RASSEGNA STAMPA di giovedì 7 ottobre 2004

 

seconda edizione

 

SOMMARIO

 

“Il comunismo, male necessario”: l’affermazione del Papa, tratta dal suo nuovo libro in uscita la prossima primavera, è oggi il titolo in assoluto più ripreso dai giornali. Parte a Bologna la Settimana sociale dei cattolici italiani

mentre la Turchia (che ha ricevuto un sì “condizionato” all’ingresso in Europa)

 è sempre al centro di articoli, commenti e approfondimenti… (a.p.)

 

2 - PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VII Grazie all’impegno dei privati restaurati numerosi monumenti di Federica Repetto

 

Pag XV Nuova opera di Romano Vio nella chiesa di Sant’Ignazio di D.M.V.

Nel ventesimo anniversario della sua scomparsa

 

Pag XVIII S’inaugura oggi a Santa Giustina (S. Francesco della Vigna) il capitello restaurato di Titta Bianchini

 

LA NUOVA

Pag 24 S. Stefano. Restauro finito per i monumenti funebri di Alessandra Artale

 

Pag 28 Una “cena che non c’è”. Per beneficenza di Alessandra Artale

L’iniziativa della vetreria Moretti per il patronato S. Apostoli

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Il Papa e il comunismo. “Un male necessario” di Luigi Accattoli

Il nuovo libro

 

Pag 37 “E infine la Divina Provvidenza impose un limite a quelle follie”

Due brani del libro di Giovanni Paolo II “Memoria e identità”

 

LA REPUBBLICA

Pag 16 Wojtyla e il comunismo. “Un male necessario” di Marco Politi

Il nuovo libro del Pontefice: “Il nazismo, furore bestiale”

 

Pag 17 “Ha visto la caduta della grande eresia di Alessandra Longo

Massimo Cacciari: “Il Papa interpreta la storia da una prospettiva teologica. Ha visto il crollo delle grandi bestie ma non delle ideologie e delle idolatrie”

 

AVVENIRE

Pag 9 “Democrazia impoverita senza la voce dei cattolici” di Mimmo Muolo

Alla vigilia dell‘appuntamento di Bologna parla il sociologo Franco Garelli

 

Pag 25 Karol e i mali del900 di Alessandro Zaccuri

Presentato ieri a Francoforte il nuovo libro del Papa: s’intitola “Memoria e identità” e affronta il tema dei totalitarismi

 

IL FOGLIO

Pag 2 I cattolici osarono essere right nation ma oggi non sanno se riprovarci

A Bologna le Settimane sociali della Chiesa

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 7 Una vita orientata dal mistero di Cristo di Jean Galot

Sulla preghiera del Rosario

 

IL GAZZETTINO

Pag 14 Le religioni, tra guerre e pacificazioni di Sergio Frigo

Parla il vescovo veronese Gugerotti, nunzio vaticano nel Caucaso: “L’incontro è possibile ma per confrontarci con l’Islam dovremmo consolidare la nostra identità”

 

Pag 15 Architettura e liturgia, esperienze a confronto

 

LA NUOVA

Pag 27 Architettura e liturgia nel Novecento

Scuola S. Teodoro

 

SETTIMANA (sett. di attualità pastorale) di domenica 3 ottobre 2004

Pag 11 Educatori capaci di “leadership” (a cura di Fabrizio Mastrofini)

Per animare i gruppi parrocchiali e costruire la comunità c’è bisogno di animatori che, con autorevolezza, sappiano prendersi cura delle persone e ascoltarle per portarle a realizzare un “progetto” preciso

 

LA DIFESA DEL POPOLO di domenica 3 ottobre 2004

Pag 39 Preghiere dei fedeli: quali? (lettera al direttore)

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 14 Imprenditori chiusi “in conclave” per ripensare il modello Nord Est di Gianni Favero

Presidenti degli industriali ed esperti americani a Mogliano

 

LA NUOVA

Pag 11 Veneto, è piena crisi occupazionale

Primo semestre negativo per 150mila piccole imprese artigiane

 

Pag 16 Scatta la spesa di gruppo per spendere la metà di Andrea Martinello

Carovita, acquisti collettivi dei generi alimentari direttamente dai produttori

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 13 Umberto I, “congelata” la trasformazione in città di Stefano Ciancio

Il piano è quasi pronto ma il Comune ha solo 14 giorni di tempo per approvare tutte le varianti

 

LA NUOVA

Pag 3 Blocco al cracking, in azione le torce di Gianni Favarato

Ieri terzo incidente in meno di un mese, fiamme alte 30 metri alla Polimeri Europa per bruciare gli idrocarburi

 

8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 2 Statuto fuori rotta: sì a tre articoli ma c’è lo scoglio degli immigrati di Alessandro Zuin

Sfumata l’ultima mediazione: sui diritti degli stranieri si annuncia la fine

 

Pag 2 Il richiamo dei vescovi divide il Consiglio. Tosi (Rc): “Una pesantissima ingerenza” di Alessandro Zuin

Reazioni negative tra i “liberal” di palazzo Ferro Fini. Ma Francesco Piccolo (Udc) ha apprezzato: “Dalla Cet ci arriva un invito ad occuparci della politica alta”

 

LA NUOVA

Pag 9 Avanti statuto, chi si ferma è perduto di Renzo Mazzaro

L’aula procede nel disaccordo totale, si vota tra accuse reciproche

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag III Statuto, la resa sugli immigrati di Giuseppe Tedesco

Se l’art. 8 sarà approvato insorgerà la Lega, se verrà cancellato reagirà il centro sinistra

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Scuole e strade le priorità della Provincia di Venezia di Davide Scalzotto

Ecco tutti gli interventi previsti dal Piano triennale approvato dalla giunta

 

9 – GVRADIO INBLU (Fm 92 e 94.6)

 

Il filo diretto di oggi (in simultanea con Padova e Belluno) è sul disagio psichico: nuove modalità e strumenti inediti per curare e prevenire

 

“Nuove devianze giovanili: alternative alla pena e inserimento sociale”: un seminario di aggiornamento a Mirano. Ai nostri microfoni Graziana Campanato del Tribunale dei Minori di Venezia

 

Da Treviso alla Romania, tutti in campo per aiutare i bambini domenica 10 ottobre nell’ambito di una straordinaria iniziativa benefica: un triangolare di calcio tra giornalisti trevigiani, giornalisti rumeni e imprenditori italiani operanti in Romania

 

Alla scoperta della nuova stagione di concerti al Teatro Toniolo di Mestre e di “Pezzi in piazza” (sabato al Parco della Bissuola di Mestre a cura di Officina Metropolitana)

 

ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Primo sì alla Turchia con freno d’emergenza di Franco Venturini

 

Pag 3 L’armonia del centrodestra non regge alla manovra di Massimo Franco

 

Pag 13 E il liceo italiano di Istanbul insegna a essere occidentali di Beppe Severgnini

 

LA REPUBBLICA

Pag 33 “Non è vero, ma che bello crederci”. Boom di leggende metropolitane di Laura Laurenzi

Così gli scienziati smascherano burle, truffe e affascinanti bugie

 

AVVENIRE

Pag 2 L’Occidente si taglia il futuro e allegro va incontro allo zero di Marina Corradi

Il Papa: chi darà continuità alla nostra cultura?

 

Pag 4 Turchia. Un paese da “riformare” di Semih Vaner

 

 

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2 - PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VII Grazie all’impegno dei privati restaurati numerosi monumenti di Federica Repetto

 

È anche grazie alla generosità dei privati che a Venezia possono risplendere le opere d'arte, da secoli dimenticate ed esposte al degrado. In occasione della riunione dei comitati privati internazionali per la salvaguardia, ieri pomeriggio, il Comitato italiano per Venezia, presieduto dall'imprenditore Luigino Rossi, ha presentato i restauri del monumento equestre Domenico Contarini, dell'arca di Antonio Marcello (pretore a Brescia al servizio della Repubblica e nominato da questa senatore), dell'urna di Grazioso Grazioli (giurista di Ancona) e dell'urna e busto dorato del senatore Antonio Zorzi, della bottega del Vittoria. I lavori sono stati diretti dalla Soprintendenza per i beni architettonici, per il paesaggio e per il patrimonio storico e artistico, eseguiti dalla ditta Anna Keller e si inseriscono nel quadro del programma Unesco. All'inaugurazione, alla quale erano presenti gli amici del sodalizio, sono intervenuti monsignor Mario Senigaglia, delegato patriarcale per la città di Venezia, che si è dichiarato entusiasta dell'iniziativa, il direttore dei lavori Annalisa Bristot e Luigino Rossi, il quale ha ricordato che «la chiesa di Santo Stefano è stata adottata dal Comitato fin dal 1970 e sono già stati realizzati i restauri del "barco" marmoreo e del monumento a Lazzaro Ferro». L'intervento di restauro del monumento equestre a Contarini, che ha comportato lo smontaggio della scultura, la pulitura e disinfestazione, consolidamenti del legno, la verifica degli assemblaggi, la pulitura delle superfici, è costato circa 60mila euro. Il restauro dell'arca di Antonio Marcello, è stato invece realizzato grazie al contributo del conte Marco Marcello, discendente della nobile famiglia veneziana che diede a Venezia numerosi Dogi. La scoperta dell'arca è stata invece casuale, per anni è rimasta nascosta dal vecchio organo, che è stato collocato nelle vicinanze della porta laterale della chiesa.

 

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Pag XV Nuova opera di Romano Vio nella chiesa di Sant’Ignazio di D.M.V.

Nel ventesimo anniversario della sua scomparsa

 

Venezia - Il XX anniversario della scomparsa di Romano Vio è stato celebrato con la benedizione di una sua nuova opera, fusa in bronzo da un suo calco originale dal figlio, pure scultore e pittore, Giuseppe Vio. Si tratta di una deposizione che andrà ad integrare le opere dello scultore lidense, già presenti nella chiesa di Sant'Ignazio a Ca' Bianca, e che è stata posizionata sul frontale dell'altare. Romano Vio viene ricordato come un artista schivo, un uomo semplice che dedicò la sua vita alla scultura, operando tra l'Accademia delle Belle Arti, dalle cui aule, già dalla più giovane età impartiva le sue lezioni, e lo studio a ridosso delle Chiesa di San Nicolò. Il suo curriculum è fitto di opere, premi, esposizioni. Allievo di Bellotto, assistente di Crocetti, il maestro, durante la sua lunga vita artistica, sperimentò ogni tecnica e materiale, pur prediligendo modellare la creta. Tra le sue numerose opere che hanno abbellito piazze, chiese, musei e collezioni private, vale la pena di ricordare la grande statua, alta quattro metri, "Madonna con Bambino", realizzata nel '79 per la chiesa di Altobello a Mestre e, in ambito civile, il monumento in pietra per il piazzale di Torviscosa. Oltre al battistero, un porta cero pasquale e il nuovo bassorilievo, opere tutte eseguite in bronzo, il parroco di Sant'Ignazio, don Cesare Zanusso, auspica che la chiesa possa dare ospitalità alla ricca collezione di modelli e calchi in gesso che Giuseppe Vio conserva in ricordo del padre. Una specie di gipsoteca permanente per un artista del Lido un po' dimenticato. Daniela Milani Vianello Continua, presso la Chiesa di Sant'Ignazio (Ca'Bianca- Lido), l'esposizione dei sette pannelli eseguiti da Rita Bellini, facendo uso della tecnica del collage, dal titolo "La storia della Salvezza".

 

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Pag XVIII S’inaugura oggi a Santa Giustina (S. Francesco della Vigna) il capitello restaurato di Titta Bianchini

 

Venezia - Santa Giustina: e chi più la ricorda? Spiega oggi Padre Adriano Campesato, parroco a San Francesco della Vigna nel cui territorio sorgeva un tempo la chiesa intitolata a questa Santa martire. Si trovava nell'area oggi occupata oggi dal complesso del liceo scientifico «Benedetti» e il giorno della sua festa, il 7 di ottobre, veniva particolarmente venerata e osannata dal Doge con la Signoria, per aver protetto i cristiani nella cruenta e vittoriosa battaglia di Lepanto, contro la flotta Ottomana, proprio il 7 ottobre del 1571. Oggi, della Santa, è rimasto soltanto un piccolo capitello, sul campiello ai piedi del ponte e che sarà inaugurato il giorno del suo «onomastico», ovvero giovedì 7 ottobre. È stato infatti restaurato dalla parrocchia di San Francesco della Vigna che ne ha provveduto alla ripulitura e alla nuova statua della santa, che sarà collocata al centro dell'altarino, com'era una volta. E come una volta ci sarà alle 17.30 una breve cerimonia, un corteo e benedizione del ritrovato simulacro, da parte del parroco della Comunità Francescana. E per ricordare quanto importante fosse per la Venezia di quei tempi questa ricorrenza, la Serenissima aveva anche coniato una speciale osella ricordo, con la scritta in latino, che noi traduciamo «Io mi ricorderò sempre di te, o Vergine Giustina».

 

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LA NUOVA

Pag 24 S. Stefano. Restauro finito per i monumenti funebri di Alessandra Artale

 

Nuova luce ai tesori della chiesa di Santo Stefano: con gran soddisfazione del parroco, Monsignor Mario Senigaglia, sono stati ieri presentati i restauri dei monumenti sulla controfacciata della chiesa, realizzati a cura del Comitato Italiano nel quadro del programma Unesco-Comitati Privati per la Salvaguardia di Venezia. I restauri - iniziati nel 2002, sono costati circa 85 mila euro e diretti da Annalisa Bristot, della Soprintendenza - hanno interessato il monumento equestre a Domenico Contarini e l’Arca di Antonio Marcello. Per quest’ultimo ha contribuito uno degli eredi, il conte Marco Marcello. Il monumento al Contarini - inizialmente sepolto in San Beneto, nonostante in testamento avesse espresso il desiderio di riposare a Santo Stefano - trasformò la struttura originaria della controfacciata. L’opera dorata, databile al 1650, ritrae il condottiero a cavallo ed è contornata da colonne e ornamenti in finto marmo. Sotto la statua si legge a caratteri d’oro l’iscrizione che ne celebra i successi militari: alleato di Francesco I re di Francia, che gli conferì nel 1529 l’onore di inserire nell’arma i gigli francesi. Il monumento è scolpito in legno di conifera: erano evidenti segni di scollatura e un pezzo della zampa destra anteriore era distaccato. Dopo una disinfestazione dagli insetti xilofagi mediante azoto, le superfici son state pulite, comprese le parti in ferro. L’Arca di Antonio Marcello, morto nel 1555, è un sarcofago in pietra d’Istria con inserti in marmi policromi, base con palmette dorate, coperchio decorato con motivo baccellato a fastigio a volute sostenuto da mensole con teste di putto.

 

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Pag 28 Una “cena che non c’è”. Per beneficenza di Alessandra Artale

L’iniziativa della vetreria Moretti per il patronato S. Apostoli

 

Peter Pan svolazzava allegramente sull’Isola che non c’è. A Santi Apostoli si è invitati invece per una cena che non c’è. Non è uno scherzo: anzi, è una cosa serissima e sostenuta con impegno, per beneficenza. L’iniziativa è nata da un’idea di Giovanni Moretti, contitolare della vetreria Carlo Moretti di Murano, che vuole proporre una forma insolita e amichevole di partecipazione e sostegno verso la comunità: si tratta di un invito a una «cena per un sogno». Immaginaria, appunto. Immaginaria perché, offrendo il valore equivalente a una cena, si potrà prendere parte a un grande progetto di solidarietà a favore di uno spazio d’incontro formativo per i giovani e le famiglie, per far sì che i ragazzi abbiano un luogo adatto a loro per potersi incontrare e socializzare, in un contesto sano e senza pericoli. Il patronato dei Santi Apostoli di Cannaregio infatti necessita ancora di 50 mila euro per completare i lavori di restauro iniziati già sei mesi fa e per i quali la Comunità ha speso finora 60 mila euro frutto di donazioni, del ricavato dei mercatini di solidarietà e dei contributi degli enti locali. Se non c’è la cena, ci sarà però una festicciola che si terrà sabato pomeriggio 9 ottobre nella casa parrocchiale dei Santi Apostoli, durante la quale verranno raccolte le quote della «cena» e verranno anche consegnati gratuitamente biglietti della lotteria di beneficenza nella quale saranno messi in palio alcuni esemplari delle più rinomate e prestigiose vetrerie di Murano: Carlo Moretti, Venini, Barovier e Toso, Ferro Murano e Ragazzi. La speranza del comitato promotore di questa singolare iniziativa è che partecipi il più alto numero di persone: per convogliare infatti i partecipanti è stato messo in atto un «passaparola» ad personam, sia a Cannaregio che nelle zone vicino, con un invito a tutti i parrocchiani.

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Il Papa e il comunismo. “Un male necessario” di Luigi Accattoli

Il nuovo libro

 

Memoria e identità. Conversazioni a cavallo dei millenni è il titolo del nuovo libro del Papa, che la Rizzoli pubblicherà in primavera. L'annuncio è stato dato ieri, alla Fiera del libro di Francoforte, dal portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls e da Ferruccio de Bortoli, amministratore delegato della Rcs Libri. Per dare corpo all'annuncio, ne sono stati anticipati due brani. Un libro nuovo e antico, che esce ora ma che è stato abbozzato nel 1993, al quale Giovanni Paolo II ha continuato a pensare per un decennio e cui ha rimesso mano da un anno a questa parte. Dalle anticipazioni che sono state date ieri, si comprende che ritroveremo, in questo volume, il piglio del Wojtyla che si interrogava sul destino del mondo all'indomani della caduta della cortina di ferro e ora la paragona alla caduta, più rapida, della «follia» hitleriana: «Il Signore Dio ha concesso al nazismo dodici anni di esistenza». «È un libro splendido, illuminante e prezioso» dice de Bortoli a una folla di giornalisti. E in privato confida di averlo letto e riletto tre volte nel fine settimana in cui l'ha avuto tra le mani, affascinato dalla riflessione «da cittadino del mondo» che il Papa vi conduce, «comprensibile al non credente come al credente». Navarro-Valls traccia una elencazione dei «temi dell'ultimo secolo», che il Papa affronta in questo volume «che forse appartiene al genere della filosofia della storia»: «La democrazia contemporanea, la libertà umana, i concetti di nazione, patria e Stato, i rapporti tra nazione e cultura, i diritti dell'uomo, il rapporto tra Chiesa e Stato, l'ideologia del male e i frutti di bene degli ultimi secoli e infine il grande mistero dell'uomo, che è tema sempre presente in tutta l'opera filosofica e letteraria di Karol Wojtyla, così come nel magistero di Giovanni Paolo II. «Non è un libro pessimista — precisa il portavoce vaticano —. Ragiona sul male che insidia la storia, ma anche sul bene che a esso sempre si intreccia e che su di esso infine prevale». «Il Papa dona all'umanità — gli fa eco de Bortoli — un testo che incoraggia a pensare al superamento del male nella storia». L'origine del libro va cercata nell'estate del 1993, in tre o quattro giornate di conversazioni filosofiche sul nostro tempo, che il Papa ebbe nella residenza di Castel Gandolfo, con due filosofi polacchi suoi amici: Jozef Tischner (scomparso nel 2000) e Krzysztof Michalski. Le conversazioni furono registrate e trascritte, ma il Papa scelse di tenere la «cartellina gialla» — come chiamava il contenitore della trascrizione — nel cassetto. Tischner proponeva di pubblicare quelle conversazioni con il titolo Il limite imposto al male, con riferimento alla caduta dei regimi totalitari che hanno segnato il XX secolo. Al Papa quel titolo non piacque, forse per il suo tono negativo e rivolto al passato. Ha scelto infine il binomio Memoria e identità per segnalare che il cuore della sua riflessione sul senso della storia recente sta nel collegare la memoria delle «radici» con la coscienza di sé che ogni comunità umana è chiamata continuamente a rielaborare. Forse le conversazioni del 1993 sono restate per oltre un decennio nel cassetto perché il Papa voleva che maturasse una maggiore distanza rispetto all'evento della caduta dei regimi comunisti, da cui prendevano l'avvio. Riprendendo in mano quel lavoro, Giovanni Paolo II l'ha rimaneggiato, completato e aggiornato. Non scrivendo di persona, ma dettando aggiunte e correzioni al sacerdote polacco Pawel Ptasznik, che è il responsabile della sezione polacca della Segreteria di Stato. Questo è il quinto libro di Giovanni Paolo II, da quando è Papa. Il primo, il più simile all'attuale, fu il volume intervista con Vittorio Messori, Varcare la soglia della speranza (1994). Poi vennero due testi di intonazione autobiografica: Dono e mistero (1996) e Alzatevi, andiamo! (2004). Il quarto libro era stato di poesia: Trittico romano. Meditazioni (2003). Pare che l'attenzione del mondo editoriale internazionale si sia subito attivata, appena la Rizzoli ha dato — l'altro ieri — l'annuncio del volume. «Già sono venuti a cercarci in gran numero gli editori stranieri, per l'acquisto dei diritti» dice Rosaria Carpinelli, direttore divisione case editrici della Rcs Libri Spa.

 

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Pag 37 “E infine la Divina Provvidenza impose un limite a quelle follie”

Due brani del libro di Giovanni Paolo II “Memoria e identità”

 

Dal libro di Giovanni Paolo II «Memoria e identità», in uscita da Rizzoli nella prossima primavera, anticipiamo due brani: uno sui totalitarismi del Novecento, l'altro sul problema della libertà umana.

 

Mi è stato dato di fare esperienza personale della realtà delle «ideologie del male». E' qualcosa che resta incancellabile nella mia memoria. Prima ci fu il nazismo. Quello che in quegli anni si poté vedere era già cosa terribile. Ma molti aspetti del nazismo, in quella fase, di fatto rimasero nascosti. La reale dimensione del male che imperversava in Europa non fu percepita da tutti, neppure da quelli tra noi che vivevano al centro stesso di quel vortice. Vivevamo sprofondati in una grande eruzione di male (...). Sia i nazisti durante la guerra che, più tardi, nell'Est dell'Europa i comunisti cercavano di nascondere dinanzi all'opinione pubblica ciò che facevano. Per lungo tempo l'Occidente non volle credere allo sterminio degli ebrei (...). Neppure in Polonia si sapeva tutto su ciò che i nazisti avevano fatto e facevano ai polacchi, né su quanto i sovietici avevano fatto agli ufficiali polacchi a Katyn (...). Più tardi, ormai dopo la guerra, pensavo tra me: il Signore Dio ha concesso al nazismo dodici anni di esistenza e dopo dodici anni quel sistema è crollato. Si vede che quello era il limite imposto dalla Divina Provvidenza a una simile follia. In verità, non era stata soltanto una follia — era stata una «bestialità», come scrisse il prof. Konstanty Michalski (cfr. Miedzy heroizmem a bestialstwem, «Tra l'eroismo e la bestialità»). Ma di fatto la Divina Provvidenza concesse solo quei dodici anni allo scatenarsi di quel furore bestiale. Se il comunismo è sopravvissuto più a lungo e se ha ancora dinanzi a sé, pensavo allora tra me, una prospettiva di ulteriore sviluppo, deve esserci qualche senso in tutto questo. (...) Si aveva allora la netta sensazione che i comunisti avrebbero conquistato la Polonia e sarebbero andati oltre, nell'Europa occidentale, proiettandosi alla conquista del mondo. In realtà, non si giunse a tanto. «Il miracolo sulla Vistola», cioè il trionfo di Pilsudski nella battaglia contro l'Armata Rossa, fermò queste pretese sovietiche. Dopo la vittoria nella seconda guerra mondiale sul nazismo, infatti, i comunisti si accingevano con sfrontatezza ad impadronirsi del mondo e, in ogni caso, dell'Europa. All'inizio ciò portò alla ripartizione del continente in sfere di influenza. Fu questo l'accordo raggiunto nella Conferenza di Yalta del febbraio 1945, un accordo solo apparentemente rispettato dai comunisti, che lo trasgredirono di fatto in vari modi (...). Per me, allora, fu subito chiaro che ciò sarebbe durato per un tempo molto più lungo di quello nazista. Quanto lungo? Era difficile prevederlo. Ciò che veniva fatto di pensare era che quel male fosse in qualche modo necessario al mondo e all'uomo. Succede, infatti, che in certe concrete situazioni dell'esistenza umana il male si riveli in qualche misura utile — utile in tanto in quanto crea occasioni per il bene. Non ha forse Goethe qualificato il diavolo come «parte di quella forza che vuole sempre il male e produce sempre il bene»? (Faust, Parte I, Scena 3: «Studio»). San Paolo, per parte sua, ammonisce a questo proposito: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12, 21). *** Per Aristotele la libertà è una proprietà della volontà, che si realizza per mezzo della verità. Viene data all'uomo come compito da realizzare. Non c'è libertà senza verità. La libertà è una categoria etica. Aristotele insegna questo prima di tutto nella sua Etica Nicomachea, costruita sulla base della verità razionale. Questa etica naturale è stata adottata nell'insieme da san Tommaso nella sua Summa Theologiae.E' accaduto così che l'Etica Nicomachea è restata operante nella storia della morale, ma con le caratteristiche ormai di un'etica cristiana tomistica. San Tommaso accettò per intero il sistema aristotelico delle virtù. Il bene che si presenta davanti alla libertà umana per essere compiuto è proprio il bene delle virtù (…). Così dunque alla base dell'Etica Nicomachea si trova chiaramente una vera e propria antropologia. (…) Si può dire che il sistema delle virtù, da cui dipende l'autorealizzazione della libertà umana nella verità, è quasi esauriente. Non si tratta di un sistema astratto e aprioristico. Aristotele parte dall'esperienza del soggetto morale. Anche san Tommaso prende l'avvio dall'esperienza morale, ma cerca per essa anche le luci contenute nella Sacra Scrittura. La più grande luce è il comandamento dell'amore di Dio e del prossimo. In esso la libertà dell'uomo trova la più completa realizzazione. La libertà è per l'amore. La realizzazione della libertà mediante l'amore può raggiungere anche il grado eroico. Cristo parla di «dare la vita» per il fratello, per l'altro essere umano. Nella storia del cristianesimo non sono mancati coloro che in vari modi «hanno dato la vita» per il prossimo e questo hanno fatto per seguire l'esempio di Cristo (…). Il XX secolo è stato il grande secolo dei martiri cristiani, e ciò sia nella Chiesa cattolica che nelle altre Chiese e comunità ecclesiali. (...) Si può dire che alla radice di tutti i documenti del Magistero si trovi il problema della libertà dell'uomo. La libertà viene data all'uomo dal Creatore come dono e al tempo stesso come compito. Mediante la libertà, infatti, l'uomo è chiamato a scegliere e a realizzare la verità sul bene. Scegliendo e attuando un bene vero nella vita personale e familiare, nella realtà economica e politica, nell'ambito nazionale e internazionale, l'uomo realizza la propria libertà nella verità. (...) La libertà è se stessa nella misura in cui realizza la verità sul bene. Solo allora essa medesima è un bene. Se la libertà cessa di essere collegata con la verità e comincia a rendere la verità dipendente da sé, pone le premesse logiche di conseguenze morali dannose, le cui dimensioni sono a volte incalcolabili. 

 

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LA REPUBBLICA

Pag 16 Wojtyla e il comunismo. “Un male necessario” di Marco Politi

Il nuovo libro del Pontefice: “Il nazismo, furore bestiale”

 

Roma — La «bestialità» del nazismo, vissuta da chi lottava con l’arma della cultura e della fede perché in Polonia gli esseri umani non diventassero «sottouomini» come voleva Hitler. L’enigma del comunismo, cioè di un «male» forse “necessario al mondo e all’uomo», raccontato da chi ha contribuito più di ogni altro ad abbatterlo. Si preannuncia pieno di spunti profondi il nuovo libro di papa Wojtyla. Si chiamerà “Memoria e Identità”, centoquaranta pagine. La Rizzoli lo pubblicherà nei primi mesi del 2005. Sarà «un magnifico affresco sugli eventi della nostra storia» e sulle chiavi per capirli, annuncia da Francoforte il suo portavoce Joaquin Navarro. Toccherà oltre due secoli di storia europea, dall’Illuminismo al postcomunismo, tratterà di democrazia, diritti umani, libertà, cultura, i concetti non identici di nazione, patria e stato, il rapporto tra Chiesa e Stato, il volume che Giovanni Paolo Il ha composto con la pazienza del tessitore partendo da una serie di conversazioni avute nel 1993 a Castelgandolfo con due filosofi polacchi: il sacerdote Jozef Tischner, ora scomparso, e Krzysztof Michalski fondatore a Vienna dell’Istituto di Scienze sull’uomo’. Attenzione alle data di uscita del volume. Dovrebbe coincidere la primavera prossima con il pellegrinaggio, che il vecchio pontefice sogna di fare a Czestochowa dopo le tappe ai santuari mariani di Pompei e di Lourdes, quasi per consegnare alla Madonna Nera la “summa” dei propri pensieri sul cristianesimo e l’Europa. «E’ un libro non diretto solo ai cattolici o ai cristiani, ma che interessa tutti», spiega Navarro a Repubblica, aggiungendo: «Il mistero dell’uomo, le ragioni del Male, sono il leitmotiv sempre presente nel pensiero di Giovanni Paolo Il e in tutta l’opera filosofica e letteraria di Karol Wojtyla». Il Papa «si pone la domanda sull’origine del Male nella storia e scopre elementi di bene anche nel male. Non è un libro di condanna”. Dai brani anticipati da Rizzoli emerge l’attenzione differenziata riservata dal pontefice al nazismo e al comunismo. Due fenomeni da indagare diversamente. Scrive Wojtyla che neanche i contemporanei compresero la reale dimensione del male che imperversava in Europa durante il Terzo Reich: “Vivevamo sprofondati in un’eruzione di male”. Dopo la guerra Wojtyla si disse che i dodici anni di nazismo erano da vedersi come “il limite imposto dalla Divina Provvidenza ad una simile follia”. Anzi, aggiunge, non era stata soltanto una follia, ma una «bestialità, uno scatenarsi di furore bestiale’. Se però il comunismo è durato più a lungo e se dopo la guerra presentava prospettive di ulteriore sviluppo - pensava già allora Karol Wojtyla – “deve esserci qualche senso in tutto questo”. Così senza volerlo Giovanni Paolo II si inserisce nel rovente dibattito  fra chi omologa – banalizzandone le radici – i due eventi che hanno segnato tragicamente la storia del Novecento e chi non rinuncia ad analizzare i due fenomeni nella loro interezza. Sulla ripulsa di entrambi i sistemi totalitari da parte di Wojtyla non c’è dubbio alcuno ma al fenomeno comunista egli dedica l’approccio di uno scrutatore pensieroso. Non è un caso se in proposito evoca il pensatore e scrittore tedesco Goethe, che nel suo dramma “Faust” definisce il diavolo come “parte di quella forza che vuole costantemente il male e crea costantemente il bene», Adombrando, insomma, una sorta di eterogenesi dei fini di complessità delle spinte interne. Anche se nel loro comportamento le dittature nazista e comunista hanno egualmente cercato di “nascondere all’opinione pubblica (il male) che facevano”. Non si capisce la leadership di Wojtyla senza la sua natura mistica e filosofica. Per questo il tema della verità dell’agire umano e politico e della stia connessione con la libertà resta centrale nella sua riflessione Anche in “Memoria e identità” il Papa torna sulla questione (Iella libertà che ha il compito di realizzare “la verità sul bene» e che al tempo stesso deve essere sempre “libertà per l’amore» Si comprende così la sua avversione per chi propaganda la libertà, ma si inebria di potenza. Però anche il suo malumore per le democrazie senza valori.

 

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Pag 17 “Ha visto la caduta della grande eresia” di Alessandra Longo

Massimo Cacciari: “Il Papa interpreta la storia da una prospettiva teologica. Ha visto il crollo delle grandi bestie ma non delle ideologie e delle idolatrie”

 

Roma — Massimo Cacciari, la sorprende che il Papa parli del comunismo come male necessario?

“No, direi che è ovvio e per nulla scandaloso che Egli interpreti la storia da una prospettiva teologica, secondo la linea della Provvidenza eterna. Anche il più indicibile dei mali rientra nel disegno divino. Tutto ciò fa parte della visione profetico - apocalittica ed escatologica di questo Papa. Forse queste parole, non nuove, possono scandalizzare una coscienza laico-illuminista ma sono quelle che pronuncia ogni cristiano autentico. Con la venuta del Cristo, la storia è giudicata.    L’avversario – si dice nell’Apocalisse - è lasciato fare, è lasciato manifestarsi... I mali dunque non cessano, sono ancora permessi, ma non hanno più giustificazione».

Il Papa introduce una distinzione fra male necessario, che può creare, in certe concrete situazioni dell’esistenza umana, occasioni per il bene, e male assoluto, il nazismo, “follia e bestialità».

«Il suo è un invito a riflettere sulla profonda differenza attraverso cui si può esprimere il male. Nazismo e comunismo: ovvero da una parte un’ideologia che affonda le radici nel nazionalismo, nel “terra e sangue” pagano, dall’altra l’ideologia universalistica del comunismo che è il vero nemico della Chiesa, la vera sfida che la Provvidenza manda al cristiano, necessaria in quanto avente un significato, un senso. Oportet haereses esse... Ecco l’eresia da combattere e vincere, il pericolo maggiore, l’insidia mortale, una Gerusalemme celeste costruita con la nostra forza! Le parole di Agostino che possono persino applicarsi al Manifesto di Marx... C’è un sottile significato esoterico nelle parole del Papa che spero non sfugga. Il nazismo era la Resurrezione di Satana, già vista e già vinta, mentre il comunismo è stato l’eresia necessaria, l’avversario interno da sfidare, la Chiesa in casa».

La Divina Provvidenza, dice il Papa, ha deciso “solo” dodici anni di follia nazista mentre il comunismo è durato più a lungo. Come giudica questa distinzione temporale?

«A dir la verità, questa periodizzazione - nazismo breve, comunismo lungo - mi sembra un po’ una caduta in un discorso alto. Dietro tuttavia si cela la questione della differenza abissale tra le due ideologie. Un passaggio importante agli occhi dei teologi e anche per i non credenti».

La destra attuale si attesta su una posizione ben diversa, sulla parificazione dei totalitarismi, l’uno eguale all’altro.

«E quel fare di ogni erba un fascio che trovo insopportabile, di un’assoluta stupidità dal punto di vista scientifico-storico e filosofico».

Tornando un passo indietro, davvero si può introdurre la categoria dei mali necessari contro quella dei non necessari?

«Come filosofo potrei dire che ciò appare insensato. Siamo abituati a capire le cause, a ragionare sulle condizioni che determinano gli avvenimenti, la storia. Ma l’approccio teologico va compreso anche dallo storico più laico. Il discorso del Papa mi pare, lo dico tra virgolette, “divertente”, stimolante, ci invita tutti a meditare sull’abissale differenza tra paganesimo ed eresia».

Fausto Bertinotti registra e corregge: «Il comunismo - dice - non è stato un male necessario ma un bene da costruire».

Bertinotti, certamente in buona fede, dice cose di disarmante ingenuità. E’ rimasto ancora alla teoria delle radici dell’albero buone che producono frutti marci. Una teoria che non sta tanto in piedi. Già nel ‘68 i più consapevoli di noi l’avevano capito».

Questo libro, queste riflessioni su «Memoria e identità» arrivano adesso. C’è, secondo lei, una qualche ragione che ha spinto il Papa a scrivere ora?

”Penso che sul finire della vita abbia voluto riconsiderare, a questa altezza, tutti gli avvenimenti da lui vissuti. Ha assistito alla caduta delle grandi bestie, del nazismo e del comunismo, ma non alla caduta delle ideologie e delle idolatrie. E’ l’elemento tragico della sua esperienza, il dramma segreto di questo Papa».

 

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AVVENIRE

Pag 9 “Democrazia impoverita senza la voce dei cattolici” di Mimmo Muolo

Alla vigilia dell‘appuntamento di Bologna parla il sociologo Franco Garelli

 

Giuseppe Toniolo sarebbe stato sicuramente contento. E con lui Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira. Il primo perché, da inventore delle Settimane sociali, vedrebbe confermata anche oggi, a quasi cento anni dalla sua intuizione iniziale, la «validità di una formula che continua a produrre frutti e che sicuramente ne produrrà anche a Bologna». Gli altri due perché «in chiave simbolica costituiscono le "icone" di questo appuntamento nel capoluogo emiliano». E dunque di tutti quelli che hanno a cuore una democrazia sostanziale, vera, basata sui valori. E non solo mero simulacro «manovrato da pochi decisori» nella desertificazione antropologica. Nel giorno in cui si apre la 44ª Settimana sociale dei cattolici italiani, dedicata quest'anno al tema «La democrazia: nuovi scenari, nuovi poteri», è il professor Franco Garelli a rileggere in questi termini forma e contenuti di un evento che, dopo l'interruzione degli anni '70 e '80, è tornato a manifestare tutte le proprie potenzialità di carattere sociale e culturale. Il sociologo torinese, segretario del Comitato scientifico ed organizzatore, ha partecipato a tutto l'iter di preparazione. E si sofferma sui «nodi di fondo» che attendono gli oltre mille delegati.

Professor Garelli, siamo al 44° appuntamento con le Settimane sociali, a quasi un secolo dalla loro istituzione. Una bella dimostrazione di vitalità.

Sì, indubbiamente. E ciò almeno per tre ragioni. La prima è che le Settimane insistono su un'area, come quella dell'impegno sociale e politico del mondo cattolico, che attualmente non è coperta con altre iniziative. Riflettere insieme su alcuni temi emergenti, ripensarli alla luce della dottrina sociale e dare così un contributo alla costruzione della società non è affatto operazione trascurabile. Seconda ragione: si tratta di proposte e riflessioni che nascono dal lavoro in comune di persone che appartengono non solo a un gruppo o un movimento, ma rappresentano diversi carismi e diverse sensibilità del mondo cattolico. Infine si tratta di una proposta culturale, è bene ricordarlo, che riguarda le scelte storiche concrete che siamo chiamati a fare nella vita di tutti i giorni. Sono questi, ad esempio, i motivi che ci hanno guidato nella scelta del tema della democrazia per la Settimana che si apre oggi.

Veniamo, dunque, all'argomento di questi giorni. In fase di presentazione si è parlato parecchio dei pericoli che correrebbe oggi il gioco democratico. Ma qual è, a suo giudizio, lo stato di salute della democrazia in Italia?

Lo abbiamo scritto anche nel documento preparatorio. Non siamo certamente in una situazione di assenza di democrazia. Ma dobbiamo analizzare bene i cambiamenti in atto, perché i problemi odierni vanno visti in un orizzonte più ampio, che supera i confini nazionali.

Ci può fare qualche esempio?

Oggi sale molto forte una domanda di regole che riguardano diversi campi: dall'economia all'ecologia, alle istituzioni. Ebbene, molti di questi nodi vanno affrontati in un'ottica globale o quanto meno europea. In sostanza, la questione è che stanno emergendo, come dice il titolo della nostra Settimana, nuovi scenari e nuovi poteri. Dobbiamo stare attenti che non diventino poteri forti e incontrollabili, dando origine al populismo e svuotando dall'interno la sostanza della democrazia, mantenendone però la parvenza.

C'è un antidoto a questi mali?

È la domanda che ci porremo a Bologna. Noi, nel documento preparatorio, abbiamo indicato una prospettiva. Favorire in tutti i campi la maggior partecipazione possibile, in maniera da non diventare succubi di pochi decisori, che finiscano con l'imporre a tutti le proprie scelte. Una partecipazione informata, competente, costante, che deve manifestarsi non solo al momento del voto, ma in tutti gli ambiti della vita quotidiana.

Un atteggiamento che chiama in causa, naturalmente, anche il mondo cattolico.

Soprattutto il mondo cattolico. L'invito è esplicito: giocare e non rimanere solo spettatori. Non perché bisogna a tutti i costi dire qualcosa. Ma perché i cattolici sono detentori di un patrimonio di idee, di proposte, di buone prassi e di buone realizzazioni che può risultare davvero prezioso nell'immaginare una società diversa. Se davvero vogliamo una democrazia dei valori, dobbiamo mettere in circolazione questo patrimonio. Sono, infatti, convinto che anche in una situazione di pluralismo culturale, è possibile realizzare convergenze attorno ai valori che contano davvero.

Che cosa è dunque lecito attendersi dai lavori della Settimana sociale di Bologna?

Noi ci auguriamo che da questi giorni derivi una forte spinta ad uscire dai recinti, da quella che in termini tecnici viene chiamata "socialità ristretta". Pensate a che cosa succederebbe se ognuno di noi applicasse al proprio lavoro, alla politica, alle istituzioni, all'economia e a tutti gli altri luoghi di esercizio della laicità lo stesso entusiasmo, la stessa coerenza e lo stesso impegno del volontariato. In fondo è proprio questa la lezione che ci viene da uomini come De Gasperi e La Pira.

 

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Pag 25 Karol e i mali del900 di Alessandro Zaccuri

Presentato ieri a Francoforte il nuovo libro del Papa: s’intitola “Memoria e identità” e affronta il tema dei totalitarismi

 

Un anno fa, qui alla Buchmesse, tutti cercavano notizie sul nuovo libro di Giovanni Paolo II. Quest'anno, per non scontentare nessuno, i libri del Papa sono addirittura due: ad Alzatevi, andiamo!, edito nei mesi scorsi da Mondadori, si aggiunge ora Memoria e identità, in uscita per Rizzoli la prossima primavera. Un annuncio a sorpresa, specie per i numerosi editori e giornalisti stranieri che ieri hanno preso parte alla presentazione organizzata da Rcs Libri. Al tavolo dei relatori l'amministratore del gruppo, Ferruccio de Bortoli, e il direttore della Sala stampa vaticana, Joaquin Navarro-Valls, al quale è toccato il compito di lasciar intuire la complessità e l'interesse del volume. A differenza di Alzatevi, andiamo! e del precedente Dono e mistero pubblicato dalla Libreria editrice vaticana, Memoria e identità non è una riflessione autobiografica, ma un appassionato esercizio di filosofia della storia. Così, almeno, lo definisce lo stesso Navarro-Valls, che sottolinea inoltre come il libro si soffermi sulle tragiche vicende che hanno contrassegnato il Novecento europeo. «Un'Europa - prosegue il portavoce vaticano - rappresentata nel dinamismo di idee che sembrano soggiacere per secoli, salvo poi aiutarci a comprendere fatti e situazioni altrimenti inspiegabili». Ecco perché, anche se nella sua prima stesura risale a oltre un decennio fa, il libro si rivela straordinariamente attuale. «Il Papa va alle radici dei fenomeni che hanno attraversato la recente storia europea - puntualizza Navarro-Valls -, con un'attenzione tutta particolare alle origini dei totalitarismi». Dalla platea, un cronista tedesco alza la mano: il Santo Padre vuol dire che è possibile stabilire un paragone fra nazismo e stalinismo? Il direttore della Sala stampa ci riflette per un istante, poi risponde: «Un paragone è possibile, dato che le radici dei totalitarismi sono sempre le stesse. Nel passato come nel presente». Memoria e identità asce da una serie di conversazioni svoltesi a Castelgandolfo fra Giovanni Paolo II e due intellettuali polacchi, Krzysztof Michalski e Jòzef Tischner, filosofo e sacerdote morto nel 2000. L'amicizia fra lo stesso Tischner e Karol Wojtyla risale ai tempi di Cracovia ed è proprio sulla base di questa antica confidenza che il Papa ha accettato di rispondere alle domande dei suoi interlocutori. Registrata e subito trascritta, la lunga conversazione è stata ripresa dal Papa nei mesi scorsi. Qualche aggiunta, pochissime correzioni e il testo è pronto per la stampa.

 

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IL FOGLIO

Pag 2 I cattolici osarono essere right nation ma oggi non sanno se riprovarci

A Bologna le Settimane sociali della Chiesa

 

Roma. Accolto da un lancio di sassi Giuseppe Toniolo non demorse e, entrato in aula, pronunciò il discorso inaugurale della prima “Settimana sociale della Chiesa cattolica”. Se all’esterno l’esasperazione di alcuni gruppi laicisti si era spinta fin quasi alla lapidazione, all’interno i convegnisti accolsero l’economista al grido “Viva il professor Toniolo!”. La storia delle settimane sociali inizia così, in maniera burrascosa, a Pistoia 1123 settembre 1907 e giunge fino a Bologna dove, per tre giorni, è stata organizzata la sua quarantaquattresima edizione. La vicenda delle Settimane ha percorso con esiti altalenanti quasi un secolo, interrotta dalle due guerre mondiali, dal fascismo e, nel 1970, dall’indolenza dell’intellettualità cattolica restia a occuparsi delle questioni sociali. Solo grazie al discorso di Giovanni Paolo Il a Loreto nel 1985 i cattolici sono stati spronati a riscoprire e imitare, disse il Papa, “la storia del movimento cattolico” che “fin dalle origini, ha gettato le basi per un’azione di ispirazione cristiana anche nel campo propriamente politico”. I convegni sono ripresi a Roma nel ‘91, poi a Torino nel ‘93 a Napoli nel ‘99 e, oggi, appunto, a Bologna. Nei propositi di Toniolo le Settimane nacquero con lo scopo di fornire “un lavoro di idee di alto profilo che potesse mettere il cristianesimo in dialogo con la realtà”, e il tema scelto per Bologna è “La democrazia oggi: nuovi scenari e nuovi poteri”. Gli ottocento partecipanti (tra cui Romano Prodi e Pier Ferdinando Casini) seguiranno dunque gli interventi di Camillo Ruini e Carlo Caffarra, Mario Monti e Giuseppe Tesauro, Ferruccio De Bortoli e Dario Antiseri, Dionigi Tettamanzi e Jacques Delors su tematiche legate alla democrazia non per, spiega il documento di presentazione del convegno, “metterne in discussione il valore”, ma per offrire nuove modalità interpretative e difenderne lo sviluppo messo a repentaglio da, non meglio precisati, “poteri forti”. I tempi di Toniolo sono trascorsi e non si rischiano lapidazioni, ma qualche sasso verbale Giuseppe De Rita, fondatore e segretario generale del Censis, lo ha lanciato già in un commento critico sull’Avvenire e lo ribadisce al Foglio: “I cattolici oggi possono organizzare raduni in cui sventolare i loro fazzoletti, ma dovrebbero iniziare a chiedersi perché li fanno. Oggi la Chiesa è molto impegnata sul fronte sociale ma è carente sul versante della riflessione culturale”. Per De Rita “i cattolici di inizio secolo e degli anni Trenta erano la right nation, si sentivano una minoranza, aia erano orgogliosi e combattivi. Oggi, purtroppo, si calcola con troppo tatticismo ogni intervento”. Lo storico Giorgio Rumi dice che sì, “De Rita ha ragione”, ma anche che “no, su un punto sbaglia”. Rumi riconosce la grande vitalità del mondo cattolico a cavallo dei due secoli perché, dopo il “Non expedit” di Pio IX e “lo scioglimento dell’opera dei Congressi da parte di Pio X, noi assistiamo, per una strana eterogenesi dei fini, alla riscossa culturale e sociale dei fedeli”. Si fondano giornali, casse rurali, cooperative, società di mutuo soccorso e “laici come Toniolo — spiega — si impegnano in quella che allora si chiamava la ‘preparazione nell’astensione”’. Cioè la formazione di una classe dirigente per il paese, senza tuttavia averne la guida attiva, una sorta di apprendistato di governo che avrebbe dato i suoi frutti col patto Gentiloni fino all’impegno attivo nel 1919. “Ma De Rita — prosegue — sbaglia a non vedere oggi l’influenza cattolica nel paese che, invece, c’è. Ed è un bene che queste Settimane tengano uno ‘stacco’ dalla politica perché, finita l’esperienza democristiana. è bene che i credenti abbiano ambiti di discussione in cui giocare pubblicamente le proprie responsabilità”. Anche per don Gianni Baget Bozzo le Settimane “sono diventate gli ambiti dove la Chiesa tenta di dire che non tutto è politica. Ma, questa neutralità di principio, è poco sostenibile nei fatti. Si rischia di promuovere dei convegni in cui si commentino i fatti senza fornire proposte, nell’illusione che questo preservi da accuse di parzialità”. I raduni di inizio secolo e fra le due guerre furono per i cattolici “grandi fattori di chiarificazione culturale e di obiettiva resistenza all’ideologia statalista”, dice lo storico don Luigi Negri. Quei dibattiti sulla libertà di educazione, la sussidiarietà, la famiglia, la non coincidenza della società con lo Stato, “hanno fornito dei punti limpidi di impegno per i cattolici fino al secondo dopoguerra”. E poi? Nel 1970 le Settimane sociali si interrompono. “Sì, perché — spiega Negri — la Chiesa entra in crisi come soggetto di evangelizzazione. E se illanguidisce la missione ne risente anche l’elaborazione della dottrina sociale. Non è un caso che siano riprese solo dopo questo Papa, anche se, oggi come oggi, le Settimane sono una sfida aperta, non un risultato raggiunto”. Si dice che la Chiesa abbia i tempi lunghi, e “per questo — sottolinea Gianni Cantoni di Alleanza cattolica— non bisogna avere fretta. Sono work in progress che non forniscono un programma, ma una riflessione morale il cui scopo è la formazione della coscienza sociale dei credenti”. “Sarà, forse vero” ma, per lo studioso di patristica Gian Maria Vian, è un fatto che “l’appuntamento di Bologna è stato preparato quest’anno da quattro congressi preliminari. Chi se ne è accorto?”. Rimane il problema culturale di una Chiesa “che ha perso la capacità di pronunciare parole significative. Le Settimane sociali sono il tentativo, non dichiarato, di compiere passi progressivi per riunificare il mondo cattolico, più impegnato a beccarsi come i polli di Renzo che non pronto a sporcarsi le mani, un giorno chissà, forse di nuovo anche in politica”.

 

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L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 7 Una vita orientata dal mistero di Cristo di Jean Galot

Sulla preghiera del Rosario

 

La preghiera del rosario ha come proprietà caratteristica di essere una preghiera rivolta a Maria. Nondimeno, in questo contatto intimo con la madre di Gesù, si è fatto sentire il bisogno di una relazione più profonda con Gesù stesso. Coloro che pregano Maria si accorgono che il loro sguardo non può fermarsi semplicemente sul volto della madre, perché Maria è essenzialmente orientata verso il suo figlio e viene soltanto a svolgere un ruolo nella vita cristiana in funzione di lui. Il pensiero di Maria è pieno di Gesù. Per raggiungerla nei suoi desideri e sentimenti più profondi, è necessario condividere il suo attaccamento a colui che ha adorato come suo Dio, ammirato come il Salvatore dell'umanità, amato non solo come proprio figlio ma come Figlio del Padre eterno. A Gesù annunciato dall'Angelo, Maria ha dedicato un amore assoluto; l'ha fatto venire nel mondo con il suo consenso pieno di obbedienza. In virtù di questo «sì» di completa apertura, Cristo ha penetrato nel seno di sua madre e si è impadronito della sua persona per impegnarla totalmente al suo servizio. Offrendosi come «serva del Signore», si è resa disponibile per la grande opera del regno messianico annunciato dall'angelo. Maria riceveva Gesù come l'ospite più desiderabile; egli prendeva possesso del suo essere materno per farlo concorrere all'instaurazione del regno. Tutta l'esistenza di Maria ricevette dunque un nuovo orientamento: fu impegnata da Cristo nel «mistero». Questo mistero non significa solo una verità che sorprende e deve essere scoperta. Secondo il significato che Gesù dà a questo vocabolo affermando che «il mistero del regno di Dio è stato dato» agli apostoli (Mc 4, 11), il mistero si riferisce al disegno divino di salvezza che si compie con lo stabilimento del regno di Dio sulla terra. Se questo mistero è stato dato agli apostoli per il pieno sviluppo della loro fede e per il compimento della loro missione di predicazione, ha dovuto essere dato prima di tutto a Maria, prima cooperatrice dell'opera di salvezza compiuta da Cristo. Maria entrò pienamente nel mistero, ricevendo la luce superiore del disegno divino, e dedicò tutte le sue forze al compimento di questo disegno. Nella preghiera del rosario, la relazione della Vergine con il mistero di Cristo è stata più espressamente posta in luce con la meditazione di una diversità di «misteri». Questa diversità permette di contemplare in modo più concreto gli eventi vissuti da Maria e di condividere più profondamente i sentimenti provati dalla madre di Dio nella sua unione con Cristo e nel suo contributo specifico all'opera redentrice. Di solito, i misteri sono stati divisi in misteri gioiosi, misteri dolorosi e misteri gloriosi. A questa divisione tradizionale, il Papa Giovanni Paolo II ha proposto di aggiungere una nuova categoria, i «misteri luminosi». L'aggiunta ha particolarmente come vantaggio di proporre come tema di meditazione l'episodio del miracolo di Cana, miracolo importante per la cooperazione di Maria all'opera di Cristo e l'efficacia della sua intercessione. L'importanza di questo primo miracolo era stata sottolineata nel vangelo di Giovanni, ma non c'era alcun riferimento ad esso nei «misteri» del rosario. La pluralità dei misteri non può far dimenticare che tutti i misteri sono l'espressione dì un solo mistero, il «mistero del regno di Dio», secondo l'affermazione di Gesù riferita in Marco. Il rosario è un invito a entrare più profondamente con Maria in questo mistero che è quello di Cristo.

 

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IL GAZZETTINO

Pag 14 Le religioni, tra guerre e pacificazioni di Sergio Frigo

Parla il vescovo veronese Gugerotti, nunzio vaticano nel Caucaso: “L’incontro è possibile ma per confrontarci con l’Islam dovremmo consolidare la nostra identità”

 

C'è un giovane vescovo veronese - monsignor Claudio Gugerotti, 49 anni, laureato in lingue orientali a Ca’ Foscari - a rappresentare il Vaticano nel Caucaso arroventato, dove cova l'ennesimo focolaio di tensione nazionalistico-religiosa alle porte dell'Europa. Un mese fa, nei terribili giorni della strage di Beslan, il Nunzio apostolico in Armenia, Azerbaigian e Georgia era impegnato in una serie di incontri coi capi religiosi dell'area, poi ha seguito la visita in Caucaso del Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, e al suo rientro in Italia ha avuto un incontro col Papa. Questa settimana, prima di far ritorno a Tblisi, avrà alcuni appuntamenti pubblici nel Veneto: ieri sera al Collegio Don Mazza di Padova, per parlare di Caucaso e religioni, oggi alle 18 a Belluno per l'inaugurazione della mostra sull'architettura armena, domani sera alle 21 ad Asiago, cinema Grillo Parlante, per confrontarsi col sociologo Renzo Guolo sul tema "Caucaso, fiamme alle porte dell'Europa". Con lui parliamo dello scontro di religioni e civiltà che sembra minacciare il mondo.

Innanzitutto: la guerra in Cecenia e la strage di Beslan rischiano di provocare un'ulteriore escalation della violenza nel Caucaso?

«Il rischio c'è in quanto al fattore etnico si aggiunge il pericolo del diffondersi del terrorismo che a torto o a ragione si rifà all'Islam. Il caso dell'Ossezia dimostra come il terrorismo colpisca fuori dai suoi territori. Ora dobbiamo fare tutti gli sforzi per evitare che si verifichi in quest'area ciò che è accaduto nei Balcani, dove pure è venuto meno un potere forte che impediva lo scontro tra molteplici etnie costrette a vivere in paesi che non coincidevano con la struttura degli stati».

In questa crisi prevalgono le connotazioni politiche, nazionalistiche o religiose?

«Il problema essenziale è di carattere nazionale. Dopo la caduta del potere forte che le opprimeva, le conflittualità interetniche sono riemerse in forme anche imprevedibili. I fattori di carattere religioso sono determinanti nella misura in cui si vuole utilizzarli per mobilitare le masse».

Ma perché le religioni vengono spesso usate come detonatori di conflitti di altro tipo?

«Succede spesso nei paesi in cui il rapporto tra identità religiosa e politica è molto forte. Anche in Caucaso può essere così».

Cosa rischia in questo momento l'Europa da queste turbolenze?

«Può rischiare di avere altri conflitti alle porte, ma anche "rischiare" di avere un ruolo importante, considerato che le etnie del Caucaso meridionale si sentono pienamente europee. La recente visita di Prodi ha dimostrato che l'Europa può essere un polo di riferimento naturale, offrendo collaborazione e promuovendo lo sviluppo dei diritti umani, aiutando quei paesi a uscire dall'isolamento e impedendo che cadano nella logica di una spartizione di poteri».

A chi si riferisce?

«Nella zona esercitano forte influenza sia la Russia, che gli Stati Uniti (in particolare in Georgia e Azerbaigian), che i paesi musulmani confinanti. Essi cercano di essere presenti in un'area che ha un ruolo strategico per il passaggio energetico e dal punto di vista militare».

Per tornare alle questioni religiose: lei ha promosso delle iniziative di pacificazione con le altre confessioni: con quali risultati?

«Non le ho promosse, ho avuto la possibilità di prendere parte ufficialmente per la prima volta a un processo già avviato, che coinvolgeva i capi religiosi dell'Islam, dell'Ortodossia russa e gli ebrei della montagna. Si tratta di un'iniziativa che mostra quello che potrebbe essere il futuro delle religioni nella regione. Incontri sistematici, clima cordiale, intesa fraterna per promuovere la libertà di culto, attenzione internazionale e assistenza alla povertà. Naturalmente se questo esperimento saprà consolidarsi ed estendersi, ne risulterà diminuita l'influenza delle frange estremiste».

É possibile secondo lei scongiurare il paventato scontro di civiltà?

«Bisognerebbe innanzitutto intendersi sul termine civiltà: fatico ad immaginarmi coinvolta in questo scontro un'Europa che non condivide un'idea unitaria di civiltà e non sa determinare i propri confini. Vale anche per l'Islam, uno dei fattori religiosi più articolati e complessi, che abbraccia etnie e culture diversissime. Poi c'è il fatto che dentro il terrorismo di matrice islamica confluiscono elementi che nulla hanno a che fare con la religione. A partire da queste premesse va detto anche che mentre l'Islam acquista via via coscienza della propria compattezza, l'Europa non vuole o non riesce a fare lo stesso in relazione alla propria identità cristiana: il mio non è un giudizio di valore, ma la constatazione che il nostro continente fatica a trovare un linguaggio comune sul versante della propria identità, e questo non lo favorisce nemmeno nel confronto con l'Islam. Io penso che più si capisce cosa si è, meglio si dialoga con gli altri».

Cacciari sostiene che le religioni, attribuendo a se stesse l'esclusiva della verità, non possono che scontrarsi fra loro. É d'accordo?

«Io direi che le religioni, a parte alcune particolarmente aperte agli apporti esterni, hanno la stessa tensione alla verità e quindi all'assoluto che hanno avuto nel passato tutte le ideologie: il fenomeno della relatività è molto recente, non mi pare appartenesse ad esempio a Kant o a Marx. Il riferimento a elementi assoluti fa parte della stragrande maggioranza del pensiero umano fino a tempi recentissimi. Ma se guardiamo al Concilio Vaticano II troviamo l'affacciarsi di un pensiero pluriforme».

Ma come può una religione propugnare la propria verità senza scontrarsi con le altre, che hanno una loro diversa verità? Oppure per convivere deve rinunciare alla predicazione e alla testimonianza?

«Va fatta una differenziazione tra il relativismo, che è inconciliabile con la religione, e la relatività, che afferma la mutabilità delle espressioni religiose. Certo la fede implica dedicarsi totalmente a qualcosa che è totalizzante, altrimenti non c'è più fede. Ma nel ritenere superiore la propria verità c'è un aspetto teorico e uno pratico: il primo ci dice che ogni religione tende all'assoluto, a una globalità di valori che si tengono tra loro, e su questo è in dialettica con le altre religioni; ma questo non deve comportare - e siamo all'aspetto pratico - un'incapacità di dialogare e convivere: storicamente è spesso avvenuto. La dialettica non coincide con la guerra, a meno che non intervengano fattori prereligiosi».

 

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Pag 15 Architettura e liturgia, esperienze a confronto

 

Venezia. Architettura religiosa protagonista, questa settimana: a Pavia, dov'è stato consegnato a Richard Meier l'Oscar del settore, e a Venezia, dove si apre oggi il convegno "Architettura e Liturgia nel Novecento - esperienze europee a confronto", promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana in collaborazione col Patriarcato. L'appuntamento di quest'anno – meta EVENTO METAMORPH, in collaborazione con la Biennale, alla Scuola Grande di San Teodoro - ha l'obiettivo di proseguire il confronto internazionale avviato con le due giornate di studio dedicate ad "Arte e Liturgia nel Novecento" svolte nell'ottobre 2003 a Venezia. Il convegno di quest'anno vede anche l'importante collaborazione del MART Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto: edifici religiosi firmati da Mario Botta, autore della struttura museale del MART, saranno oggetto di approfondimento nel corso del convegno. I lavori si aprono oggi alle 10 con una visita ai Giardini della Biennale, introdotta dagli interventi di Pio Baldi, direttore della DARC- Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e di Kurt W. Forster, direttore della Biennale Architettura, e proseguono nella sede della Scuola Grande di San Teodoro con gli interventi dei relatori provenienti da Francia, Germania, Spagna e Svizzera. La relazione sulla situazione italiana conclude, a metà mattinata di domani, la prima fase del convegno. A seguire, la testimonianza dell'architetto spagnolo Rafael Moneo sulla cattedrale da lui realizzata a Los Angeles. Il pomeriggio dell'8 ottobre vedrà l'intervento di Kurt W. Forster, che analizzerà il rapporto tra i recenti mutamenti della progettazione di chiese e la più generale metamorfosi dell'architettura contemporanea. Si chiuderà con una tavola rotonda tra i direttori di alcune delle principali riviste europee di architettura. Le due giornate di studio vedranno l'avvicendarsi, nel ruolo di moderatore, di padre Silvano Maggiani e di Francesco Dal Co. Nell'ambito del convegno verrà presentato il volume Arte e Liturgia nel Novecento esperienze europee a confronto, edito da Nicolodi Editore (Rovereto), relativo agli atti del convegno 2003.

 

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LA NUOVA

Pag 27 Architettura e liturgia nel Novecento

Scuola S. Teodoro

 

Oggi e domani alla Scuola Grande di S. Teodoro a Venezia si svolge il convegno «Architettura e liturgia nel Novecento - Esperienze europee a confronto», promosso dall’Ufficio nazionale beni culturali ecclesiastici della Cei con il Patriarcato, in collaborazione con il Mart e la Biennale Architettura. Il via oggi alle 10 con la visita ai Giardini con gli interventi di Pio Baldi e Kurt W. Forster.

 

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SETTIMANA (sett. di attualità pastorale) di domenica 3 ottobre 2004

Pag 11 Educatori capaci di “leadership” (a cura di Fabrizio Mastrofini)

Per animare i gruppi parrocchiali e costruire la comunità c’è bisogno di animatori che, con autorevolezza, sappiano prendersi cura delle persone e ascoltarle per portarle a realizzare un “progetto” preciso

 

Un libro sulla centralità di una formazione che tenga conto della realtà della persona. inserita nel suo ambiente. E, nella crescita verso una solidarietà autentica fondata sulla liberazione di Gesù, non sono tanto le “differenze dei valori” o gli aspetti moraleggianti che contano, quanto piuttosto l’integrazione pro-positiva della ricchezza presente in ognuno, riscoperta con lo sguardo di un cammino di fede che permette all’individuo di riconoscere l’intervento di Dio come dono per ognuno e per l’umanità intera». E’ la prospettiva in cui si pone padre Giuseppe Crea. comboniano, psicologo e formatore. docente presso la Pontificia Università Salesiana di Roma, coautore di un volume che affronta proprio questi temi in chiave pastorale, pensando ai gruppi parrocchiali (Crea G. - Mastrofini F., Animare i gruppi e costruire la comunità. EDB. Bologna 2004. pp. 230. € 18,00).

  P. Giuseppe, da quale ‘lettura della realtà” pastorale di oggi nasce il libro?

Il   libro nasce a partire dall’idea che ci sia un grande bisogno di formazione, sia nella società, sia nei gruppi parrocchiali. A volte si opera con grande generosità ma in maniera del tutto spontanea. affidandosi all’idea che dietro di noi opera la Provvidenza che penserà a risolvere gli errori che potremmo compiere. Ecco, l’idea del libro è esattamente il contrario. La Provvidenza è una risorsa importantissima e anzi fondamentale ma, se operiamo con dei bambini, dei ragazzi e dei giovani, le nostre attività devono essere accuratamente progettate e il responsabile del gruppo, o l’educatore, deve avere un progetto personale e diventare un vero leader. Un’altra delle idee-forti è che leader non si nasce, ma si diventa. Le persone costituiscono la risorsa più importante che abbiamo e non possiamo né dobbiamo “perderle per strada”, come a volte accade, pensando che nelle parrocchie la fascia dei giovani sopra i 20 anni è assai ridotta!

  Come fare dunque per “agganciare” i bisogni dei giovani?

Il   libro non indica dei percorsi particolari ma un metodo generale. Infatti, a una prima parte più teorica sul significato della leadership, se ne accompagna una seconda di tipo più pratico, con esempi tratti dalla dinamica dei gruppi. Il metodo è che la leadership ha significato se chi la interpreta, cioè il leader concreto, l’animatore o educatore concreto, ha delle caratteristiche di ascolto, dialogo, apertura e interesse verso gli altri — il saper prendersi cura delle persone —, che lo rendono adatto a far crescere le persone. Sbagliando, naturalmente, ma sempre nella disponibilità ad imparare dai propri errori.

  Che differenza c’è tra un gruppo e una comunità?

In effetti qui siamo in un’altra delle idee-forti del libro. Normalmente siamo abituati a parlare e a pensare in termini di “gruppi” parrocchiali, che possono essere di diverso tipo: associazioni, movimenti, gruppi catechistici, oratorio, volontariato, beneficenza e altro. Occorre introdurre un altro passaggio: dal gruppo alla “comunità”, che è qualcosa di più. Ed è il luogo dove l’animatore diventa educatore, diventa leader. Il tema della comunità, si inserisce come naturale proseguimento. del tema della persona. Infatti, è proprio di un gruppo, che non sia una sorta di club privato, costruire relazioni cordiali, essere ponte e non isola, avere un’identità forte, ma non trasformarsi in una fortezza, avere a cuore l’insieme e non solo il particolare. essere per la condivisione, ma non per la separatezza.

  Com’è possibile tale percorso?

Dobbiamo capire che occorre oggi sempre di più avere un «metodo di valore», dai contenuti solidi, che spinga le persone a perseguire gli obiettivi di un’autentica maturazione umana e cristiana, uscendo dai facili entusiasmi idealizzanti o dalla noia passivizzante di una formazione permanente che, in fondo, rischia di “sformare” le persone piuttosto che plasmarne il cammino di crescita. Pertanto, nella ricerca di percorsi metodologici rinnovati, il lavoro di conoscenza e maturazione psico-pedagogica evidenziato dal libro acquista un nuovo senso perché aiuta l’individuo ad “essere” co-creatore con il progetto di amore di Dio per l’umanità. piuttosto che angosciarlo a cercare metodologie spiritualizzanti finalizzate a trovare “cosa fare” per tamponare le ferite o le inconsistenze psicologiche. Per una formazione integrale l’uomo deve trascendere se stesso puntando su qualcosa o su qualcuno diverso da sé. Infatti, soltanto nella misura in cui riesce a vivere questa autotrascendenza dell’esistenza umana, uno è autenticamente uomo ed è autenticamente se stesso. Così l’uomo si realizza, non già preoccupandosi di realizzarsi, ma dimenticando se stesso e donandosi, trascurando se stesso e concentrando verso l’esterno tutti i suoi pensieri.

Ma come farlo nella concreta vita delle nostre parrocchie?

Deve esserci una sorta di “catena”, una tradizione, una scuola di attenzione ai bisogni. Nel libro si portano diversi esempi di attività educative improvvisate e riuscite. Il segreto è nel progetto che deve esserci a livello parrocchiale, puntando decisamente sul rapporto educativo, impegnandosi a formare giovani educatori che sappiano essere guida “autorevole”. Poi su questo percorso può innestarsi anche una formazione specifica o specialistica. anche a livello di studi universitari ma ciò dipende dalle scelte di vita e di lavoro delle persone. Ad un livello precedente, la comunità parrocchiale deve saper far crescere la “passione” per gli altri, quell’attenzione che si crea pensando che le risorse umane sono il dato più importante di tutti e non vanno sprecate.

  Che rapporto vede tra “leader” e “leadership”?

C’è senz’altro una stretta correlazione. che si basa sulla credibilità, sulla autenticità di colui che ha un ruolo di guida. Deve saper ascoltare: questa è la sua prima caratteristica. Deve cogliere i mèssaggi che arrivano dalle persone. comprendere i loro bisogni e mai essere autoritario, mentre invece dev’essere autorevole e sa-per attendere che le persone compiano il loro percorso. Deve portare tutti al passo di colui che arriva per ultimo, perché,se tutti vanno con quel passo, il gruppo non solo correrà insieme, ma diventerà una comunità. Oggi tra tanti gruppi, tanti “branchi”, in cui si suddividono i giovani — a volte nelle parrocchie. ma più spesso in strada — la s’era differenza qualitativa è nell’offrire la possibilità di un’esperienza comunitaria, che abbia dei saldi punti di riferimento: la fede certo, ma anche la solidarietà, il rispetto, l’empatia, la comunicazione, sulla base di un progetto che valorizza tutti e ciascuno. Questa è la sfida più importante: la formazione.

  Tuttavia parlare di “leadership” non è un po’ inconsueto? Rinvia ad una tematica cara alle aziende: non c’è il pericolo di “aziendalizzare” le parrocchie?

In realtà, dal mondo aziendale c’è qualcosa che dobbiamo senz’altro apprendere: la valorizzazione delle persone, che sono il vero “valore aggiunto” che noi abbiamo. Solo con le persone è possibile realizzare gli obiettivi che ci poniamo e, se riusciamo a valorizzare le caratteristiche di ciascuno, allora ci sarà crescita e soprattutto si fermerà quel fenomeno di “abbandono” che caratterizza la fascia di età giovanile. Si tratta di animare gruppi “ad alta tensione”, come sono oggi un po’ tutte le realtà giovanili: effervescenti. inquiete, alla ricerca di qualcosa. in rapporto dialettico con il mondo degli adulti. Se l’educatore è anche contemporaneamente capace di leadership — se ascolta e dialoga al tempo stesso — allora la frattura tra i mondi può ridursi e il dialogo riprendere. Occorre però una scommessa nuova, puntare sui giovani non soltanto con le parole ma con i fatti.

  Anche qui la domanda è: come fare?

Nel libro ci sono delle risposte a questa domanda, con suggerimenti e percorsi concreti per l’animazione dei gruppi. Ma la vera anima, il vero motore di ogni attività deve essere il “progetto”, cioè fin dal primo momento — dalla prima riunione — bisogna avere chiare le direzioni da prendere, correggendole e verificandole via via, ma sempre presente deve esserci l’idea che l’esperienza del gruppo non basta e serve un “traghettatore”, un leader, che punti il timone in maniera salda verso la nascita di vere e proprie esperienze comunitarie. I gruppi possono essere di tanti tipi: basati sulle relazioni, fondati sul fare delle attività.., e le tipologie possono moltiplicarsi. L’animatore può lasciar fare, può avere uno stile autoritario e così via. Ma la proposta avanzata è che dev’esserci un progetto preciso accompagnato da una leadership “amorevole”. Sì, proprio “amorevole”, cioè capace di prendersi cura delle persone, in grado di ascoltarle perché l’ascolto è la prima importante maniera di prendersi cura degli altri.

  Che rapporto c’è tra questa impostazione e il “servizio dell’autorità”?

È una delle idee nuove che stanno maturando, non a caso, a partire dall’esperienza delle comunità religiose, dove appunto la vita comunitaria è più stretta, più esigente e dove, a volte, emergono conflitti e problematiche. Nel volume si possono cogliere echi di queste esperienze. perché le comunità religiose oggi hanno “anticipato” problematiche che le parrocchie affrontano in maniera differente, ma che sono sempre di grande importanza. Del resto, un po’ in tutti gli ambiti si dice che l’autorità è in crisi: nella famiglia, nella scuola, nella società, e anche nelle comunità religiose e magari nelle diocesi. Comandare, come si faceva un tempo, e obbedire o pretendere di venire obbediti, non sono più parti di un processo automatico. Dunque, a chi esercita delle responsabilità si chiedono caratteristiche diverse. E da qui nasce lo smarrimento di tanti che hanno dei ruoli direttivi, che non sanno più bene in che modo comportarsi. perché il servizio dell’autorità ha bisogno più che mai di un costante supporto formativo e di un’adeguata formazione permanente. Non basta conoscere il proprio ruolo per essere abilitati a dirigere un gruppo. ma ci vuole disponibilità e apertura. Non solo per condurre, ma anche per lasciarsi condurre, in un rapporto di autentica reciprocità e trasparenza: da una parte c’è l’animatore — e il suo ruolo va riconosciuto —, ma dall’altra parte ci sono anche coloro che fanno parte del gruppo e che vogliono esprimere se stessi in vista delle mete comuni. Devono incontrarsi e parlarsi: è la sfida dell’avventura umana. Ma più ancora: è la sfida cui le nostre parrocchie sono chiamate a rispondere per diventare sempre di più.

 

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LA DIFESA DEL POPOLO di domenica 3 ottobre 2004

Pag 39 Preghiere dei fedeli: quali? (lettera al direttore)

 

Carissimo direttore, durante la trascorsa estate ho avuto l’opportunità di partecipare a delle celebrazioni eucaristiche. A una messa ho chiesto di poter fare una preghiera dei fedeli, mi è stato risposto di rivolgermi al parroco (avrei citato lsaia per ricordare la necessità della pace nel mondo). La preghiera non l’ho letta, ma questa risposta mi ha fatto ritornare al foglietto domenicale, che troviamo in quasi tutte le chiese, dove si riportano già confezionate le tradizionali “preghiere dei fedeli”. Mi sono chiesto, ti chiedo: che senso hanno queste preghiere, se sono già stampate e che al massimo coinvolgono i lettori parrocchiali? Che senso ha scrivere “dei fedeli”, se sono già preparate da altri? Non sarebbe sufficiente nei vari foglietti scrivere solo “preghiere”? Nella prospettiva, non molto remota, della mancanza di preti, non sarebbe opportuno iniziare un coinvolgimento dei laici, partendo proprio dalle “preghiere dei fedeli”?        (Elvio Beraldin di Padova)

 

Il problema non è dei più gravi nell’attuale panorama ecclesiale ma può costituire una spia della partecipazione dei fedeli alla liturgia (e alla vita comunitaria in genere) come pure della preparazione e della cura che preti e comunità parrocchiali mettono nelle messe festive. Anche a me, lo confesso, dà un certo trovare le preghiere stampate sul foglietto (in qualche caso di 3-6-9 anni prima!). Mi pare che prepararle “fresche” ogni domenica sia un segno di attenzione al mistero che si celebra, all’assemblea che concretamente si raduna, al percorso pastorale della chiesa locale (comprese le “giornate” di maggior rilievo: seminario, missioni, ecc...), alla storia che Dio ci chiama a interpretare e costruire anche oggi. Forse ai nostri giorni sarebbe possibile stimolare la creatività e la partecipazione diretta dei fedeli — di alcuni, almeno — magari lasciando aperto uno spazio (quaderno, cestino...) per proporre qualche intenzione di preghiera o indicando una casella e-mail per inviarle a chi cura la stesura finale. Nulla di trascendentale, ma questa semplice idea è utile per favorire una preghiera vera e concreta, la condivisione delle “intenzioni”, magari valorizzando i carismi di qualcuno. Può funzionare? A un patto, almeno: che non sia un peso in più per il parroco. In questo aspetto come in altri della vita parrocchiale.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 14 Imprenditori chiusi “in conclave” per ripensare il modello Nord Est di Gianni Favero

Presidenti degli industriali ed esperti americani a Mogliano

 

Venezia - Perde colpi l'azienda artigiana veneta, che per il secondo semestre consecutivo dimostra di non essere più in grado di assorbire mano d'opera da altri settori. L'occupazione nelle quasi 150 mila micro imprese del Veneto è scesa infatti nel primo semestre 2004 del 2,5%, con punte del -3,9%, ad esempio a Treviso. Per l'occupazione artigiana è il secondo calo consecutivo, dopo che il secondo semestre 2003 si era chiuso con un più pesante -3%. L'unica provincia in controtendenza è stata Belluno, dove la mano d'opera è cresciuta di 1,9 punti. È la fotografia della Confartigianato del Veneto che, con il suo presidente Vendemiano Sartor, commenta con preoccupazione il fenomeno. I dati sono stati elaborati su un campione di 12 mila imprese, che occupano oltre 55 mila dipendenti. L'emorragia di addetti si registra soprattutto nel comparto manifatturiero, che segna un -3% a causa della forte flessione registrata dall'occupazione nel tessile-abbigliamento-calzaturiero, che ha perduto il 6,6% di addetti tra gennaio e giugno 2004. TREVISO - Un conclave in cui ci si senta liberi di provocarsi per dare vita ad un confronto senza preclusioni, con l'assistenza di esperti locali ed internazionali, sul futuro del manifatturiero sul territorio veneto. È questo lo spirito di un «brainstorming» al quale parteciperanno domani, a Mogliano Veneto, gli esponenti delle associazioni territoriali degli industriali veneti, il direttore del dipartimento di economia internazionale alla Fordham University di New York, Dominique Salvatore, ed il presidente dell'Istituto di Ricerche Economiche e Sociali (Ires) del Veneto, Bruno Anastasia. L'analisi a porte chiuse, promossa dalla Confindustria del Veneto, vuole soprattutto analizzare i motivi del ritardo dei processi di internazionalizzazione della regione per cercare di individuare una strategia complessiva. «Vogliamo renderci conto – spiega il presidente di Confindustria Veneto, Luigi Rossi Luciani – che tipo di futuro possa avere un territorio come il nostro i cui addetti del manifatturiero non ha eguali in Italia e in Europa». Sul radicamento all'estero delle imprese, osserva poi, c'è stata una lunga stagione di «fumo negli occhi» in cui l'esportazione anche lecita di capitali oltreconfine è stata difficilissima mentre l'internazionalizzazione continua ad essere vista molto spesso, sia da sindacati che da forze politiche, «come un'azione criminogena». «Se a questo si aggiungono i problemi di competitività e la pochezza della finanza in un territorio con un'imprenditoria così diffusa – aggiunge – è facile capire le ragioni del nostro forte ritardo». Oltre a tracciare un'analisi sulla complessa congiuntura economica e a definire le linee di crescita e di sviluppo della Regione, l'incontro punta anche a sondare la percezione che i Paesi stranieri hanno dei rapporti internazionali delle aziende italiane, dello stato della ricerca e della formazione in Veneto, e ad osservare con oggettività l'andamento dei costi industriali e delle politiche di governance.

 

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LA NUOVA

Pag 11 Veneto, è piena crisi occupazionale

Primo semestre negativo per 150mila piccole imprese artigiane

 

Venezia. Perde colpi l’azienda artigiana veneta, che per il secondo semestre consecutivo dimostra di non essere più in grado di assorbire mano d’opera da altri settori. L’occupazione nelle quasi 150 mila micro imprese del Veneto è scesa infatti nel primo semestre 2004 del 2,5%, con punte del -3,9%, ad esempio a Treviso. Per l’occupazione artigiana è il secondo calo consecutivo, dopo che il secondo semestre 2003 si era chiuso con un più pesante -3%. L’unica provincia in controtendenza è stata Belluno, dove la mano d’opera è cresciuta di 1,9 punti. Nel resto la situazione è ben definita. E’ la fotografia della Confartigianato del Veneto che, con il suo presidente Vendemiano Sartor, commenta con preoccupazione questo fenomeno. Anche se rileva che questo, per converso, può essere letto come il segnale di un forte investimento delle aziende artigiane nelle nuove tecnologie. I dati sono stati elaborati dall’organizzazione sulla base delle dinamiche occupazionali di un campione di 12.000 imprese, che occupano oltre 55 mila dipendenti. «Difficile pensare - afferma Sartor - che una tendenza al ribasso che dura da 12 mesi sia fortuita. Già in occasione dell’attentato alle Torri Gemelle si erano registrati due semestri di flessione, seguiti però da 12 mesi di ripresa dell’occupazione. Ora si torna in terreno negativo». «L’emorragia di addetti si registra soprattutto nel comparto manifatturiero, che segna un -3% a causa soprattutto - osserva la Confartigianato - della forte flessione registrata dall’occupazione nel tessile-abbigliamento-calzaturiero, che ha perduto il 6,6% di addetti tra gennaio e giugno 2004 in Veneto, dopo aver già diminuito nel secondo semestre 2003 la propria forza lavoro del 6,1%. Ma anche il settore costruzione, che pur vede un aumento del numero di aziende, entra in terreno negativo sull’occupazione, calata del 2,2%. Più contenuta la flessione nel comparto dei servizi (-1,3%). «Le cause del fenomeno - argomenta Sartor - sono probabilmente molteplici. Certo le difficoltà dell’economia hanno un ruolo nel calo dell’occupazione, ma non esclusivo, perché i dati sul credito, sul numero di imprese e sulla loro dimensione ci dicono che la situazione dell’artigianato regionale è di difficoltà ma non di crisi». La dimensione media d’impresa è infatti cresciuta nello stesso periodo a 4,7 addetti, contro i 4,5 della seconda metà d’anno 2003; il numero delle imprese è cresciuto dell’1,5%, sfiorando la soglia delle 144 mila aziende artigiane iscritte. Quanto al credito, crescono gli investimenti, quasi del 10% nell’importo e del 7% nel numero di pratiche.

 

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Pag 16 Scatta la spesa di gruppo per spendere la metà di Andrea Martinello

Carovita, acquisti collettivi dei generi alimentari direttamente dai produttori

 

Una «rete» di gruppi di consumatori e produttori locali che comprano al di fuori della grande distribuzione per ottenere migliori condizioni d’acquisto. Il progetto «acquisti insieme» portato avanti dal Movimento dei consumatori, diventerà presto realtà anche a Mestre, consentendo di unire senza intermediazioni produttori e consumatori, con vantaggi assicurati per entrambe le parti. In quest’ottica, i prezzi di frutta, verdura e altri generi alimentari, potrebbero drasticamente ridursi. Sono previsti risparmi fino al 50 per cento per i gruppi d’acquisto e condizioni di vendita più vantaggiose per i produttori. Saltando gli anelli intermedi tra produttore e consumatore, ovvero i grossisti e i venditori al dettaglio, non si subirebbero infatti gli incontrollati «ricarichi» che si accumulano ad ogni passaggio della «catena», fino a prezzi finali gonfiati e irreali. Dal campo direttamente alla tavola dunque, per rendersi autonomi dalle continue «oscillazioni» dei prezzi dei generi alimentari. «La formazione di un gruppo d’acquisto mestrino è il primo passo per entrare a far parte di una rete più ampia comprendente i gruppi di Veneto ed Emilia - spiega il presidente del movimento dei consumatori Giulio Labbro Francia - con l’obiettivo di sincronizzare e coordinare gli acquisti in modo da abbattere le spese di trasporto e aumentare i volumi d’acquisto, ottenendo prezzi ancora più favorevoli». Bastano infatti una ventina di famiglie (circa un centinaio di persone) per formare un gruppo-base d’acquisto, che andrà a trattare direttamente con i produttori. L’acquisto collettivo sarà centralizzato e coordinato dal Movimento dei Consumatori, che selezionerà le aziende produttrici stabilendo le caratteristiche dei prodotti, i prezzi e i termini di pagamento e di consegna della merce. Ogni gruppo avrà un proprio referente, che si occuperà di quantificare le ordinazioni, trasportare la merce (a meno che non sia la stessa azienda produttrice a impegnarsi nel trasporto), e distribuirla agli altri membri del gruppo, in un luogo e un orario precedentemente concordati. E’ chiaro che il potere d’acquisto di cento consumatori organizzati in gruppo aumenterebbe sensibilmente, diventando il gruppo stesso una sorta di «grossista collettivo» che tratta frontalmente con le aziende produttrici. In questo modo, frutta e verdura di stagione potrebbero essere acquistate in grosse quantità, risparmiando fino al 50% a cassetta. Ma anche per gli altri generi alimentari (non confezionati), i risparmi sarebbero notevoli: farina, uova, formaggi e latticini verrebbero acquistati al 20-30% in meno rispetto ai punti vendita. Anche per la carne si otterrebbero prezzi molto convenienti, con l’acquisto diretto di capi di bestiame (di allevamenti biologici) da far macellare e spartire. Le aziende fornitrici, con cui si stanno già aprendo le trattative, saranno selezionate in base ai principi di «eco-compatibilità» e «sostenibilità», a garanzia della qualità e della genuinità dei prodotti e della trasparenza dei processi produttivi, nell’ottica del miglior rapporto qualità-prezzo. «Non vogliamo smantellare l’intera rete di distribuzione - afferma Giulio Labbro Francia - ma vogliamo opporci ad un sistema in cui i commercianti stanno perdendo la propria responsabilità sociale, completamente disimpegnati nel contenere gli aumenti ingiustificati, passivi di fronte alle condizioni poste dai grossisti e incapaci di proteggere la clientela».

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 13 Umberto I, “congelata” la trasformazione in città di Stefano Ciancio

Il piano è quasi pronto ma il Comune ha solo 14 giorni di tempo per approvare tutte le varianti

 

Venezia — Il piano urbanistico per la trasformazione dell'ospedale Umberto I in un pezzo di città è quasi pronto sul tavolo dell'assessore all'urbanistica Guido Zordan, ma è destinato ad un lungo congelamento. Per le distanze tra immobili del centro di Mestre (le villette) si apre invece una corsa contro il tempo e le possibilità di chiudere la partita si stanno riducendo al lumicino. Lo stadio invece si salva, è già iscritto all'ordine del giorno del consiglio comunale. A Ca' Farsetti scoppia il caos delle varianti. Una vera e propria patata bollente, legata all'entrata in vigore, il 21 ottobre, dei decreti applicativi della nuova legge regionale sull'urbanistica. A partire da questa data nessun Comune potrà approvare varianti. O meglio, prima di farlo, dovrà dotarsi del proprio «piano di assetto territoriale», sorta di contenitore generale di pianificazione. Un ostacolo che ha messo il Comune in totale fibrillazione, anche perché «per redigere il piano di assetto – dice Zordan – ci vorranno come minimo due anni». Venezia, come la stragrande maggioranza delle altre amministrazioni locali, sta facendo pressing presso la Regione per ottenere una proroga. Ma allo stato dei fatti non c'é alcuna garanzia di tempi supplementari. Con la conseguenza che restano solo due settimane per arrivare alle approvazioni da parte del Consiglio comunale di numerose varianti, che altrimenti saranno destinate a bloccarsi per anni. Tra queste c'è anche quella relativa all'ospedale Umberto I, nodo strategico del centro di Mestre. Zordan — «lavorando anche i sabati e le domeniche» — ha di fatto messo mano nelle ultime settimane al ridisegno del complesso, con l'intenzione di farlo approvare entro il 21 ottobre al Consiglio e di, eventualmente, modificare la variante con le osservazioni. Un'intenzione che ieri la maggioranza ha stoppato bruscamente. E i motivi sono di natura prettamente politica, perché nessuno vuole forzare un progetto strategico per l'intera città e che richiede un ampio confronto con il territorio e le forze cittadine. Insomma, per il centrosinistra è meglio congelare la questione (almeno due anni però), piuttosto che scatenare polveroni in piena stagione elettorale. Allo stato dei fatti dovrebbero arrivare invece al traguardo del 21 ottobre le varianti sullo stadio (quadrante di Tessera), su Villabona, Campalto, Via Ulloa e Villa Tevere (trasformazione da struttura sanitaria a residenziale). Potrebbe invece essere bruciata sul filo di lana la variante relativa alle distanze, che permette di derogare al decreto del 1968 che indica una distanza minima tra immobili pari a 10 metri. Si tratta di una dettagliata schedatura, anche fotografica, che già lo scorso anno aveva riguardato 804 edifici ricompresi in 10 zone di Mestre. Nel cronoprogramma si prevedeva la chiusura del censimento entro la fine del 2004, con la schedatura di altre 26 zone della città. Ma a questo punto l'inghippo della nuova legge regionale «rischia – osserva l'assessore Zordan – di far buttare tutto al macero». Meglio dire in congelatore, in attesa di un laborioso piano di assetto. L'unica speranza è che la Regione conceda le proroghe.

 

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LA NUOVA

Pag 3 Blocco al cracking, in azione le torce di Gianni Favarato

Ieri terzo incidente in meno di un mese, fiamme alte 30 metri alla Polimeri Europa per bruciare gli idrocarburi

 

Marghera. Fiamme alte più di 30 metri dalle fiaccole del cracking e una colonna di fumo grigio scuro, visibilissima dal centro storico e ancor più dalla terraferma. Ennesimo «fuori servizio» ieri - il terzo in meno di un mese - all’impianto di Polimeri Europa (gruppo Eni) che raffina la virgin-nafta per trasformarla in etilene e propilene inviati via pipe-line ai petrolchimici di Ravenna, Ferrara e Mantova. Immediata la comunicazione alle autorità del «fuori servizio» - iniziato intorno alle 15 e protrattosi per più di un’ora - che secondo l’azienda ha causato solo una ricaduta di un’imprecisata quantità d’idrocarburi. Decine di telefonate allarmate ai vigili del fuoco e alla redazione del nostro giornale. «Che è successo al Petrolchimico? Perché quelle fiamme e quella nube? E’ grave? Che dobbiamo fare?». Domande ormai consuete in una città costretta a convivere con impianti industriali a rischio d’incidente rilevante. Impianti che registrano ogni anno dai 30 ai 40 tra fuori servizio, anomalie, incendi o incidenti di varia gravità e natura. Eventi accidentali o incidenti che hanno comportato indagini, processi e condanne di dirigenti sia di Evc che di Enichem e Montefibre. Quello di ieri, in ogni caso, è forse uno tra i meno gravi in quanto ha comportato l’immissione in fiaccola di etilene e propilene in lavorazione. Due sostanze che grazie alla combustione in fiaccola, comportano la ricaduta al suolo di «pochi» idrocarburi, sostanze che certo non fanno bene ma sono meno impattanti per la nostra salute e l’ambiente di altre (clorurati, fosgene, Cvm, dicloretano e via dicendo). Del resto - spiegano i tecnici di Polimeri Europa - proprio l’utilizzo della fiaccola durante i «fuori servizio» garantisce la combustione ad alte temperature delle sostanze chimiche in lavorazione. Quello accaduto ieri, è un fuori servizio causato dal blocco improvviso di uno dei tre nuovi «compressori a frigo», che si stanno installando nell’impianto di cracking con una spesa di decine di milioni di euro, finalizzata al risparmio energetico e ad una migliore sicurezza d’esercizio. Il blocco - hanno spiegato i responsabili dell’impianto - era dovuto ad «un problema strumentale che ora valuteremo e cercheremo di superare». Durante il blocco i forni del cracking hanno continuato a funzionare senza nessun problema e contrattempo. Dopo un’ora - grazie all’attivazione di un compressore di riserva - le fiamme sulle fiaccole si sono progressivamente abbassate, fino a sparire salvo episodiche fiammate che si sono viste anche nelle ore serali e notturne. Polimeri Europa - come confermano Arpav, Comune e Provincia - ha comunicato «con puntualità e precisione» il fuori servizio che ha interessato i suoi impianti.

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 2 Statuto fuori rotta: sì a tre articoli ma c’è lo scoglio degli immigrati di Alessandro Zuin

Sfumata l’ultima mediazione: sui diritti degli stranieri si annuncia la fine

 

Venezia — Ci sono degli organismi che mantengono una forma di vita apparente anche dopo la morte biologica. Questo è, allo stadio attuale, lo Statuto del Veneto. In un'atmosfera persino surreale, gli estenuati consiglieri regionali si sono impegnati nell'approvazione dei primi tre articoli della Carta (e nell'approccio alla discussione sul quarto), pur essendo perfettamente consapevoli che di qui a pochissimo, cioè all'altezza dell'articolo 8, li aspetta una sentenza che ha tutta l'aria di essere capitale: lì, in quelle due righe che attribuiscono alla Regione la missione di promuovere «la partecipazione ai processi istituzionali dei cittadini stranieri residenti nel suo territorio», sta scritto il finale annunciato di questa storia. Un passo indietro, perché ormai non ci si raccapezza più. Al ritorno in aula, dopo il tentativo consumato da Carlo Alberto Tesserin di rimettere insieme i cocci dello spirito costituente, il Grande Mediatore ha comunicato all'assemblea il responso che già tutti conoscevano: «Mi dispiace di dover annunciare che i contatti con i rappresentanti di tutte le forze politiche avuti in questi ultimi giorni mi hanno fatto giungere alla conclusione che sulle rigidità emerse in queste settimane (i temi della Resistenza e dei diritti da riconoscere agli immigrati extracomunitari, ndr) non c'è accordo». Uno pensa: stavolta è finita per davvero. Invece Tesserin, suscitando qualche sorpresa nell'uditorio, decide di non staccare la spina: «Ritengo, a questo punto, che il dibattito debba ripartire dalla bozza di Statuto approvata dalla commissione il 7 agosto scorso, sgomberata da tutti gli emendamenti che sono stati presentati dai vari gruppi». Quindi, con qualche smarrimento, si riparte dal testo originario. Che però contiene in sé il germe letale: quella parte resuscitata dell'articolo 8 che apre alla partecipazione degli immigrati, della quale la Lega Nord aveva ottenuto successivamente la totale cancellazione, facendone una questione di vita o di morte. Appunto. Come ha fatto subito notare il capogruppo leghista, Franco Manzato, «per noi l'accordo del 16 settembre (che eliminava la formulazione sugli immigrati sgradita al Carroccio, ndr) è fondamentale: oltre non possiamo andare». Postilla del collega Stival: «Sul problema degli immigrati abbiamo assunto impegni precisi e inderogabili con i nostri elettori». Giunti a questo punto, si aprono due scenari, entrambi distruttivi. Il primo: l'articolo 8 viene approvato così com'è, da una maggioranza trasversale che non comprende la Lega, con la conseguenza certa che i consiglieri del Carroccio faranno saltare tutto per aria. Il secondo: l'articolo 8 non passa, perché la Cdl si piega all'inamovibile diktat leghista. A questo punto sarà il centrosinistra a salire sulle barricate, lasciando alla maggioranza, se ne sarà capace, il compito di approvarsi da sola lo Statuto. I consiglieri di Rifondazione ne hanno già tratto le conseguenze: «Tra insulti alla Resistenza e appelli al consociativismo - hanno dichiarato Mauro Tosi e Pierangelo Pettenò - lo Statuto è diventato espressione solo della parte più retriva del Veneto: per essere approvato dovrà passare in seconda lettura sulle migliaia di emendamenti che stiamo preparando». Laconico Elso Resler dello Sdi: «Mi chiedo se non sia meglio prendere atto che il clima è deteriorato e smettere di continuare a farci del male». Renzo Marangon, capogruppo del primo partito in consiglio regionale (Forza Italia), ha provato a replicare che «rimane l'esigenza di proseguire la discussione articolo per articolo, tenendo presente che l'articolo 8 è da considerarsi "dinamico". Anche se avverto che la maggioranza non è disposta a fare un harakiri forzato». Ma se lo Statuto è già defunto, il problema non si pone.

 

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Pag 2 Il richiamo dei vescovi divide il Consiglio. Tosi (Rc): “Una pesantissima ingerenza” di Alessandro Zuin

Reazioni negative tra i “liberal” di palazzo Ferro Fini. Ma Francesco Piccolo (Udc) ha apprezzato: “Dalla Cet ci arriva un invito ad occuparci della politica alta”

 

Venezia — La battuta circolava ieri durante la pausa pranzo, nella piccola «bouvette» di palazzo Ferro Fini: «D'ora in poi il consiglio regionale chiederà di esprimere un parere preventivo sulla nomina dei nuovi vescovi veneti». In coda, il veleno più urticante: «A quale Commissione toccherà esprimersi? Alla quinta (quella che si occupa di sanità, ndr)». Questo per dire dell'effetto che ha prodotto su alcuni consiglieri di area liberal il documento della Cet, la Conferenza episcopale triveneta, sui temi dell'agonizzante Statuto regionale. Che la politica veneta abbia un nervo scoperto sulla questione statutaria è cosa evidente, però l'intervento dei vescovi in piena bagarre consiliare - «Forse sollecitato da qualcuno, qui dentro», suggerisce un esponente leghista, alludendo probabilmente al presidente della Commissione Statuto, Carlo Alberto Tesserin - è stato vissuto da una pattuglia trasversale di consiglieri, tanto a destra quanto a sinistra, come un'autentica invasione del potere spirituale nel campo secolare. Al contrario, un altrettanto trasversale ed eterogeneo schieramento di «costituenti» - da Alleanza Nazionale fino alla Margherita, passando per l'Udc - ha mostrato di apprezzare (soprattutto i richiami alla tutela della vita sino dal concepimento e alla centralità della famiglia), nel nome della comune matrice cattolica. Ma il riferimento dell'episcopato triveneto a un esplicito riconoscimento della Chiesa come interlocutore della politica, dotato di propria personalità giuridica, e il rilancio sull'insufficiente richiamo alle tradizioni cristiane delle gente veneta, hanno scosso l'anima laica del parlamentino veneto. L'unico ad affrontare pubblicamente questo disagio, nel corso di un suo intervento in aula, è stato il capogruppo di Rifondazione comunista, Mauro Tosi: «E' una grave ingerenza - ha dichiarato Tosi - in un momento molto delicato e importante per l'istituzione regionale. Sono sicuro che, a ruoli invertiti, i vescovi non avrebbero mai accettato dalla politica un'intromissione del genere. Sappiano che esiste una differenza fondamentale tra un rappresentante dello Stato, quali siamo noi consiglieri, e gli esponenti di una libera associazione come la Chiesa cattolica. L'intervento dei vescovi è stato molto pesante su tutti i temi toccati. E, guarda caso, i colleghi di An hanno subito recepito il messaggio...». Sull'altro fronte Francesco Piccolo dell'Udc, che si è rifatto esplicitamente al documento dei vescovi triveneti durante la discussione sull'articolo 3 dello Statuto, proprio quello in cui si dice che «La Regione, in conformità con la tradizione storico-culturale cristiana del suo popolo, con le proprie tradizioni di libertà di scienza e di pensiero e di laicità delle istituzioni, ispira la propria azione ai principi di eguaglianza e di solidarietà nei confronti di ogni persona di qualunque provenienza, cultura e religione, promuovendo processi di integrazione». Ha sostenuto Piccolo: «Il richiamo che ci arriva dai vescovi del Triveneto è un invito a occuparci della politica "alta", ad affrontare i grandi temi dell'inclusione sociale e dell'integrazione, temi che credo ispirino e siano presenti in questo Statuto».

 

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LA NUOVA

Pag 9 Avanti statuto, chi si ferma è perduto di Renzo Mazzaro

L’aula procede nel disaccordo totale, si vota tra accuse reciproche

 

Venezia. La mediazione di Carlo Alberto Tesserin è naufragata nel nulla. Al «vedo» si è scoperto che il presidente della commissione statuto aveva in mano solo scartine. Che fosse difficile raggiungere un accordo era noto, che lui fosse così lontano dalla possibilità di farcela un po’ meno. Ma la vera notizia è il seguito: applicando un principio ignoto alla fisica per il quale ad ogni azione corrisponde quello che vi pare, Tesserin ha stabilito che non era successo niente e dunque si poteva ripartire dal testo uscito dalla commissione. Titolo del primo comunicato dell’ufficio stampa: «Non c’è accordo, ma il dibattito continua». Buon dio, su che cosa?, chiederà chi ha il coraggio civile di continuare queste letture di pervicace masochismo. Sulla fregatura presa dal centrosinistra, vi risponderebbero al bar sport: per consentire il tentativo di mediazione di Tesserin, tutti i gruppi hanno ritirato venerdì scorso i propri emendamenti, ma chi ci ha rimesso di più è l’opposizione, che ha perso la bandiera. La Resistenza è scomparsa: doveva essere inserita all’articolo 1, nella dizione «Repubblica italiana nata dalla Resistenza». Il patto non detto per questo ritiro era che, parallelamente, avrebbe dovuto capitolare la Lega ritirando il proprio veto dall’articolo 8 (immigrati). O attenuandolo. Facendo qualcosa, insomma. La Lega non ci pensava e non ci pensa minimamente. L’articolo 8. E’ vero che l’articolo 8 rimane nel testo uscito dalla commissione, tutto intero per giunta, non nella versione ridotta del 50% sulla quale si era pure raggiunto un accordo. Ma per farlo saltare basterà che non lo votino 31 consiglieri: la maggioranza ne ha 36 su 60, dov’è il problema? Quando si arriverà all’articolo 8 ci vorrà un nanosecondo per schierargli davanti un plotone di esecuzione composto da 36 elementi e dargli la raffica che si merita. L’imbroglio. Dalla mediazione di Tesserin alla presa per i fondelli, il passo è breve, anzi è lo stesso: questa è stata la conclusione di Mauro Tosi, capogruppo di Rifondazione comunista, il cui intervento ha fatto da perno alla ripresa dei lavori. Tosi ha parlato senza mezzi termini di «imbroglio», «atto di prepotenza della maggioranza», «furbizia offensiva» di Tesserin «che è venuto meno al suo ruolo istituzionale». Rc ipotizza che la maggioranza intenda procedere con la forza dei voti, dopo aver spianato la strada dagli emendamenti. Per questo ha annunciato che non parteciperà a nessuna votazione, fino all’articolo 8. Ma ha anche annunciato che dopo farà di tutto per restituire il piacere, con qualche migliaio di sub-emendamenti ostruzionistici. Gli emendamenti. Qui bisogna inserire una spiegazione tecnica: dopo la discussione generale, che è già finita, non è più possibile presentare nessun emendamento. Può farlo solo il relatore (Tesserin) che infatti ne ha presentati 7: sono quelli concordati dopo il viaggio a Roma, per evitare impugnazioni del governo davanti alla Corte Costituzionale. Ma dall’articolo 9 in poi sopravvivono alcuni emendamenti non ritirati da Severino Galante del Pdci. Più avanti arriva il blocco degli emendamenti di Rc sulla forma di governo, anche questi non ritirati, per accordo preciso con la maggioranza (Rc è contraria alla elezione diretta del presidente e intende condurre una battaglia, anche se solo di bandiera). L’unica possibilità di alterare questo schema di discussine è presentare sub-emendamenti. Ma bisogna agganciarsi ad un emendamento già presentato. Fino all’articolo 8 non ce ne sono. Ecco da dove deriva la messa in scacco del centrosinistra. Testo blindato. Riassumiamo la situazione: in questo momento l’aula discute sul testo uscito dalla commissione senza possibilità di altre variazioni perché non ci sono più emendamenti. Ne consegue che l’unica mediazione politica che vale, è quella fatta in commissione. Morale: chi non si attiene a quella, non vuole fare lo statuto ma i propri interessi. Questa è la tesi del centrosinistra, che aspetta la maggioranza sull’articolo 8. La Lega. Sarebbe sbagliato concludere, da quanto detto finora, che il centrodestra sia un fronte compatto. «Sento nell’aria odore di consociativismo, da prima Repubblica - dice Daniele Stival - e noi non ci stiamo. Sul problema immigrati abbiamo assunto impegni precisi e inderogabili con gli elettori». Di rinforzo Flavio Tosi: «Se l’aula non rispetterà gli accordi di metà settembre sull’immigrazione, l’intenzione della Lega è far propri gli emendamenti a suo tempo presentati dall’articolo 11 in poi». Poco importa se sono del Pdci e di Rc. Basta che consentano di attaccarci un migliaio di sub-emendamenti ostruzionistici e bloccare tutto. Che ambientino, eh?

 

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IL GAZZETTINO NORDEST

Pag III Statuto, la resa sugli immigrati di Giuseppe Tedesco

Se l’art. 8 sarà approvato insorgerà la Lega, se verrà cancellato reagirà il centro sinistra

 

Venezia. Se non altro bisogna ammettere che ha la scorza dura. In agonia ormai da un paio di settimane la bozza del nuovo Statuto del Veneto è riuscita a sopravvivere a un'altra seduta (la diciassettesima) del consiglio regionale nonostante l'aggiornamento mattutino della prognosi lasciasse davvero poche speranze. «Mi dispiace dover annunciare che i contatti con i rappresentanti di tutte le forze politiche avuti in questi ultimi giorni mi hanno fatto giungere alla conclusione che sulle "tradizionali rigidità" emerse in queste settimane non c'è accordo - ha introdotto il dibattito il presidente della commissione Carlo Alberto Tesserin (Forza Italia) - Ritengo, quindi, che il dibattito possa ripartire dalla bozza di Statuto approvata dalla commissione il 7 agosto scorso sgomberata da tutta la manovra emendativa che era stata presentata dai vari gruppi. È questo un modo per poter procedere verso una conclusione che, in questo momento, non so se potrà essere positiva o negativa». «Gli unici emendamenti che rimangono - ha ricordato ancora - sono sette di carattere "tecnico" che io stesso presento per facilitare la transitabilità dello Statuto rispetto alla sua accettazione da parte del Governo e uno relativo al numero dei membri dell'assemblea veneta che viene confermato a sessanta». Le indiscrezioni della vigilia, dunque, trovano piena conferma: il richiamo alla Resistenza voluto dal centrosinistra e un riconoscimento degli immigrati di basso profilo imposto dalla Lega continuano a pesare come macigni sulla strada della nuova Carta costituzionale del Veneto. «Siamo profondamente delusi dalla relazione del presidente Tesserin - replica il capogruppo di Rifondazione, Mauro Tosi- Temo che si stia profilando una beffa per l'intera assemblea: per non dispiacere alla Lega la maggioranza non voterà l'art. 8 sugli immigrati facendolo decadere. Vorrà dire che in seconda lettura torneremo sul tema della Resistenza con tremila emendamenti». «Anch'io mi sarei aspettato qualcosa di più dal presidente Tesserin - concorda il capogruppo dei Ds, Giampietro Marchese - Spero perciò che la maggioranza dica con chiarezza se intende attenersi al testo così come uscito dalla commissione o se pensa di aggirare il problema immigrati di cui si occupa l'art. 8 togliendolo. Se è così è meglio che lo dica subito». «Dal momento che non si è riusciti a raggiungere un nuovo equilibrio c'è solo la scelta di attenersi all'equilibrio iniziale, il testo base appunto, sul quale deve aprirsi in aula una nuova fase di discussione - precisa il capogruppo della Margherita, Achille Variati- Se si discosterà dal testo base la maggioranza romperà anche questo equilibrio». «Confermiamo il ritiro dei nostri emendamenti - concorda Elso Resler (Sdi) - ma vediamo che il clima è largamente deteriorato: mi chiedo se non sia meglio prenderne atto e smettere di continuare a farci del male».Per il capogruppo di Forza Italia, Renzo Marangon, «il problema è politico» e rimane l'esigenza per l'aula di proseguire la discussione articolo per articolo tenendo presente che l'art. 8 è da considerarsi «dinamico» e che la maggioranza non è disposta a fare un «hara-kiri forzato». «L'atteggiamento dell'opposizione è veramente inspiegabile - aggiunge il capogruppo di An, Paolo Scaravelli - Mi auguro comunque che sull'art. 8 si possa trovare una soluzione». «Il modo per uscire dallo stallo è tenere presente l'accordo raggiunto il 16 settembre quando si era riusciti a trovare una sintesi positiva e un equilibrio condiviso su alcuni temi di grande importanza come la tutela della famiglia e della vita e l'immigrazione - avverte il capogruppo della Lega, Franco Manzato - Per noi l'accordo del 16 settembre è fondamentale: oltre non possiamo andare». E da Francesco Piccolo (Udc) viene un appello a tutta l'aula perché prevalga la volontà di non arrendersi. Severino Galante (Comunisti italiani) avverte che «qualora la maggioranza faccia venir meno l'art. 8 mi riservo di ripresentare emendamenti dall'art. 9 in poi» e Flavio Tosi replica a nome della Lega preannunciando che, qualora l'aula non rispetti gli accordi di metà settembre sull'immigrazione, l'intenzione del suo gruppo di far propri gli emendamenti a suo tempo presentati dall'art. 11 in poi. «Se passa così l'art. 8 - spiega in corridoio il capogruppo Manzato - chiederò che lo Statuto torni in commissione e ci tuteleremo con una valanga di emendamenti ostruzionistici». E non a caso arriva a palazzo Ferro Fini l'assessore leghista Ermanno Serrajotto perché il regolamento riserva a questo punto solo al relatore e alla Giunta la possibilità di presentare emendamenti. Insomma, "ci vedremo all'art. 8". Il consiglio approva in rapida successione e a larghissima maggioranza gli art. 1 e 2 e, al termine di una lunga discussione, anche il terzo. Si riprende oggi con la certezza che lo Statuto è in coma irreversibile e l'unica incognita di chi staccherà la spina.

 

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IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Scuole e strade le priorità della Provincia di Venezia di Davide Scalzotto

Ecco tutti gli interventi previsti dal Piano triennale approvato dalla giunta

 

Venezia. Viabilità, scuole, valorizzazione e tutela del patrimonio edilizio. Sono questi i tre ambiti interessati dal Piano triennale delle opere pubbliche varato nei giorni scorsi dalla Provincia (già esposto all'ambo pretorio e pubblicato in internet). La giunta Zoggia ha voluto dividere gli interventi (i più importanti sono sintetizzati nella tabella qui a fianco e localizzati in quella in alto) non secondo una ripartizione geografica, ma per settori.

PROGETTO STRADE PIÙ SICURE- Gli interventi sulla viabilità sono quelli che riguardano il maggior numero di cittadini, per quanto riguarda il miglioramento negli spostamenti e per la sicurezza. In questo ambito verranno spesi circa 4 milioni e 400mila euro nel 2005, 10 milioni 200mila nel 2006 (di cui circa 4 milioni in accordo con Anas e Comune di San Stino per l'adeguamento dell'incrocio tra la Provinciale 61 e la Statale 14) e 4 milioni e 600mila euro nel 2007. Gli interventi di maggior peso riguardano proprio San Stino di Livenza (oltre alla sistemazione dell'incrocio, è prevista la realizzazione della circonvallazione sulla Provinciale 61) e poi Ceggia (realizzazione della variante alla provinciale 58 con il contributo di Anas, Comune, Regione e Provincia di Treviso), Campolongo (con la nuova circonvallazione al centro di Bojon), Chioggia (allargamento dell'Arzerone) e Mira (adeguamento della curva "Versuro" sulla Provinciale 22). Inoltre è previsto un investimento di 3 milioni e mezzo di euro per adeguare la viabilità del nodo di Marghera-Malcontenta (teatro del tragico incidente di ieri) attraverso un accordo di programma ancora da definire.

PROGETTO ROTONDE- All'interno del piano sulla viabilità è prevista la realizzazione di "rotonde" in prossimità dei centri abitati, in modo da snellire il traffico ed eliminare gli incroci pericolosi. Nuove rotonde sono previste a Jesolo, San Michele al Tagliamento (lungo la Provinciale 74), Scorzè (tra via Spagnaro e la Provinciale 39), Cinto (tra la Provinciale 78 e la 251) e Martellago (all'incrocio Ca' Rossa sarà portata anche una pista ciclabile).

LE SCUOLE - L'altro grande settore sarà l'edilizia scolastica, con una serie di investimenti che interesseranno soprattutto Venezia centro storico. La spesa complessiva prevista, nel triennio 2005-2007, sarà di quasi 98 milioni e mezzo di euro. L'intervento più sostanzioso (25 milioni di euro) è quello che vede la Provincia impegnata, con il Comune, nella Società di trasformazione urbana per la riconversione dell'area agli ex gasometri a San Francesco della Vigna a Venezia(vedi articolo in alto a destra). «Questo macro-progetto - spiega il presidente della Provincia, Davide Zoggia - è stato definito con il titolo "Scuole per il futuro", perché questo vuole essere lo slogan dell'amministrazione provinciale. Solo grazie ad una puntuale riqualificazione del patrimonio scolastico, unita ad un miglioramento dei servizi accessori (come ad esempio i sistemi di trasporto pubblico), potremo garantire alla popolazione scolastica la possibilità di qualificarsi e di imparare all'interno di ambienti consoni e completi». Tra gli altri interventi, la ristrutturazione della sede dell'Istituto Cini sull'isola di San Giorgio, con un investimento di 6 milioni di euro nel 2005, di cui 3 di Legge Speciale. In programma, sempre grazie al contributo della Legge Speciale, anche la ristrutturazione della mensa del Foscarini a Venezia. Ristrutturazioni sono in cantiere anche al Foscarini (con interventi alla chiesa-auditorium) e alla Vivaldi, mentre verranno realizzate nuove sedi scolastiche a Cannaregio e a Palazzo Martinengo. A Mestre il liceo classico Franchetti avrà una nuova palestra, mentre sarà costruito un nuovo centro dei servizi scolastici. Negli altri Comuni sono previsti, tra gli altri interventi: il completamento dell'Ipsia Marconi e l'ampliamento dell'Itc Cesari a Chioggia, l'ampliamento dell'Istituto Belli, la nuova sede dell'Ipsia D'Alessi e la ristrutturazione dei plessi al Nievo a Portogruaro.

IL PATRIMONIO - «La tutela del patrimonio provinciale - spiega ancora Zoggia - è intesa non come mero abbellimento delle sedi della Provincia, ma come costruzione di maggiori opportunità per il territorio. Esempio eclatante, in questo senso, è il nuovo centro servizi di via Hermada a Mestre che, a fronte di una spesa notevole, sarà in grado di fornire, in un'unica sede tutte le risposte che i cittadini cercano. Altro esempio è legato al recupero della barchessa maggiore di Villa Angeli a Dolo: oltre ad una notevole riqualificazione di carattere culturale e storico la Provincia, in collaborazione con le scuole del territorio, riuscirà ad ampliare la proposta formativa mettendo a disposizione quel nuovo spazio per la creazione di un piano di studi di carattere alberghiero nel centro di un territorio ad alta vocazione turistica». Altri interventi importanti saranno l'ampliamento del museo di Torcello e la realizzazione di una sala ristorante con cucina e la sistemazione del parco nell'isola di San Servolo. La spesa triennale prevista, per tutti gli interventi riassunti nella tabella a sinistra, è di circa 38 milioni e mezzo di euro: 19 milioni verranno stanziati per acquistare una nuova sede per ampliare il centro servizi di via Hermada.

PISTE CICLABILI- Il piano di completamento e di nuovi percorsi per le biciclette(non sintetizzato nella tabella per motivi di spazio) prevede una spesa di poco superiore ai 7 milioni e mezzo di euro. Piste ciclabili sono in fase di realizzazione a Campagna Lupia (lungo la Provinciale 15), Vigonovo (lungo il Brenta e in via Pava), Salzano (prolungamento dell'esistente tra via Belfiore e via Frusta), Mirano (via Parauro), Martellago (via Ca' Rossa e completamento del collegamento con Maerne), Stra (percorso illuminato lungo la Provinciale 2), Dolo, Quarto D'Altino, Annone (lungo la Provinciale 61), San Michele al Tagliamento (tra via Nazionale e via Apicilia), Santa Maria di Sala (tra Caltana e via Pioga), Eraclea (verso Ponte Crepaldo) e Mira (tra via Trascievoli e via Fossadonne).

 

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ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Primo sì alla Turchia con freno d’emergenza di Franco Venturini

 

Stretta tra la paura di destabilizzare la Turchia e quella di destabilizzare l'Europa, la Commissione di Bruxelles ha scelto una raccomandazione grondante di «se» e di «ma» per l'apertura con Ankara dei negoziati di adesione. Ai capi di Stato e di governo che prenderanno in dicembre la decisione finale viene recapitata la testimonianza di un tormento ancora non risolto. Un tormento dove ai vantaggi strategici dell'ingresso turco fanno da contraltare insidie settoriali tanto gravi da consigliare all'Unione di non bruciarsi i ponti alle spalle. Alla Commissione guidata da Prodi non è certo sfuggita l'esigenza attualissima di affermare la conciliabilità tra Islam e democrazia, e di lanciare così un segnale avverso allo «scontro di civiltà». Ma le riforme intraprese dal governo di Ankara hanno spesso una attuazione carente o non ancora irreversibile, ed ecco allora che Bruxelles deroga da tutti gli allargamenti precedenti e si lascia a disposizione qualche poderoso freno di emergenza: il negoziato durerà 10-15 anni, non avrà un esito garantito e potrà essere interrotto in qualsiasi momento se l'evoluzione democratica della Turchia dovesse subire una battuta d'arresto. Non solo, si dovrà pensare a una «clausola permanente di salvaguardia» se il flusso migratorio proveniente dal nuovo socio dovesse rivelarsi eccessivo. Quel che la raccomandazione non dice e non poteva dire, è che le vie di fuga lasciate aperte derivano in realtà dalle dimensioni della Turchia, dal suo tasso di crescita demografica, dai suoi confini con i focolai di crisi iracheno e iraniano, dalla sua economia in gran parte agricola, e per alcuni dai sospetti che ancora gravano sul moderatismo del suo governo islamico. Sono questi, assai più dello stato delle riforme di Ankara, gli elementi che in tutti i Paesi europei fanno sì che la maggioranza si pronunci contro l'adesione. E sono sempre questi i motivi che preoccupano e dividono i governi comunitari: perché esiste il rischio che la Turchia si riveli per l'Unione un boccone troppo grosso, tale da pregiudicare la sua identità e le sue ambizioni. Sarà sufficiente a calmare le apprensioni europee, allora, il paracadute aperto dalla Commissione con la clausola sospensiva dei negoziati di adesione? Salvo imprevedibili colpi di scena (dovrebbe esserci una rivoluzione, ha detto Erdogan) la risposta è no. La trattativa potrà allungarsi in presenza di problemi irrisolti, ma è difficile immaginare che gli europei, dopo aver detto «avanti» pur senza entusiasmo, si trovino d'accordo per risospingere la Turchia nella sala d'attesa che la ospita da decenni. Piuttosto, è ragionevole prevedere che un giorno Ankara farà il suo ingresso in una Europa diversa da quella di oggi, dove le «avanguardie» e le «cooperazioni rafforzate» avranno creato nei fatti due Unioni diverse: una più integrata e più presente sulla scena internazionale, l'altra più simile a una zona di libero scambio dalle ambizioni ridotte. Tra l'una e l'altra, sarà soprattutto la Turchia a dover scegliere negli anni a venire. Sempre che non si materializzi quello che per la lunga marcia di Ankara rimane in prospettiva l'ostacolo più formidabile: la scelta di consultare le opinioni pubbliche europee prima di ratificare la nuova adesione. In Francia il presidente Chirac si è già detto favorevole al referendum, è probabile che la Germania segua il suo esempio soprattutto se al potere saranno i cristiano-democratici, e non mancheranno altri imitatori tra gli scettici di oggi. Per superare la prova, la Turchia dovrebbe capovolgere a suo favore le indicazioni fornite di questi tempi dai sondaggi d'opinione. Non sarà una impresa facile, e di questo gli europei si rendono perfettamente conto inquieti come sono sulla ben più vicina ratifica del loro Trattato costituzionale.

 

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Pag 3 L’armonia del centrodestra non regge alla manovra di Massimo Franco

 

La «politica del sorriso» di Domenico Siniscalco comincia a non bastare più. Il problema, per il ministro dell'Economia, è che le critiche non arrivano soltanto dall'opposizione: quelle erano state messe nel conto. La legge finanziaria promette di incrinare i rapporti nella maggioranza di governo. Il pasticcio del «pedaggio-ombra» ipotizzato su molte strade italiane ha provocato una scia di precisazioni, critiche, sarcasmi. Con i diessini arrivati al punto di scusarsi ironicamente con Giulio Tremonti, il predecessore, perché il «vero giocoliere» sarebbe Siniscalco. Il fronte più insidioso, tuttavia, è quello che emerge nel centrodestra. E allinea spezzoni di FI, dell'Udc e della Lega, sospettosi verso il ministro dell'Economia e An. Il loro attacco parte dalla cessione di alcune strade e superstrade statali: bastava leggere il «no ai pedaggi» che campeggiava ieri mattina a tutta pagina sulla Padania, il quotidiano leghista. Un «no» appoggiato, fra l'altro, dal senatore berlusconiano Luigi Grillo, che ha bollato il provvedimento come «una proposta incomprensibile». Ma il contrasto va oltre. Tocca la legge finanziaria in generale, finendo per lambire lo stesso Siniscalco. Il vicepremier Gianfranco Fini, leader di An, accusa i leghisti di «incrinare la compattezza della Casa delle Libertà». Detto da un uomo prudente come lui, somiglia ad un segnale d'allarme: la prima incrinatura di una maggioranza che sembrava tornata all'unità. La sensazione è che il modo in cui Fini e il suo partito si stanno spendendo per aiutare il ministro dell'Economia, alimenti la diffidenza di Lega e Udc; e anche di alcuni settori di FI. E' nelle file del partito del premier che si storpierebbe maliziosamente il cognome di Siniscalco, trasformandolo in «Finiscalco»: allusione ad un asse tra lui e Fini. Il dettaglio segnala almeno una difficoltà: quella di un ministro tecnico stimato, il quale viene strattonato dalla maggioranza; e sta scoprendo che l'estraneità ai partiti, suo punto di forza fino a un mese fa, adesso può rivelarsi una vistosa debolezza. La novità è il ribaltamento delle alleanze interne, rispetto al periodo dell'«asse del Nord» fra Tremonti e il leghista Bossi. Adesso, è Fini a invitare «l'intera maggioranza» a sostenere la manovra di Siniscalco «con condivisione responsabilità»; e a considerare il partito dei lumbard un potenziale sabotatore. In realtà, i suoi strali sono riservati soprattutto al presidente leghista della commissione Bilancio della Camera, Giancarlo Giorgetti, che ieri ha chiesto e ottenuto lo stralcio di alcuni articoli voluti da An. Il timore inconfessabile, è che dietro gli scarti della Lega e l'ostilità contro Siniscalco e Fini, possa annidarsi la regia di due ex, assenti ma incombenti: Bossi e Tremonti.

 

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Pag 13 E il liceo italiano di Istanbul insegna a essere occidentali di Beppe Severgnini

 

E’ una scuola da otto miliardi l'anno: retta individuale, fuori i pasti. Ma in Turchia, si sa, con gli zero sono generosi: al cambio, il liceo italiano di Istanbul costa a ogni studente 4.800 euro. Come molte nostre cose all'estero, la scuola appartiene a un'Italia che galleggia nel tempo, come un tappo in uno stagno. Porte laccate, svolazzi sui registri, soffitti alti, bidelli col grembiule, alunni con una parvenza d'uniforme. Bianca, dovrebbe essere: ma la cravatte dei ragazzi sono allentate, e le magliette delle ragazze sono corte e strette come a Milano. Sembrano gli attori di un musical, non giovani turchi sotto una fotografia del presidente Ciampi. Scuole come questa sono i regali che la nostra emigrazione ha sparpagliato nel mondo. Il liceo italiano era la Regia Scuola Elementare e Media dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso: la fondarono nel 1880 i nostri connazionali, che sul Bosforo venivano a cercar lavoro. Dal 1910 ammette anche studenti turchi, e fino al 1997 aveva anche la scuola media. Oggi ospita 380 studenti, ed è riconosciuta dai due governi. L'Italia è proprietaria dell'immobile e provvede agli stipendi degli insegnanti italiani. Con le rette degli studenti vengono pagati i professori turchi, e le altre spese. Tom Tom Kaptan, si chiama la via. Quartiere di Beyoglu. Un bel posto dove stare, mentre l'Unione Europea decide sul futuro della Turchia, e i turchi, come innamorati sospettosi, aspettano di conoscere il loro destino, per festeggiare o arrabbiarsi. I ventidue ragazzi delle quarta A hanno occhi svegli e lingua pronta. La professoressa, Patrizia Costa, li chiama «i miei bambini», ma sembra che Aykut abbia successo con le ragazze, Hamdi sia bravo e saggio, Ayca sogni d'andare in Francia e l'albanese Altina - che è piccola e carina - parli italiano come nessun altro. Discutiamo per due ore. I ragazzi chiedono, spiegano, si entusiasmano. E protestano, per una varietà di motivi: perché in Europa non li vogliamo abbastanza, perché in Italia confondiamo i turchi con gli arabi. Un ragazzo racconta d'aver litigato con un amico italiano del padre che diceva: «I musulmani? Tutti uguali». Però quindici su ventidue progettano di venire a fare l'università nel nostro Paese; e quando pronunciano Milano e Firenze, Bologna e Pavia, gli s'illuminano gli occhi. Penso: se la Turchia fosse questa, l'ingresso in Europa sarebbe facile. Ma la Turchia non è solo questa, e i ragazzi sono i primi ad ammetterlo. La Turchia è un grande Paese ancora povero: quattro turchi guadagnano come un italiano. La Turchia è una nazione popolosa: la più grande, quando entrerà nella Ue. La Turchia è uno Stato il cui governo se n'è appena uscito con la strabiliante idea di reintrodurre il reato d'adulterio femminile. La Turchia ha una tradizione che perfino qui - Istanbul, sponda occidentale - resiste al cambiamento. Una professoressa (italiana) del liceo è stata ripresa dalla vice-preside (turca) perché portava la camicetta scollata sopra i jeans. «Vorrei che i turchi - non i ragazzi, quelli sono magnifici - facessero qualche sforzo in più. Questa è una cultura che sa essere orgogliosa ma può diventare vendicativa», dice la preside-leonessa, Valeria Jacobelli, spedita qui dal ministero. «Gli studenti ci confessano che noi gli insegniamo a vivere, mentre i professori turchi gli dicono di stringere la cravatta», racconta Patrizia Costa. Ma è chiaro che il lavoro piace a tutt'e due, perché si sentono donne di frontiera. Hanno ragione. E' questo e nient'altro, il liceo italiano di Istanbul, fondato nel 1880 dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso. Un avamposto sul confine, una Fortezza Bastiani dove nessuno aspetta i tartari, ma qualcuno prova a convincere i turchi ad avvicinarsi all'Europa nel modo giusto: per l'orgoglio e il piacere di stare insieme, aiutandosi e rispettandosi. Certo: questa seduta tra i banchi - gambe troppo lunghe, occhi troppo svegli - è un'élite, figlia di una borghesia che può spendere otto miliardi l'anno per un figlio. Ma bisogna pur cominciare, e questo sembra il posto e il modo giusto. Mi chiedo quanti sappiano, in Italia, che esistono connazionali come questi, alla frontiera. Anzi: mi chiedo quanti di noi abbiano capito che è questa, la frontiera.

 

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LA REPUBBLICA

Pag 33 “Non è vero, ma che bello crederci”. Boom di leggende metropolitane di Laura Laurenzi

Così gli scienziati smascherano burle, truffe e affascinanti bugie

 

Roma - Troppo belle per essere vere: sono le leggende metropolitane, ormai fuori da ogni controllo, ingrediente quotidiano di chiacchiere, confidenze, racconti "di prima mano"(!). Bufale, balle, fandonie: a volte semplici burle, altre volte calunnie, altre ancora truffe belle e buone, complice il più grande moltiplicatore e amplificatore planetario delle urban legends, e cioè la rete internet. Ma come mai la gente abbocca? Come possono propalarsi leggende totalmente false? Che cosa ci guadagna chi le mette in circolazione e quali sono i principali danni che possono provocare? Di questo fenomeno in crescita e dei misteriosi meccanismi che lo governano si discuterà a fondo, con i massimi esperti mondiali, nel corso del quinto World Skeptics Congress, che si terrà per la prima volta in Italia, ad Abano Terme, da domani al 10 ottobre, promosso dal Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale. Non sarà facile fare chiarezza su questa fiera globalizzata dello strano ma (non) vero, dove il confine fra realtà e fiction è uno zig-zag del possibile, una serpentina insidiosa che riesce a trarre in inganno anche i più smaliziati, spesso facendo leva sulle nostre paure più profonde. Eppure, rilette (o riascoltate) a freddo molte leggende metropolitane appaiono come grottesche sceneggiature di scherzi, spesso viranti sul raccapricciante. I ragni urlatori che popolano il deserto dell'Iraq in mano ai soldati americani: sono giganteschi e quando ti azzannano ti iniettano una sostanza simile alla novocaina. I ristoranti di Taiwan dove è possibile mangiare carne di neonato: c'è anche la foto. I poveri e deformi gatti bonsai: crudelmente allevati dentro una bottiglia fra lancinanti torture. La caccia alla donna nuda di Hunting for Bambi: un'agenzia Usa propone safari nei quali si spara contro donne nude bersagliandole con proiettili di vernice. E poi il cucciolo di drago conservato in formalina. La foto del fantasma dietro al turista di Sunderbans. Il ricco italiano che cerca 39 mogli cui garantisce mirabolanti stipendi. L'attentato dell'11 settembre era previsto dalle banconote da 20 dollari. La canzone "Asereje" un inno a Lucifero. Ci sono aghi all'Hiv nelle poltrone dei cinema! Lo dice la polizia svizzera. E poi gli appelli che viaggiano vorticosamente su internet, gli allarmi, le richieste, le sottoscrizioni, le catene di Sant'Antonio degli spammers. Sono messaggi esca per infettarti. Esiste anche il virus che colpisce a computer spento(!). Gli squilli a vuoto dei cellulari si pagano. La Società americana per la ricerca sul cancro donerà tre cent per ogni copia di questo messaggio che diffondete. Semplicemente non è vero, non è vero e non è vero. Al congresso mondiale degli scettici ad Abano Terme intitolato "Misteri risolti" è atteso fra gli oltre 40 relatori (filosofi, astrofisici, chimici, neurologi, antropologi ma anche prestigiatori e illusionisti) il principale demolitore di leggende metropolitane, Jan Harold Brunvald dell'Università dello Utah. Autore di una decina di libri sul tema inclusa l'Encyclopedia of Urban Legends e massimo esperto mondiale del fenomeno, sarà lui ad illustrare il cosiddetto "principio di autorità": il meccanismo che rende credibili fandonie sesquipedali: se la notizia, per quanto dura da credere, ci viene da un amico del quale abbiamo fiducia o ancora meglio da una fonte autorevole-istituzionale, a volte addirittura dalla tv o dai giornali, il nostro spirito critico cade in sonno e accettiamo quanto ci viene raccontato. Diventeremo a nostra volta veicolo della leggenda metropolitana, che spesso fa leva emotiva sui sentimenti e sui pregiudizi, assecondando uno stimolo molto umano: quello legato al piacere di entrare nel novero e nell'elite di "coloro che sanno". La bufala infatti quasi sempre si annuncia come un'informazione confidenziale tenuta nascosta alla massa. Alle bufale si affiancano le semibufale. Le urban legends, brevi storie dal contenuto sorprendente e dalle infinite varianti, mescolano elementi reali con alcuni verosimili e altri decisamente falsi, shakerandoli con luoghi comuni, aneddoti, sentito dire. L'argomento è più che mai attuale: un mese dopo il congresso mondiale di Abano, il Cicap promuove un secondo convegno tutto incentrato sul tema, dal titolo "Contaminazioni. Voci, bufale e leggende metropolitane nell'era di internet" in programma il 6 e il 7 novembre a Torino.

 

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AVVENIRE

Pag 2 L’Occidente si taglia il futuro e allegro va incontro allo zero di Marina Corradi

Il Papa: chi darà continuità alla nostra cultura?

 

Il futuro dell’umanità «si attua perché la coppia offre al mondo nuove creature», ha detto ieri il Papa in udienza. Parrebbe naturale. Non lo è così tanto. Ai figli, si è ormai abituati a pensare come una questione puramente affettiva e privata: quanto di più privato ci sia la scelta del perché, come e quando averli, e privato e familiare l’orizzonte entro il quale il generare trova un senso. Si fa un figlio oggi «perché è bello avere un bambino», perché in due dopo un po’ la vita è vuota, per avere un sostegno, un domani. Insomma, per giuste, lodevoli questioni personali. In una dimensione chiusa su di sé e sul proprio appartamento di tre locali più servizi. Raramente, anche al di là delle risorse economiche, ci si avventura in famiglie numerose. Il figlio unico basta a riempire il bisogno affettivo. E pochi sono quelli che avvertono dentro di sé questa voglia di continuare, attraverso i figli, la propria umanità e la propria storia. Spesso è gente che fa più figli di quanti se ne potrebbe ragionevolmente permettere. Che semina fiduciosamente, confidando in un destino buono. Il Papa ieri ha continuato, a San Pietro, con un monito a «un Occidente spesso incapace di affidare la propria esistenza al futuro attraverso la generazione di nuove creature, che continuino la civiltà dei popoli e realizzino la storia della salvezza». Inevitabile a questo punto che nel meccanismo dei media si siano volute leggere queste parole come un riferimento esclusivo alla deriva radicale del governo Zapatero: divorzio "veloce", matrimoni gay – in pochi mesi lo sradicamento forzato delle radici cattoliche del Paese. Eppure, quell’Occidente avaro di futuro di cui parla il Papa sembra in realtà molto più grande della Spagna di Zapatero. È l’Occidente nostro, di chi pensa e calcola i figli in rapporto alle necessità affettive private, e non come altri da sé, da gettare in avanti, generosamente, gratuitamente – perché continuino la storia da cui provengono. La storia di un grande continente, di millenni di arte e bellezza e meraviglie, e anche guerre, e miserie – la storia dell’Europa cristiana. Tantomeno si ha in mente, oggi – fatta eccezione naturalmente per chi ci crede davvero – di avere figli «per realizzare la storia della salvezza». Uomini dentro un disegno di Dio, pedine sia pure, inserite però in una trama tendente a un destino di redenzione. Immersi come siamo in un mondo che si accontenta di matrimoni veloci, amori necessariamente sterili, agonie "dolcemente" soffocate anziché accompagnate con umanità, che fatica ricordarsi e affermare che vogliamo qualcosa di infinitamente più grande. Che quei figli non sono solo per una tenera compagnia, ma per continuare la storia, e la speranza cristiana. «Noi siamo per la morte, voi siete per la vita», ci hanno mandato a dire gli assassini di Madrid. Ma, nella frenesia ovunque avanzante del contrastare la famiglia naturale, del garantire come inviolabile l’aborto, del promuovere la selezione degli embrioni oppure l’eutanasia, viene il penoso dubbio che quel «voi siete per la vita» sia un errore dei nostri nemici: e noi si sia già ampiamente rosi da un inconscio, penetrante nichilismo.

 

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Pag 4 Turchia. Un paese da “riformare” di Semih Vaner

 

Sin dall’accettazione ufficiale, nel dicembre 1999, della sua candidatura, la Turchia si è impegnata in un vasto programma di riforme per conformarsi ai criteri di Copenaghen, necessari per l’apertura dei negoziati.

Il rispetto dei diritti - Un progresso si è registrato in materia di protezione e di rispetto dei diritti dell’uomo. Nel 2004, Ankara ha accettato per la prima volta di negoziare con le organizzazioni di difesa dei diritti umani. Gli sviluppi più significativi includono l’abolizione della pena di morte in ogni circostanza (gennaio 2004), l’abolizione delle Corti di sicurezza dello Stato (giugno 2004), la liberazione di quattro ex deputati curdi e l’avvio di un programma televisivo in lingua curda (giugno 2004). Il ruolo del Consiglio nazionale di sicurezza che assicurava il controllo dei militari sulla vita civile è stato ridotto considerevolmente. Tuttavia, secondo alcune organizzazioni, violazioni dei diritti dell’uomo perdurano ancora.

La libertà di espressione - Importanti progressi sono stati realizzati anche in materia di libertà di espressione. La rimozione di alcune restrizioni si è tradotta con il proscioglimento e la liberazione di molti detenuti per reati di opinione. In particolare, l’articolo 8 della legge anti-terrorismo («propaganda contro l’unità indivisibile dello Stato») è stato abrogato nel quadro del sesto pacchetto di riforme e la pena minimale dell’articolo 159 del Codice penale («offesa allo Stato e minacce contro la sua unità indivisibile») è stata ridotta da un anno a sei mesi. Tuttavia, questi e altri articoli continuano a essere usati per frenare la libertà di espressione. Riguardo alla libertà di associazione e di riunione pacifica, numerose restrizioni sono state abrogate. Le autorizzazioni all’organizzazione di manifestazioni sono state rese più facili: il termine di notificazione è passato da 72 a 48 ore e il potere dei governatori di ritardare una manifestazione è stato ridotto considerevolmente. Tuttavia, alcune manifestazioni continuano a essere vietate. Riforme relative alla legge sulle associazioni saranno presto votate dal Parlamento. Il progetto dovrebbe abrogare la necessità di autorizzazione preliminare per la fondazione di un’associazione. Tuttavia, il ministero dell’Interno e i governatori possiedono sempre un potere di ispezione dei locali delle associazioni. Inoltre, i rapporti delle associazioni con quelle estere e l’azione di queste ultime in Turchia rimangono severamente sotto controllo. La nuova legge prevede di ammorbidire tali restrizioni.

Partiti politici e sindacati - Per quanto riguarda i partiti politici, e a dispetto delle modifiche introdotte dal quarto pacchetto di riforme che rendono più difficile lo scioglimento dei partiti, varie formazioni hanno subito un’azione giudiziaria in vista della loro interdizione. Nel marzo 2003, lo scioglimento definitivo del Partito democratico popolare (Hadep) è stata decisa all’unanimità dalla Corte costituzionale, in base all’articolo 169 del Codice penale. L’esercizio di attività politiche è stato vietato a 46 membri del partito per una durata di cinque anni. Altre azioni sono state impugnate davanti alla Corte costituzionale, per lo scioglimento del Partito popolare democratico (Dehap), del Partito dei diritti e delle libertà (Hak-per) e del Partito socialista operaio della Turchia. Relativamente ai sindacati, nessuno progresso è stato realizzato verso l’accettazione degli articoli 5 («Diritto sindacale») e 6 («Diritto di negoziato collettivo», comprendente il diritto di sciopero) della Carta sociale europea. Perdurano anche restrizioni relativi ai diritti sindacali nel settore pubblico.

La fine della tortura - L’attuale governo turco si è impegnato a condurre una politica di “tolleranza zero” riguardo la tortura. Così, in seguito alle riforme, tutte le persone detenute hanno subito diritto a un avvocato, e le famiglie sono avvisate immediatamente. Inoltre, il periodo di detenzione preventiva è stato ridotto a 24 ore (prolungate fino a 4 giorni dal procuratore dietro ordine scritto). Secondo il rapporto del Comitato del Consiglio dell’Europa per la prevenzione della tortura (Cpt), in seguito a una visita effettuata nel settembre 2003, la durata della carcerazione preventiva e le procedure sono ormai rispettate. Sebbene il numero delle azioni di torture elencate sia in diminuzione, l’Associazione dei diritti dell’uomo della Turchia (Ihd) riporta 455 denunce per tortura o maltrattamento durante la detenzione tra gennaio e giugno di quest’anno. Secondo le associazioni dei diritti dell’uomo turche, il ricorso a un avvocato non è poi sistematico e le visite mediche spesso non sono garantite. L’impunità degli autori di atti di tortura rimane un problema. Nel maggio 2003, il Comitato dell’Onu notava che le sanzioni contro i responsabili erano ancora rare, le procedure lunghe, le sentenze non proporzionali ai crimini commessi. Il progetto di Codice penale discusso questi giorni davanti al Parlamento dovrebbe includere pene più severe e sanzioni per i funzionari e magistrati che dimostrino troppa indulgenza riguardo tali atti. Altre riforme sono state adottate nel sistema carcerario. La reclusione di gruppi di prigionieri nelle carceri ad alta sicurezza (tipo F) rimane tuttavia preoccupante. Parecchi prigionieri sono deceduti in seguito a scioperi della fame per protestare contro le loro condizioni. Si denunciano ancora restrizioni agli incontri tra i detenuti e i loro avvocati o familiari. Il nono pacchetto di armonizzazione attualmente davanti al Parlamento dovrebbe includere una riduzione delle pene di imprigionamento in isolamento.

Processi più giusti - L’abolizione, nel giugno 2004, delle Corti di sicurezza dello Stato costituisce un passo importante verso il diritto a un processo equo. Le Corti saranno sostituite dalle Corti penali speciali, che dovranno presentare tutte le garanzie per un processo giusto ed equo, ciò che non sembra tuttora acquisito pienamente. Inoltre, i tanti cambiamenti strutturali apportati alla legislazione hanno contribuito a rafforzare l’efficacia del sistema giudiziario. I tribunali restano comunque sovraccarichi di lavoro, e particolarmente la Corte suprema. L’indipendenza del sistema giudiziario è garantita nella Costituzione. Tuttavia, esiste un legame importante tra il potere giudiziario e i poteri esecutivi a causa delle procedure di selezione dei giudici e della composizione del Consiglio superiore della magistratura presieduto dal ministro della Giustizia.

Il problema curdo - Lo stato di emergenza nel Sudest è stato revocato il 30 novembre 2002. Tuttavia, gli scontri nella regione tra forze di sicurezza e il Pkk curdo continuano di procurare violazioni dei diritti dell’uomo. Tra gennaio e giugno 2004, sono stati rilevati 18 casi di esecuzioni extra-giudiziarie. Il conflitto ha già provocato circa 30mila morti, e più di 250mila profughi interni, spesso a causa della distruzione di villaggi. A oggi, non esiste un piano realistico e trasparente del governo per riportare casa i profughi.

Le lingue regionali - I pacchetti di armonizzazione adottati nell’agosto 2002 e nel luglio 2003 hanno riconosciuto il diritto di accesso alle trasmissioni radiotelevisive e all’insegnamento in lingue diverse dal turco. La prima emissione in lingua “regionale” è stata diffusa alla tv pubblica il 9 giugno 2004. Le radio private sono state autorizzate a trasmettere in curdo e altri dialetti. Peraltro, sono iniziati i corsi di curdo nelle scuole private. Ventuno membri di un’organizzazione umanitaria, la Giyav, sono stati processati – e poi assolti – per avere usato espressioni come: «di lingua materna curda», «multiculturalismo», «persone costrette all’esodo».

Minoranze nazionali - Sempre nel 2003, l’Alto commissario dell’Osce per le minoranze nazionali è stato autorizzato per la prima volta a fare una visita in Turchia per instaurare un dialogo sulla situazione. La Turchia non ha ancora ratificato i principali trattati internazionali di protezione del diritto delle minoranze. Altri pacchetti di riforme hanno riconosciuto il diritto di proprietà alle minoranze religiose e hanno permesso loro di aprire luoghi di culto, anche se le procedure sono lente e complicate. Tuttavia il diritto delle minoranze religiose ad avviare istituzioni educative è sotto il controllo di un’agenzia governativa.

La violenza sulle donne - Le statistiche ufficiali relative alla violenza contro le donne in Turchia sono molto limitate. Alcuni rapporti riferiscono di una pratica molto diffusa. In particolare, i “crimini d’onore” sono riportati regolarmente, soprattutto nel Sudest, dove vengono presentati come suicidi e non sono oggetto di vere inchieste serie. Il progetto di riforma del Codice penale dovrebbe inasprire le pene contro di essi.

 

(Traduzione di Camille Eid)

 

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