc Bruno Tabacci, antibuttiglioniano anche nel caso Buttiglione) e a sinistra comprensibili ragioni di concorrenza tra gruppi, come quella scatenatasi nell’Udc o nella Margherita. Tuttavia, anche tra i “negazionisti” sembra cominci a serpeggiare l’inquietudine. L’europarlamentare della Margherita Patrizia Toja, pur trovando ragioni solo politiche alla bocciatura di Rocco Buttiglione, cui il suo gruppo ha contribuito, e negando giustamente ogni “persecuzione” attuale, avverte i sintomi “anche nelle istituzioni, non di una corretta laicità, ma di un laicismo che diventa ideologia laicista”, e afferma, incalzata dall’intervistatOre di Avvenire: “Se vedessi questi segni nel Parlamento, non starei certo inerte o silenziosa”. Sembra quasi una questione di tempo e di misura. C’è da temere che l’occasione per uscire dall’inerzia verrà ben presto. Si vedrà allora se sarà colta davvero o se si preferirà far prevalere le rispettabili ma deboli ragioni delle alleanze che hanno portato a tollerare, per esempio, l’accusa di “oscurantismo” rivolte dai Ds alla legge sulla fecondazione assistita, votata anche dalla Margherita.

 

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CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Nazione da ricomporre di Sergio Romano

 

Prima ancora di comunicarci il nome del nuovo presidente americano queste elezioni ci hanno trasmesso un'immagine degli Stati Uniti che pochi osservatori, sino a qualche mese fa, avrebbero considerato possibile. La maggiore potenza mondiale si è drammaticamente divisa in due campi contrapposti. Proviamo a ricordare gli avvenimenti degli ultimi due anni. Il 12 settembre 2001 Bush ebbe con sé un Paese ferito e impaurito, ma straordinariamente compatto. Soltanto Wilson nel 1917, Roosevelt dopo Pearl Harbor e Lyndon Johnson nelle elezioni del 1964, un anno dopo l'assassinio di Kennedy, poterono contare su un tale grado di unità nazionale. Si dissolse improvvisamente, in quei giorni, il ricordo della Florida e delle contestazioni che avevano avvelenato il voto del 2000. Bush non era più il presidente zoppo, eletto da una minoranza del corpo elettorale e innalzato alla Casa Bianca da una discutibile sentenza della Corte Suprema. Era il presidente degli americani, uniti intorno a lui per combattere la minaccia terroristica. Comincia allora una fase in cui Bush, come re Mida, trasforma in oro tutto ciò che tocca e gode di una franchigia politica pressoché illimitata. Può introdurre norme che riducono drasticamente le libertà civili dei suoi connazionali. Può dichiarare guerra all'Afghanistan. Può rinchiudere i prigionieri nella grande Bastiglia di Guantanamo. Può voltare le spalle all'Onu e invadere l'Iraq. Può concedere appalti e commesse alle «industrie di famiglia» della sua amministrazione. Può dissipare l'attivo del bilancio e accumulare un considerevole passivo. Può predicare la democrazia in una parte del mondo e sostenere i regimi repressivi dei Paesi di cui ha bisogno. La situazione comincia a cambiare nella seconda metà del 2003 quando gli americani si accorgono che l'Afghanistan non è stato pacificato, che l'Iraq non è stato debellato, che le armi di distruzione di massa non esistono, che Osama non è stato catturato e che molti dei sospetti imprigionati dopo l'11 settembre sono innocenti. E' questo il momento in cui l'America dimostra di essere una straordinaria democrazia. Il graduale risveglio di una società intorpidita dalla minaccia terroristica passa attraverso l'ammirevole lavoro delle sue migliori istituzioni. La stampa si scuote di dosso il conformismo patriottico dei primi mesi e comincia a parlare dell'Iraq come venticinque anni prima del Vietnam. I tribunali estendono i diritti costituzionali ai detenuti di Guantanamo. Il Congresso espone alla luce del sole le bugie dell'amministrazione. Tutto ciò che Bush aveva impunemente fatto sino a quel momento, dalla riduzione delle imposte al nepotismo aziendale dell'amministrazione, comincia a ritorcersi contro di lui. L'America liberale, tollerante e civile divorzia dal suo presidente. Ma un'altra America, quella della frontiera e del Vecchio Testamento, gli rimane fedele. Conosce i suoi difetti e il suo semplicismo ideologico, ma ammira il suo dogmatismo e crede che persino i maggiori difetti, nei passaggi difficili della storia, possano dimostrarsi utili alla sopravvivenza della nazione. La politica di Bush ha avuto quindi l'effetto di riportare alla superficie, esaltare e irrigidire l'una contro l'altra le due grandi componenti dell'anima americana. Il Paese unito del 12 settembre 2001 è un Paese diviso. Non so ancora, mentre scrivo, chi governerà gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni. Ma il nuovo presidente, chiunque sia, non potrà occuparsi soltanto di guerra irachena e crisi economica. Dovrà lavorare a ricomporre l'unità della nazione.

 

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Pag 22 Olanda, ucciso il regista che criticò l’Islam di Elisabetta Rosaspina

Theo Van Gogh ammazzato per strada, arrestato un marocchino. La regina: “Paese sotto choc”

 

Si muore giovani, in casa Van Gogh, e non sempre nel proprio letto: il più noto discendente del pittore ottocentesco, il regista 47enne Theo, è stato assassinato ieri in un parco di Amsterdam da un giovane marocchino che aveva deciso di fargli pagare l'affronto di un cortometraggio contro la violenza islamica sulle donne. Dieci minuti di documentario, intitolato «Submission», Sottomissione, e trasmesso poco più di due mesi fa dalla televisione olandese, hanno provocato la reazione omicida di un 26enne maghrebino, che ieri mattina ha intercettato il regista in bicicletta all'Oosterpark, gli ha sparato e poi lo ha finito a coltellate. Per i Paesi Bassi, già traumatizzati due anni fa dall'agguato al leader populista Pim Fortuyn, è stata la conferma di un'indicibile realtà: anche nel cuore più tollerante d'Europa, la libertà d'opinione è in pericolo. Theo Van Gogh aveva il difetto di non esporre la sua opinione molto garbatamente. I suoi film, i suoi interventi televisivi, i suoi articoli aggredivano con termini brutali, se non insultanti, gli imam e le loro prediche, i musulmani misogeni e su, su, fino a Maometto. Voleva lasciare gli spettatori senza fiato. E con «Submission», il cortometraggio realizzato con l'attrice e parlamentare somala, naturalizzata, Ayaan Hirsi Ali, aveva raggiunto lo scopo: narrava la storia di un matrimonio combinato, come quello della stessa sceneggiatrice, di soprusi domestici, dello stupro di uno zio e della condanna per adulterio. Raffigurava nudità femminili in trasparenze, con versetti del Corano tatuati sulla pelle. Troppo, per la mente del ragazzo marocchino che, in Van Gogh, deve aver visto l'ombra blasfema di un altro Salman Rushdie. Quest'estate il regista aveva accettato la scorta della polizia, ma si vantava di riuscire a seminare regolarmente i suoi guardaspalle. Ieri, a guardarlo morire, c'era soltanto una mamma in bicicletta: «Non farlo, non farlo!» la donna ha implorato, mentre partivano i primi colpi di pistola. Ma il killer si è avvicinato a Van Gogh agonizzante, lo ha colpito con un coltello al collo, al torace e ha lasciato una lettera sul suo corpo. Un passante ferito di striscio ha dato l'allarme, la polizia ha setacciato il parco e ha raggiunto quasi subito il fuggiasco che indossava la jellaba araba e che ha sparato ancora, ferendo un agente. Finché non è stato azzoppato a colpi di pistola. «Non c'erano complici nella zona» ha assicurato il portavoce della polizia, Eric Vermeulen. La città e il mondo politico hanno reagito, compatti, come se fosse stata messa in discussione la libertà di opinione di tutto un popolo. Meno di 12 ore più tardi, nella centralissima Piazza Dam, si sono riunite oltre ventimila persone per manifestare, «il più rumorosamente possibile» si era raccomandato il sindaco Job Cohen, contro il silenzio definitivo imposto al controverso regista. Non era solo perché portava quel nome che Van Gogh poteva dire, scrivere e filmare ciò che voleva: «Theo aveva litigato anche con me — ha ricordato il sindaco —, non avevamo le stesse idee, ma questo è sempre stato possibile nel nostro Paese». La regina Beatrice si è definita «choccata». Il primo ministro Jan Peter Balkenende ha parlato di un «giorno triste per la libertà d'espressione». Anche la comunità araba ha risposto alla convocazione in Piazza Dam: «Manteniamo equilibrio e sangue freddo» ha esortato il responsabile del Consiglio urbano marocchino. Parole consapevoli dei rischi che questo omicidio comporta per gli immigrati musulmani: il 5,5% della popolazione olandese. Mentre il governo di centrodestra meditava di rimpatriare almeno 26 mila in attesa di asilo politico, Theo Van Gogh si accingeva alla sua nuova opera: «0605», cifra che indica la data, il 6 maggio, dell'omicidio di Pim Fortuyn. Il suo assassino, titolare anche di passaporto olandese, gli ha impedito di completare il progetto, ma ne ha amplificato il messaggio. Oggi in Olanda, la morte dell'ultimo dei Van Gogh offusca sui giornali anche la sfida finale tra Bush e Kerry. Oscar postumo a un regista che non aveva mai seguito la filosofia del suo lontano prozio, Theo, mercante d'arte e fratello di Vincent, il pittore: «Vendi quel che piace alla gente».

 

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Pag 37 La Chiesa parla al femminile di Gaspare Barbiellini Amidei

Elzeviro sul saggio di Politi

 

Dicevano che Dio era morto, ora non si parla d'altro che del suo ritorno. Marco Politi, che ha dato al suo ultimo libro proprio questo titolo (Il ritorno di Dio, Mondadori, pp. 455, e 20), ha un grande merito nel folto scaffale della divina restaurazione fra la folla contemporanea. Fa cronaca, non socio-ideologia, racconta come circola e prende coerente corpo la notizia che Dio gode ottima salute. Colpisce l'onestà intellettuale di questo documentato viaggio attraverso il cattolicesimo italiano. Il resoconto smentisce implicitamente nei fatti e nei sentimenti i più coltivati luoghi comuni della mezza cultura tardomaterialistica. La contrapposizione fra popolo di Dio e gerarchia della Chiesa, fra generosità sociale dei singoli cattolici e avarizia intellettuale della struttura di potere ecclesiale, fra libertà di idee dei nuovi credenti e decrepito immobilismo dei teologi, ecco tutti questi stanchi schemi restano fuori. Per questo il libro di Politi è un fatto nuovo e rilevante. Nella globale novità della stagione attuale del cristianesimo europeo esso marca il diverso rapporto fra informazione laica e arcipelago dei credenti. Le cose che Politi riferisce segnalano una innegabile verità di fondo, diversamente vissuta dai milioni di persone che mettono a bilancio anche l'eterno. La fede, il libro lo documenta, è una delle costanti più vitali e convinte della nostra società, fede di donne ancora più che di uomini, donne non emarginate, anche donne teologhe, donne che come suore non si sentono le ultime, non coprono il loro ruolo in attitudine gregaria, donne delle quali sarà il terzo millennio nella sua dimensione religiosa, anche se non è prevedibile la procedura. Madre Teresa, che fu in pectore del Papa una principessa della Chiesa, e Chiara Lubich, la fondatrice del movimento dei focolarini, una leader delle anime che in questo libro incontriamo insieme ad altre efficaci figure femminili, non sono fiori all'occhiello di uno stanco abito del maschilismo sacerdotale. La centralità della donna è lo spirito che si coglie anche nei documenti del pontificato, dalla enciclica Mulieris dignitatem alla recente lettera del cardinale Joseph Ratzinger. Ma la novità più evidente che Politi registra è di relazione con la società civile. Potrebbe sembrare ingeneroso e sbrigativo per la storia della Democrazia cristiana, ma è un fatto incontestabile che il cattolicesimo italiano non è mai stato così bene come da quando si è dissolto il partito unico dei cattolici. La Chiesa di Ruini, di Martini, di Tettamanzi, di Piovanelli, che ha prefato questo volume in singolare coppia con Scalfari, ha gestito la transizione dal collateralismo alla attiva indipendenza e ne ha tratto agilità di movimento e prestigio. Sono stati quindici anni senza strappi, senza lacerazioni, senza contrapposizioni fra destra e sinistra di Dio. C'è una sorpresa, dentro la cronaca laica. L'occhio del reporter vede al di là delle dirette televisive e dei bagni di folla di santificazioni e viaggi papali, coglie il brusio di un popolo che prega. Sono una sorpresa, per gli analisti che vedono solo manovre e strategie, questi cristiani che pregano, che non fanno conti elettorali, che alla politica dei cristiani eletti chiedono coerenza con i principi proclamati e non ridistribuzione delle poltrone conquistate. Non dico che questa sia la fotografia unitaria offerta dal libro, ma sullo sfondo c'è anche questo.

 

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IL GAZZETTINO

Pag 1 Entrambi si riconoscono nei valori fondanti di Fernando Mezzetti

 

La corsa alla casa Bianca è stata caricata in Italia di un significato ideologico che risponde più a logiche di nostra politica interna che alla realtà americana. Vengono trasferiti oltre Atlantico e attribuiti ai due candidati, in contrasto sui programmi, e a una società, divisa nelle sue preferenze, gli steccati storici che hanno segnato la nostra storia e la nostra vita, come se gli americani dovessero votare per Prodi o per Berlusconi: ignorando che i due rivali e quella stessa società si riconoscono nei valori fondanti della comunità nazionale. Non si vuol certo dire che un presidente valga l'altro, anzi: per i poteri che il sistema di "monarchia repubblicana" attribuisce all'uomo della Casa Bianca, la storia americana è segnata dalla personalità del presidente nei grandi indirizzi di politica estera, economica, sociale, nella capacità di evocare sentimenti profondi della coscienza collettiva, con le suggestioni sull'essenza e il ruolo storico degli Stati Uniti.E tuttavia, in politica internazionale, entrano in gioco meccanismi e ragioni profonde, permanenti, per cui la personalità e gli atti del presidente non rispondono a logiche di schieramento, ma a visioni di interesse nazionale e rapporti di forza in un quadro di alleanze e di responsabilità mondiali. Fu il democratico Wilson a portare nel 1917 gli Stati Uniti nel carnaio europeo; e pur trascinato in guerra dall'attacco giapponese a Pearl Harbour, fu un altro democratico, Roosevelt, a entrare a tutto campo nel secondo conflitto mondiale, impegnandosi in modo determinante sul teatro europeo, non solo del Pacifico. Poi fu ancora un democratico, Truman, a fronteggiare con fermezza la minaccia sovietica. Aveva appena riportato a casa i boys dai lontani fronti, quando li rimandò a combattere nel 1950 in Corea, a respingere l'invasione del Sud da parte del Nord comunista. Dopo un conflitto durato tre anni, in diverso quadro internazionale fu il repubblicano, Eisenhower, già vittorioso comandante in Europa, a fare nel 1953 l'accordo per l'armistizio. Nell'immaginario collettivo il democratico Kennedy, oltre che per la tragica fine, resta l'uomo di migliori rapporti con l'Unione Sovietica di Krusciov che parlava di coesistenza pacifica: ma è invece colui che non esitò ad andare sull'orlo dello scontro militare con Mosca per i missili a Cuba, costringendola a ritirarli; e con lui gli Stati Uniti si impegnano militarmente in un Vietnam in cui il successore Johnson, pure democratico, proseguirà l'escalation che metterà in ombra le sue grandi realizzazioni sociali. Sarà il repubblicano Nixon a uscire dal Vietnam, aprire alla Cina e stabilire la distensione con Mosca: al punto che il Cremlino bollò come "manovra contro la distensione" lo scandalo Watergate che lo travolse. Dopo il democratico Carter, umiliato dall'Iran e ingannato da Breznev che abbracciandolo invadeva l'Afghanistan, sarà il repubblicano Reagan a raggiungere intese storiche con un Cremlino costretto a cambiare, mentre il successore Bush padre farà, sotto egida Onu, la guerra del Golfo contro Saddam. Il democratico Clinton ha fatto la guerra del Kossovo, e risposto comunque a un terrorismo incipiente che non aveva ancora colpito l'America al cuore, ma all'estero.In tutta la campagna, Kerry ha criticato Bush per la guerra in Iraq non da pacifista, ma per come l'ha condotta, isolandosi dagli alleati, e per aver mal gestito il dopoguerra. Non minaccia di ritirarsi, ma proclama di volerla vincere. Berlusconi Prodi, in corsa in queste ore verso la Casa Bianca: ma due candidati alla guida di un paese che, chiunque vinca, resta alfiere del mondo libero, ieri contro la minaccia sovietica, oggi contro il terrorismo.

 

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LA NUOVA

Pag 41 Una goccia di rugiada sulle antiche ferite tra armeni e turchi di Antonia Arslan

Alla Fondazione Cini un confronto autentico e perciò utile tra studiosi liberi

 

Fine ottobre. Una giornata nebbiosa, un lungo tragitto in vaporetto, l’approdo alla Fondazione Cini, l’acqua alta appena abbassata, malinconia e un filo di ansia. Interrogarsi, interrogare. C’è questo importante convegno (Nella storia, oltre la storia. Armeni e Turchi: una vicenda millenaria, Venezia 28-30 ottobre 2004), che non è uno dei soliti. Si parla del genocidio armeno, ma non solo di questo. C’è stata una lunga storia di relazioni fra il popolo armeno e quello turco, nell’accogliente e fertile terra d’Anatolia, prima dei tragici eventi del 1915 e della frattura terribile che ancora avvelena e inquina ogni rapporto fra i due popoli (non dimentichiamo che oggi, nel 2004, la frontiera fra la Turchia e la Repubblica d’Armenia è ancora chiusa, come all’epoca della Guerra Fredda). Ci sono stati secoli di convivenza, dopo la conquista di Costantinopoli da parte delle armate di Maometto II, nel 1453. C’è stato il grande Impero Ottomano, all’interno del quale vigeva il sistema dei millet (così venivano chiamate le varie «nazioni» che convivevano all’interno dell’impero, e quella armena veniva addirittura chiamata la «nazione fedele»); personaggi appartenenti all’etnia armena ricoprivano alte cariche, e si affermavano come uomini politici, bravi medici, musicisti, industriali della seta, abilissimi coltivatori e allevatori, giornalisti, attori, poeti. Armeni erano gli eccellenti artigiani, orologiai, cuoiai, fabbri, gioiellieri, ceramisti (e grandi architetti, secondo l’antico talento nazionale) che illustravano col loro ingegno la patria comune, l’impero multietnico nel quale convivevano con abbastanza elasticità la nazionalità dominante, di etnia turcomanna, e quelle sottoposte, arabi, armeni, greci, assiro-caldei. Questa «vicenda millenaria», volendo citare il titolo del convegno, è una materia bruciante, difficile da razionalizzare per i popoli coinvolti. Per gli armeni, suscita violente emozioni, antiche ferite, il ricordo di padri e madri che piangono ogni notte, e che sono spesso gli unici sopravvissuti di famiglie patriarcali, e parlano e parlano della Patria Perduta, dove scorrono fiumi di latte e miele, e dove i grappoli d’uva sono così grandi che ci vogliono due persone a portarli. E dall’altra parte, fra i turchi, un vuoto, un oscuro senso di colpa, ma soprattutto la percezione forte che c’è un tabù potente intorno a ogni cosa che riguardi gli armeni, questo popolo misteriosamente scomparso dalla terra anatolica, a cui i vecchi ogni tanto alludono in forme sibilline, come di «quelli che se ne sono andati», o parlano del mitico «oro degli armeni», sepolto chissà dove... Eppure bisogna tentare. E riflettevo, in vaporetto, che un genocidio, come quello che ha travolto gli armeni nel 1915 e li ha spossessati della loro terra e delle loro radici, nel mentre rappresenta una frattura psicologica quasi insormontabile per i superstiti del popolo che ne è stato la vittima, rappresenta anche una tragedia enorme per il popolo a cui appartengono i perpetratori.  Riflettevo anche che i genocidi di solito sono avvolti nel silenzio. Nessuno, neppure il più terribile degli stati totalitari, si vanta di averlo commesso, un genocidio. Si compie, e poi si provvede a occultarlo: tanto è vero che una delle immagini più ricorrenti, per ogni massacro negato, è quella della fossa che cela orrori, dovunque sia situata e chiunque la scopra: Katyn, Cambogia, la Bosnia, le Fosse Ardeatine, la foiba di Basovizza, Srebenica... E dunque l’importanza di questo convegno è consistita soprattutto nel fatto, storicamente importantissimo, che - grazie alla tenacia di Boghos Levon Zekiyan e di Antonio Rigo - proprio a Venezia studiosi turchi e armeni si sono confrontati, hanno dialogato con colleghi di altri paesi: francesi, italiani, israeliani... Non ancora gli studiosi appartenenti all’ufficialità governativa turca, ma gli indipendenti, gli spiriti liberi che si interrogano, gli intellettuali curiosi. Non sono ancora molti, ma hanno forti personalità: ricorderò almeno Taner Akcam, Ragip Zarakolu, Halil Berktay. E quello a cui ho assistito non è stato il dialogo-marmellata di chi non ha idee proprie, ma il vero - e raro! - contatto onesto di idee, messo in atto con la coerenza e l’audacia intellettuali di chi ha il coraggio di esporsi a un confronto autentico. E io, che ero inquieta, sono stata affascinata. Ho sentito voci turche pronunciare la parola genocidio, ho parlato con gentiluomini medio-orientali che somigliavano al mio mitico nonno Yerwant e che appartenevano alla medesima area culturale, che con lui si sarebbero incontrati e capiti. Anche quando è stata affrontata la questione di immediata attualità politica dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, si sono viste all’opera buonafede e intelligenza di idee, opinioni pesate e chiare, e non la mesta e frequente ipocrisia di chi pensa che di questo problema si può tranquillamente negare l’esistenza, semplicemente non parlandone. A questo proposito, lo scollamento fra i governi e l’opinione pubblica europea è invece, come ha ricordato Aldo Ferrari, piuttosto evidente, anche se considerato con scarsa attenzione. Insomma, semi sono stati gettati, parole non casuali sono state dette. «Anche noi soffriamo, in conseguenza della tragedia del genocidio, come se avessimo messo a tacere una parte di noi, perché la nostra ricchezza - ha detto l’editore Ragip Zarakolu - è la mista eredità di sangue che abbiamo». Come sentendosi bambini maltrattati, orfani dietro la scala, gli armeni hanno visto troppo spesso la loro pena aumentata dal silenzio felpato e sprezzante di un’opinione pubblica che li aveva completamente dimenticati. Questo convegno alla Cini ha dato finalmente conto dell’esistenza di un’eco che li riguarda, di un’immagine residua del «popolo cancellato» anche nella Turchia attuale. E così anche la mia «piccola storia» si è inserita nel flusso di tutte le altre storie anatoliche, è stata riconosciuta e accettata. Ed è stata, per tutti noi, come una rugiada benefica su ferite antiche, ma non rimarginate.

 

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LA REPUBBLICA di domenica 31 ottobre 2004

Pag 1 Quest’Europa è senz’anima, solo la cristianità può dargliela” di Massimo Giannini

Intervista al Presidente del Senato Pera: la firma di Roma è un atto di coraggio che però non crea un’identità piena

 

Roma. Rocco Buttiglione? È vittima di «una congiura anti-cristiana», di «un pregiudizio che pur­troppo in Europa c’è ed è molto diffuso». Il ritorno della minaccia di Bin Laden? E il nuovo campanello d’al­larme, che impone all’Occidente di “ritrovare le sue ragioni identitarie» E di questo recupero, «l’Europa deve farsi carico, anche e soprattutto riconoscendo le sue radici cristiane». Marcello Pera è reduce dalla storica firma della Costituzione Ue di venerdì scorso. Prima la cerimonia al Campido­glio, poi il pranzo al Quirinale. «Ho sentito tanti bei discorsi — riflette il presidente del Senato—e ora non voglio passare per quello che guasta la festa. Quest’Europa è bella a vedersi. Ma perché nessuno dice la verità? Purtroppo è un’Europa vuota. Un’Europa senz’anima». Come dimostra da ultimo proprio il caso Buttiglione, «è un’Europa divisa e scristianizzata, che non sa più chi è, non sa più da dove viene e non sa più dove vuole andare».

Presidente Pera, tutti — capi di Stato e di governo della Ue — hanno detto che la firma della Costituzione è una tappa storica. Lei non è d’accordo?

«Sì, certamente sono d’accordo. Tanto che il Senato ha pubblicato per primo in Europa il testo definitivo del Trattato. Una copia l‘ha voluta anche Romano Prodi. Ma nell’en­tusiasmo generale non dobbiamo perdere di vista la realtà. Quello che è stato firmato dai 25 paesi dell’Europa rappresenta una speranza. Il Trattato in sé è più promettente che decisivo per l’integrazione dell’Unione. L’Europa fotografata dal Trattato mi appare come una “creatura” che oggi esprime solo un “né, né”».

Cosa intende dire? Che significa “né, né”?

«Quel testo dice tante cose su quello che l’Europa, oggi, non è. Non è un Europa identitaria, perché non definisce l’insieme completo dei principi e dei valori che riflettono la nostra storia, e questo mi sembra il limite principale del Trattato. Non è un Europa dei mercati, perché nei Paesi membri non valgono ovunque le stesse regole economiche e finanziarie. Non è un’Europa della sicu­rezza, perché non ha un suo esercito né un suo sistema di difesa. Questo purtroppo, è un momento di grandi divisioni per il Vecchio Continente. È diviso sulle relazioni atlantiche, è diviso sulle strategie per la soluzione del conflitto mediorientale, è diviso sulla Turchia, è diviso sul Patto di stabilità, sull’immigrazione sulla giustizia. E queste divisioni, nono stante la storica firma del Trattato costituzionale, venerdì erano tutte lì in bella mostra, su quella splendida tavola imbandita al Quirinale».

Su quella tavola lei vede solo bicchieri rimasti mezzi vuoti. Non c’è anche una metà piena, nella firma del Trattato?

“Certo che c’è. Perché la creatura appena nata è comunque frutto di un atto di coraggio. Se l’Europa non avesse firmato il Trattato avremmo fatto un salto indietro di parecchi decenni sulla via dell’integrazione. Ma resta il fatto che la maggior parte del cammino è ancora da compiere. La prova sta nella qualità e nella quantità stessa del testo: 500 pagine, nell’edizione del Senato, fanno capire che quello che i 25 hanno appena firmato è, appunto, più un Trattato che una Costituzione, in genere più succinta nei principi di fondo e più puntuale nella loro enunciazione».

Presidente, lei non è un euroscettico, ma sembra parecchio euro-pessimista.

«Senta, il pessimismo o l’ottimismo, in queste vicende, contano davvero poco. Io cerco solo di essere realista. E con realismo dico che adesso l’Europa ha di fronte a sé alcuni banchi di prova di enorme im­portanza, sui quali deve dimostrare che l’atto di coraggio compiuto qui a Roma non è stato fine a se stesso».

Che genere di prove?

«Prove identitarie, prima di tutto. Sono le più importanti, e quelle sulle quali finora l’Europa ha vacillato di più».

A cosa sta pensando?

“Penso ad esempio alle strategie sull’immigrazione, come le dicevo prima. Penso alle diffidenze inaspettate che sono insorte tra gli stessi Paesi fondatori, aldilà della retorica sulla riunificazione del Continente, sul tema dell’allargamento Penso alla stessa ammissione della Turchia nella Ue. Mi suggerisce la metafora di una famiglia che ha tanti figli naturali, e che un bel giorno decide di adottarne un altro. Se questa famiglia è coesa, e si riconosce in valori identitari condivisi, non ha alcun timore. Se invece la famiglia non è coesa, e non ha una sua identità, allora esita, ha paura dell’adozione perché teme di esserne destabilizzata. Noi siamo questa famiglia: e abbiamo paura di accogliere 80 milioni di turchi non perché non sappiamo cos’è la Turchia, ma perché no abbiamo ancora capito cosa siamo noi”.

Che altre prove ha davanti, secondo lei, l’Europa che cerca di darsi un’anima?

«Prove concrete sulle “policies”. Le faccio alcuni esempi. Politica estera: riuscirà l’Unione a trovare una posizione unitaria sulla que­stione del seggio Onu? Riuscirà l’Europa a ricostituire un sistema condiviso di relazioni transatlantiche, indipendentemente dall’esito delle elezioni presidenziali americane? E, di riflesso a questo, riuscirà l’Europa a ristabilire una linea di condotta comune sul tema del dopo-guerra in Iraq? Riuscirà l’Europa a influire sul processo di pace tra Israele e Palestina? Politica economica e sociale: riuscirà l’Europa a darsi un nuovo Patto che concili davvero la stabilità con la crescita economica, quindi a riscrivere una nuova Maastricht che eviti la sperequazione tra pochi grandi Paesi che possono permettersi di violare le norme sul deficit e gli altri che invece devono rispettare senza discutere? E riuscirà l’Europa a riformare il costosissimo e non più efficiente Welfare che pesa sulle sue spalle come il vecchio Anchise sulle spalle di Enea? Vede quante questioni pratiche sono rimaste sospese, nell’agenda dei 25. Ora non c’è da spandere troppa retorica. C’è invece da rimboccarsi le maniche. Se nei prossimi mesi e nei prossimi anni a tutte queste domande verranno date risposte concrete e positive, allora si produrrà integrazione, e si svilupperà un effetto centripeto per tutti i Paesi membri. In caso contrario, se le risposte non arriveranno o saranno parziali e insufficienti, sarà la disgregazione. Torneranno dominanti gli interessi nazionali, e anche la firma del Trattato resterà un atto simbolico».

Ma forse, prima ancora che questi nodi politici strutturali ce ne sono almeno un palo, di carattere “congiunturale”, non meno importanti e forse pregiudiziali. Il primo riguarda le ratifiche del Trattato, e il rischio che In molti Paesi i referen­dum possano bloccare il processo dl integrazione. Lei che ne pensa?

«E vero, ci sono Paesi a rischio. Molto dipenderà dalla prevalenza degli interessi politici e di partito dentro i singoli stati, guidati in gran parte da governi di coalizione. Se i referendum sulla Costituzione diventassero strumento di lotta politica interna, questo potrebbe essere un serio problema. Molto dipenderà poi dalla percezione che i singoli governi sapranno trasmettere ai cittadini sull’utilità dell’Unione: dovranno presentare la Costituzione come un’opportunità, e non come una “coperta ideologica”, che equivarrebbe alla fine dell’Europa».

In Italia, tanto per cambiare, la maggioranza è spaccata. La Lega ha annunciato che voterà contro la ratifica, e vuole un referendum sulla Costituzione anche da noi, È una via percorribile, secondo lei?

“No, non ci sono strumenti giuridici che consentono lo svolgimento di un referendum... “

Per questo il Carroccio ha presentato una proposta dl legge costi­tuzionale, che permetta li voto po­polare anche sulla ratifica dei trat­tati.

«Non ce n’é alcun bisogno. Il nostro è un Paese filo-europeista, fin dalla nascita della Repubblica. Piut­tosto, io auspico che l’italia, insieme ai grandi Paesi fondatori, ratifichi subito il trattato: questo avrebbe un effetto di trascinamento anche sui Paesi meno convinti”.

C’è una seconda “pregiudiziale”, che l’Europa deve risolvere subito, prima di procedere alle ratifiche o di discutere su quelle che lei chiama le “policies”. E l’impasse che si è creata sulla Commissione, con il rinvio chiesto da Barroso e la pessima figura fatta dall’Italia su Buttiglione, che Berlusconi è stato costretto a ritirare dalla Commissio­ne. Lei come la vede?

“La crisi che si è aperta sui com­missari è decisiva, anche rispetto ai futuri passi che muoverà l’Unione. Io penso che sulla vicenda che riguarda Buttiglione abbiano giocato tre elementi fondamentali. Il primo è un pregiudizio anti-cristiano, che è oggettivamente molto diffuso in Europa. Il secondo è una forte componente anti-italiana, che ha come obiettivo il governo Berlusconi. Il terzo è un elemento anti-Commissione, che ha spinto il Parlamento di Strasburgo a voler riaffermare la sua sovranità sulla tecnostruttura di Bruxelles».

Non ci credo: anche lei, che pure è un laico e che dunque dovrebbe far sua la lezione di Kant sulla separazione tra la morale e la politica, vede la grande congiura anti-cristiana in Europa?

«La vedo perché c’è”.

Ma non crede invece che Buttiglione abbia scontato i suoi atti po­litici, prima proponendo nei lavori della Convenzione un emendamento che eliminava l’orientamento sessuale dall’elenco delle discriminazioni proibite nello spazio dell’Unione, poi sollevando davanti al Parlamento europeo la categoria del “peccato” nei confronti degli omosessuali?

Guardi, su Buttiglione le valutazioni possono essere le più diverse. Ci si poteva anche aspettare che avrebbe tenuto più salde le sue convinzioni, evitando di scrivere la lettera che ha scritto e accettando tutte le conseguenze della sua scelta. Ma questo non toglie che in Europa il pregiudizio anti-cristiano c’è, e purtroppo è molto radicato».

A parte il caso Buttiglione, in che cos’altro lo ha visto precipitare, questo pregiudizio? Forse nel mancato riferimento nella Costituzione ai comuni valori cristiani?

«Sì, quella a mio avviso è stata una grande occasione che l’Europa aveva, per darsi un’identità positiva. Purtroppo l’ha perduta e questa è stata la spia che ha rivelato la grave crisi identitaria vissuta dal Continente”.

Addirittura? E lo dice un liberale come lei?

«E proprio da liberale che sto parlando. E affermo che, oggi. I liberali devono dirsi cristiani”.

L’antica lezione dl Croce.

«No, è molto di più di Croce. Noi liberali non dobbiamo più limitarci a dire “non possiamo non dirci cristiani”. Ma adesso “dobbiamo dirci cristiani”. E tutti gli europei dovrebbero dirlo. Soprattutto se laici”.

Questa è veramente una contraddizione in termini.

“Niente affatto, se riflette sullo snaturamento del concetto di “laico”. Un tempo lo si diceva di uno che non era un sacerdote. Oggi, nell’accezione comune, laico vuoi dire semplicemente non credente o addirittura ateo».

E non è forse un’accezione corretta?

«Non necessariamente. E quand’anche fosse, c’è un’identità comune che lega il laico, il liberale, il cristiano”.

E quale sarebbe questa identità comune.

«Ci sono mille scuole di pensiero liberale. Ma tutte convergono almeno su un punto: da John Locke in poi, è liberale chi riconosce la prevalenza dell’individuo sulla società e sullo Stato. È un primato assiologico. E’ il credo dei liberali di tutti i tempi e di tutte le nazionalità. E, guardi un po’, deriva proprio dalla circostanza che l’Europa, a un certo punto della sua parabola storica, è stata evangelizzata. E deriva dal fatto che l’individuo ha assunto dignità in sé perché in esso si è riflessa l’immagine di un dio che si è fatto uomo. I diritti civili nascono da qui: dallo “habeas corpus”. Gli individui ne sono titolari alla nascita, anzi al concepimento perché in qualche modo sono lo specchio del dio-persona che abbiamo imparato a conoscere con il cristianesimo. Ecco perché, oggi, anche noi liberali dobbiamo dirci cristiani. Ed ecco perché l’Europa, non riconoscendo nella sua Costituzione questa radice comune, ha perso una straordinaria occasione di definire se stessa, e di darsi un’anima”.

Un’identità si può costruire e declinare solo attraverso i principi religiosi?

«No, questo non si può dire in assoluto. Ma è un fatto incontrovertibile che buona parte dei comandamenti della tradizione giudaico-cristiana, dal non uccidere al non rubare, sono diventati norme giuridiche positive in tutti i codici degli stati europei».

Ma sono principi comuni anche ad altri continenti, e persino ad al­tre religioni. La vita non è sacra solo per i cristiani.

«È possibile. Ma per noi europei la radice è quella: gli Atti degli apostoli, il monachesimo, la seconda evangelizzazione del Vecchio Continente. Gli europei se ne dovrebbero convincere, invece di continuare a predicare e praticare quel relativismo culturale secondo cui tutte le culture e le civiltà sono uguali».

Lo scontro dl civiltà, secondo lei nasce da questo, giusto?

«Non c’è dubbio. Non sappiamo che rapporti avere con l’America, non sappiamo come fronteggiare il fondamentalismo islamico, che ora torna a minacciare l’Occidente con un nuovo video di Bin Laden, perché non sappiamo chi siamo. Torno alla metafora della famiglia: se io non so chi sono i miei genitori, come faccio a difendere le ragioni della mia famiglia? Oggi paghiamo questo deficit culturale. La scristianizzazione dell’Europa, che da sempre angoscia anche il Papa, annacqua e svalorizza la nostra identità. Per questo, oggi, possiamo firmare al massimo un Trattato, ma non una Costituzione vera e propria. Ed è, da questo punto di vista, una differenza abissale».

Piuttosto lei non vede, soprattutto in ltalia, la tendenza a inseguire o ad assumere le posizioni della Chiesa, per dare dignità identitaria a una cultura politica, prevalentemente dl destra, che non ha più ra­dici o che forse non le ha mai avute?

«No. Non c’entra la Chiesa, né la deriva clericale. C’entrano i valori. C’entra il messaggio evangelico. Da lì nasce la nostra “religione civile”. Noi la stiamo perdendo. E sono davvero stupito che, in nome della laicità, si affermi il contrario. Questa è una posizione laicista, che è tutt’altra cosa”.

La partita dei valori è persa, secondo lei?

«Non ancora. Ma vedo, in Italia e In Europa. una cultura cristiana in forte difficoltà, e in forte ritardo. Av­verto un disagio profondo nei credenti, e un bisogno vero dei giovani di recuperare questo ritardo. Spero che l’Europa se ne renda conto. E che prima o poi, oltre alla Costituzione, ritrovi anche la sua anima».

 

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