RASSEGNA STAMPA di mercoledì 14 luglio 2004

 -

seconda edizione

 

SOMMARIO

 

Cinque morti nel tragico incidente di ieri sull’innesto tra A27 e Tangenziale.

Per i giornali il vero problema è la sicurezza e l’inadeguatezza della rete stradale e autostradale definita un “imbuto”, una “maledizione”, un “inferno”....

Grande risalto all’avvenimento su Corriere della Sera (e del Veneto) e sulla Nuova, profilo basso e più defilato sul Gazzettino (a.p.)

 

IN PRIMO PIANO: STRAGE TRA A27 E TANGENZIALE DI MESTRE CON CINQUE MORTI

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Una poetessa l’ultima vittima del Passante che non c’è di Gian Antonio Stella

Nordest, il miracolo mancato. 24 anni di parole e promesse

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 E’ successo di Alessandro Russello

 

Pag 1 Nell’imbuto maledetto che spacca il Veneto di Alessandro Zuin

 

Pag 2 “Camionisti senza regole. Guidano troppo, fermiamoli” di Samuele Costantini

L’accusa del comandante della Polstrada: anche quindici ore al volante. Autostrade per l’Italia: colpa della Tangenziale, aspettiamo il Passante

 

Pag 3 Un Tir piomba sulla colonna, è strage di Raffaele Rosa

Cinque morti all’imbocco tra la A27 e la Tangenziale: tra i morti anche due fidanzati di Treviso e Mestre

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Elisa e Alessandro, la morte andando al concerto di Lina Baronetto

 

LA NUOVA

Pag 1 La vita in gioco su cento metri di Antonio Frigo

Reportage dall’imbuto della morte

 

Pag 6 Si passa il casello e scatta la trappola di Michele Modesto

Lo svincolo per aeroporto, tangenziale e A4 si trasforma in un muro di ferro

 

2 - PARROCCHIE

 

MESSAGGERO DI SANT’ANTONIO (luglio/agosto 2004)

Pag 17 Parrocchia accogliente di s.f.

 

3 – VITA DELLA CHIESA / CURIA

 

LA NUOVA

Pag 31 Salvaguardia. Sede patriarcale, c’è il via libera

 

Pag 36 L’Istituto San Camillo del Lido celebra il suo patrono

 

4 – ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, GRUPPI

 

LA NUOVA

Pag 36 I fuochi per l’Unitalsi

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag XIV In ricordo di Camillo Bassotto di Titta Bianchini

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 7 La stagione dei saldi porta una pioggia di affari. “Troppa merce invenduta” di Renato Piva

Domani il via. I veneti spenderanno oltre 200 milioni di euro

 

6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 5 Tagli ai Comuni, i sindaci preparano la rivolta di Gianni Sciancalepore

I primi cittadini dell’Ulivo guidano l’opposizione alle misure statali antideficit. Ma i colleghi della Casa delle libertà frenano

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 14 Venezia, check up dopo le scosse. “Campanili da controllare” di Marisa Fumagalli

Il sindaco: monitoraggio sui tesoti, si parte da tre chiese. Il direttore dei musei: ma il vero pericolo resta il mare

 

Pag 14 Questa laguna è nata proprio da un cataclisma. Solo l’uomo può ucciderla di Alvise Zorzi

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag V “Siamo i padroni, i turisti vanno dove diciamo noi” di Roberta Brunetti

I due intromettitori arrestati dettavano legge tra violenze e minacce: un vetraio si ritrovò si ritrovò con un dito spezzato

 

LA NUOVA

Pag 21 Ponte in calcestruzzo a San Giuliano di Gianluca Codognato

I cittadini scelgono il progetto più sobrio. Sarà pronto entro il 2008

 

Pag 21 Forte Marghera inizia a vivere di Roberto Lamantea

Ma apre solo una parte, molte strutture sono in rovina

 

Pag 27 La caccia quotidiana degli abusivi e i regolari per accaparrarsi fino all’ultimo “foresto”

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 11 Casson chiede 135 anni. “Sapevano tutto, paghino” di Consuelo Terrin

Petrolchimico, conclusa la requisitoria del pm

 

8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag III Crepet: “I figli di questa terra invecchiano senza maturare” di Gianluca Versace

Lo psichiatra analizza i giovani di fronte al suicidio: “La vita è fatta anche di fallimenti e di bocciature”

 

9 – GV RADIO INBLU (Fm 92 e 94.6)

 

Intervista al prosindaco di Treviso Giancarlo Gentilini: com’è nata (e con quali ragioni) l’ordinanza “contro” i cani in centro

 

Filo diretto: in ogni minuto, nel mondo, muore una madre

 

Incontro con Laura Pierdicchi, autrice del libro “Il segno dei giorni”

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Meglio insegnare l’italiano a tutti di Gaspare Barbiellini Amidei

 

Pag 2 Incompatibilità, garanti e sanzioni. Ecco le nuove norme per chi governa di Lorenzo Salvia

 

Pag 5 Follini, il moderato senza nostalgie dc che la sinistra vuole dipingere di rosso di Aldo Cazzullo

 

LIBERO

Pag 1 Corano e chador ma non con i soldi dello Stato di Marcello Veneziani

                                          

MESSAGGERO DI SANT’ANTONIO (luglio/agosto 2004)

Pag 25 Il bon ton a messa: cambiano i gusti ma non il buon gusto di Roberto Beretta

 

30GIORNI (maggio 2004)

Pag 88 Con occhi semplici di Maffeo Giovanni Ducoli

Un ricordo di Papa Luciani scritto da un vescovo amico

 

 

Torna al sommario

 

IN PRIMO PIANO: STRAGE TRA A27 E TANGENZIALE DI MESTRE CON CINQUE MORTI

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Una poetessa l’ultima vittima del Passante che non c’è di Gian Antonio Stella

Nordest, il miracolo mancato. 24 anni di parole e promesse

 

Dormiva ancora con l’orsacchiotto Elisa Gobbo, la poetessa di 27 anni morta ieri col fidanzato e tre turisti belgi nell’ennesimo incidente stradale su quell’arteria maledetta, quando si iniziò a discutere della necessità di raddoppiare la tangenziale di Mestre. Era il 1980, il Nordest dei miracoli aveva già spiccato il balzo che lo avrebbe portato a diventare da area depressa una delle zone più vivaci e ricche d’Europa, nella campagna veneto- friulana spuntavano capannoni come funghi, migliaia di ex metal- mezzadri che avevano messo su la fabbrichetta e non parlavano una parola d’inglese cominciavano a vendere sui mercati di tutto il mondo. E il raccordo autostradale tra l’autostrada Milano- Venezia e la Venezia- Trieste, inaugurato solo nel 1972, appariva già sciaguratamente vecchio. E’ passato un quarto di secolo, da allora. Un tempo tre volte superiore agli otto anni impiegati dai francesi e dagli inglesi per costruire il Chunnel sotto la Manica. Quattro volte ai sei anni impiegati dai romani per costruire il ciclopico Vallo di Adriano, dalla foce del Tyne sul Mare del Nord fino a Bownen on Solway sul Mare d’Irlanda. Eppure, al di là delle promesse, delle assicurazioni, degli impegni solenni, non un solo colpo di badile, non uno, è stato ancora affondato nella terra per costruire quel percorso alternativo considerato da tutti (a parole) indispensabile. A sentire Silvio Berlusconi, il 9 agosto 2001, pareva fatta. Era così sicuro di se stesso, il presidente del Consiglio, che firmando in pompa magna a Venezia un « patto coi veneti » che prevedeva per le infrastrutture viarie e ferroviarie nella loro regione « oltre 18 mila miliardi di lire » , aveva intimato al suo governatore e al suo ministro: « Aspetto le dimissioni di Lunardi e Galan se entro un anno non riusciranno a dare il via ai lavori » . Ne sono passati tre. E non una ruspa, un caterpillar o una carriola hanno potuto ancora entrare in funzione. Di più: il commissario straordinario Silvano Vernizzi, nominato dal governo per premere a tavoletta sull’acceleratore, non ha potuto ancora approvare il progetto esecutivo per il via ai cantieri, che avrebbero dovuto essere aperti, ricorda la Fondazione Nordest nel suo rapporto sulle infrastrutture, nel gennaio scorso. Quanto abbia pesato questo ritardo, che si è andato a sommare a tutti i precedenti ritardi causati da sindaci di destra e di sinistra, assessori di destra e di sinistra, ministri di destra e di sinistra, è presto detto: un milione e 57 mila euro (oltre due miliardi di vecchie lire) al giorno. Lo ha stabilito, calcolando tutti i danni dovuti agli ingorghi sulla bretella autostradale più intasata d’Italia (tempo perso, mancate consegne, ritardi negli approvvigionamenti), uno studio degli Industriali di Treviso. Totale dei danni dovuti alle lentezze burocratiche dal giorno di quel contratto con i veneti del Cavaliere: un miliardo e 128 mila euro. Totale dei danni da quel lontano 1997 in cui un impegno più o meno simile fu preso da Romano Prodi: oltre due miliardi e mezzo. Per non dire delle vite umane perdute a causa dei continui incidenti causati da un traffico infernale che non conosce requie: 120 mila mezzi al giorno, con punte massime che possono toccare nell’arco delle 24 ore, nei periodi più caldi, i 180 mila camion e auto e caravan e motociclette e roulottes. Una situazione insostenibile. Al punto che un paio di anni fa il sindaco di Venezia Paolo Costa, polemizzando aspramente col presidente regionale, che a sua volta aveva buon gioco a ricordare come la responsabilità primaria di questi ritardi inaccettabili non fosse di questo o di quell’ente, di questa o quel governo, ma di « norme farraginose sulle opere pubbliche per colpa delle quali non si è realizzato nulla non solo in Veneto, ma in tutta Italia » , arrivò a chiedere una sala- crisi prefigurando perfino la richiesta di una dichiarazione dello stato d’emergenza. Né si può dire che l’abolizione della corsia d’emergenza sostituita da una corsia riservata interamente ai Tir abbia risolto i problemi. Anzi. Basti ricordare come, dopo qualche incidente particolarmente grave seguito da un imbottigliamento, i vigili del fuoco siano stati costretti talvolta a raggiungere a piedi il luogo del sinistro portando in spalle anche per mezzo chilometro le cesoie e i divaricatori e tutte le attrezzature necessarie a estrarre i feriti dalle auto coinvolte. Ventiquattro anni dopo l’inizio di quella discussione sulle « complanari » che avrebbero dovuto smaltire parte del traffico sulla tangenziale, le spaccature tra chi come Pietro Lunardi voleva un gigantesco doppio tunnel da scavare con la talpa più grande del mondo (ancora da inventare) e chi proponeva di costruire una specie di trincea sotto un vecchio tracciato ferroviario e chi ancora suggeriva di affidarsi ai norvegesi che si erano offerti di fare in soli tre anni due tunnel come ad Oslo, non sono state ancora composte. Il progetto varato del Passante Largo, accettato anche da diversi sindaci di sinistra coinvolti tuttavia, a Dio piacendo, pare in dirittura d’arrivo. Tanto che nei giorni scorsi è stato pubblicato l’elenco degli oltre ottocento proprietari dei terreni da espropriare. Forse, nonostante incombano ricorsi su ricorsi al Tar da parte di chi è stato escluso dalle commesse e di molti proprietari e comitati vari di cittadini e ambientalisti, ci siamo sul serio. Forse. Anche se il sindaco di Mirano, il diessino Gianni Fardin, un dubbio ce l’ha: « Noi sindaci, per il bene di tutti, al di là che sia davvero il progetto migliore, abbiamo accettato il progetto il 26 aprile. Ci aspettavamo che il giorno stesso partissero le ruspe. E invece sono già passati tre mesi. E a questo punto un sospetto ci viene: non sarà che dopo tante promesse, giunti al dunque, mancano i soldi per partire davvero? » .

 

Torna al sommario

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 E’ successo di Alessandro Russello

 

È successo. Quello che tutti temevano, e più di qualcuno immaginava potesse accadere, è successo. Quello che tutti, nella terra di nessuno che è il nodo scorsoio di Mestre dove s’impiccano uomini ed economia, non si auguravano per se stessi e per gli altri, è successo. Quello che chi doveva « provvedere » forse pensava non dovesse succedere mai - al punto che non è mai intervenuto - è successo. Cinque morti, un’unica grande tragedia che dietro le vittime immolate alla contabilità del lutto lascia intatta la possibilità di un identico e quotidiano scenario a orologeria. Nella consapevolezza che mentre molti guardano alla luna del 2008 e cioè al Passante, chi guarda al dito del 2004 vede che i fatti stanno a zero e le chiacchiere si moltiplicano. Sostituite, nel giorno del « disastro annunciato » , da un grande e imbarazzante silenzio. Fa molta rabbia e nessun piacere dire che questo giornale, ripetutamente, perfino pochi giorni fa, ha denunciato lo stato di assoluto abbandono « istituzionale » di uno dei nodi più trafficati e rischiosi d’Europa. Un piccolo- grande imbuto dove i 140 mila mezzi che tagliano ogni giorno il Veneto nelle stesse ore e nello stesso punto fanno da muro all’innesto di altre migliaia di auto e Tir che scendono da Nord, lungo l’A27 delle ferie e dei commerci, delle province che da Belluno e Treviso puntano a Venezia, Padova, Vicenza, Verona, all’Italia dell’Ovest e alla parte d’Europa che vi confina. Abbiamo denunciato l’affanno, i costi e i disagi delle nuove code create dalla « buona idea » della terza corsia sull’A4; abbiamo segnalato la disperazione del popolo della tangenziale abituato a tutto e perfino alla morte; abbiamo invocato la presenza di una pattuglia della Polstrada proprio dove oggi si contano i caduti di una guerra che fa più vittime delle bombe. Abbiamo perfino ottenuto dall’assessore alla Viabilità Renato Chisso l’impegno di un tavolo comune fra Regione e società autostradali per trovare una soluzione al problema. Ma per quei ragazzi e quella famiglia vittime di un « errore umano » reso possibile dall’abbandono, le « autorità » sembrano in colpevole ritardo, se mai hanno avuto l’intenzione di muoversi. Forse, qualcuno ora scenderà dalla sua auto blu per vedere che fare. Forse, magari, lo stesso Commissario al Passante, nominato tale grazie allo status del nodo di Mestre, ritenuto un’emergenza da Protezione civile. Noi siamo sempre qui. Ad aspettare.

 

Torna al sommario

 

Pag 1 Nell’imbuto maledetto che spacca il Veneto di Alessandro Zuin

 

Mogliano — Maledetto, maledettissimo imbuto. Non gli bastava di rubare ogni giorno ore preziose alla processione dolente degli uomini al volante. Non era pago dell’infausta notorietà che gli deriva dal fatto di essere un odioso doganiere sul cammino di migliaia di persone (si passerà, oggi? Oppure bisognerà tirare dritto, respinti dall’impenetrabile muraglia di lamiere che scorre lentamente lungo la Tangenziale di Mestre?). No, questa volta l’imbuto ha preteso un tributo in vite umane, moderno rito sacrificale al dio terribile e spietato della Mobilità. Certo, i periti della Polizia stradale ci spiegheranno che alla base di questa carneficina c’è un errore umano. Ci diranno che probabilmente la manovra azzardata di un camionista, nel tentativo di scartare la coda che si forma immancabilmente lungo la corsia di destra in prossimità dell’imbuto (una prossimità che, nelle ore di punta, può essere lunga anche qualche chilometro...), potrebbe avere innescato la tragica reazione a catena dei tamponamenti, costati la vita a cinque persone. Sarà senza dubbio così: l’imprudenza alla guida, o anche la banale distrazione, si ritrovano nel 99 per cento degli incidenti stradali. Però, lì davanti, c’è il maledetto imbuto, che dalla A27 - l’autostrada a tre corsie che scende da Belluno, attraversando da nord a sud tutta la provincia di Treviso - immette sulla A4- Tangenziale di Mestre, restringendosi a uno stretto budello d’asfalto che raccoglie, per sovrapprezzo, anche il traffico proveniente dalla bretella dell’aeroporto Marco Polo. E quel dannato imbuto è un marchio di dolore, il Calvario tecnologico della società veneta che si era illusa di potersi muovere liberamente all’interno della grande città diffusa e invece non riesce a passare da un’autostrada a un’altra, operazione che dovrebbe risultare la più semplice di tutte poiché non ci sono di mezzo incroci, semafori, attraversamenti. Invece, l’interminabile colonna di mezzi pesanti che marcia sulla prima corsia della Tangenziale diventa una diga impermeabile per quel fiume di auto e camion che preme da nord. L’imbuto crea coda, sempre. In coda si arranca, si impreca, si azzardano manovre spericolate o italiche furbate tra una corsia e l’altra per guadagnare qualche centinaio di metri. E qualche volta in coda si muore. Schiacciati. Bruciati vivi. C’era un’atmosfera irreale, ieri, sull’imbuto. L’incidente, accaduto 800 metri prima dello svincolo, aveva creato il vuoto totale, quello che si potrebbe incontrare forse in piena notte: niente coda, non un camion, non un’auto che supera a velocità circospetta la lunga colonna ma tiene la freccia ben accesa verso destra, pronta ad approfittare del primo varco che si apre tra uno stop e una ripartenza. Un deserto d’asfalto, anticamera della scena infernale che si sarebbe rivelata di lì a poco. Lo raccontavano anche i reduci della Grande Guerra, avvezzi agli orrori della trincea: quello che non si dimentica è l’odore della morte. L’autostrada è come un campo di combattimento, dove si muovono con professionale sicurezza agenti in divisa, vigili del fuoco, volontarie della Protezione civile che distribuiscono l’acqua agli assetati con un sorriso gentile, necrofori e alcune figure in tuta e casco completamente immacolati. L’aria sa di fiamma ossidrica, di combustione, di umanità in disfacimento. E’ qualcosa che prende direttamente alla bocca dello stomaco e stringe, fino a dare un persistente senso di nausea. I pompieri incidono le lamiere per aprire un varco. Impossibile soltanto pensare che dentro a quell’ammasso informe di acciaio, ridotto alle dimensioni di un’automobile giocattolo, possano esserci delle persone. Come Elisa Gobbo, 27 anni, morta tra le fiamme accanto al suo ragazzo Alessandro, con il corpo e la testa reclinati sulle gambe di lui, quasi a cercare un’impossibile protezione. Scriveva poesie, Elisa. Aveva appena pubblicato un libro, intitolato  Ascolta il tuo cuore... , che proprio ieri sera avrebbe dovuto presentare in pubblico a Maserada sul Piave, il suo paese. Recita un verso della poesia che dà il titolo al volume: La vita con il giorno ricomincia/ la gente parla, lavora/ sorride, piange/ e tu tra loro cammini/ con occhi di un cieco/ ed orecchie di un sordo. Ma nel maledetto imbuto il suo giorno è tramontato.

 

Torna al sommario

 

Pag 2 “Camionisti senza regole. Guidano troppo, fermiamoli” di Samuele Costantini

L’accusa del comandante della Polstrada: anche quindici ore al volante. Autostrade per l’Italia: colpa della Tangenziale, aspettiamo il Passante

 

Venezia — « Basta un attimo: uno si butta fuori dalla coda, gli arriva un tir a tutta forza ed ecco, quel che succede » . Vestito con la sua divisa arancio, l’operaio di Autostrade per l’Italia, la concessionaria di Anas per la gestione della A27, con la sua scopa in saggina, toglie da terra i pezzi delle auto. Cerca di spazzare dalla strada le briciole di quel che riamane di due famiglie. Più in là, a un centinaio di metri il cartello che indica lo svincolo della A4. « Strano — dice — qui c’è sempre colonna. Sono sempre tutti fermi, sembra quasi impossibile » . Colonna al primo chilometro di questa strada maledetta che da Venezia arriva a Belluno. Con 53.626 transiti giornalieri e, di questi, uno su cinque è quello di un Tir. « C’è stata una contrazione dello 0,4 per cento sui transiti rispetto l’anno scorso — dice Igino Lai, responsabile operativo di Autostrade per l’Italia — . È una autostrada a traffico modesto. Il responsabile di queste tragedie ha un nome: tangenziale di Mestre. Se ci fosse stato il Passante non sarebbe successo » . Quando ci sarà il Passante sarà il 2008 e, per ora, la palla passa da un piede all’altro. Sulle tre corsie della A27, dove ieri hanno trovato la morte cinque persone, confluiscono le altre due della Venezia- Treviso e ancora due della bretella Venezia- Aeroporto Marco Polo. Una rete di collegamenti, statali, autostrade che dall’alto sembrano le rotatorie della Polistil, senza le macchinine telecomandate, ma con migliaia di mezzi pesanti che fanno di queste strade una down town distesa per lungo. E fra un grattacielo e l’altro, capita qualche automobile. Come la Y10 dei ragazzi trevigiani e la Ford della  famiglia belga ridotte a un’amalgama informe. « Già due mesi fa avevamo chiesto che la concessionaria intervenisse — dice Renato Chisso, assessore alla Mobilità della Regione Veneto — . Il progetto di Autostrade per l’Italia dovrebbe essere completato fra poco. La scorsa settimana abbiamo chiesto ad Autovie venete di attivare il divieto di sorpasso per il tratto di circa dieci chilometri da Quarto d’Altino a Mestre. Sarebbe, comunque, anche da ritirare per sempre la patente ai camionisti irresponsabili » . Gli autotreni continuano a tagliare il Nord Est come coltelli con il burro: « Fermiamo autisti con 15 ore ininterrotte di strada sulle spalle — dice Alfredo Magliozzi, comandante della Polstrada di Venezia — . Camion che trasportano anche il doppio del peso consentito, mezzi pesanti che violano i limiti di velocità e le distanze di sicurezza. La maggior parte di questi arriva dall’Est: sono gli attori di una concorrenza spietata fra le aziende del nostro territorio » . C’è da chiedersi quante volte avranno fatto questa strada i camionisti coinvolti nell’incidente. È da lì che arriva la stanchezza, la disattenzione, la troppa sicurezza. « Ha ragione Magliozzi — commenta ancora Lai— . Spesso i camionisti non hanno la consapevolezza del rischio » . Per oggi l’associazione Manuela per la sicurezza stradale annuncia una denuncia alla Procura nei confronti dei proprietari delle società Autostrade e dell’assessore regionale responsabile per la viabilità per l’insufficiente sicurezza sull’A27, a ridosso dello svincolo dell’A4. « Q u e s t a nuova tragedia è un altro esempio di mancanza di responsabilità da parte delle istituzioni — dice il presidente Andrea Dan, papà della piccola Manuela, vittima alcuni anni fa di un incidente stradale — . È troppo facile imputare gli incidenti alla velocità e alla distrazione dei singoli. Il luogo dove c’è stato oggi l’incidente è un punto critico » . Ma intanto il serpentone di lamiera si ripresenta e « basta un attimo: uno si butta fuori dalla coda, gli arriva un tir a tutta forza ed ecco, quel che succede » .

 

Torna al sommario

 

Pag 3 Un Tir piomba sulla colonna, è strage di Raffaele Rosa

Cinque morti all’imbocco tra la A27 e la Tangenziale: tra i morti anche due fidanzati di Treviso e Mestre

 

Mogliano — Una famiglia belga in vacanza annientata, due giovani veneti carbonizzati nella loro auto, in tutto cinque persone decedute e una sesta ferita in modo grave, un groviglio di lamiere che ha costretto a chiudere l’autostrada A27 in direzione Mestre e Trieste dalle 11 del mattino di ieri fino al tardo pomeriggio. Un’altra strage sulle autostrade del Veneto e, come spesso accade, a causare il terrificante incidente è stato ancora una volta un automezzo pesante. C’erano i consueti rallentamenti per l’immissione nella tangenziale di Mestre, ieri mattina verso le 11, sulla A27 che si congiunge con la A4 in zona Mogliano: ottocento metri prima dell’imbuto, una fila di mezzi stava già procedendo a passo d’uomo sulla prima corsia e alcuni veicoli seguivano a rilento anche in seconda corsia, quella che poi sfoga verso la bretella che si collega con l’aeroporto « Marco Polo » e la statale Triestina. Verso la fine della colonna c’erano, in successione, un camion francese, seguito da un camioncino ungherese, una Y10 con a bordo due fidanzati, Elisa Gobbo di Maserada sul Piave (Treviso), 27 anni, e Alessandro Masnada, 36 anni di Meolo (Venezia), un Tir guidato dal calabrese Armando Vicari di 30 anni, di Gioia Tauro, una monovolume Ford CMax con a bordo una famiglia belga originaria di Zingem, formata dai coniugi di 53 anni e 51 anni e dalla figlia ventitreenne. All’improvviso, da dietro è piombato un automezzo pesante guidato da un pisano di 40 anni, V. V., che sembra abbia scartato verso la corsia di centro per evitare la fila. Impossibile, per la Polstrada di Treviso che ha effettuato i rilievi dell’incidente, che l’autista toscano non si sia accorto della colonna: forse era distratto, forse ha azzardato troppo con il suo Tir, tanto da avventarsi contro quei mezzi che lo precedevano, quasi fermi, catapultandoli in avanti alla velocità di circa 80 km orari. La monovolume della famiglia belga è finita schiacciata tra i due mezzi pesanti come all’interno di una pressa, riducendosi a un ammasso di ferraglia di poco meno di un metro. La tremenda compressione ha sfigurato i corpi dei tre occupanti, uccisi sul colpo.  L’autoarticolato calabrese, sospinto violentemente, ha agganciato la Y10 che stava davanti, trascinandola per decine di metri per poi incendiarsi, avvolgendo con le fiamme anche la piccola auto con a bordo i due fidanzati veneti, intrappolati in una bara di fuoco. I soccorsi sono  scattati immediatamente. Da Mestre e da Treviso si sono diretti verso la A27 i vigili del fuoco e il Suem e sul posto si è calato anche un elicottero del Saf (il Soccorso alpino speleofluviale), di ri torno da una esercitazione. Due pompieri sono scesi con una fune e hanno soccorso proprio l’autista del Tir che aveva causato l’incidente. « Era messo male - ha raccontato Gaetano Anastrelli, il pilota dell’elicottero del Saf -. Ci siamo calati con delle funi e abbiamo cercato di salvare i sopravvissuti » . Il camionista calabrese, invece, è uscito dalla cabina del suo Tir prima di essere avvolto dalle fiamme: ha tentato con l’estintore di spegnere il fuoco che avvolgeva la Y10, invano. In evidente stato di choc è stato poi raccolto da un’ambulanza del Suem e portato in ospedale a Treviso. Per lui solo ferite lievi (9 i giorni di prognosi). Più gravi invece le condizioni dell’autista pisano, estratto dagli uomini del Saf, che ha riportato fratture multiple ( 90 giorni la prognosi): è già stato sottoposto a un intervento chirurgico all’ospedale di Treviso. Oggi il pubblico ministero trevigiano Antonio De Lorenzi, che ha l’incarico di condurre l’inchiesta sull’ennesima carneficina stradale, potrebbe formulare a suo carico l’eventuale accusa di omicidio colposo.

 

Torna al sommario

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Elisa e Alessandro, la morte andando al concerto di Lina Baronetto

 

"Buongiorno a tutti. Sono reduce da una bellissima domenica allo zoo, tra scimmie, procioni, orsetti, lama ecc... Non potevano mancare i bradipi... e poi non dimenticherò le zebre... vero Alex? Una giornata sotto il sole cocente per festeggiare il compleanno del mio innamorato Alessandro... Happy Birthday my love". Il messaggio agli amici, Elisa l'aveva scritto nel suo sito web lunedì della scorsa settimana, dopo una giornata spensierata trascorsa col fidanzato. Un sito visitato da una sua amica, ieri pomeriggio: "Ciao Ely! molto carino il tuo sito! Complimenti!". Erano le 15.28. Elisa Gobbo, 27 anni compiuti l'11 aprile, già non c'era più. La sua vita, piena di gioia, di vivacità, di colore, si è spenta ieri mattina sulla A27. Col suo amato Alessandro, si era presa una giornata libera per andare al concerto di Eros Ramazzotti a Padova. Ma la sorte ha deciso altrimenti: entrambi sono morti nel terribile incidente che ieri mattina ha paralizzato la A27 tra Mogliano e Mestre. Già ieri sera, su quel sito in cui Elisa raccontava la sua gioia di vivere, su quel suo "diario di bordo", sono calati la tristezza e il dolore. "Ciao...", "Non c'é molto da dire se non che mi mancherai tanto...", scrivevano gli amici già ieri sera. "Come una piuma leggera hai preso il volo...". Elisa sapeva vivere la vita con la leggerezza di una piuma. A Maserada già la conoscevano come la "poetessa": il 27 marzo scorso aveva presentato proprio nella sala consiliare del municipio la sua prima raccolta di poesie d'amore, intitolata "Ascolta il tuo cuore", edita da Cristallo. Quella della poesia, come pure quella dell'artigianato, era una passione che Elisa aveva scoperto dopo il diploma, conseguito all'Istituto per i Servizi commerciali. Impiegata in un ingrosso di colori e vernici a Vascon, nel tempo libero Elisa amava mettere su carta le sue sensazioni, i suoi ricordi. "Le mie poesie - aveva raccontato ai suoi concittadini nell'ultimo giornalino comunale - sono un atto di fiducia, un gesto di speranza". Quella stessa speranza che desiderava trasmettere anche agli alunni delle scuole: "Mi aveva chiesto di organizzarle un incontro con i ragazzi - ricorda l'ex assessore alla Cultura Wanda Mattiuzzo - per dire loro che impegnandosi si può raggiungere qualsiasi obiettivo". La sua creatività si esprimeva anche con la manualità: con le perline, creava bouquet di fiori, costruiva bambole. Amava i gatti, il ballo liscio, la musica. Una ragazza solare, positiva, sempre sorridente, che lascerà un vuoto incolmabile nella casa di via Calmaggiore, dove la sua famiglia si è chiusa da ieri nel dolore. Qui Elisa viveva insieme al papà Claudio, pensionato, alla mamma Virginia Dal Bo e alla sorella maggiore Miria. Alessandro Masnada, 37 anni, aveva abitato a Mestre fino a otto anni fa prima di trasferirsi a Meolo, in via Aldo Moro. Faceva l'elettricista per una ditta di Treviso. Appassionato di rally, frequentava il Rally club di Fossalta di Piave e stava trasmettendo questo amore alla sua fidanzata. Lascia i genitori, che risiedono a Mestre in viale San Marco, e un fratello.

 

Torna al sommario

 

LA NUOVA

Pag 1 La vita in gioco su cento metri di Antonio Frigo

Reportage dall’imbuto della morte

 

Tu lo sai. Tu che questa strada la fai spesso: cento, mille occhi servono, per guardare davanti, dietro, accanto. Servono per imbottigliarti qui, in attesa che quel fiume in piena chiamato Tangenziale di Mestre si decida a ricevere, goccia su goccia, l’affluente d’asfalto e lamiere che arriva dai monti e dai capannoni di occhiali, scarpe e condizionatori. Servono per tentare di salvarti se uno ti si butta in mezzo per fare il furbo, se uno dietro di te cambia corsia per tentare la consueta ventura del fuori-e-dentro. Servono, ma non bastano se da dietro arriva uno che non sa che qui si entra nella jungla, se un autista di Tir, chino sul cruscotto, sta cambiando la stazione dell’autoradio, se il camionista straniero ha alle spalle dodici ore ininterrotte di viaggio, tre consegne e il cronotachigrafo acceso solo al confine con l’Austria, la tua vita, dentro la scatola di latta per quanto nuova e robusta, vale zero. Come una farfalla sotto la grandine. Come un orribile filotto: quel tir che si abbatte sulla prima auto, schianti a ripetizione, fuoco, urla. I cinque morti di ieri - tre con le teste scoppiate nell’urto, nell’auto nuova da collaudare nella vacanza italiana, e due bruciati in una utilitaria che, tra due bestioni, sembra un mozzicone schiacciato da un gigante - hanno le nostre storie. Non sono degli sventati che non hanno voluto capire, nemmeno degli sfortunati traditi da un improvviso banco di nebbia fuori stagione, com’era successo lo scorso anno sulla sclerotizzata A4. L’A27 è non va da nessuna parte, è un aborto di Venezia-Monaco che, spento a Pian di Vedoia, fa da mero collettore ai camion che vanno e vengono dalle occhialerie, dai pinguini caldo-freddo, dalle fabbriche di selle da bicicletta e da quelle di scarponi. Poi ci sono gli altri. Non i turisti di Cortina, rari, ma i pendolari, i viaggiatori di commercio, i gitanti d’un giorno al mare. Tanta fretta, poche distanze di sicurezza. Tutto questo ora è riassunto lì, sotto il sole limpido di una giornata nata bella: tre morti senza volto, due da intuire nell’ammasso rovente della Y10, due tir-container, un camioncino con targa ungherese. Una famiglia belga, madre, padre e figlia; due giovani; un autoarticolato che trasporta grandi motori elettrici; un camion di sedie da assemblare all’Est; un altro tir che issa due minacciosi container. E’ successo tutto là, dove, a quell’ora (le 10) ogni giorno si forma la coda che ripartisce a ghigliottina il traffico: Tessera, Trieste e Milano. E’ successo, per assurdo, dove le auto iniziano ad andare a passo d’uomo. Alle spalle, lo svincolo di Mogliano e un cavalcavia dal quale ora s’affacciano i curiosi. Davanti, quel bivio-strozzatura che grida vendetta: quei morti sono, anche se in modo indiretto, altre vittime della Tangenziale.  I morti del Ford «CMax», decapitati e allineati sull’asfalto da mani pietose e coraggiose, sembrano manichini spezzati, incompleti; quelli dell’utilitaria, poco più avanti, sai che ci sono perche di là non è ancora uscito nulla. Quando arrivi, non hanno ancora un nome. «La piccola è targata Milano: stiamo cercando di risalire all’identità dal numero di telaio - ti dice sconsolato un poliziotto - Gli altri sono belgi. No, non emigrati italiani: una famiglia in vacanza». Passano le ore e tutto diventa nomi, volti, storie. Per tutte, quella di Elisa, la ventisettenne di Maserada. Felice accanto al suo ragazzo, felice perchè le hanno appena pubblicato un libro di poesie e lo hanno scritto anche sulla “Tribuna”. Una giornata speciale: questo doveva essere per lei e per Alessandro, l’uomo con cui aveva deciso di dividere la vita, capace di ispirarla e incoraggiarla, accanto a lei fino all’estremo. Doveva essere speciale anche per i due coniugi e la ragazza di Zingem, che venivano in cerca del sole italiano, con l’auto nuova e, forse, i pensieri alle spalle. Una vacanza per fare incetta di calore prima di tornare nel Paese più piovoso d’Europa. Due teli verdi, stesi tra i camion dei pompieri, chiudono a Sud la visuale ai giornalisti arrivati da Padova e da Mestre e ai curiosi che rallentano transitando in direzione Sud-Nord. Ma noi arriviano da Nord, inattesi, e quando il poliziotto c’invita ad andare oltre il pietoso sipario, tutto è già visto. Si dice di solito: un inferno. E l’inferno stavolta è un tratto di strada dal silenzio innaturale, rotto solo dal lavorio di decine di vigili del fuoco, poliziotti, medici e infermieri. Un tratto svuotato da una repentina chiusura a monte, circondato da prati, viti, fichi che ondeggiano flessuosi a una brezza buona, capace di stemperare il sole che, limpido dopo un giorno di tempesta, illumina, impietoso, ogni dettaglio. Passano due ore prima che le cesoie meccaniche, che già hanno restituito i corpi dei tre turisti belgi, riescano ad aprire l’arcigno ammasso rovente della «Y10». Qui nemmeno la parvenza di corpi: solo resti carbonizzati, irriconoscibili, pietosamente ricomposti nell’ultima bara a disposizione.  Il caso, la pietà? Non bastano. Non era mai successo, non così, in questo maledetto budello. Solo questione di fortuna. Invece era scritto. Nello spazio di pochi metri si prende per Milano, Tessera e Trieste, possibile che non si sia saputo progettare niente di meglio di quest’orribile budello? Nel brusio riesci a cogliere la parola «Passante». Non è participio presente: è futuro anteriore, anzi alibi. Intanto piangiamo Elisa, Alessandro e gli altri. E’ toccato a loro: tragica fatalità. Si dice così.

 

Torna al sommario

 

Pag 6 Si passa il casello e scatta la trappola di Michele Modesto

Lo svincolo per aeroporto, tangenziale e A4 si trasforma in un muro di ferro

 

Mogliano. La trappola scatta dal momento in cui si ritira il biglietto al casello o si alza in velocità la sbarra del Telepass. Lo svincolo di Mestre è in agguato. Lasciata alle spalle la barriera di Mogliano, dopo tre chilometri leggermente curvilinei davanti al parabrezza appare, lo snodo viario da cui si potranno prendere 3 direzioni: verso l’A4, l’aeroporto «Marco Polo» o la tangenziale. Ma quasi sempre il raccordo è sbarrato da un muro di veicoli, fermi in coda. Non c’è via di fuga: o si fa in tempo a frenare o si tenta una manovra di cambio corsia al cardiopalma. Tirarsi indietro è impossibile. L’unica soluzione è tenere d’occhio lo specchietto retrovisore, perché da un istante all’altro potrebbe piombarvi addosso un’auto a tutta velocità o un camion fuori controllo. L’A27 è un’autostrada considerata a scorrimento veloce: questo perché è dotata di 3 corsie per ogni senso di marcia. Ma si presta benissimo a essere anche una tangenziale, una statale e, ancora meglio, una provinciale. Tutti la infilano, perfino chi da Treviso intende solo raggiungere la vicina Mogliano. Davvero inevitabile per chi vuol recarsi a Mestre. Una scelta che evita agli automobilisti il calvario del Terraglio, bersagliato da semafori, incroci e laterali. L’A27 diventa così il ponte di congiunzione non solo delle province di Belluno, Treviso e Venezia, o l’arteria per raggiungere l’A4, ma anche, e soprattutto, la via di comunicazione dei piccoli comuni. Con il risultato di continui imbottigliamenti appena il precario equilibrio infrastrutture-mole di circolazione viene modificato. L’esempio costante è lo svincolo di Mestre in direzione sud, che agli automobilisti permette di prendere poi 3 direzioni: imboccare l’A4 verso Trieste, immettersi nella direttrice verso l’aeroporto «Marco Polo» di Tessera o innestarsi sulla tangenziale di Mestre. Ed è qui, appunto, che il traffico, lasciata alle spalle la barriera di Mogliano, percorsi circa 3 chilometri viene convogliato dentro a un imbuto e centellinato attraverso un filtro di code chilometriche. Qui ieri hanno perso la vita tre belgi, madre, padre e figlia, Elisa Gobbo, ventisettenne di Maserada e il fidanzato mestrino, Alessandro Masnada, della stessa età, finiti in una trappola di lamiere e fuoco. C’è chi, però, punta il dito contro la conformazione di tale bretella di collegamento, ritenendola sottodimensionata in quanto a una sola corsia e perché preceduta da un tratto curvilineo.  Lo stesso Amministratore delegato di Autostrade per l’Italia spa (ente che gestisce l’A27), Vito Gamberale, percorrendo il raccordo ha ammesso che esiste un problema di viabilità. «Se è presente un’anomalia geometrica nell’infrastruttura sicuramente Gamberale l’ha segnalata al settore competente - afferma Igino Lai, responsabile della gestione operativa di Autostrade - Ma resta da vedere se la soluzione di un allargamento della bretella fra A27 e A4 è quella giusta, perché a causare le code è solo una quantità di traffico eccessiva. La soluzione resta il passante di Mestre». Una soluzione tanto attesa da più parti. Ma per ora c’è da fare i conti con un traffico quotidiano che procede a singhiozzo tra una frenata all’ultimo momento e un cambio di corsia repentino, per sfuggire al camion che si avvicina sempre più nello specchio retrovisore.  Un’impresa è anche evitare le berline lussuose che sbucano a forte velocità sempre alle spalle e che si trovano improvvisamente di fronte il muro di veicoli. Non va meglio ai conducenti che fanno il percorso inverso: immettersi sull’A27, abbandonando la tangenziale, dà l’impressione di imboccare le montagne russe. E’ d’obbligo controllare almeno tre volte lo specchio retrovisore di sinistra. «Abbiamo messo tutta la segnaletica necessaria sia per segnalare gli svincoli sia per avvertire gli automobilisti della presenza di code - continua il responsabile di Autostrade spa, Igino Lai - Purtroppo non vengono rispettati, in particolare dai camionisti stranieri. Quando va bene si verificano piccoli incidenti, altre volte sinistri mortali». Dire stranieri, in fatto di A27, significa chiamare in causa i trasportatori. Ogni giorno, infatti, l’autostrada è presa d’assalto da una interminabile colonna di mezzi pesanti, molti «targati» Est. Per gran parte di questi le mete sono Porto Marghera e l’A4. «Negli incidenti rimangono coinvolti sempre più camion con alla guida stranieri - spiega il comandante della Polizia stradale di Treviso, Ferdinando Picenna - Prima dello svincolo di Mestre, allo scopo di agevolare i conducenti, è stato anche posizionato un display digitale con l’immagine dei mezzi fermi in coda. Più chiaro di così». Le motivazioni degli ingorghi e le precauzioni prese, però, finora non hanno permesso di evitare il ripetersi di incidenti. Dal giugno dello scorso anno ad oggi, senza contare i piccoli tamponamenti, sono state 7 le collisioni «spettacolari» alla barriera di Mestre. Tra cui un maxi-tamponamento fra camion, un autotreno che ha investito una vettura di servizio e un altro mezzo pesante che ha centrato un’auto con due sacerdoti a bordo. In quasi tutti i casi non erano state rispettate le distanze di sicurezza fra i mezzi. Un leggero miglioramento delle condizioni di viabilità si è avuto dopo l’introduzione della corsia dinamica sulla tangenziale di Mestre, che non è altro che l’apertura al traffico normale della corsia di emergenza. L’accesso alla terza striscia di asfalto avviene solo nei casi in cui la circolazione si blocca. L’accorgimento, però, agevola solo chi in pratica si trova già sulla tangenziale, ma non chi è ancora in coda sull’anello di raccordo. La Polizia stradale dell’A27 effettua continui controlli lungo l’arteria, ma spesso sono le stesse forze dell’ordine a rimanere intrappolate nel traffico, senza scampo.

 

Torna al sommario

 

2 - PARROCCHIE

 

MESSAGGERO DI SANT’ANTONIO (luglio/agosto 2004)

Pag 17 Parrocchia accogliente di s.f.

 

A Mestre (VE), la parrocchia del Sacro Cuore ha dato vita alla casa di prima accoglienza per lavoratrici immigrate, «Giuseppe Taliercio». L’iniziativa si è strutturata in più fasi. Dopo un percorso parrocchiale triennale di riflessione attorno ai temi della Carità, guidato dal parroco Franco Odorizzi, è stata creata l’Associ azione Sant’Antonio», che si è occupata della ristrutturazione di un vecchio edificio e cura oggi la gestione della Casa, grazie al contributo di una quarantina di volontari. Operativa dal 14 aprile scorso, la Casa ha ospitato finora un centinaio di donne, provenienti soprattutto da Ucraina e Moldavia. Le ospiti hanno a loro disposizione per sei giorni, cioè il tempo necessario, in genere, a trovare un lavoro e una sistemazione, una cameretta con bagno e l’uso di una cucina. La mensa per i poveri «Cà Letizia», gestita dalla San Vincenzo, garantisce inoltre ogni sera un abbondante pasto caldo.

 

Torna al sommario

 

3 – VITA DELLA CHIESA / CURIA

 

LA NUOVA

Pag 31 Salvaguardia. Sede patriarcale, c’è il via libera

 

Venezia. Via libera definitivo dalla Commissione di Salvaguardia - dopo il primo sì al progetto preliminare - per il progetto esecutivo della Curia di Venezia relativo alla ristrutturazione del Palazzo Patriarcale. Tra le novità, l’ascensore che sarà realizzato all’interno del Patriarcato - accanto a quello già esistente - e che servirà ai disabili per accedere ai piani superiori della Basilica di San Marco. L’intervento previsto per il Palazzo della Curia, più che a un restauro in senso stretto, risponde alla filosofia di una modernizzazione di tutto il complesso - demolendo anche rampe e vani di scale - per favorire la circolarità dell’uso degli spazi, che prevedono anche qui una foresteria, uffici, e nuove sale di accoglienza. A contribuire all’intervento - insieme a quelli previsti per la ristrutturazione del Seminario patriarcale e per il restauro della Basilica della Salute - è la Regione con un intervento di circa 25 milioni di euro proveniente dai fondi della salvaguardia destinati al disinquinamento. Proprio questo uso improprio dei fondi aveva suscitato più di una polemica in città.

 

Torna al sommario

 

Pag 36 L’Istituto San Camillo del Lido celebra il suo patrono

 

Oggi, per la festa dedicata a San Camillo De Lellis presso la comunità dei Camilliani, all’Isituto San Camillo del Lido è in programma uno spettacolo musicale, in sala teatro dalle 16. Lo ha organizzato l’educatrice professionale Maria Costa. Partecipa Luca Carelli, che ha suonato anche con Vasco Rossi; qui affiancherà Vinicio Perinotto, trevigiano, anima blues che ha molto suonato e molto viaggiato, arricchendo il proprio patrimonio di conoscenze. Un programma di musica blues per un giorno speciale.  Ha toccato Barcellona, Nizza, Cannes, Marsiglia, Londra, Denver, Budapest, Vienna e Cracovia interpretando artisti famosi ed eseguendo brani propri. Ha al proprio attivo anche un cd, che si intitola semplicemente «Vinicio».  Ha iniziato la collaborazione con l’Istituto San Camillo due anni fa grazie ad amici comuni. Luca Carelli che ha suonato nei principali locali del nord Italia nonché in manifestazioni di rilevanza nazionale. Da nove anni insegna presso le accademie musicarte di Lodi e Melegnano e presso l’associazione musicale Santa Francesca Cabrini di Sant’angelo Lodigiano. Attualmente è chitarrista e voce dei fuzzy luke e sta registrando il nuovo cd prodotto dal titolo «1969» prodotto da Marco Guarniero che ha prodotto anche gli 883 e Paola e Chiara. Per Carelli e per Vinicio Perinotto il calendario estivo è ricco di serate e di impegni, ma a questa occasione benefica non hanno voluto mancare. Durante la festa di oggi saranno consegnate due carrozzine destinate agli ospiti dell’Istituto: una da parte del circolo culturale ricreativo «3 agosto» di Castello che ringrazierà gli ammalati per la raccolta dei tappi di plastica (che hanno permesso di ottenere carrozzine per disabili) e una da parte del gruppo Avis, entrambi amici e collaboratori dell’educatrice che ha organizzato la giornata.

 

Torna al sommario

 

4 – ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, GRUPPI

 

LA NUOVA

Pag 36 I fuochi per l’Unitalsi

 

L’Unitalsi Diocesana, dopo le belle esperienze degli anni scorsi, ha deciso di ripetere la festa in laguna nella notte del Redentore. Parteciperanno circa 700 persone tra volontari, amici in difficoltà, medici e famigliari. La partenza è prevista alle 18,30 dal Tronchetto. La festa, alla quarta edizione, sta diventando un punto di forza per l’Associazione che, con l’aiuto dei volontari, le proprie iniziative: non solo quindi i pellegrinaggi a Lourdes, Fatima e Loreto ma anche altri momenti di svago. Il Ferry Boat, messo a disposizione dall’Actv che assieme al Comune di Venezia sostiene l’iniziativa, sarà ormeggiato nel primo tratto del Canale della Giudecca vicino a Sacca Fisola e accoglierà oltre ai disabili dell’Associazione di Triveneto, Emilia Romagna e Lombardia, anche una delegazione della presidenza nazionale e autorità civili e religiose locali.

 

 Torna al sommario

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag XIV In ricordo di Camillo Bassotto di Titta Bianchini

 

Venezia - Ricorre oggi il 1. anniversario della morte di Camillo Bassotto, stimata figura del mondo cattolico, politico e amministrativo della nostra città. È stato assessore all'urbanistica e al turismo, presidente e fondatore dei Cineforum e del Cinit, responsabile dell'Ufficio Stampa della Mostra del Cinema e ispiratore dell'Ente per lo spettacolo. Mancato a 86 anni, Bassotto era stato anche vice presidente dell'Azione Cattolica di Venezia, ai tempi della presidenza del prof. Eugenio Bacchion ed ha al suo attivo, (assieme a Carlo Vian) la perfetta organizzazione delle cerimonie per l'ospitalità a Papa Paolo VI, nel 1972, con sindaco della città Giorgio Longo. Molto apprezzato per il suo impegno attivo e la sua dirittura morale dai Patriarchi Roncalli, Urbani e Luciani, ha anche scritto un libro su Giovanni Paolo I (oggi introvabile), dal titolo "Il mio cuore è ancora a Venezia". Alle 9 di questa mattina, nella chiesa di San Luca, mons. Silvio Zardon, che per anni è stato assistente in quella Azione Cattolica, celebrerà una messa di suffragio.

 

Torna al sommario

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 7 La stagione dei saldi porta una pioggia di affari. “Troppa merce invenduta” di Renato Piva

Domani il via. I veneti spenderanno oltre 200 milioni di euro

 

Venezia — Speriamo che sia saldo. L’auspicio accomuna migliaia di negozianti veneti, che alle svendite di fine stagione chiedono di risollevare le sorti commerciali di un’estate ballerina. A 24 ore dal via ufficiale ( in realtà le prime vendite promozionali sono partite almeno un mese fa), le premesse per una « campagna sconti » di successo ci sono. Pioggia e vento hanno bloccato sugli scaffali merce estiva e primaverile in quantità. Le difficoltà economiche, reali o percepite, hanno frenato i consumi. Il risultato è che, mai come quest’anno, saldi potrebbe essere sinonimo di affari. I commercianti promettono acquisti di pregio e garantiti, come in ogni altro periodo. Scarpe, abbigliamento, accessori: comprare ora, secondo gli addetti ai lavori, è vantaggioso. Chi vende confida che da qui al 31 agosto, termine ultimo delle promozioni in Veneto, i clienti aiutino a rinverdire bilanci in rosso. Ma molti rappresentanti del settore bocciano una formula giudicata obsoleta e improduttiva.

L’ATTESA —  Ai veneti, secondo l’associazione di tutela del consumo « Telefono Blu » , le vendite di fine stagione costeranno 200 milioni di euro, ma solo 130 saranno spesi in punti vendita regionali. In media, ciascun residente  destinerà ai saldi 150 euro, 180 nei capoluoghi. Più pesante il portafoglio del turista straniero, che cederà alla tentazione dell’acquisto scontato per oltre 200 euro. « Telefono Blu » ha pure ripartito per provincia i 130 milioni dello shopping regionale: 25% a Venezia, 22% a Verona, 16% a Padova, 13% a Treviso, 10% a Vicenza, 8% a Belluno 8 e 6% a Rovigo.

LA PREVISIONE —  « Ci attendono saldi ricchi — spiega la veronese Graziella Basevi, responsabile del settore commercio per Asco- Confcommercio — La merce è più abbondante rispetto alle passate stagioni. Sono diminuiti gli acquisti, la gente ha speso meno e noi negozianti abbiamo fatto più rifornimento di merce di quanto sia servito finora » . Tutti i settori merceologici promettono compere a buon mercato, ma alcuni più di altri: « C’è stato un calo di affari per tutte le categorie — dice ancora Basevi — ma il saldo è più appetibile per chi vende moda, perché non può immettere sul mercato un prodotto che ha vita corta. C’è bisogno di liquidità e di liberare i magazzini per l’arrivo della merce autunnale » .

LO SCONTO —  Ma quanto corposo sarà il ribasso? « Prevediamo sconti dal 30 al 50% — spiega Vittorio Zampieri, presidente regionale del sindacato Tessili- abbigliamento di Confcommercio — a seconda del settore e del ricarico sul prezzo. Oltre quella soglia, a meno di non avere articoli da stoccare, un negozio con tradizione non credo possa andare » . Avvertito del pericolo nascosto dietro lo sconto eclatante, il consumatore deve sapere come abbigliamento ma soprattutto accessori e scarpe annunciano affari: « C’è molto assortimento — assicura Zampieri — Gli articoli difficili da adattare, come le scarpe, saranno più proponibili e a prezzi contenuti » .

I TRUCCHI —  Ma è tutta merce di qualità quella in saldo? « Per legge — spiega Basevi — gli sconti si devono applicare su prodotti stagionali. La merce è buona se il negozio è affidabile e conosciuto. Il negoziante ci mette la faccia » . Perfetta la sintonia con Zampieri: « Sfatiamo il mito delle svendite coi pezzi delle stagioni precedenti. Il costo del magazzino è altissimo e un capo pagato 100, dopo due anni vale 3 » . Affidarsi all’esercente sotto casa è dunque buona norma, addirittura aurea secondo il direttore dell’Ascom vicentina, Andrea Gallo: « La regola d’oro per un buon saldo è premiare i fornitori che hanno dimostrato nel tempo di comportarsi correttamente coi clienti » .

L’ADDIO —  « I saldi costringono allo sconto anche chi ha azzeccato il prodotto di stagione — conclude Basevi — e avvantaggiano gli outlet, che possono svendere tutto l’anno » . « Liberalizziamo saldi e vendite promozionali e imponiamo controlli rigidi solo alle liquidazioni per rinnovo o chiusura locali e cessione attività » , suggerisce Zampieri.

 

Torna al sommario

 

6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 5 Tagli ai Comuni, i sindaci preparano la rivolta di Gianni Sciancalepore

I primi cittadini dell’Ulivo guidano l’opposizione alle misure statali antideficit. Ma i colleghi della Casa delle libertà frenano

 

Secondo i contestatori si andrà alla riduzione dei servizi sociali o al loro mantenimento con costi più alti per i cittadini. Si ipotizza la disobbedienza civile e una manifestazione di protesta già sabato. Al ritorno dalle ferie servizi scolastici e di assistenza domiciliare ridotti o con costi alle stelle per i cittadini. Oppure tutto come prima, con solo qualche risparmio, magari per incarichi e consulenze esterne. Sono i due scenari che spaccano i Comuni veneti di fronte alla manovra di bilancio varata dal governo Berlusconi, quel provvedimento per controllare il deficit pubblico al prezzo di vari tagli alle spese e aumenti del gettito fiscale. L’obiettivo è tenere il rosso del bilancio statale sotto il rapporto del 3 per cento tra deficit e Pil (Prodotto interno lordo, in pratica la ricchezza prodotta dal Paese), necessario a rimanere nell’Ue. Uno dei prezzi da pagare è il taglio, per 1,4 milioni di euro, dei « consumi intermedi » di Regioni, Province e Comuni. E sull’interpretazione di questa formula, relativa al 10% di quanto speso nel triennio 2001- 2003 e proiettata nel 2004- 2006, che si basa la divisione tra i municipi. La prima ricostruzione, quella pessimistica con l’attacco ai servizi sociali, è la più diffusa tra le amministrazioni di centrosinistra e gli esponenti dell’Anci (Associazione nazionale Comuni italiani), pronti alla rivolta. Il secondo scenario è invece quello preferito dai sindaci del centrodestra, trincerati dietro l’attesa delle circolari attuative del decreto sulla manovra aggiuntiva. D’accordo su un solo punto: il provvedimento governativo, non concordato, è un diktat che mette in pericolo i corretti rapporti istituzionali tra centro e periferia dello Stato, alla faccia del federalismo presente e venturo. Il giorno del giudizio è domani, quando a Roma è convocata la direzione nazionale dell’Anci. « Attendiamo le decisioni dell’assemblea — spiega il sindaco di Venezia, Paolo Costa — ma già per sabato io e il collega di Padova, Flavio Zanonato, siamo pronti ad azioni clamorose di protesta. In allarme anche gli altri primi cittadini dell’Ulivo nei capoluoghi di provincia, Paolo Zanotto a Verona ed Ermano De Col a Belluno » . Diverse le alternative di azione. In ballo le ormai classiche iniziative, come la riconsegna delle chiavi dei municipi ai prefetti o lo spegnimento delle luci pubbliche. Fino a scelte più pesanti, ai limiti dell’illegalità, lanciate a livello nazionale: la non applicazione dell’imposizione nella manovra aggiuntiva, disobbedienza civile verso una norma ritenuta ingiusta oppure — o insieme — alla disdetta del Patto di stabilità interno, l’accordo nazionale per mantenere l’equilibrio tra entrate e uscite nel settore pubblico. L’unica cosa a far scendere dalle barricate i sindaci del centrosinistra sarebbe la rassicurazione — da parte del governo — che i bilanci, quasi sempre sani in Veneto, restino integri, con la possibilità di spendere per quei servizi sociali sempre più richiesti dai cittadini. « A Venezia il provvedimento governativo varrebbe una spesa inferiore per 10 milioni di euro » precisa Costa. E da Padova gli fa eco il collega Zanonato, quantificando il risparmio « forzato » in 4 milioni di euro. Gianni Fardin, sindaco veneziano ulivista di  Mirano, va sul concreto. « Se ci fanno ridurre la spesa sociale così non so se riusciremo a garantire il servizio di mensa nelle scuole e di conseguenza tempo pieno e prolungato. L’alternativa al taglio del servizio è l’aumento della quota parte a carico dei cittadini » spiega Fardin. Identico allarme da un’altro sindaco di centrosinistra, il primo cittadino padovano di Vigonza, Antonino Stivanello. « Con la Finanziaria 2004 ci hanno tagliato i trasferimenti statali del 14% — chiarisce — Abbiamo penalizzato altri servizi per difendere quelli sociali, ma con una mazzata così o li ridurremo o li manterremo con rette più alte » . « Vedremo se anche i sindaci di centrodestra ci seguiranno nella protesta » conclude il primo cittadino veneziano. Così non sembrerebbe. « Come sindaco non fa mai piacere ricevere meno o non poter spendere soldi che si hanno in cassa — spiega Enrico Hullweck (Forza Italia), sindaco di Vicenza — Però il periodo è di crisi generale, tutti dobbiamo fare sacrifici. Il budget va usato con logica, non demagogia. Ma aspettiamo a capire come sarà applicata la norma » . Attende il testo ufficiale del decreto anche il primo cittadino trevigiano forzista di Conegliano, Floriano Zambon. Però va oltre, con una punta polemica. « Il problema è una più equa distribuzione delle risorse — attacca — ci sono località privilegiate e altre meno. Treviso ha dallo Stato 210 euro per abitante, Conegliano 127. Un’ingiustizia. Così nei tagli e nei vincoli di spesa bisogna intervenire su chi ha più del dovuto » .

 

Torna al sommario

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 14 Venezia, check up dopo le scosse. “Campanili da controllare” di Marisa Fumagalli

Il sindaco: monitoraggio sui tesori, si parte da tre chiese. Il direttore dei musei: ma il vero pericolo resta il mare

 

Venezia — « E’ tutto ok, possiamo fidarci? » . Con il naso all’insù, la famigliola italiana in vacanza, prima di salire in cima al campanile di San Marco, s’interroga, con un filo di preoccupazione. Attimi di titubanza, poi, madre, padre e figlio dodicenne, in coda alla biglietteria, si guardano attorno, si rinfrancano, e vanno avanti. E’ il giorno dopo il terremoto che ha scosso il Nord Est, e a Venezia, fragile come una cristalleria, soprattutto i turisti stanno all’erta, nel timore di altri brividi di paura. « Gli stranieri sono più tranquilli — spiega Raffaella Rizzioli, impiegata al Book shop — . Ero anch’io sul campanile quando la terra ha tremato, e devo dire che il gruppo di francesi che ammirava Venezia dall’alto ha tenuto un comportamento esemplare. Certo, un po’ si sono spaventati, ma, per fortuna, niente scene di panico. L’evacuazione si è svolta con ordine » . « Il flusso dei visitatori, ora, è ripreso normalmente » . E i gondolieri? « Noi balliamo sempre sull’acqua — scherza il capo del posteggio di Vallaresso — . Il terremoto l’hanno avvertito soprattutto quelli che stavano in casa » . Arrigo Cipriani patron dell’Harry’s Bar era nel suo ufficio, al secondo piano. E un po’ se l’è filata quando ha sentito il pavimento tremare. Mentre, i clienti, al piano terra, non se ne sono neppure accorti: le coppe di Bellini sono rimaste salde sul bancone. Invece, hanno oscillato come un pendolo, dai soffitti dei palazzi sul Canal Grande, i sontuosi lampadari di Murano. Però, hanno tenuto. La Serenissima è salva. « Più che i movimenti della terra, noi temiamo l’invasione del mare » , afferma Giandomenico Romanelli, direttore dei Musei veneziani. Ma il sindaco Paolo Costa, previdente, pensa che sia opportuno far monitorare i campanili « a rischio » della città lagunare. Il sisma dell’altro ieri potrebbe aver aggravato la situazione, anche se, apparentemente, non si segnala nulla di anomalo. « Mi sono rivolto alla Protezione civile — spiega — per chiedere un intervento della Commissione Grandi Rischi. Dell’argomento si era già parlato nel corso di una riunione del Comitato per la Salvaguardia di Venezia. Adesso, a maggior ragione, mi sembra il caso di accelerare i tempi » . Nel centro storico di Venezia, si contano una quarantina di chiese. Ad esse vanno aggiunte quelle delle altre isole della Laguna. Tutti i campanili sotto controllo, allora? « No, non è il caso — dice Costa — . Si faranno valutazioni preliminari di opportunità. Di sicuro, il check- up riguarderà i campanili pendenti. Sono tre » . Quali? « Quelli delle chiese di Santo Stefano e di San Giorgio dei Greci, a Venezia. Inoltre, il campanile della Parrocchiale di Burano » . Se non vi saranno intoppi, nel giro di alcune settimane, il monitoraggio potrebbe essere avviato. Il sindaco Costa non ha citato il campanile di San Marco, il simbolo della città. Lo conoscono in tutto il mondo. Almeno in cartolina. Ricordate i Serenissimi?  Sventolando la bandiera del Leone, una notte di maggio del 1997, calarono in piazza San Marco; con un blitz, scalarono il campanile e là si asserragliarono invocando l’impossibile « riedizione della Repubblica Veneta » . San Marco è San Marco: e, dunque, verrà controllato. « Anche se non è tra quelli che oggettivamente destano preoccupazione — avverte Romanelli — . Il campanile originale, infatti, crollò, per vetustà, nel 1902, un secolo fa. Quindi, fu ricostruito, com’era, dov’era, nell’arco di un decennio. Sono altri i campanili che meritano attenzione » . « Credo che si dovrà considerare i più antichi, alti e sottili — continua — . Tenendo conto del fatto che abbiano o no subito interventi di consolidamento. I campanili di Santa Maria Formosa e dei Santi Apostoli, per esempio, sono stati rinforzati con lavori ad hoc » . Al Direttore dei musei preme sottolineare che la fragilità di Venezia, i pericoli che corre, non sono riconducibili ai terremoti. O, comunque, questo genere di rischio non è il più grave. « Sono l’acqua e il fuoco che ci fanno paura » , osserva. E subito tornano alla mente le grandi alluvioni (con tutti i progetti per arginarle, come le dighe mobili del Mose) e gli incendi, in particolare quello del teatro della Fenice, finalmente ricostruito. « La morfologia del terreno, la struttura dei suoi edifici preservano la città lagunare dagli effetti derivanti dalle scosse sismiche — dice Romanelli — . Ricordo con lucidità il terremoto del 1976, con epicentro nel Friuli. Quando la terra cominciò a tremare anche in Laguna, ero in casa, seduto su una poltrona con le rotelle. Per un pelo, non andai a sbattere contro la parete, tanto il movimento fu repentino e veloce. L’oscillazione si avvertì paurosamente, i pavimenti ballavano. La gente che camminava per le calli vide le case in bilico. Risultato? Venezia se la cavò con la caduta di qualche calcinaccio. E con un certo numero di comignoli sbrecciati sui tetti. Danni irrisori, insomma » . Il vantaggio della Laguna consiste nel fatto che la su cui poggiano le costruzioni è « morbida » , a differenza della terraferma. « Inoltre — la tecnica a palafitta con cui furono consolidate le fondamenta (pali piantati nel fango, molto vicini l’uno all’altro) fece sì che la struttura portante, pur compatta, non fosse rigida » . « Infine — conclude — i palazzi, edificati con la consapevolezza che non potessero sopportare carichi esagerati, sono paragonabili a scatole flessibili. Che reggono bene le scosse, anche forti» .

 

Torna al sommario

 

Pag 14 Questa laguna è nata proprio da un cataclisma. Solo l’uomo può ucciderla di Alvise Zorzi

 

A Venezia c’era stato il terremoto, e io non me n’ero nemmeno accorto. L’anno in cui la mia città registrò una delle scosse più forti del secolo io ne avevo sei, e non essermene accorto mi procurò una grossa delusione. La gente si era riversata per le strade, qualcuno si era portato in calle un materasso, i miei compagni di scuola vantavano con orgoglio la loro fifa. Ma i guai si erano ridotti al crollo del cornicione di un palazzo pericolante e alla caduta di alcuni « camini » , i caratteristici comignoli a tronco di cono rovesciato che si vedono nelle tele del Carpaccio e che ci sono ancora. Fu detto, allora, e lo si disse anche in occasione dei terremoti più recenti come quello del 1976 che devastò il Friuli, che la modestia dei danni rispetto a quelli, enormi, registrati in terraferma era dovuta al modo in cui Venezia è edificata, su palafitte conficcate nel fango del sottosuolo lagunare, migliaia, centinaia di migliaia, milioni di palafitte piantate nel soffice caranto argilloso. Ciò darebbe ai suoi edifici l’elasticità che ne fa un complesso antisismico per natura. Per i più, che Venezia possa tremare è quasi un assurdo: Venezia vuol dire acqua alta, maree, alluvioni, la minaccia non può venire da eventi terragni come i terremoti. Eppure, nei tempi più remoti il Veneto è stato soggetto come poche altre regioni d’Italia a movimenti tellurici di immensa portata, l’eco di eventi sconvolgenti vive in certi miti antichissimi come quello di Fetonte, il figlio scapestrato del dio Sole, che aveva rubato i cavalli del padre, e quelli, imbizzarriti, l’avevano scaraventato nel Po. E i fanghi bollenti che oggi curano artriti e reumatismi ad Abano e Montegrotto ispiravano un sacro rispetto agli antichi per il lezzo sulfureo che ne testimoniava l’origine infernale, cioè vulcanica. Quanto a Venezia insulare, essa ha subito, nel tempo, tante acque alte, molte di più in tempi recenti, ma qualcuna bruttissima anche in quelli lontani. Ma anche tanti terremoti, per non dire dell’evento apocalittico che secondo alcuni avrebbe provocato la nascita della laguna facendo sprofondare le fertili terre dell’agro della città romana di Altino. Poco prima del 1100 ce ne fu uno spaventoso che distrusse, tra l’altro, la basilica di Aquileia e si fece sentire, eccome, anche a Venezia; altri se ne verificarono poi, accolti talvolta come segni della collera divina. Ma quando Venezia era Repubblica, altri erano i pericoli che la sovrastavano, la cupidigia dei potenti vicini, papi, imperatori tedeschi, spagnoli, turchi, l’insidia dei rivali mercantili, le crisi economiche, il flagello della peste, calamità tutte dalle quali essa sapeva difendersi con proverbiale efficienza e indomabile energia. Oggi, la sua fragilità fisica e ambientale registra pericoli immediati peggiori del terremoto: il calo pauroso della popolazione permanente, l’inquinamento ambientale e umano provocato dal turismo di massa, la fuga delle attività economiche diverse, gli interventi spericolati sull’ambiente. Insomma, è soprattutto dall’uomo che essa deve difendersi, più assai che dai terremoti.

 

Torna al sommario

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag V “Siamo i padroni, i turisti vanno dove diciamo noi” di Roberta Brunetti

I due intromettitori arrestati dettavano legge tra violenze e minacce: un vetraio si ritrovò si ritrovò con un dito spezzato

 

«I padroni siamo noi e i turisti vanno dove diciamo noi e quando lo vogliamo noi». Parole dei fratelli Bruno Antonio e Roberto Zanon, intromettitori a San Marco con regolare licenza comunale. E guai a non ascoltarli! Cinque anni fa, il figlio del titolare di una vetreria di Murano che non voleva sottomettersi alla mediazione dei due fratelli, si ritrovò con un dito spezzato. Metodi che molti temevano: portieri e direttori d'albergo, tassisti e altri intromettitori, tutti accomunati dallo stesso atteggiamento omertoso. É un quadretto inquietante della città lagunare, tutta turisti e (mala)affari, quello che emerge dalle indagine dei carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia di Venezia che ieri hanno portato all'arresto dei due Zanon. Un'operazione coordinata dal pubblico ministero Stefano Ancilotto, della Direzione distrettuale antimafia, che ha chiesto e ottenuto un ordine di custodia cautelare in carcere dal giudice per le indagini preliminari, Carlo Mastelloni. Così quando Bruno Antonio Zanon, 44 anni, residente al Lido, e il fratello Roberto, di un anno più giovane che abita a Cavallino, entrambi incensurati, sono arrivati come ogni mattina in Riva degli Schiavoni per la solita "caccia" di turisti hanno trovato ad aspettarli i carabinieri che li hanno accompagnati direttamente nel carcere di Santa Maria Maggiore. L'accusa: estorsione aggravata in concorso.

FLUSSI DA ACCALAPPIARE - Due arresti, che potrebbero non restare isolati. Il colonnello Ilio Ciceri, comandante provinciale dell'Arma, lo ha detto chiaramente: «Con questa operazione abbiamo colpito due soggetti che secondo noi intervenivano controllando anche con l'uso della violenza il gioco dei movimenti turistici e degli acquisti fatti a Murano. Noi l'abbiamo accertato in un'area della città, ma possiamo supporre che il fenomeno non sia isolato». Una problematica, quella degli intromettitori e dei condizionamenti dei flussi turistici, che non è nuova ai carabinieri. Lo stesso colonnello Ciceri ha ricordato le indagini di qualche anno fa sul Tronchetto: «L'esito finale giudiziario, in quel caso, non è stato conforme a quello che noi ci aspettavamo (venne a cadere l'ipotesi di associazione a delinquere, ndr.). Stavolta l'approccio è stato diverso». Fondamentale è stata la denuncia dell'imprenditore del vetro di Murano. E i carabinieri contano che segnalazioni del genere di moltiplichino: «Se qualcuno chiede aiuto, noi lo ascoltiamo e andiamo fino in fondo» ha sottolineato il capitano Olindo Di Gregorio, comandante della Compagnia di Venezia.

IL DITO SPEZZATO - Il vetraio muranese, per la verità, ha aspettato anni prima di rivolgersi ai carabinieri. I due Zanon, titolari di una licenza per il sestiere di San Marco, in realtà lavoravano solo tra il ponte del Vin e quello della Pietà, la Riva dove si trovano il Savoia & Jolanda, il Londra, le pensioni Paganelli e Wildner. E qui, sempre secondo la ricostruzione dei carabinieri, dettavano legge sui movimenti dei turisti. Nel '99, si diceva, il figlio trentenne del titolare della vetreria aveva cercato di imbarcare dei clienti su un motoscafo alla volta della sua impresa. I Zanon si opposero, lo aggredirono anche fisicamente e gli spezzarono un dito. Da quel giorno per la vetreria muranese che non voleva sottoporsi alla mediazione dei due fratelli, quella Riva con i suoi potenziali clienti, divenne "vietatissima". Le minacce continuarono e il titolare fu anche costretto a eliminare una vetrinetta pubblicitaria dalla hall di uno degli alberghi! Un "divieto" che pesava sempre più sugli incassi della vetreria. Fino alla decisione di denunciare tutto.

LE INTERCETTAZIONI - Le indagini non sono state facili. I carabinieri si sono trovati di fronte a un clima omertoso. Fatto di «paura e interessi economici molto alti» come ha sintetizzato il capitano Di Gregorio. Solo le intercettazioni telefoniche hanno consentito di chiarire il quadro. Per fare un esempio, un tassista che ai carabinieri aveva dichiarato di non aver subito pressioni dagli Zanon, poi si è precipitato a telefonargli: «Non ho detto niente» ha assicurato. «Hanno fatto violenze e minacce anche a portieri d'albergo, a qualche direttore, a tassisti e anche ad altri intromettitori - ha spiegato il comandante della Compagnia - Nessuno, però, ha denunciato questi comportamenti». Omertà sotto il campanile di San Marco, insomma. Ed ecco l'appello a tutti quelli che subiscono in silenzio ad uscire allo scoperto: «Di fronte a una denuncia - ha concluso Di Gregorio - le indagini arrivano ai responsabili».

 

Torna al sommario

 

LA NUOVA

Pag 21 Ponte in calcestruzzo a San Giuliano di Gianluca Codognato

I cittadini scelgono il progetto più sobrio. Sarà pronto entro il 2008

 

Mestre. I cittadini scelgono la sobrietà. Niente pennoni né arcate. Meglio un semplice ponte in calcestruzzo, senza fronzoli. Mestrini e veneziani hanno optato per la cosiddetta soluzione uno. Il ponte di San Giuliano, che andrà a sostituire l’attuale vetusto cavalcavia (ormai cinquantenne), sarà una struttura di cemento a via inferiore con tre campate, due di 75 metri e una di 100. La lunghezza è di circa 240 metri e la larghezza di 35. Quattro corsie (due per senso di marcia), due linee centrali per il tram, due piste ciclabili ai lati. Tra i voti sul web e quelli raccolti tramite i coupon pubblicati nei giornali locali, si sono registrate da sabato 3 luglio e sabato 10, 1.669 preferenze. «Un buon risultato. Ringraziamo tutti quelli che hanno partecipato», ha detto l’assessore regionale Renato Chisso. Vota il progetto. Per la prima volta in Veneto i cittadini hanno potuto scegliere l’opzione architettonica più gradita (fra quattro possibilità). I progetti dei ponti sono stati presentati da un gruppo di lavoro dello Iuav, diretto dal professor Enzo Siviero. Oltre a quello in cemento, è stato proposto un ponte strallato in acciaio con due o tre pennoni dell’altezza di 35 metri; uno ad arcate a via intermedia; uno ad arcata unica. Risultati del sondaggio. La soluzione 1 ha raccolto complessivamente 686 preferenze (41,1%). Subito dopo, distanziata di pochi voti, la soluzione 2, che ne ha incamerate 647 (38,8%). Molto lontane la soluzione 3, con 172 preferenze (10,3%) e la 4 con 164 (9,8%). Ha vinto sicuramente la struttura più sobria e meno fantasiosa. Nonché, per la gioia di Regione, Anas, Provincia e Comune, anche quella più economica. Anche Televenezia ha lanciato un sondaggio: al primo posto è arrivato il ponte ad arcata unica (soluzione 4, 34 voti) all’ultimo proprio quello in cemento (10 voti). Costo del progetto. Per conoscere precisamente la spesa da affrontare per il ponte, bisogna aspettare una decina di giorni. La risoluzione del nodo di San Giuliano, però, è finanziata con 40 milioni e 600 mila euro. 22 milioni serviranno per mettere in sicurezza la 14 bis. Con gli altri 18 milioni e seicento mila euro si dovrebbe essere tranquillamente in grado di realizzare la struttura scelta da veneziani e mestrini. Di questi, 12 milioni 910 mila euro provengono dalla Regione, 3 milioni 620 mila euro dall’Anas, un milione 300 mila euro dal Comune e 770 mila euro dalla Provincia.  Tempi. Il progetto preliminare verrà presentato a giorni alla preconferenza di servizi e dovrebbe essere pronto per fine agosto. Dopo circa un mese, sarà il momento dell’approvazione di quello definitivo. Di seguito, parte il bando e, dal momento della sua pubblicazione, passano circa due mesi per individuare la ditta vincitrice. Infine, possono partire i lavori. Tradotto, nel secondo semestre del 2005 inizia la costruzione del cavalcavia, pronto con ogni probabilità sei mesi dopo il tram, quindi attorno al 2008. «Miglior ponte nel minor tempo». E’ lo slogan che ha accompagnato il vicesindaco Michele Mognato durante questa settimana di votazione. «Oggi il cavalcavia è un imbuto. Sono aumentati i flussi e il traffico è più pressante - ha spiegato Mognato -. Ci vuole una soluzione efficiente e rapida. Anche perché bisogna considerare il tram e le piste ciclabili. Quando c’è collaborazione fra gli Enti, i risultati si vedono: passante, 14 bis, ponte di San Giuliano». «Questo è un esperimento riuscito - ha detto Chisso -. L’ingresso di Venezia è stato scelto dai cittadini stessi. Un fatto unico nella nostra regione. Loro hanno deciso e siamo rispettosi della scelta».

 

Torna al sommario

 

Pag 21 Forte Marghera inizia a vivere di Roberto Lamantea

Ma apre solo una parte, molte strutture sono in rovina

 

Mestre. «Fino a ieri qui era una giungla», dice Alessio Bettin, giovane presidente della cooperativa Città del Sole. Gli sterpi si arrampicano sui muri esterni, li mordono fino a sgretolarli. Come gli alberi di fico, sbocciati e rigogliosi sui tetti dell’edificio a un piano che ospitava gli alloggi della truppa. Ora sono in rovina, i tetti crollati. Volevano farci un ostello per la gioventù. Gli uomini in divisa ci vivevano fino a pochi anni fa, al 1996. Poi l’esercito ha dismesso gran parte delle costruzioni, era nell’aria che Forte Marghera l’avrebbe comprato il Comune di Venezia, se la burocrazia l’avesse permesso forse molti edifici si sarebbero salvati. Finché non aveva l’atto di proprietà il Comune non poteva farci nulla. Così ora si possono recuperare solo i mattoni. Altre strutture sono in piedi e sono bellissime. Eccolo, Forte Marghera. La cooperativa Città del Sole e il Coordinamento per il campo trincerato di Mestre con l’assessorato alla Cultura e quello al Patrimonio di Ca’ Farsetti stanno lavorando sodo. Via gli “erboni”, pota la selva, pulisci: anche là, dove ci saranno i sentieri per vedere i bastioni. Forte Marghera rivive. Il Comune l’ha comprato un anno fa, 9 milioni di euro, ma la firma a Roma con il Ministero della Difesa è saltata nei giorni scorsi perché i militari vogliono conservare proprietà e gestione dell’ossario, con i resti dei soldati del 1848-49, e del museo storico. Si appigliano a una clausola di una legge del 2003, l’anno scorso. Un codicillo. No, replica l’amministrazione veneziana, abbiamo comprato il pacchetto tutto compreso. Per ora è tutto fermo, ma si sbloccherà presto, assicurano in giunta. Forte Marghera sarà uno spazio vivo quest’estate. Jazz e musica world con il circolo Caligola, con uno dei concerti annullati al Candiani dopo le proteste dei vicini di casa del centro culturale di Mestre per il «rumore» (la musica); teatro con l’associazione Pantakin da Venezia, in giro per le location dell’area verde: tra questi Creature, l’ultima magia di Marcello Chiarenza, con attori-giocolieri-equilibisti africani, un Woyzeck di Georg Büchner con una compagnia italo-ungherese-romena-rom; Gualtiero Bertelli e Alberto D’Amico, magnifici cantori della musica popolare veneziana. Laboratori didattici in settembre-ottobre. L’ultima edizione di «Al Fresco» a Forte Marghera è del 1999, poi quello spazio ha ospitato una rievocazione storica e gli appuntamenti di «Vivi il Forte». Il via libera per la rassegna - in programma da luglio a ottobre (verrà presentata domani) - è stato dato nei giorni scorsi, ora è tutto un correre contro il tempo. Forte Marghera è bellissimo. Questo spazio, visto in un progetto unico con il vicino parco di S. Giuliano, via Torino e l’Università, l’asse lungo il canal Salso fino a piazza Barche, il campo trincerato, il Bosco, cambia volto a Mestre. Alberi e rive fanno da muro, visivo e acustico, a quello che è di là: Petrolchimico, ferrovia, via della Libertà. Ma la laguna è già qui. C’è un cippo di conterminazione del 1791, accanto al ponte del Cinquecento: segnava l’inizio della laguna. Qui siamo a Venezia. Sullo specchio d’acqua può arrivarci un vaporetto, da Fondamenta Nuove o da S. Giobbe. Basta fare il pontile. Poi è una serie di casermette, alloggi, capannoni, ex polveriere, ex officine, spazi magnifici per le esposizioni. Qui può venirci benissimo la Biennale Arti Visive (è un’idea che gira all’assessorato alla Cultura): Giardini, Arsenale, Forte Marghera. Vedere per credere. Alcune baracche hanno il tetto rifatto: è opera ancora dei militari, hanno tolto l’amianto. Quello è un rifugio per gatti: nel parco ne girano un centinaio, li segue l’associazione Dingo, sarà per questo che non hanno paura, si lasciano coccolare, accarezzare, inarcano la schiena e fanno le fusa. La Dingo sarà coinvolta nella futura gestione, nessuno manderà via gli animali. Anche perché Forte Marghera è un’oasi naturale: vedi volare i fagiani, vicino alle rive non è raro adocchiare l’airone cinerino. Ma anche qui ci sono stati episodi di bracconaggio.  Il muro di uno degli edifici rivela le tracce di un affresco, a occhio anni ’20-’30, sicuramente fascista. L’ossario - il sacello - con i muri di mattoni dipinti di rosso. La polveriera austriaca, di fronte quella francese (il Forte originale fu costruito dal 1803 al 1813). La palazzina del comando è più recente (anni ’50 del secolo scorso) ed è in buone condizioni. I magazzini dove il Teatro La Fenice teneva le scenografie invece è crollato e trionfano edera e fichi selvatici. Bellissimi i capannoni ex depositi di armi. La caserma napoleonica rivela all’interno una stupenda fuga prospettica di porte ad arco, l’ingresso è una doppia gradinata curva. Nell’ex officina - gli operai vi lavoravano fino al ’96 - una targa annota l’altezza della marea il 4 novembre 1966, l’alluvione, +40 centimetri da terra: ma è terraferma. Eppure siamo a Mestre. La città della tangenziale, l’ex mostro di cemento, le ciminiere, le luci e il groviglio di tubi del Petrolchimico, ma anche - oggi - la città dell’utopia. Un sogno: Mestre può essere un laboratorio urbano internazionale, una città d’Europa, perché è tutta da fare. Mestre è una città futura, Forte Marghera è una delle sue sfide. Ci obbliga a “pensare europeo”. Con un progetto forte i soldi possono arrivare da Bruxelles. Progetto forte è un concorso internazionale (come per piazza Barche). In via Torino c’è l’Università: come hanno detto al Forum della Cultura al Candiani il rettore di Ca’ Foscari, Pierfrancesco Ghetti, e dell’IuaV, Marino Folin, gli atenei sono laboratori di progettazione della città del futuro. E un gigante dell’architettura e dell’urbanistica mondiali, Renzo Piano, si è laureato a Venezia...

 

Torna al sommario

 

Pag 27 La caccia quotidiana degli abusivi e i regolari per accaparrarsi fino all’ultimo “foresto”

 

Venezia. Quello che un tempo accadeva solo al Tronchetto, la caccia al turista soprattutto se danaroso, ora avviene anche nelle zone più frequentate del centro storico, in piazza San Marco, in Riva degli Schiavoni. E la caccia al turista si può fare in due modi: lecitamente o con sistemi illegali. Venezia è l’unica città in cui esiste la licenza comunale di intromettitore: è colui che abborda il visitatore e lo convince a prendere un taxi privato invece che il mezzo pubblico, a visitare una vetreria al posto di un altra o di mangiare in un ristorante piuttosto che in una pizzeria. E, naturalmente, ci sono anche gli intromettitori abusivi, comunque buona parte di quelli con licenza provengono dalle fila di quelli che non l’hanno ancora.  Tutto questo può accadere solo in laguna perché i flussi turistici sono enormi, circa 12 milioni di visitatori all’anno, e sono pressoché continui, estate e inverno, primavera e autunno. E sono centinaia le famiglie che campano grazie al lavoro abusivo o irregolare di chi porta a casa lo stipendio, ma i fratelli Zanon erano a posto, possedevano la licenza. Per San Marco, Ca’ Farsetti ha concesso 25 licenze da intromettitore, ma da anni solo i «brasiliani» potevano «battere» tra il ponte della Pietà e quello del Vin. Degli altri neppure l’ombra. Al Tronchetto è una prassi, non solo per quanto riguarda le vetrerie, ma anche per quanto riguarda i motoscafi e altri servizi. E la guerra, alla porta d’ingresso della città, è più spietata perché soltanto là arrivano e sbarcano le comitive, non più uno persona o una famiglia, ma quaranta, cinquanta turisti e anche più. Le provvigioni salgono, ma è anche per questo che alla fine un oggetto in vetro di Murano costa un occhio della testa. Chi gestisce l’azienda deve pagare l’intromettitore, poi passa la percentuale al tassista e magari anche al portiere dell’albergo. Ci guadagnano in tanti, ma sicuramente è l’immagine della città e una delle sue peculiarità artistiche che perdono.

 

Torna al sommario

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 11 Casson chiede 135 anni. “Sapevano tutto, paghino” di Consuelo Terrin

Petrolchimico, conclusa la requisitoria del pm

 

Mestre — Nessuna attenuante, riconoscimento del vincolo di continuazione e condanna per tutti i reati contestati già in primo grado: omicidio colposo plurimo, disastro ambientale, omissione dolosa di cautele nei luoghi di lavoro. Il pm Felice Casson ha concluso ieri la sua requisitoria nel processo d’appello del Petrolchimico presentando le richieste di pena della procura generale nei confronti dei vertici di Montedison ed Enichem responsabili, secondo l’accusa, delle morti degli operai per esposizione a cloruro di vinile monomero ( cvm) e dei danni ambientali causati dalle aziende di Porto Marghera: 135 anni di carcere diversamente divisi tra i 25 imputati rimasti in questo processo di secondo grado. Dieci anni per l’ ex dirigente Montedison Alberto Grandi e per il responsabile sanitario Emilio Bartalini; 9 anni per gli ex direttori e amministratori delegati Piergiorgio Gatti, Renato Calvi, Italo Trapasso e Giovanni D’Arminio Monforte; 6 anni per Mario Lupo, Gianluigi Diaz, Paolo Morrione, Giancarlo Reichenbach e Giorgio Porta; 5 anni per Lorenzo Necci, Sauro Gaiba, Alberto Burrai e Cirillo Presotto; 3 anni ancora per Luciano Fedato, Gaetano Fabbri, Federico Zerbo, Luigi Patron, Lucio Pisani, Giovanni Parrillo e Domenico Calmieri; 2 anni, infine, per Dino Marzollo, Antonio Belloni e Carlo Massimiliano Gritti Bottacco. « Loro sapevano: o si decideva di fare una fabbrica di morti o si bloccava la produzione. E hanno scelto la prima ipotesi — ha detto Casson mostrando ai giudici un documento del 1975 che conferma la sua tesi — quindi non c’è qui bisogno di richiamarsi ad artifici retorici, culturali o etici. Il diritto basta e avanza. Ci sono eventi che attendono il riconoscimento di una responsabilità penale e che sono stati sottoposti a questo giudice perché cancelli la sentenza di primo grado » . « Mi pare che questa sia stata una requisitoria esaustiva, che ha dimostrato le contraddizioni della sentenza di primo grado e il mancato esame di alcuni documenti esibiti — ha detto Eugenio Vassallo, legale di parte  civile per Comune — i reati contestati sono gravi e non potevano richiamare che sanzioni ugualmente gravi, ma coerenti » . È d’accordo su questa valutazione anche l’avvocato dello Stato Giampaolo Schiesaro. « Mi pare chiaro che non ci sono stati cambiamenti di rotta rispetto al I grado. Appare dunque maggiormente significativo — ha rilevato — il fatto che la procura generale sia sulla stessa lunghezza d’onda, come queste richieste di pena hanno dimostrato » . Ovviamente c’è chi la pensa esattamente al contrario: « Sono sempre stupefatto e angosciato quando sento chiedere la condanna di innocenti, soprattutto quando si tratta di persone palesemente innocenti, come ha dimostrato la sentenza di primo grado contro la quale il pm non ha saputo formulare il benché minimo rilievo che sia capace di scalfirla — ha sostenuto Federico Stella, legale Enichem — l’impianto accusatorio è quello vecchio e superato già esposto in primo grado: aria fritta » . Poco sorpreso, visti gli articoli di legge tirati in ballo, si dichiara l’altro legale Enichem Giovanni Cesari: « Sono state richieste pene in alcuni casi leggermente inferiori rispetto a quelle avanzate in primo grado — ha ricordato — ma francamente noi contiamo sull’assoluzione piena » . Sospeso per la pausa estiva, il processo d’appello del Petrolchimico riprenderà il 16 settembre con le parti civili, mentre la sentenza si attende per novembre.

 

Torna al sommario

 

8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag III Crepet: “I figli di questa terra invecchiano senza maturare” di Gianluca Versace

Lo psichiatra analizza i giovani di fronte al suicidio: “La vita è fatta anche di fallimenti e di bocciature”

 

Gesto insano, scrivevano i giornali dell'epoca e pare un dagherrotipo. Suicidio, scrivono sempre più spesso quelli di oggi e il fotocolor è rosso sangue. Il pudore in bianco e nero è caduto, l'insopportabile senso di sgomento no. Ultimo caso di un rosario allucinante, il giovane studente di Limena che si è gettato nel Brenta dopo un esame fallito all'università. Paolo Crepet, psichiatra notissimo al grande pubblico, ha studiato nell'Ateneo di Padova, dove il papà ha elaborato i fondamenti della moderna medicina del lavoro. Ora è tra i maggiori esperti nel campo della ricerca sul suicidio giovanile ("Le dimensioni del vuoto. I giovani e il suicidio" è uscito nel 1993 per l'editore Feltrinelli).

Crepet, posso definirla suicidologo?

«Faccia lei. Guardi, io la penso come Kennedy che diceva: i posti più caldi dell'inferno li dobbiamo riservare a quelli che di fronte alle nostre difficoltà hanno mantenuto una neutralità».

Perché si uccide uno studente che avrebbe tutta la vita davanti?

«Le rispondo con le parole di un grande viaggiatore, Bruce Chatwin, quello di Patagonia: l'unica cosa di cui ha senso parlare è la solitudine».

Solitudine? La solita litania dei ragazzi soli?

«Questa è la loro situazione "normale": così come la intendeva, la normalità, il mio maestro Franco Basaglia».

Il disagio dell'agio, della normalità?

«Sì. Ricordo uno slogan che una mano anonima scrisse sulle mura del manicomio di Trieste dove Basaglia lavorava: Visto da vicino nessuno è normale».

Cioè?

«Cioè facciamo tutti molta attenzione: perché il disagio non è di ragazzi psicotici, disturbati, pazzi o criminali. Ma appartiene alla gente comune, al ragazzo vicino di casa che salutiamo al mattino, del tutto simile a noi e ai nostri figli».

E se le ribattono che lei dice cose ovvie?

«E certo. Solo che la cosa più difficile è quella di vedere nitidamente quello che abbiamo davanti al naso. È ovvio che il male peggiore è quello di non essere guardati ma solo visti, attraversati da occhi senza affetto né attenzione. Ed è pure ovvio anche non sappiamo più coniugare i verbi al futuro, che raschiamo il fondo del barile. Ma mi lasci dire un'altra cosa, su questa nuova emergenza-suicidi nel mio Veneto».

Dica.

«Lo dico a voi giornalisti: non usate parole come "epidemia di suicidi". È un errore grave».

Spieghi meglio.

«Generiamo un malinteso. Lo stesso fenomeno ripetuto tante volte non ha una matrice comune. Di unica c'è solo la parola suicidio».

È possibile dire qualcosa sulle concause, almeno?

«È possibile. Perché il suicidio è la prova inappellabile che il senso della comunità è morto. Di fronte all'autodistruzione di giovani e meno giovani, la rete di appoggio sociale è a brandelli. Inesistente. Oppure è una rete che tiene con chi non le pesa addosso: cioè funziona quando tutto funziona. Troppo facile. E chi ha bisogno d'aiuto che fa?».

Che fa?

«Niente fa! Si uccide. Si toglie di mezzo. Come questo povero ragazzo di Limena. Cresciuto, posso presumere, come i suoi coetanei, nell'obbligo della perfezione. E la prima volta che i conti non tornano, pensi di essere giudicato come un fallito. Perché non corrispondi più all'icona di magnifico, di invincibile, di perfetto che ti è stata appiccicata addosso. È così che l'esame andato male diventa devastante, per una generazione di giovani cresciuti nel privilegio e nell'assenza del senso del limite».

E il ricco Nordest assiste inerte?

«Senta. Io credo che qui si sia vissuti per decenni come il surfista che cavalca l'onda, ma non sa nulla di com'è fatta l'onda. Non sono cresciute idee, valori, educazione, cultura, comunità. Una volta qui abitavano persone che lavoravano come bestie nell'ignoranza e nella miseria. Oggi troppe persone ignoranti lavorano come bestie per accumulare miliardi. Posso rallegrami di una cosa?».

Prego.

«Beh, ho visto come le mie convinzioni sulla crisi del Nordest come crisi delle generazioni sono state recepite. I figli in questa terra privilegiata invecchiano senza maturare, arricchiscono ma non crescono. Ragazzi, volete andare in pensione a vent'anni? Ma sarebbe una condanna a morte! La vita non è così. È piena di bocciature all'esame, di sconfitte, di cadute e risalite. E non parlatemi di "alibi paterni": Pasolini ci ha insegnato che sarebbe troppo facile che i figli fossero giustificati dal fatto che i padri hanno sbagliato. L'eredità paterna li può giustificare per una metà. Dell'altra sono responsabili loro stessi. Per quella metà di colpa altrui di cui non sono stati capaci di liberarsi».

 

Torna al sommario

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Meglio insegnare l’italiano a tutti di Gaspare Barbiellini Amidei

 

Niente classe separata, dunque, per i ragazzi musulmani di famiglia fondamentalista. L’esperimento della « Gaetana Agnesi » , liceo milanese di scienze sociali, è finito prima ancora di cominciare. Avevano pensato a una classe « endogamica » , per usare una felice espressione di Claudio Magris, ma la nostra Costituzione non prevede la stravaganza ambigua di scuole statali riservate a un gruppo chiuso. Se il mondo fosse governato dai ragazzini, come immaginava Elsa Morante in un delizioso poemetto teatrale, non avremmo discusso per giorni sull’opportunità di una scuola islamica dentro il nostro sistema dell'istruzione. I bambini stranieri vogliono studiare l'italiano e poi parlare con i loro coetanei. Imparano velocemente la nostra lingua senza scordare quella dei loro genitori. Dentro le loro famiglie sono traduttori, comunicatori, mediatori con il vicinato. Crescere vuol dire guardare al di là della siepe del proprio giardino. Che rimane di questa discussione oltre l’apprezzamento per la buona volontà dei professori milanesi che tentavano di conciliare l’inconciliabile, l’ostinazione di quei genitori che non volevano mandare le loro figlie in mezzo a studenti di altra religione e il diritto delle ragazze a frequentare una scuola italiana? Rimangono una piccola e una grande domanda. La piccola: che cosa faranno ora quegli studenti islamici? Si preoccupi anche del loro prossimo settembre, signora ministro. La grande domanda: se quasi un milione di ragazzi stranieri crescono in mezzo a noi, fra ritardi e sperimentazioni, a che punto siamo nell’offerta ad essi di un insegnamento senza dislivelli linguistici? Senza abdicazione alla centralità della nostra lingua, che cosa si è fatto per questi possibili studenti? 1) Studiare in Italia vuol dire studiare in italiano. E per chi vive con la famiglia in Italia far studiare i figli non è un  optional , la scuola dell’obbligo ha soglie di età e sanzioni per le inadempienze. 2) Lo studio dell’italiano è l’esperienza unificante delle varie zone contenutistiche dell’apprendimento. Scrivere, leggere, comunicare significa interagire con la conoscenza della lingua italiana. 3) Chi viene dalla tradizione islamica dovrebbe capire che conservare la propria identità d’origine non impedisce di acquisire familiarità con la cultura che la scuola italiana porge. Noi italiani ed europei non saremmo come siamo se non fossero arrivati un tempo fra noi gli arabi con la loro arte, la loro matematica e la loro filosofia. 4) L’Italia sapeva dagli anni Ottanta, attraverso le proiezioni dei demografi, che il suo terzo millennio sarebbe stato per milioni di nuovi cittadini, gli immigrati, non italofono. Ci sono ritardi nella costruzione di un ponte linguistico fra il Paese e i suoi nuovi abitanti. I flussi migratori hanno corso più degli strumenti didattici correlati. Il volontariato ha messo in campo un’attività integrativa e sostitutiva di emergenza, prescolastica ed extrascolastica, propedeutica per i bambini, di supporto per gli adulti. Altro che voglia di isolamento, i fondamentalisti (e il loro burqa linguistico, sociale e culturale) sono fenomeno clamoroso, ma nettamente minoritario. La richiesta di primi corsi di italiano supera l’offerta, i soli centri messi in piedi dalla Comunità di Sant’Egidio registrano sessanta nuove domande alla settimana. 5) Lingua franca di poesia e di viaggio, di immigrazione e di pace, l’italiano aiuta a convivere uomini che vogliono mettere a bilancio dei loro faticosi conti di vita anche l’eternità. Nel vocabolario italiano lo stesso aggettivo « misericordioso » si propone per le parole Dio e Allah. I bambini sfogliano e prendono nota. E’ meglio insegnargli la nostra lingua che recintarli in piccoli ghetti. Come alcuni dei loro genitori vorrebbero.

 

Torna al sommario

 

Pag 2 Incompatibilità, garanti e sanzioni. Ecco le nuove norme per chi governa di Lorenzo Salvia

 

Roma — « I titolari di cariche di governo, nell’esercizio delle loro funzioni, si dedicano esclusivamente alla cura degli interessi pubblici » . Cominciano con una dichiarazione di principio le « Norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi » approvate ieri in via definitiva dal Parlamento. Dieci articoli che si applicano non solo al presidente del consiglio, ma anche a ministri, viceministri, sottosegretari e commissari straordinari del governo. E che definiscono incompatibilità e situazioni di conflitto, attribuendo il potere di controllo e di sanzione a due autorità indipendenti, Antitrust e Comunicazioni. Anche le Regioni devono fare la loro parte, adeguandosi con « disposizioni idonee » .

INCOMPATIBILITA’ — Non fa differenza se l’azienda è italiana o straniera e nemmeno se si lavora gratis oppure no. I Componenti del governo non possono « ricoprire cariche o uffici o svolgere altre funzioni comunque denominate ovvero esercitare compiti di gestione in società aventi fini di lucro o in attività di rilievo imprenditoriale » . Nessuna vendita forzata dell’azienda di famiglia, quindi, ma l’obbligo di tirarsi indietro dalla gestione. Sono ammesse solo le cariche onorifiche. Il divieto scatta al momento del giuramento e, se l’azienda è « connessa con la carica ricoperta » , dura ancora un anno dopo la fine del governo. C’è incompatibilità anche con le attività professionali, l’avvocato ad esempio. E più in generale con ogni attività d’impiego sia nel settore pubblico sia in quello privato.

CONFLITTO —  Può essere di due tipi. Il primo, formale e quindi più visibile, si ha quando un componente dell’esecutivo « partecipa all’adozione di un atto o omette un atto dovuto » senza aver risolto una delle incompatibilità fissate dalla legge stessa. Il secondo, sostanziale ma più sottile e quindi  difficile da individuare, quando l’incompatibilità non c’è ma l’atto o l’omissione ha « un’incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate » .

Per contestare il conflitto è necessario che ci sia stato un « danno all’interesse pubblico » .

DICHIARAZIONI —  Entro 30 giorni dall’assunzione della carica, ogni componente del governo (più il coniuge e i parenti fino al secondo grado) deve comunicare se si trova in una  delle situazioni di incompatibilità fissate dalle legge. Non solo. Entro i 60 giorni successivi deve trasmettere la propria situazione patrimoniale, comprese le partecipazioni azionarie. Non valgono le vendite in extremis: nell’elenco vanno messe anche le attività detenute tre mesi prima della formazione del governo. Chi dichiara il falso compie il reato di omissione d’atti d’ufficio, punito con il carcere fino ad un anno. Le variazioni in corso di legislatura vanno comunicate subito, entro 20 giorni. Tutti i dati vanno trasmessi all’autorità sulle Comunicazioni se  riguardano aziende editoriali, all’Antitrust in tutti gli altri casi. E a questo punto conviene seguire i due percorsi separatamente.

ANTITRUST —  L’Autorità vigila sul rispetto delle incompatibilità e rimuove quelle che dovesse rilevare. Se un ministro è anche amministratore delegato di una società, ad esempio, fa in modo che il politico decada dalla carica aziendale. Ma il compito più delicato è quello di monitorare tutta l’attività dell’esecutivo per controllare se avvantaggia in qualche modo le aziende di proprietà degli uomini di governo. Se questo avviene può multare l’azienda per una somma pari al vantaggio ottenuto. La sanzione non esclude ma si somma a quelle previste per l’abuso di posizione dominante, la violazione tipica contestata dall’Antitrust.

RADIO E TV —  Il compito dell’Autorità per le Comunicazioni è accertare che radio, giornali e televisioni controllati dalla famiglia non « forniscano un sostegno privilegiato al titolare delle cariche di governo » . Se rileva qualcosa che non va, l’Authority « diffida l’impresa a desistere dal comportamento contestato » . Se questa non si adegua si applicano le sanzioni previste dalla legge sulla par condicio aumentate di un terzo, e si può arrivare all’oscuramento dell’emittente.

PARLAMENTO —  Sia l’Antitrust che l’Autorità per le Comunicazioni devono riferire al Parlamento sui casi che hanno seguito. In ogni caso sono tenute, ogni sei mesi, a trasmettere una relazione sulla propria attività. Le Camere non possono prendere altri provvedimenti. Al massimo possono votare una risoluzione contro l’uomo di governo che ha violato la legge. Una censura politica, ma senza alcun valore giuridico.

 

Torna al sommario

 

Pag 5 Follini, il moderato senza nostalgie dc che la sinistra vuole dipingere di rosso di Aldo Cazzullo

 

Marco Follini è un moderato. Il peggio che gli possa accadere è vedersi a tutta pagina sul  Manifesto  sotto il titolo (sia pure ironico) « L'uomo della provvidenza ». Follini è un'occasione per i moderati italiani, una chance cha la destra possa essere altro (come è) dal manganello e dall'aspersorio, dai fasci littori e dai pacchetti di tessere, dal fascismo e dalla vecchia Dc; e anche dal populismo mediatico o localista, da Berlusconi o dalla Lega. Follini è il nostro piccolo Sarkozy (anch’egli impegnato in una lotta di successione a scadenza pluriennale), un potenziale Barroso senza la zavorra del passato maoista, un Rajoy vergine di disfatta elettorale (sia pure dovuta più ad Al Qaeda e agli errori di Aznar che a « Bambi » Zapatero). E' uno che al congresso fondativo dell'Udc ha sorpreso una platea incanutita di assessori democristiani e signori delle clientele con un manifesto della destra moderna, « che legge più Aron di Sartre, più Guitton di Maritain o Mounier » ; che non ha complessi culturali nei confronti della sinistra, non la odia, ma non ci si confonde. Non a caso il primo gesto di Follini segretario è stato chiudere le porte della direzione a Cirino  Pomicino, che a sinistra si è gettato (ed è stato accolto benissimo). Follini non è ai confini ma agli antipodi di Prodi. Il suo principale bersaglio polemico in questi tre anni è stato il leader dell'Ulivo, che per lui non è un compagno che sbaglia ma un cattolico che rinnega il proprio destino: stare dalla parte opposta a quella dei socialisti e dei comunisti. Follini è l'amico conservatore che ogni progressista dovrebbe avere, con cui litigare e poi andare a cena a parlare non di consociazioni di compromessi di Asl, ma di libri, di cinema, magari di donne; perché Follini è uno dei politici di riferimento di chi pensa che siano la testa e il cuore, non le ghiandole, la misura di un uomo, che si possa essere di destra senza affrontare i contestatori come La Russa l'altro giorno, agitando il pizzetto e gridando « fatevi sotto se tenete coraggio! » . Per questo il peggior dispetto che si possa fare a uno così è pitturarlo di rosso. Per questo il ministro Bobo Maroni, memento quotidiano della vacuità della Lega senza Bossi — ronzini privati del purosangue — , ancora ieri l'ha accostato a Che Guevara. La peggior minaccia, peggiore anche dell'avvertimento di Berlusconi — « ti scatenerò contro le mie tv » ; come se non l'avesse già fatto in campagna elettorale — , sono le rappresentazioni di Follini ribaltonista e inciucista, termini orribili che lui non userebbe mai. Non che non abbia difetti. A volte ha dato l'impressione di confondere la politica con le dichiarazioni alle telecamere, di prepararsi la battuta e di porgerla sorridendone compiaciuto, come uno Schifani buono. Altre volte è parso muoversi come un generale senza esercito; e in effetti deve ancora dimostrare che il partito sia davvero pronto a seguirlo, che a muovere Tabacci non sia soltanto il rancore verso gli eversori della prima Repubblica che lo vide ottimo presidente della Lombardia, che Giovanardi non sia così affezionato alla sua poltroncina, che Volontè il capogruppo in stivaletti sappia muoversi anche fuori dalle discoteche. Ma non va confuso con il vecchio che torna. Follini non rinnega le sue radici, ben piantate nella Dc del preambolo. Moro l'ha affascinato, ma il suo vero maestro è stato Bisaglia. Ad Andreotti chiede consigli, ma non se ne lascia ipnotizzare. Cossiga lo colloca alla propria destra, pur stimandolo (per questo il presidente emerito lo prende di mira con le sue ironie, che non sprecherebbe con un giovane senza talento, e gli scrive lettere indirizzate a Harry Potter). I vertici della Conferenza episcopale, che non sono poi così scontenti di Berlusconi, ne diffidano. Chi ha letto i suoi numerosi saggi sulla Dc, sa che Follini la considera irripetibile, nel bene e nel male (anche perché l'Udc non arriva a un sesto dei suoi voti). Quella che vuol concorrere a costruire è una destra moderna, che non sia più ex di nulla. Forse non ne sarà lui il capo, perché antropologicamente troppo diverso dal nuovo italiano che avanza. Per esempio, a chi gli chiede il posto dov'è stato più felice, Follini indica Sofia (c'è di mezzo una donna, ma non si tratta di una fidanzata). La sua è forse un'Italia minoritaria, in cui la cortesia non è considerata una forma di debolezza, dove il degrado dei rapporti umani non è senza rimedio, e per fare politica non occorre fare denari o costruire un piccolo potentato di media, imparentamenti, relazioni. Forse sarà il battesimo di una nuova stagione, forse resterà un temporale estivo. Di sicuro, il leader rimarrà per ora Berlusconi, cui tocca finalmente governare, cioè scegliere. Questo burrascoso luglio, agitato come solo quello del G-8 di Genova ma forse più produttivo, ci dice intanto che un'altra destra è possibile. Ha gli occhiali a oblò e lo sguardo da Harry Potter; ma non c'è niente da ridere.

 

Torna al sommario

 

LIBERO

Pag 1 Corano e chador ma non con i soldi dello Stato di Marcello Veneziani

 

Ma che razza di democrazia e di civiltà state costruendo? Dico a voi, spiriti umanitari e tolleranti, presidi e provveditori, assessori e intellettuali, che proponete lo spezzatino religioso nelle scuole, nei luoghi pubblici e nella vita delle città italiane. E che vi indignate se le autorità fanno osservare le leggi e condannano il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel giro di pochi giorni, tra la Regione Campania, il liceo Agnesi di Milano e la bagarre intorno alla nave Cap Anamur, abbiamo misurato il pericoloso tasso di demagogia buonista che si annida nella società, nelle istituzioni e nella cultura del nostro Paese. E un caso curioso di schizofrenia: vedi fior di laici e ammazzapreti che dopo aver deprecato per anni la pervasività religiosa con le sue festività, chiedono ora di duplicarle per far posto alle festività islamiche. Loro, che vedevano la religione come oscurantismo e superstizione, diventano ora sostenitori non solo della religione ma di una religione come l’Islam che, con rispetto parlando, è più religione delle altre quanto a osservanza e oscurantismo, integralismo e intolleranza. Vedi fior di democratici sinistresi che detestavano a scuola le classi differenziali, quelle per diversi, poveri e handicappati; e ora viceversa reclamano scuole differenziali per i nuovi diversi, i figli d’immigrati islamici. Dopo aver chiesto di abolire i ghetti nel nome della parità dei diritti umani, adesso chiedono di riaprirli nel nome stesso della parità dei diritti umani. Per dirlo in rima baciata, le figlie di Maria destavano ironia, le figlie di Maometto invece destano rispetto. Non so se un virus di demenza culturale stia davvero percorrendo il nostro Paese a partire da sinistra. Ma vedo a cosa portano le antiche religioni e le vecchie ideologie andate a male: i comunisti inaciditi, come i cristiani inaciditi, rivendono i loro prodotti scaduti e ormai alterati sul bancone dei valori umanitari. Ma nonostante la nuova etichetta e la nuova confezione, quei prodotti fanno male alla salute dell’Italia, delle sue istituzioni e dei suoi abitanti. La loro demagogia è figlia della carità e dell’uguaglianza traviate. Se portassimo a compimento la loro utopia, noi avremmo scuole e uffici pubblici che sono chiusi il venerdì, sabato e domenica, per non scontentare nessuno, islamici, ebrei e cristiani. Tre monoteismi al prezzo di uno, con un lunghissimo week end come dio comanda. Con classi riservate ai figli di musulmani, altre ai figli di ebrei, e magari altre ancora per i figli di massoni. Nessuno scandalo se sono scuole private, ognuno decida di insegnare e imparare quel che vuole; al limite potrebbe esserci anche una scuola privata per figli di satanisti, se non insegnano il crimine. Ma qui parliamo di scuola pubblica, di uffici pubblici, e se volete, anche di tv  pubblica. Dove il principio di fondo, la ragione sociale, è una comune educazione, una comune lingua, comuni basi culturali, storiche e civili, in vista di un’ integrazione in una comunità, con un sistema di relazioni e di scambi. Qui si confonde il rispetto delle minoranze, la libertà personale di culto e di opinione con la fine di una civiltà, di una nazione, di uno stato, e se permettete di una tradizione. E si confonde la libertà di ciascuno nella sfera privata che deve restare un punto fermo, con l’adozione pubblica di tutti i codici d’esistenza privata, di gruppo e d’etnia. Ognuno è libero di indossare il chador e ogni gruppo di costruirsi una moschea, compatibilmente con i vincoli pubblici e paesaggistici; ma trovo assurdo che lo stato o gli enti locali debbano finanziare la costruzione di moschee, come sento proporre da più parti, a cominciare dalla Campania. Ho già forti perplessità quando il denaro pubblico sostiene opere che attengono alla religione cattolica, che per indole, tradizione e maggioranza coincide largamente con la storia e la vita degli italiani; figuriamoci se dobbiamo adottare pubblicamente le religioni altrui. Siate islamici fuori dagli spazi pubblici; negli spazi pubblici siete cittadini, milanesi, italiani, europei, osservando le regole di qui. E giusto che la stessa cosa valga anche per noi se andiamo a vivere nei Paesi islamici. Vi confesso di sentirmi a disagio in un Paese diviso tra due blocchi ottusi. Quelli che si vergognano di esporre crocifissi in aula e nei luoghi pubblici, che vogliono azzerare le religioni e le tradizioni e ridurle ad una specie di rito clandestino ai limiti della masturbazione. E quelli che invece vogliono esporre in aula croci cristiane e celtiche, mezzelune e stelle di David e ogni bendidìo, in una specie di carnevale delle religioni, di saldi di fine umanità in vista del giudizio universale. Dove ognuno sceglie la commissione esaminatrice: Iavhè, Allah o Gesù Cristo. Ur specie di festival etnico-religioso dove ciascuno espone la propria merce in un ghetto ribattezzato più carinamente stand, come alla fiera del levante. Un’Italia a pezzi uni solo dal business. Una pena. Che razza di città, di regione, i Italia, di Europa hanno in testa lo] signori, dove ognuno si fa addosso propria fede e la propria etnia, dove si interrompe ogni orizzonte comune, ogni spirito pubblico, ogni valore condiviso? Ognuno dev’ essere libero di non farsi il segno della croce davanti al Crocifisso e di non cantare l’inno di Mameli, se non lo vuole; ma evitate di ridicolizzare intere civiltà e religioni in questo fritto mistico che dà allo stomaco oltreché alla testa.                                     

 

Torna al sommario

 

MESSAGGERO DI SANT’ANTONIO (luglio/agosto 2004)

Pag 25 Il bon ton a messa: cambiano i gusti ma non il buon gusto di Roberto Beretta

 

Qualche tempo fa, il quotidiano cattolico ospitò un curioso dibattito sull’uso del cappello in chiesa. Un lettore calvo invocava la deroga di tenere il copricapo sulla testa anche a messa, per evitare le continue infreddature che gli procurano gli spifferi e l’aleatorio riscaldamento dell’edificio: «Perché noi calvi dobbiamo essere allontanati dalle chiese nei periodi invernali? In Italia siamo circa due milioni». Subito lo rimbeccarono altri praticanti, che ritenevano intollerabile la mancanza di rispetto del non togliere il cappello durante i riti sacri. La questione parrà caprina. Ma riflettendo che, fino a non molto tempo fa, alle donne in chiesa era richiesto di coprirsi la testa (san Paolo: «Se la donna prega o annunzia la parola di Dio a capo scoperto, disonora il suo capo») e che oggi — al contrario — una signora col velo sembra solo una snob, si capirà come il senso del «rispetto» sia passibile d’evoluzione. In effetti, ne è passata di acquasanta sotto gli altari da quando era uso

— per i maschi del paese — entrare in chiesa al Vangelo e uscirne prima della comunione. Adesso, se uno a messa non ci vuole andare, non ci va dall’inizio alla fine e basta ipocrisie. Però non è detto che le buone maniere siano ipso facto osservate sotto le navate, tant’è vero che anni or sono monsignor Giovanni Della Casa pensò bene di compilare un piccolo galateo dei riti sacri. «Non sbrodolare acquasanta e cera in terra», si raccomandava per esempio: alla base delle pile si forma spesso una fanghiglia antiestetica e scivolosa, senza contare la mancanza di rispetto per chi pulisce. «Cerca di non arrivare in ritardo»: antico vizio di tutti gli appuntamenti. E poi: «Non spostare panche o sedie secondo la misura delle tue gambe». «Vestiti con decenza», soprattutto quando sei incaricato di un servizio pubblico come declamare le letture o raccogliere le offerte. «Non fate crocchio in chiesa alla fine della messa». «Non aggiratevi per le navate come turisti durante le liturgie». E «spegni il telefonino in chiesa», naturalmente: ma la scortesia (o la dimenticanza) è talmente diffusa che già qualche prete, a scanso d’equivoci, ha installato l’apposito apparecchietto per rendere impossibile, durante i riti il palesarsi del trillo. Ci sono poi altre regolette le quali, piuttosto che al bon ton, si richiamano alla correttezza liturgica. Vai a tempo nel rispondere alla messa, ad esempio: evitando sia il fastidioso «effetto eco» dei lenti, sia l’ansia da rincorsa dei precoci; ma astieniti pure dal recitare a voce alta le parti del celebrante. Quando entri, saluta prima di tutto il Padrone: come fa normalmente un ospite in casa altrui, e senza filare a testa bassa all’altare del santo preferito. Non stare in piedi quando tutti s’inginocchiano (o viceversa). Mantieni un atteggiamento partecipe, senza sbadigliare di noia ogni tre minuti, con le gambe accavallate e le mani in tasca. Non trasformare la genuflessione in uno sgambetto, né il segno della croce in un ghirigoro. Anche l’ossessione del politically correct, tuttavia, va accuratamente evitata: altrimenti rischiamo di trovarci il portone della cattedrale fitto di cartelli come il casello di un’autostrada. Divieto di segno della pace: dare la mano diffonde germi. Divieto di concelebrazione: il calice dev’essere usa e getta. Divieto d’incenso: è fumo passivo... E non si creda a uno scherzo: l’hanno proposta sul serio, l’abolizione del turibolo, dalla prima pagina di un quotidiano qualche tempo fa.

 

Torna al sommario

 

30GIORNI (maggio 2004)

Pag 88 Con occhi semplici di Maffeo Giovanni Ducoli

Un ricordo di Papa Luciani scritto da un vescovo amico

 

Finalmente, domenica 23 novembre 2003, nella Cattedrale di Belluno, è stato aperto il processo per la causa di beatificazione del servo di Dio Albino Luciani, Giovanni Paolo I, alla presenza del cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, e di alcuni vescovi. Durante gli anni del mio episcopato a Belluno mi sono giunte migliaia di richieste di introdurre il processo di beatificazione di papa Luciani. Trecento vescovi del Brasile chiesero alla Congregazione delle cause dei santi di prendere in considerazione la proposta. Anch’io feci passi in questo senso. Mi venne risposto che conveniva attendere, anche perché erano già in esame i processi riguardanti quattro papi —Pio IX, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI — e che , per giunta, era già stato dichiarato santo Pio X. Morto Paolo VI ho subito pensato al cardinale Luciani come suo successore e ho espresso questo mio pensiero agli amici, spinto dalla grande stima che avevo per lui e dalla fraterna amicizia che ci legava (testimoniata tra l’altro da una bellissima fotografia, scattata quando mi vide la prima volta dopo la sua elezione a sommo pontefice, in cui mi accarezza con grande affetto, come fossi un figlio). Albino Luciani ebbe una fanciullezza e una giovinezza difficili: povertà e malattie sostenute però con grande fede testimoniata da mamma Bortola che fu per lui un faro di luce. Di lei, Luciani conservava devotamente una fotografia che fu trovata nel suo portafoglio dopo la morte. Caratteristiche della spiritualità del cardinale Luciani furono l’umiltà e l’esercizio delle virtù espresso con semplicità e bontà di tratto, pur possedendo egli un carattere volitivo e talvolta forte, che non scendeva a compromessi quando si trattava di problemi di fede o di morale. Il suo sorriso era segno di gioia interiore, non di debolezza di carattere; da buon montanaro, ciò che voleva, lo sosteneva fermamente. ((La gioia» disse «non si può nascondere, va espressa. Il cristiano fa apostolato anche quando manifesta gioia)). È divenuto il “Papa del sorriso” non perché salì sulla Cattedra di san Pietro alla quale non aveva mai aspirato. «Per me non c’è nessun pericolo», scrisse alla nipote Pia alla vigilia del conclave. Il suo sguardo era fisso nel Signore col quale intratteneva prolungati colloqui e che riteneva fonte di amore, di comprensione dei limiti umani, promessa di perdono, sorgente di speranza e di fiducia nella divina Provvidenza. Il cardinale Luciani aveva anche una solida cultura ed è stato un grande catechista. Ricordo che durante il periodo di Sede vacante un cardinale mi chiese: ((Tu cosa pensi del cardinale Luciani?». Risposi: «Se lo fate papa, i discorsi alle udienze generali del mercoledì saranno catechesi semplicissima, stupenda». Così è stato nei 33 giorni del suo pontificato. Già nel 1939 aveva pubblicato un volumetto, Catechetica in briciole, che ebbe molto successo e venne tradotto anche in spagnolo. Fu un catechista che “sbriciolava” —con un linguaggio popolare, facile, chiaro, ricco di ricordi, di spunti storici e letterari, con esempi perfino faceti — le verità della fede cristiana, anche le più impegnative, e così riusciva a “inchiodarle” nella memoria degli uditori, come, ad esempio, questa: «La vita è effimera come un lampo)). Era un piacere ascoltarlo per la semplicità e l’arguzia che caratterizzavano ogni suo discorso. Aveva una voce flebile che lo costringeva a parlare lentamente, sillabando bene le parole. Questo permetteva di capire ancor meglio i suoi pensieri che peraltro erano sempre chiari, anche quando affrontava temi difficili. Don Francesco Taffarel, già suo segretario a Vittorio Veneto, sta raccogliendo, in un volume di prossima pubblicazione, gli aneddoti del “Luciani minore” che lo pongono in cattedra come grande catechista. Ci fu chi, ascoltando le esortazioni e omelie offerte con semplicità sconcertante, lo ritenne di scarsa cultura. Niente di più errato, come appare chiaramente a chi scorre le pagine dei dieci volumi dell’Opera omnia pubblicati dal Messaggero di Padova. Nel seminario di Belluno fu apprezzato docente di teologia, filosofia, storia, diritto canonico, patristica, arte. Aveva una memoria eccezionale; citava passi e pagine intere di letteratura, anche latina, come se fosse la cosa più normale del mondo. Tre giorni prima di morire mi invitò a cena. Era presente solo il segretario, don Diego. Durante il colloquio feci cenno al suo volume Illustrissimi (best seller in quell’anno) in cui cita ampiamente dati personali dei personaggi storici ai quali aveva indirizzato le lettere, pubblicate sul Gazzettino di Venezia e poi dal Messaggero di Padova, rivelando una grande cultura, nonché doti di eminente giornalista. Io gli chiesi se aveva un ampio e dettagliato schedario a cui attingere. Mi rispose che quando leggeva un libro, annotava i passi più interessanti e, anche a distanza di tempo, ricordava ciò che aveva letto e dove lo aveva letto. Aggiunse: ((Ora la memoria non è più quella di una volta». Ma era ancora tanta da permettergli di predicare senza avere in mano uno scritto. Mai dimenticherò due episodi che rivelano l’umiltà e la squisita bontà di Giovanni Paolo I. E il 27 agosto, il giorno dopo la sua elezione alla Cattedra di Pietro, ore 17. Sto per recarmi a Canale d’Agordo, paese natale del nostro don Albino, per celebrare la messa di ringraziamento. Desidero portare ai fedeli la benedizione del nuovo Papa. Finalmente (in Vaticano c’è ancora tanta confusione) riesco a raggiungere per telefono il segretario don Diego, lo prego di chiedere al Papa se posso portare la sua benedizione ai fedeli riuniti nella chiesa parrocchiale di Canale. Risposta: «Il Papa è in cappella, sta pregando)). Sussurro: «Posso attendere solo quindici minuti, poi devo partire; se possibile dammi risposta quanto prima)). Poco dopo, squilla il telefono, don Diego mi dice: )(Le passo il patriarca...)), ma subito si corregge: (‘Le passo il Santo Padre”, che inizia così: “Vede, la volpe cambia il pelo ma non il vizio” (aveva cambiato il vestito, da nero in bianco, non l’abitudine di telefonare). Io: “Padre Santo, grande gioia a Belluno, le campane della Cattedrale non hanno mai smesso di suonare!”. Il Papa: “Io però questa notte non ho dormito. Perché hanno eletto me, perché ho accettato? Dovevano eleggere uno più bravo di me. Pregate tanto per me”. “Padre Santo, tutto il mondo prega per il nuovo Papa, ma a Belluno evidentemente preghiamo molto di più. Posso portare la sua benedizione ai fedeli di Canale, dove sto per andare a celebrare la messa?”. «Sì, sì a mio fratello, a mia sorella, ai parenti, agli amici, a tutti; preghino tanto per me”. A questo punto, perché i fedeli riuniti a Canale d’Agordo potessero credere che ero stato autorizzato dal Papa stesso a portare la sua benedizione, gli chiesi: “Padre Santo, posso dire che ho parlato con lei al telefono?” «Sì, sì, dica che l’ho chiamata io al telefono!”. Quando riferii quanto sopra alla gente e a moltissimi giornalisti giunti a Canale, l’entusiasmo, per l’umiltà del Papa, salì alle stelle. Altro episodio. Tre giorni prima della sua improvvisa morte, sono a Roma e chiedo per telefono a don Diego se posso incontrarmi con lui. Risposta: “Attenda un momento”. Dopo qualche secondo: “Dice il Papa se questa sera può venire a cena da noi”. Immaginate la mia emozione. Fu un incontro caratterizzato da grande affetto: prima un colloquio intimo in cui parlammo anche di alcuni problemi della diocesi di Belluno-Feltre; poi, cena frugalissima, presente soltanto il segretario, con riferimenti e ricordi a fatti passati, bellissimi. Mi congedo dal Papa e don Diego mi accompagna all’ascensore. Mentre stiamo attendendo, mi sento prendere alle spalle, mi volto, è il Papa che mi dice: “Venga con me”. Mi accompagna in cucina: “Saluti le suore che hanno preparato la cena”. L’ultima parola. Lo rividi dopo qualche giorno nella Sala Clementina disteso sul catafalco. Piansi tanto. La devozione per papa Luciani, in questi ultimi tempi, va aumentando. La dottoressa Margaret Tierney, irlandese con cui sono in contatto epistolare, e il parroco di San Benedetto in Valdonega (parrocchia della diocesi di Verona), hanno aperto un sito per raccogliere notizie e promuovere la causa di beatificazione. Negli Stati Uniti le monache carmelitane di Flemington sono molto devote di papa Luciani, e la priora ha pubblicato una bellissima biografia, The smiling Pope, tradotta in italiano e tedesco. Le suore ora stanno curando l’edizione inglese del volume Il Samaritano, corso di esercizi spirituali tenuto dal vescovo Luciani a Vittorio Veneto, e altre opere. Ancora negli Usa, dieci anni fa, èsorto un gruppo chiamato “The missionary servants of pope John Paul I” che pubblica in inglese una rivista, Humilitas, con testi di Luciani, e opera in suo nome ad Haiti a favore dei poveri. Molte nuove biografie stanno circolando in questi giorni in Italia. Bellissima l’intervista della giornalista Stefania Falasca alla sorella di papa Luciani, Nina, pubblicata da 3OGiorni col titolo Mio fratello Albino. Ho infine appreso, con grande piacere, che a Venezia, ammiratori del cardinale Luciani, hanno costituito, presso la chiesa di Santa Maria del Giglio, un comitato per la canonizzazione di Giovanni Paolo I; e che a Cadoneghe (Padova), il gruppo “Amici di papa Luciani” sta operando molto bene in contatto col vicepostulatore della causa monsignor Giorgio Lise, presidente del Centro di spiritualità e di cultura “Papa Luciani” a Santa Giustina Bellunese. Anche recentemente ho ricevuto richieste di immagini e ricordi di Giovanni Paolo I da varie parti d’Italia e dal Canada. Una persona, impegnata in politica ad alto livello, mi ha detto di avere letto tutti i discorsi e le omelie di Albino Luciani contenuti nell’Opera omnia e che è stato edificato dalla sua dottrina e spiritualità; lo ritiene un santo. Giovanni Paolo Il, in più occasioni, ha manifestato grande devozione per il predecessore, in particolare quando ha visitato Canale d’Agordo il 26 agosto 1979, anniversario dell’elezione alla Cattedra di Pietro. E stato il primo pellegrinaggio ufficiale del suo pontificato. In quell’occasione ha benedetto la statua di Maria Regina delle Dolomiti, posta a Punta Penia, in Marmolada, in un momento di tempesta di neve. La celebrazione della messa si teneva a Canale, sotto una scrosciante pioggia, e nel pomeriggio nello stadio di Belluno. La nostra diocesi ha espresso la venerazione a Giovanni Paolo I dedicando a lui le nuove artistiche porte di bronzo della Cattedrale, eretta a Basilica minore “motu proprio” dal Papa; ha istituito il Centro di spiritualità e cultura a lui dedicato in Santa Giustina Bellunese come monumento all’insigne catechista; e ha costruito una Casa per incontri pastorali nella diocesi di Grand Bassan, in Costa d’Avorio. Mi auguro che questo mio scritto possa servire a far riemergere sempre meglio la santità di vita del “Papa del sorriso”, che prego ogni giorno, domandando la sua intercessione per la Chiesa che ha fedelmente servito e tanto amato.

 

Torna al sommario